Quel che permane nell’eterno ritorno dell’uguale, dopo il completamento della via

Joseph Severn, Keats, listening to a nightingale on Hampstead Heath (c. 1845)

Joseph Severn, Keats, listening to a nightingale on Hampstead Heath (c. 1845)

Ritornare in questo mondo dopo di averlo lasciato con la morte è perfino ovvio se, come ben appare, l’umanità si rinnova in continuazione e se si pone attenzione a ciò che hanno detto sapienti, poeti e filosofi su questi ritorni. Affermano che attori e comparse che entrano in scena sono sempre gli stessi e non sempre nuovi, o mutano soltanto i costumi, le parti, l’arredo, i luoghi e i tempi della commedia. Ecco alcuni esempi.
John Keats nella sua Ode ad un usignolo ha scritto che l’uccello che ha udito in un giardino di Hampstead, all’età di ventitré anni, in una notte del mese d’aprile del 1819, è lo stesso che nei campi d’Israele, un’antica sera, udì Ruth la moabita. Non un altro usignolo, dunque, ma lo stesso dopo migliaia d’anni: l’eterno ritorno dell’usignolo, uguale all’eterno ritorno del giorno e delle stagioni.
Non diversamente da Keats, Schopenhauer, nel secondo volume del Il mondo come volontà e rappresentazione, al capitolo 41, ha espresso l’identica intuizione: “Chiediamoci con sincerità se la rondine di quest’estate è un’altra da quella dell’estate passata e se realmente fra le due il miracolo di trarre qualcosa dal nulla si è verificato milioni di volte per essere smentito altrettanto dall’annientamento assoluto. Chi mi oda affermare che il gatto che sta giocando lì è lo stesso che saltava e scherzava in quel luogo trecento anni fa, penserà di me quel che vorrà, ma la pazzia più strana è immaginare che fondamentalmente sia un altro”.
Seguito da Leibniz, che così ha formulato quel pensiero comune: “Gli animali, al contrario di quanto crede il popolo, propriamente non hanno inizio”, perciò neppure fine; e ha fatto il caso del baco da seta che si trasforma in farfalla e viceversa, infaticabilmente.
Idem Hegel, che ha ripreso gli stessi esempi e ha aggiunto quello della mitica Fenice: Se la morte giunge dalla vita, a sua volta la vita nasce dalla morte.

I ritorni avvengono seguendo vie circolari fisse ed immutabili in cielo e in terra. Anche di esse hanno parlato i sapienti, i filosofi, i poeti. Ecco i pensieri di alcuni.
Di Anassimandro, per il quale nei mai immoti giri, “là dove le cose hanno il loro sorgere, ivi è anche il loro venire meno, secondo necessità. Esse debbono infatti fare ammenda ed esser giudicate per la loro ingiustizia, secondo l’ordine del tempo” (Anassimandro, frammento 1 D.K.).
Di David Hume: “Non immaginiamo la materia infinita come fece Epicuro; immaginiamola finita. Un numero finito di particelle non è suscettibile d’infinite trasposizioni; in una durata eterna, tutti gli ordini e posizioni possibili avverranno un numero infinito di volte. Questo mondo, con tutti i suoi particolari, perfino i più minuscoli, è stato elaborato e annichilato: infinitamente” (David Hume, Dialogues concerning natural religion, VIII).
Di Bertrand Russell: “Molti scrittori pensano che la storia sia ciclica, che il presente stato del mondo, con i suoi particolari più piccoli, prima o poi tornerà. Come formulare quest’ipotesi? Diremo che lo stato posteriore è numericamente identico a quello precedente; non possiamo dire che uno stato accade due volte, poiché ciò presupporrebbe un sistema cronologico – since that would imply a system of dating – che l’ipotesi ci proibisce. Il caso assomiglia a quello di un uomo che fa il giro del mondo: non dice che il punto di partenza e il punto d’arrivo sono due luoghi differenti ma molto simili; dice che sono lo stesso luogo. L’ipotesi che la storia sia ciclica può enunciarsi in questa maniera: formiamo l’insieme di tutte le circostanze contemporanee di una circostanza determinata; in certi casi tutto l’insieme precede se stesso” (Bertrand Russel, An Inquiry into Meaning and Truth, 1940, pag.102).
Un altro ciclo noto e diffuso è l’Anno perfetto, un periodo celestiale di cui è stato determinato esattamente anche lo sviluppo. Non era facile stabilirlo. Cicerone, in una delle sue opere perdute l’ha previsto di dodicimilanovecentocinquantaquattro anni (Cicerone, Sulla natura degli dei, libro II). Macrobio di quindicimila (Tacito, Dialogo degli oratori, 16). Eraclito di diecimilaottocento. La moderna astronomia gliene ha stabilmente assegnati venticinquemilaottocento, cifra risultante dai calcoli di tale scienza di cui non è più lecito dubitare perché ha raggiunto l’esattezza. Dopo questo gran giro dei pianeti e delle stelle, i cieli ritorneranno al punto di partenza e tutto riprenderà nuovamente. Anche la Storia umana, dicono altri, che sono arrivati a tanto estendendo fino ad essa tale idea: perché se i periodi planetari sono ciclici, lo saranno anche le vicende umane che in essa si svolgono – deduzione che appare ineccepibile. Così “Di nuovo Achille andrà a Troia; rinasceranno le cerimonie e le religioni; la storia umana si ripete; nulla c’è adesso che non sia stato; ciò che è stato sarà; ma tutto questo in generale, non (come determina Platone) in particolare” (Lucilio Vanini, De admirandis naturae arcanis, dialogo 52).

Dunque, ritornano per vie prefissate le piante e gli animali e nello stesso modo anche gli uomini e molti lo hanno rilevato e annotato in modo stabile e sicuro. D’altronde come si poteva non concedere questa sorte all’uomo in carne ed ossa che appare e scompare non diversamente dagli altri viventi sulla terra e i cui giri sono uguali? Perciò, il ritorno anche dell’uomo, anch’egli portato dall’infaticabile ruotare della natura in cielo e in terra, e la vasta e varia umanità che immemore si riproduce e rinnova sembra stia lì ogni volta a confermarlo.
Ma vale la pena di tornare: è bene che i ritorni ci siano oppure no, sono desiderabili? Ecco l’altra questione ampiamente dibattuta e che si trascina da millenni. E ci sono pareri discordi.

No, dicono molti.
Lo dice il Sileno. Così le sue parole nella forma in cui le espone Sofocle: “Non essere mai nati è la cosa migliore e la seconda, una volta venuti al mondo, tornare da dove si è venuti”.
Lo dice Giacomo Leopardi che nel Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere, il passeggere rifiuta di acquistare un calendario perché nessuno vorrebbe ricominciare daccapo la vita già vissuta. Perché “Ciascuno è d’opinione che sia stato di più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene”.
Lo dice Buddha cui  la vita terrena, dopo gli incontri con il vecchio, il malato, il morto gli è apparsa dolente, misera, tragica, cosa da cui fuggire; ruota delle esistenze da lasciare entrando nel Nirvana, di cui lui ha indicato il cammino.
Per Nietzsche l’eterno ritorno era la più grande sventura, “il peso più grande” ed egli così ha esposto questa prigionia a tempo indeterminato. “Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: questa vita, come tu ora la vivi, e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere! Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: tu sei un dio e mai intesi cosa più divina? Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda per qualsiasi cosa: vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte? graverebbe sul tuo agire come il peso più grande!” (Nietzsche, La gaia scienza, 341). Ritorni di tal genere − all’insaputa − sono quelli degli animali: dell’aquila, il serpente, e del “piccolo uomo” che non sa, i cui cicli, appunto, sono pure e semplici ripetizioni (vedi Nietzsche e l’uscita dal cerchio dell’eterno ritorno).
Indesiderabile l’eterno ritorno anche per Leibniz, che pur sosteneva che questo era il migliore dei mondi possibili, ma era costretto ad ammettere che chiunque accetterebbe di rinascere solo a condizione di avere una vita diversa da quella vissuta.
Infine, per farla breve di un elenco che ha fra le sue caratteristiche l’interminabilità, ecco cosa ha detto l’amico filosofo Luca Ormelli: “Domandate ad un insetto se per ventura voglia divenire umano e qualora siate tanto spiritati da sentirlo parlare senz’altro vi risponderà: “Non vi sembrano bastanti le mie disgrazie? Dovrei disporre persino degli strumenti per averne contezza? La mia esistenza non vi appare di già drammatica a sufficienza? C’è forse una ragione oltre la ragione di buttarla anche in farsa?” (da Il porto delle scimmie di Luca Ormelli,).

Poi le note favorevoli, che sono in minor quantità, ci sembra, di quelle opposte.
C’è il pensiero degli Stoici, per i quali il mondo com’è è un mirabile disegno che infaticabilmente si ripete, ed ogni uomo in esso. E in questi cicli sempre uguali, tutto riappare identico a come era scomparso.
E quello delle religioni che hanno un Dio creatore a fondamento: per esse è provvidenziale nascere alla vita terrena per poter rinascere a quella celeste, perciò la prima è necessaria alla seconda perché il disegno divino si compia. E se si va all’Inferno?
Favorevole al ritorno anche Pirandello, a condizione che ritornando si ritrovi l’amico o la persona amata rapita dalla morte. Nel racconto Notizie dal mondo il protagonista Tommaso, interrogandosi sull’origine del mito dell’eterno ritorno, tiene un monologo sulla tomba dell’amico Momino e afferma che “solo due amici felici − o due innamorati – potevano aver sognato una cosa simile”. “Quanto mi piacerebbe” egli conclude “se ci facessero tornare tutti e due assieme! Sono sicuro che pur non avendo memoria della nostra vita anteriore, noi ci cercheremo sula terra e saremmo amici come prima”.
Quel che è accaduto a me: che sono ritornato per ritrovare La chiesetta sperduta luogo d’appuntamento perenne, per incontri che perciò non avranno mai fine anche in questo mondo di apparenze, perché i due modi della stessa, quello terreno e l’altro celeste, si sono fusi in uno. All’inizio la seconda aveva l’aspetto e la consistenza di un sogno; ma poi insistendo, seguendo le indicazioni del Destino che in questo caso ha giocato anche lui la sua “matta” − ed ero io − (2), il cammino verso di essa è diventato Via dell’eterno ritorno dell’uguale (vedi Le indicazioni del destino).

Dunque non va bene il ritorno se la vita da rivivere è sempre la stessa, vale a dire se i cicli sono ripetizioni cieche e immutabili; se si è gettati in un punto imprecisato del cammino, senza sapere da dove si viene; se si viene strappati anche all’improvviso senza alcun avvertimento e senza conoscere dove si va; se si ritorna a ripercorrere un altro tratto del giro e non c’è collegamento fra il punto che si è lasciato e quello da cui si riprende. Se, insomma, si entra e si esce come piante e animali, come è accaduto finora.
Si al ritorno, invece, se avviene per la “via filosofica”, ormai segnalata e illuminata in ogni parte, la cui mappa è ora disegnata nella cultura.

P.S.
Dunque, un continuo riandare le stelle in cielo e le piante, gli animali, gli uomini sulla terra. Ma nonostante le evidenze e certe intuizioni ed esperienze − quelle che abbiamo esposte come esempi e molte altre −, è continuo e diffuso fra gli abitatori del nostro tempo, specialmente ora che ci troviamo nella parte più buia e pericolosa del cammino, il senso che tutto finisce in questa vita e c’è inveterata abitudine a ripeterlo ad ogni occasione, come se da una esistenza all’altra qualcosa di essenziale andasse perduto irrimediabilmente. Ma davvero qualcosa si perde?
Non si perde il corpo, dunque, che viene continuamente ripetuto e ci pensa la natura con i suoi input e i suoi procedimenti. Si perde invece l’identità personale, la coscienza.
Ma allora il problema diventa un altro: non è il ritorno che non c’è, ma il  ritorno consapevole. Il problema diventa perciò il problema della coscienza, la quale non regge per tutto il giro e si smarrisce o si spegne specialmente nella parte più nera e profonda. Perciò è proprio quel che si credeva immortale che nel mondo delle apparenze mostra invece i suoi limiti, che non regge fino alla fine, o ritorna per caso e fortuna o seguendo imperscrutabili sentieri aperti da altre fonti del sapere: dai Misteri, dalle Religioni, dai Miti.
Se era l’Io in causa, quello che è sempre “lo stesso” nel mondo delle apparenze finché dura la vita e poi si perde o così si dice, giunti a questo punto noi sappiamo in modo chiaro e distinto perché i ritorni non avvenivano, o solo nei modi già indicati. Perché eravamo ancora in cammino. Perché la rotonda via della conoscenza non era ancora completata, perciò  non eravamo ancora giunti alla sua fine, quindi alla coincidenza degli opposti. Perché c’era l’Abisso da superare e il Ponte è stato costruito da poco. Perché c’era una Porta chiusa e non si conosceva il segreto per aprirla (vedi Compendio. Il cammino misterioso che attraversa il sonno, l’inconscio, la morte).
Ecco cosa mancava ancora all’Io per diventare eterno ritorno dello stesso, che ora è stato  illuminato e segnalato.

1.
Rimaneva anche prima, ma nell’Essere, o rientrava nel mondo delle apparenze come un orfano di se stesso e che un po’ si riconosceva solo per caso, per fortuna, o seguendo misteriose indicazioni. In moltissimi altri casi solo vaghi ricordi, squarci improvvisi in una densa nebbia o in una notte senza luna e stelle.

2.
Tutte le cose sono carte di un gran gioco/ che ha anche l’imprevedibile: la Matta,/ e da poco è entrata anch’essa in giro./ E’ l’uomo l’imprevedibile, l’ente vagante ed inquietante,/ la carta scombinata che si allaccia a tutte quante./ Ma ora appare che la vita l’ha giocata.

2 Risposte to “Quel che permane nell’eterno ritorno dell’uguale, dopo il completamento della via”

  1. LexMat Says:

    Potessimo un giorno ritornare ritrovando il sentiero di vita segnato dalle nostre fanciulle mani.

    Allora forse con quelle sincere indicazioni potremmo sapere quali le giuste scelte fare ed i cattivi pensieri invece declinare.

    Ritroveremmo un ponte gettato su quell’orrido abisso che non dovremmo più andare a sondare, perchè ormai conosciuto e sconfitto, illuminato a giorno.

    Un sole in alto ed un sole in basso.
    Ecco la vera luce divina.

    Grazie per le parole.
    Saluti.

    LexMat

  2. wilmo e franco boraso Says:

    Esatto, sarà proprio così. Poi di più, molto di più. E questa è filosofia, non fiaba, fede, mito, rivelazione, fantasia.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: