L’essere

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Caspar D. Friedrich, Monaco in riva la mare (1808-1810)


Lungo la via dell’eterno ritorno dell’uguale c’è un segnale che indica così:
C’è un altro che non vedo che comanda,
com’io comando a quelli che stan sotto,
e mi comanda di assumere il comando,
perché egli è stato innalzato.

Esso è simile al pensiero di Rimbaud espresso nella Lettera del veggente: “Io è un altro. Se l’ottone si sveglia tromba, non è affatto colpa sua. Per me è evidente: assisto allo schiudersi del mio pensiero: lo osservo, lo ascolto: lancio una nota sull’archetto: la sinfonia fa il suo sommovimento in profondità, oppure d’un balzo è sulla scena”.
Anche altri si sono cimentati con il senza nome.
Lao-tzu: “Senza nome è il principio del Cielo e della Terra” e “il nome che può essere nominato/ non è l’eterno nome” (Tao Tê Ching, a cura di Fausto Tomassini, Parte prima, capitolo I)
Maestro Eckhart: “Non possiamo definirlo, poiché ogni definizione è una delimitazione e perciò una negazione” (La nascita eterna, Sansoni, 1953).
Per alcuni l’altro non si può nominare, perché dovrebbe essere chiamato con tutti i nomi in una volta e non con uno solo di volta in volta. Perciò il detto di Eraclito: “L’unico, il solo saggio vuole e non vuole essere chiamato con il nome di Zeus” (frammento 32).

Sconosciuto, dunque, quell’altro.
Tuttavia, com’è in uso in questo mondo di apparenze dove le innumerevoli cose sono distinte e separate e ognuna ha un parola che la indica, similmente è accaduto anche con il misterioso.
Lao-tzu l’ha chiamato Tao.
Buddha, Nirvana.
Anassimandro, Ápeiron,
Aristotele, Motore immobile che muove e non è mosso.
Le religioni lo chiamano principalmente Dio.
Dalle terre della filosofia e della sapienza da cui essa è nata, lo chiamiamo principalmente Essere e Logos: l’Essere di Parmenide, il Logos di Eraclito.
Per Carducci, Poema eterno (“Il canto dell’amore”: “Ahi fu una nota del poema eterno/ Quel ch’io sentiva e picciol verso or è”).
Il primo nome con cui si è presentato a noi, autori di questa blog. è stato Destino.
Così l’altro ora non è più il nascosto, il misterioso, l’enigma.

Ma, ecco l’arcano, quando ha un nome iniziano le distinzioni, perciò il Mondo.
Così ha detto Lao-tzu:
“Quando ha nome è la madre delle diecimila creature” (Tao Tê Ching, a cura di Fausto Tomassini, parte prima, capitolo I), espressione idiomatica che significa “tutte le creature”.
Così Eraclito: “Dall’uno tutte le cose” (frammento 10).
Così Giovanni l’apostolo: “Tutto per lui è stato fatto e senza di lui nulla è stato fatto” (I. 3)
Così Paolo di Tarso: “Da lui, per lui, e in lui tutte le cose” (Rom. II. 36)
Così Anassimandro: dall’ Ápeiron “le cose hanno nascimento” (frammento 1).
E noi abbiamo visto che la nascita eterna si svolge in tal modo:
L’Essere è il risveglio,/quindi anche luce che sta al risvegliare/ e corolla di fiore che così appare./ Quindi anche bellezza/ e vaghezza che ti prende di donare./ Perciò anche amore/ e dolore che ti coglie di lasciare./ E si va alla ricerca di altra luce/ perché non si spenga il giorno della vita,/ e siamo giunti a una nuova sortita dell’Essere,/ alla luce della mente/ e per un varco ancora più recente./ Ma poi rimane soltanto il risvegliato/ e si andrà a cercare ancora/ dove si è occultato l’Essere./ Fino a un risveglio.

Dunque, l’altro è l’Essere, perché l’autore di tutte le cose non è una cosa. Se lo fosse, sorgerebbe una complicazione insanabile: inizierebbe una scala degli enti illimitata somigliante a quella del “terzo uomo” di aristotelica memoria. Dopo “un altro” che s’innalza o che si sveglia ci sarebbe un altro ancora che vede il risvegliato e un altro che prende il posto di chi è salito in una scalata senza fine.

Ma come avviene il passaggio dalle apparenze all’Essere e viceversa?
Si tratta certamente di un momento eccezionale.
Il momento di quando si arriva alla fine della via circolare e si vede che essa è la stessa dell’inizio: tal è la “coincidenza degli opposti” ed essa è la prima che noi abbiamo raggiunta e vista.
O di quando si incontra la metà di se stessi che era staccata e dispersa (vedi Il nuovo patto d’amore) e sboccia improvviso l’amore.
O di quando cose od aspetti che ci appaiono arrivano da profondità più lontane delle dimensioni delle vita che si sta conducendo, per cui si dice che vengono da altre esistenze.
O di quando si arriva alla Porta che divide le apparenze dall’Essere, la stessa che Parmenide vide “sul confine fra il sentiero della Notte e quello del Giorno” ed è entrato, attingendo dall’Essere.
La stessa che Nietzsche vide nel profondo silenzio di mezzanotte, ma era chiusa e non si aperse.
La stessa che, in un ambito ormai filosofico, il Cusano ha chiamato “Porta del paradiso”, la quale divideva il luogo di delizie eterno dal mondo temporaneo (vedi anche altre porte descritte nel Compendio, il cammino misterioso che attraversa il sonno, l’inconscio, la morte, parte terza, cap. 3).

Ma come si arriva a quel momento eccezionale?
Come è capitato a me la prima volta: portato da Amore, quello che ci ha fatto scoprire la chiesetta sperduta.
O anche il Destino, quello che mi ha dettato il poemetto intitolato La chiesetta sperduta, che è stata una mappa per trovarla.

Ma se Amore e Destino mi hanno portato, dubito che fossero due gli accompagnatori. Erano, sono, lo stesso. E Amore e Destino sono nomi del lo stesso.
Non lo sapevamo già, non ce l’hanno già detto sapienti, filosofi, mistici, poeti? Sì, perciò è un’eco questo nostro dire.

Dunque, a quel momento eccezionale siamo giunti portati da Amore e dal Destino e poi dai nomi delle cose in terra e in cielo che indicavano la meta, e molti li abbiamo raccolti e ordinati nel Vocabolario.
Ma ora c’è un altro modo di arrivare, ormai presente in noi e che ha cominciato ad apparire nella Cultura. Ora la mappa, le ricerche, le indicazioni, le illuminazioni, le orme confuse e incerte, sono diventate aperta via fino alla frontiera e al valico, quella dell’Eterno ritorno dell’uguale (vedi Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica).

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