Commento al pensiero di Emil Cioran

L'aquila e il serpente, mosaico del Palazzo imperiale di Costantinopoli (VI secolo d.C.)

L’aquila e il serpente, mosaico del Palazzo imperiale di Costantinopoli (VI secolo d.C.)


Se non attingi all’Essere
superando l’abisso ed entrando
sei condannato a rimanere apparenza
e a girare immemore
nelle spire del tempo.

“Colui che avendo frequentato gli uomini si fa ancora illusioni sul loro conto, dovrebbe essere condannato alla reincarnazione”.

In che senso viene qui intesa la reincarnazione?
− Certamente in quello comune e generale, come “trasmigrazione dell’anima, dopo la morte, in un altro corpo più volte successivamente”.
− Che però è il senso che anche Nietzsche aborriva, quello, appunto, della cieca e instancabile ripetizione, che lui ha chiamato “il peso più grande” (vedi Nietzsche e l’uscita dal cerchio dell’eterno ritorno).
− Lo stesso del serpente e dell’aquila, gli animali di Zarathustra di cui era il re, per i quali “tutto va, tutto torna indietro, eternamente ruota la ruota dell’essere. Tutto muore, tutto torna a fiorire, eternamente corre l’anno dell’essere […] In ogni attimo comincia l’essere; attorno ad ogni “qui” ruota la sfera “là” (Così parlò Zarathustra, Adelphi, pp 265-266).
− Assomigliano ad esso anche quelli della luna, mai stanca “di riandare i sempiterni calli”, del pastore che “Sorge in sul primo albore/ Muove la greggia oltre pel campo, e vede/ Greggi, fontane ed erbe;/ Poi stanco si riposa in su la sera:/ Altro mai non ispera”, e d’ogni altra celeste o terrena cosa che girano senza posa “Per tornar sempre là donde son mosse” (vedi il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia di Giacomo Leopardi).
− Altri cerchi somiglianti all’incarnazione così: quelli del samsara, dove la vita scorre come su una ruota che continuamente gira e che ad ogni corso sempre uguale ha il malato, il vecchio, il morto, gli aspetti di essa che hanno colpito Buddha durante le sue sortite dal palazzo regale dove era figlio di re, e che l’ha fatto decidere a cercare la via d’ uscita da quelle crudeli e paurose necessità.
− Infine anche i nostri andirivieni, di cui non si può dubitare se da essi alla fine qualcosa di essenziale ci è giunto, che ha avuto il potere di mutare l’ultimo giro da eterno ritorno a eterno ritorno dell’uguale.
Non la via è mutata, che è sempre la stessa, ma il viaggiatore, che ha imparato la strada e ora sa da dove viene e dove va.

La reincarnazione come l’intende qui Cioran, vale a dire la ripetizione instancabile degli stessi giri negli stessi modi, è il ritorno di gran lunga più inteso, quello della natura, che è stato ed è predominante tanto da confinare i ritorni consapevoli o illuminati, che qualcuno ha finora sperimentato, nelle incerte e solitarie plaghe delle eccezioni, e che quando son visti dall’osservatorio che si chiama uomo sono simili alle onde sulla battigia: vengono e vanno ripetutamente, instancabilmente. Sono ritorni che suonano perciò come condanne eterne, come le fatiche di Sisifo e Tantalo, e ha ragione Cioran a ritenerli tali e a non desiderarne altri. Ma come venirne fuori altrimenti Cioran non lo dice. Oppure è scontata l’altra soluzione: la scomparsa nel nulla eterno. Ma si può andare in un posto che non-c’è? Per esso vale sempre quel che ha già detto Parmenide: “Infatti, questo non potrà mai imporsi: che siano le cose che non sono!/ Ma tu da questa via di ricerca tieni lontano il pensiero, né l’abitudine, nata da numerose esperienze, su questa via ti forzi/ a muovere l’occhio che non vede, l’orecchio che rimbomba e la lingua, ma con la ragione giudica la prova molto discussa che da me ti è stata fornita” (frammento 7) (vedi Lettera aperta: Le cinque vie di Parmenide).
Perciò il problema Cioran non lo risolve, semmai risulta soltanto rinviato, perché ci sarà sempre nell’umanità sofferente un Cioran, o lo stesso con altri nomi ed aspetti, che denuncia il miserevole stadio in cui ci troviamo, e arriva fino alla più profonda coscienza di esso. Sempre chi segretamente intuisce di averlo già denunciato. Sempre chi dopo la denuncia passa all’azione e cerca la soluzione.
Ciò che è già avvenuto in molte religioni, nei miti, misteri, nella sapienza, nella poesia, e da poco, con metodo nuovo dove la ragione ha tanta parte, anche nella filosofia. Qui di queste ricerche e scoperte diamo solo qualche cenno, ma tutto il Blog è racconto della via circolare e dell’uscita da essa. E i cenni li facciamo da fuori giro, com’è accaduto a Paolo e Francesca cui è stata concessa pausa “dalla bufera infernale che mai non resta” per raccontare la loro dolorosa e triste storia a Dante (vedi Inferno, Canto V, verso 31). La nostra, invece, non è solo pausa e poi il rientro, ma ormai stabile abitazione fuori dal giro.

Nelle religioni orientali la reincarnazione si chiama samsara ed è, come abbiamo detto, i cicli di vita, morte, rinascita, e in senso lato anche “l’oceano dell’esistenza”, dove emergiamo, galleggiamo per un po’ e affondiamo, e ciò avviene ripetutamente, instancabilmente.
Da esso però si può uscire e le vie cercate e trovate sono parecchie: quella del sacrificio rituale, la via della gnosi, la via della dedizione amorosa a un Dio, le pratiche Zen. Nel Buddhismo si esce seguendo l’Ottuplice Sentiero. Nei Veda la via da seguire è circolare (vedi Veda e filosofia).
L’uscita è lo scioglimento dalla catena che lega tutte le cose e il distacco: e si entra nel Nirvana, vale a dire nell’eterno. Perché solo il Nirvana è permanente, ogni cosa invece dipende dalle altre. Similmente, nella sapienza Occidentale solo l’Essere è eterno e le apparenze, invece, provvisorie e caduche. Oppure la liberazione è l’immersione per sempre nella perfetta unione con l’amato Dio.

Anche nell’opera di Nietzsche, specialmente in Così parlò Zarathustra, sono chiaramente espressi i due modi di percorrere i giri della vita e la differenza è sempre la stessa: nel primo si è come trasportati, ad eccezione di qualche tratto dove si procede vedendo e sperimentando qualcosa, per poco: la propria esistenza dalla nascita alla morte e forme ed aspetti di quel tratto. Nel secondo invece si conosce tutto il cammino e c’è ora una mappa a disposizione che ci aiuta.
Il primo giro è quello del serpente e dell’aquila, gli animali di Zarathustra per i quali, dunque, “tutte le cose eternamente ritornano”, sempre uguali, sempre le stesse.
Il secondo quello di Zarathustra stesso che invece si oppone a quel destino e cerca di liberarsi da esso. Per lui, “eternamente ritorna (soltanto) l’uomo di cui sei stanco, il piccolo uomo (…) Ahimè, l’uomo ritorna eternamente! L’uomo piccolo ritorna eternamente” (Così parlò Zarathustra, Adelphi, pag. 267. Vedi anche Nietzsche e l’uscita dal cerchio dell’eterno ritorno).
Ma i suoi animali che non vogliono quel cambiamento si oppongono, lo minacciano e tentano di ucciderlo. Il serpente, uno dei suoi animali, gli entra in bocca e s’infila nella sua gola per strozzarlo! Ma lui gli morde il capo e lo sputa lontano. Così il cerchio si rompe ed esce.
La scena della liberazione gli appare come in sogno: si vede nelle vesti del pastore che, dopo aver staccato con un morso la testa del serpente, balza in piedi. “Non più pastore, non più uomo, − un trasformato, un circonfuso di luce, che rideva. Mai prima al mondo aveva riso così un uomo, come lui rise! Un riso che non era d’uomo, ed ora” continua Zarathustra “mi consuma una sete, un desiderio nostalgico, che mai si placa. La nostalgia di questo riso mi consuma: come sopporto di vivere ancora! Come sopporterei di morire ora! (vedi Così parlò Zarathustra – La visione e l’enigma, in Opere, Adelphi).

Anche nella poesia di Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, prima dell’idea dell’uscita c’è il ciclico mulinare delle apparenze, che vanno per esso trasportate, addormentate, non sapendo.
Sono esse la luna in cielo, il gregge sulla terra, e il pastore stesso.
Poi l’intuizione dell’uscita da quei giri, altrimenti incomprensibili, vani, faticosi, crudeli, abominevoli, che non vale la pena di viverli: né il “corso immortale” ma sempre uguale della luna, né il procedere comandato delle greggi che ogni stento, ogni danno, ogni estremo timor subito scorda, né il “vagar breve” del pastore ma che “Corre via, corre, anela,/ Varca torrenti e stagni,/ Cade, risorge, e più e più s’affretta,/ Senza posa e ristoro,/ Lacero sanguinoso; infin ch’arriva/ Colà dove la via/ e dove il tanto affaticar fu volto:/ Abisso orrido, immenso,/ Ov’ei precipitando , il tutto oblia”.
Intuizione dell’uscita da quei giri è l’apparire di un potere nuovo, che si mostra al poeta nelle vesti e forme di “volar sulle nubi”, “noverare le stelle ad una ad una”, o come “tuono errar di giogo in giogo”.
Così si potrebbe liberarsi dalle rotonde prigionie del cielo e della terra. Ma non è ancora il momento propizio. La filosofia di Nietzsche non è ancora sulla scena anche se sta per arrivare e la strada verso il confine e l’uscita è ancora lunga. Così l’idea che gli è spuntata continuerà ad apparirgli un errar dal vero, ancora prevale il pessimismo, e il poeta così conclude: “Forse in qual forma, in quale/ Stato che sia, dentro covile o cuna,/ È funesto a chi nasce il dì natale”.

Infine il metodo raccontato nel blog, che parte anch’esso dall’inconsapevole ruotare, perché fin qui dove ci troviamo siamo giunti senza saperlo o quasi. Poi, come abbiamo detto, l’ultimo giro, quello che abbiamo seguito da inizio a fine in oltre cinquant’anni di cammino.
Dopo l’uscita, abbiamo cominciato ad aprire gli occhi su tutto il circolo mentre normalmente è solo un piccolo arco di esso che ci appare, quello che va dalla nascita alla morte. E il giro su cui ci siamo appuntati è stato soprattutto quello della filosofia, la quale è incominciata con Parmenide ed è finita con il ritorno a Parmenide (vedi Lettera aperta. Le cinque vie di Parmenide).
Cosa cambia quando lo sguardo si posa sul giro intero anziché su una parte di esso?
Cambia tutta la nostra conoscenza delle apparenze e dell’Essere.

− Si vede l’inizio, si vede la fine.
− Inizio e fine stanno assieme, sono “lo stesso”. È la prima fondamentale coincidenza degli opposti che dà il via a tutte le altre.
− Dove si arriva, da lì siamo anche partiti, perciò, se si guarda la strada, si sa da dove veniamo e dove andiamo.
− Nel punto dove inizio e fine della via coincidono c’è la Porta. Di là l’Essere, di qua le apparenze.
− Se si guarda da una parte e dall’altra in un solo modo, con un solo sguardo, si sa anche chi siamo.
− Il luogo di provenienza è l’Essere: non ce n’è un altro.
− Se è l’Essere, non si può non essere “eterni”, perché di tal natura è la provenienza. E non si può non essere “immutabili”, “immobili”, perché là siamo stati e ritorniamo. Ecco perciò l’uomo, apparenza ed essere assieme e la dimostrazione è l’eterno ritorno dell’uguale.
− L’uomo è nel tempo e nell’eterno da sempre, come uomo. Si trattava però di capirlo e dimostrarlo.
− Se si ritorna, siamo già stati là da dove si ritorna. Nell’Essere, perciò nell’eterno. Provenienti dall’eterno, portiamo le sue caratteristiche nel tempo.
− Chi ritorna passa per le terre dell’Essere e perciò ha le caratteristiche dell’Ente e dell’Essere assieme.
− Se c’è un ritorno c’è un via vai, quindi una strada, ed è essa che abbiamo completato nei punti dove non appariva o non si poteva passare da soli se prima non si costruiva una struttura adatta. Essa è il Ponte sull’Abisso (vedi Compendio. Il cammino misterioso che attraversa il sonno, l’inconscio, la morte. Parte quarta).
− Invece la Porta fra le apparenze e l’Essere, o viceversa, è sempre esistita, ma per passare da singoli e determinati era necessario conoscere il segreto, che è stato svelato (vedi Compendio. Il cammino misterioso che attraversa il sonno, l’inconscio, la morte. Parte quarta).
− L’eterno ritorno dell’uguale è l’eterno dell’Essere in veste umana che valica il confine con il tempo. Un ritorno che ha le caratteristiche del sogno e del ricordo, dove il presente non passa mai e il passato non viene prima del futuro.
− È dall’Essere che si vede e si vive il ritorno.
− Le apparenze sono come le onde, ma l’oceano che presiede a quei ritorni eterni sulla riva entra in gioco solo se si guarda con la mente.
− Prima di conoscere la via ed il passaggio, la natura dell’Essere la si portava nel mondo delle apparenze soltanto quando sboccia l’amore.
− Se l’amore è indice sicuro che un passaggio c’era anche prima fra ente ed Essere, e si possono portare tanti esempi di superamento del confine avvenuti lungo i secoli e millenni − tutti quelli che hanno ricordato e ricordano tante loro esistenze −, non si può però affermare che erano programmati.
− Quando sboccia l’amore si manifesta nelle apparenze ciò che è nell’Essere: l’eterno, l’immutabile, l’immobile.

È a questo immenso tesoro che dobbiamo cominciare ad attingere.

P.S.
Perciò il pensiero di Cioran dopo la presente disamina muta così:
Colui che avendo frequentato gli uomini si fa ancora illusioni sul loro conto, deve ritornare per affrancarsi da quella triste condizione. Altrimenti rientra inconsapevolmente nel giro e continua senza posa la fatica e l’affanno. 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: