Postilla alle pagine dell’Eterno ritorno dell’uguale

Mattia Preti, I due filosofi (XVII sec.)

Mattia Preti, I due filosofi (XVII sec.)

Noi, gli scrutatori
degli eterni giri
della terra, della luna,
delle stagioni
delle piante e animali.
Per imparare il nostro.

Del lungo racconto intitolato Via d’uscita dal nichilismo che termina con l’Eterno ritorno dell’uguale, c’è un aspetto da porre in evidenza la cui visione rende più facile l’ingresso nel ponderoso testo e agevola il percorso. Un percorso circolare, come si sa, come quello dei pianeti in cielo, delle stagioni, delle piante e animali sulla terra… e piante e animali, dei giri che a loro toccano, ne percorrono una parte nella luce del sole, con gli occhi e gli altri sensi aperti a essa.
Poi gli uomini che sono entrati anche in un altro Giorno, quello dell’Essere, e da venticinque secoli in Occidente hanno seguito anche quel cammino, fino al Tramonto e oggi nella Notte dove si sono in gran parte perduti e si perdono, ma alcuni sono arrivati (vedi Il tempo lineare e l’eterno ritorno). Da poco perciò è a disposizione l’intero percorso: ecco cos’è l’eterno ritorno dell’uguale. Un giro che non si iscrive in quelli della natura come nuovo o in più, ma si svolge in un altro campo, il più recente: il campo della cultura.
Più precisamente esso è la via della conoscenza filosofica, che è partita da Parmenide ed è ritornata a Parmenide: un risultato ormai ben presente nella filosofia, anche se il suo significato rimane in gran parte nascosto.

Se il ritorno a Parmenide ha cominciato ad apparire in opere di filologi famosi come Hermann Diels e poi a manifestarsi in modo chiaro e distinto in Nietzsche, Heidegger, Severino e altri, ciò significa che prima non c’era questa conclusione. E siccome Diels ha pubblicato la sua opera intitolata Frammenti dei Presocratici nel 1903, ciò vuol dire che prima di quella data della via dell’eterno ritorno dell’uguale non si conosceva la fine e perciò neppure il percorso e a cosa serviva. Non in modo chiaro e distinto perlomeno, perché intuizioni, reminiscenze, previsioni, ne sono sorte lungo i secoli e i millenni, e prima della filosofia ci sono state le visioni dei sapienti. Quella di Eraclito per esempio, per il quale “comune infatti è il principio e la fine nella circonferenza del cerchio” (fr. 103), e l’eterno ritorno era il fondamento della sua dottrina.
Ma in quel tempo la strada non c’era − si era, appunto, all’inizio di essa e alla sua visione come progetto. Ora invece il suo nome è filosofia – il giro si è chiuso quando si è ritrovato l’inizio, quando in quel procedere sono riemerse le sue tracce, vale a dire i frammenti dei sapienti che hanno preceduto i filosofi −, e alla fine il suo giro più grande e completo si chiama eterno ritorno dell’uguale.

Ora la postilla.
Il cerchio dell’eterno ritorno è simile a quelli della luna attorno alla terra, della terra e degli altri pianeti attorno al sole, del sole nella galassia, delle fasi della luna, delle stagioni sulla terra, ecc., ma gli attori di questi giri appartengono ai regni minerale, vegetale, animale, perciò sono inanimati o di poco affioranti e per brevi tratti. Anche l’uomo è di tal fatta e sono rare le eccezioni; ma poi egli è entrato anche nel giro della conoscenza acquistando l’autocoscienza, come normalmente si dice.
La differenza è tutta qui, in colui che gira che, dunque, nel caso dell’uomo è cosa e coscienza della cosa, che vede fuori e si vede nel suo moto. E vede dall’immoto, perché non c’è movimento dove inizio e fine sono lo stesso, e ciò accade in ogni punto del cammino circolare e ancor più dal centro.
Apparenza, perciò, il movimento per chi guarda e sa.

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