Sogno

Marc Chagall, Nascita (1912)

Marc Chagall, Nascita (1912)

La via del sogno
e quella dell’eterno
ritorno dell’uguale
sono la stessa,
ma la seconda
è illuminata e segnalata.
Perciò percorsa
 prima e dopo
l’unica via.

 

Il linguaggio del sogno visto dall’Eterno ritorno dell’uguale

Mio fratello il 30 ottobre 2013, ore 6.36, ha fatto un sogno.
“La nostra famiglia si era data appuntamento a Este, nella vecchia casa di quando eravamo giovani; io e te siamo arrivati di buona mattina con mogli e figli; abbiamo bussato e dopo poco è venuta ad aprire (mi sembra) la mamma. Siamo entrati e abbiamo salutato il babbo, le due sorelle e c’erano anche altri che non ho ben focalizzato. Loro erano arrivati, non so da dove, la sera prima, e quando abbiamo bussato alla porta stavano ancora dormendo. È stato un incontro molto bello, ma normale, come se non ci vedessimo solo da qualche settimana. Mi sono svegliato ed era ancora buio, ma mi è parso che stessi sorridendo”.
Ed ecco l’interpretazione che risulta dopo che la via dell’Eterno ritorno dell’uguale è stata completata e aperta.

Chi ci ha seguito anche soltanto saltuariamente ricorderà che il cammino che ha portato all’Eterno ritorno dell’uguale comincia da una chiesetta montana, incontrata durante una gita, e da un poemetto intitolato La chiesetta sperduta che ha per incipit:
“Luogo di raccolta nella chiesetta sperduta. Si arriva da un lungo sentiero, ma nessuno sa quando arriva. Incontrando l’altro che sta per entrare si guarda, ma non lo conosciamo. S’attende persona lontana, ma invano, e si dovrà ripartire. Non capita mai che l’uno s’incontri con l’altra che una volta ha lasciato, ma forse si spera…”.
Una chiesetta  che dopo il suo ritrovamento è diventata luogo perenne di incontri, perché punto di riferimento di quelli che arrivano dal Mondo e di quelli invece dall’Essere, come fosse un posto di frontiera, e a suo modo lo è. La perennità è sancita da questa duplice provenienza dei partecipanti alla riunione: dalla parte del tempo e da quella dell’eternità, e chi entra ricorda che è già stato.
Invece nel sogno il luogo di appuntamento cambia aspetto: non è la chiesetta montana ma la casa che ci vide bambini, adolescenti, adulti, prima di migrare per motivi di studio, di lavoro, o per formare una famiglia, in altri paesi e città. Che ci siano tanti luoghi di appuntamento è però ormai cosa nota. La chiesetta di Grea è quello di un amore, per ritrovare quell’amore. La casa di Este quello della famiglia e fanciullezza. Ma poi ognuno ha il suo e ci sono luoghi comuni che suscitano il ricordo e il ritorno: monumenti, opere d’arte, aspetti della terra e del cielo che portano il sigillo di una poesia e di un canto (vedi in Coincidenze, L’infinito di Leopardi).

Appuntamento di “vivi” e di “morti”, dunque, nella vecchia casa di Este. Vivi ancora io e mio fratello e le rispettive famiglie. Morti la mamma, il babbo, la sorella maggiore, la sorella minore. Ma di quest’ultima, che mio fratello mette fra i morti, non sappiamo se è ancora di questo mondo o se l’ha lasciato, perché da molto non abbiamo più sue notizie. Potrebbe non esserci più e in tal caso la sua collocazione sarebbe quella del sogno, ma potrebbe star lì solo perché si ignora la sua sorte. Si tratterà di indagare: il sogno in questo caso è anche invito a sapere.
Nel sogno ci sono diversità tra i “vivi” e i “morti” circa i luoghi da cui giungono e i tempi dell’arrivo. I vivi dalla notte; arrivano di “buon mattino”, quindi hanno viaggiato di notte. I morti invece sono arrivati la sera prima, perciò provenivano dal giorno. Perché queste differenze? La via dell’eterno ritorno dell’uguale aperta da poco e percorsa ha in sé le risposte, ma per la parte che va dalle apparenze all’Essere molto possiamo sapere anche dal viaggio di Parmenide, avvenuto circa venticinque secoli fa (vedi Le cinque vie di Parmenide).
Anche lui, come i vivi del sogno, ha compiuto il viaggio notturno fino alla “Porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno”, che si trova sul confine fra le apparenze e l’Essere, dove ora per noi c’è il luogo d’appuntamento perenne. E lui ci ha detto  come sono le apparenze e com’è l’Essere, come si arriva in quell’osservatorio che guarda di qua e di là del confine e chi gli ha aperto per lasciarlo passare: una Dea che aveva la chiave. E noi ora conosciamo la strada che lui ha descritto. Ai suoi tempi non appariva ancora come andata e ritorno, o non si sapeva, ma ora che è stata completata e la sua fine coincide con l’inizio è palesemente un circolo. È la rotonda via dell’Eterno ritorno dell’uguale.
I “morti” invece erano già nella casa. “Erano arrivati, non so da dove, la sera prima” , dice il sognatore, “e quando abbiamo bussato alla porta stavano ancora dormendo”, ad eccezione di uno di essi, quello che apre la porta: la mamma.
Qui il sogno non mostra o non suggerisce da dove i morti sono giunti la sera prima. Perché? Inoltre,  perché nell’ora dell’appuntamento stanno ancora dormendo? A cui si può aggiungere un’altra domanda: perché è la mamma che va ad aprire?
Proviamo a rispondere.

Se, dunque, Parmenide non ci aiuta più perché lui ha indicata e percorsa la via dei vivi, vale a dire l’andata dalle apparenze all’Essere, mentre ci troviamo ora su quella del ritorno: il ritorno dei “morti” per l’incontro con i “vivi”, il sostegno ci viene invece dal “ritorno” dell’Eterno ritorno dell’uguale” e dagli insegnamenti di Anassimandro e Lao-tzu.
Essi dicono che le “apparenze” arrivano dall’Essere. Il pensiero del primo suona così: “Principio degli esseri è l’ápeiron (ciò che sfugge al numero, alla misura, al limite)… là dove le cose hanno il loro sorgere, ivi è anche il loro venire meno. Esse devono, infatti, fare ammenda ed esser giudicate per la loro ingiustizia, secondo l’ordine del tempo” (Framm. 1).
E Lao-tzu: “Senza nome è il principio del Cielo e della Terra/ quando ha nome è la madre delle diecimila creature” (espressione idiomatica che significa “tutte le creature”, Tao Tê Ching, I, v.5-6).
Però Anassimandro e Lao-tzu dicono che dall’Essere arrivano le apparenze e non i morti, e così affermiamo anche noi nel nostro Eterno ritorno dell’uguale. Non sembra la stessa cosa perciò.
Invece lo è, perché come da veglia a veglia si passa per il sonno, così da vita a vita si passa per la morte, e quindi si arriva dalla morte. Ecco perché i ritornanti si chiamano anche così.
Se i morti arrivano dal misterioso Essere, si spiega il “non so da dove” del sogno: non appare da dove erano arrivati, perché nell’Essere non c’è luogo da dove si parte e dove si arriva – ciò richiede lo spazio e il movimento che non si addicono all’Essere.
Dunque essi erano semplicemente là dove non ci sono distanze da percorrere, vale a dire nell’Essere. Lo abitavano però nella regione di confine, nel cerchio dell’eterno ritorno, dove si sono dati appuntamento, dove l’incontro poteva avvenire, in altre parole nel luogo stabilito; e nell’attesa “dormivano” aspettando che qualcuno li svegliasse. Ma chi li ha portati fino a questo punto?
Li ha portati il Destino che è anche Amore (vedi Le indicazioni del Destino). Ma “il Destino ti riporta sempre nel punto da dove sei partito, ma non ha voce chiara e distinta per avvertirti. Non capita mai come nei viaggi di qui che si sente annunciare: arrivo alla stazione di …, treno in partenza per …, e anche chi dorme si risveglia e scende, oppure si riscuote e continua se non è ancora arrivato. Invece nei viaggi circolari della vita si passa oltre inconsapevolmente e si ripete ancora il giro” (vedi Quarta indicazione).
Così fino ai nostri giorni però, con le eccezioni che si conoscono, o seguendo altre vie della conoscenza: le religioni, i Misteri, la poesia. Ma dopo l’Eterno ritorno dell’uguale non si ritorna solo in questo modo, condotti cioè dalla natura e dal destino, quel che accade normalmente e infaticabilmente in cielo e in terra, ma di qualcosa di nuovo che è stato introdotto sulla scena dalla conoscenza filosofica. Ora c’è collegamento fra vivi e morti, o collegamento fra i due aspetti dello stesso: vivo e morto, ed esso è ben visibile nel sogno: c’era un appuntamento, quindi una data nel tempo, e un luogo preciso nello spazio: la vecchia casa di Este.
Così quel che era stabilito accade: è quel “bussare” dei “vivi”. Sono essi che svegliano i “morti”, che li riportano sulla scena dove c’è lo spazio, il tempo, il movimento, il mutamento.
Poi l’epilogo: “Un incontro molto bello, ma normale, come se non ci vedessimo solo da qualche settimana”, perché nel luogo di ritrovo a confine fra il tempo e l’eternità, il tempo non è più tempo e l’eternità non è più eternità, ma stanno assieme e ritornano per le vie dell’eterno ritorno dell’uguale. Come già nel sogno, inconsapevolmente. Poi sapendo di tornare.

In calce al sogno, solo questo cenno: perché è la mamma che va ad aprire? E ci basti per ora questa risposta: perché è lei stessa la Porta, e come la Dea di Parmenide apre e chiude la Porta del Destino.

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