La vita e il teatro

Una ribalta la vita
dell’uomo sulla terra,
da cui è nata la commedia,
farsa, dramma,
favola, tragedia…
per saperne di più
della vita dell’uomo
sulla terra.

Johann Heinrich Füssli, Lady Macbeth riceve i Pugnali (1812)

Johann Heinrich Füssli, Lady Macbeth riceve i pugnali (1812)

Cosa dice il teatro della vita, che la vita da sé non sa perché è nascosto e indecifrabile.

La similitudine e corrispondenza fra la Vita e il Teatro l’hanno espressa Shakespeare e molti altri
. Citiamo il primo: “Tutto il mondo è un palcoscenico, e gli uomini e le donne sono soltanto attori che hanno le loro uscite e le loro entrate, e ognuno nel tempo che gli è dato recita molte parti…” (Come vi piace). Oppure: “La vita non è che un’ombra in cammino; un povero attore, che si agita e si pavoneggia per un’ora sul palcoscenico e del quale poi non si sa più nulla. È un racconto narrato da un idiota, pieno di strepito e di furore, e senza alcun significato” (Macbeth).
In questo confronto fra Vita e Teatro, però, ne sa di più il Teatro, cioè ha risposte per molte cose e aspetti che la Vita non ha. Ecco le differenze.

− Nel Teatro si esce alla ribalta da una quinta, che divide il retro nascosto dalla scena illuminata e aperta, e perciò chi esce sa da dove arriva. Per entrare nella Vita, invece, si esce da una donna, ma l’uscente nel suo io non sa da dove viene.
− Chi entra nella scena ha una parte da recitare, da comparsa o da attore, che ben conosce. Chi entra nella vita, invece, non ha una parte o trova soltanto indizi, indicazioni, avvertimenti, consigli, insegnamenti.
− L’attore o comparsa del Teatro, alla fine del suo compito, ritorna là da dove è arrivato e conosce la strada e il luogo. Si può dire perciò che sa dove va. Nella Vita questo non accade: non appare la strada, non si ritorna nello stesso luogo da cui si è giunti, e perciò si dice: non sappiamo dove si va.
− Nel Teatro si ritorna, a volte spesso, nella stessa scena, a recitare ancora, o a ripetere la parte. Nella Vita, invece, attori e comparse, dopo la prima apparizione, non entrano più in scena o almeno così si crede.
− Nella Vita, come non si sa quando si è gettati alla ribalta, così non si conosce il tempo di quando si viene tolti, e perciò anche la parte scelta può non essere recitata o solo in parte, o appena balbettata. E può non essere quella ma solo improvvisazione, un modo di apparire. Nel Teatro, invece, ciò non accade, o solo per fatti imprevisti, perché l’attore conosce il testo, i tempi, i luoghi, i modi.
− Nella Vita non si conosce tutta la trama ma ognuno la parte che gli tocca, o soltanto “si agita e pavoneggia”, o è manovrato da altri che hanno in comune la stessa sorte. Nel teatro la parte svolta ognuno la conosce a memoria e i più coinvolti anche tutto il testo. E se non ricordano o sbagliano interviene il suggeritore.
− Nel Teatro si conosce l’autore dell’opera che viene rappresentata. Nella Vita l’autore per molti non c’è, per altri è nascosto o sconosciuto, e nessuno l’ha visto se non per simboli e immagini.

Dunque, tante cose il Teatro ha e conosce che la Vita ignora, e quel di più che ha scoperto è opera di tante arti e discipline. Tutto ciò conduce ad affermare che esso è espressione avanzata della Vita, di quel che altrimenti è nascosto o indecifrabile. In tal senso si può anche dire che il Teatro è Vita che emerge dall’oscurità, simile a un torrente che sbocca dalla terra e scorre nell’aperto.
Eppure il Teatro sembrava finora soltanto un simbolo, o una metafora, o un modellodella Vita, che nulla aggiungeva o toglieva, ma solo la manifestava in tanti modi e aspetti, e ciò è stato per millenni. Finché la filosofia non è arrivata all’eterno ritorno dell’uguale (vedi Nietzsche e l’uscita dal cerchio dell’eterno ritorno dell’uguale), che è il risultato raggiunto dopo un cammino di venticinque secoli nella luce della ragione. Con l’eterno ritorno dell’uguale diventa manifesto nella Vita ciò che il Teatro ha intuito ed espresso dalla tragedia greca fino ai nostri giorni. A sua volta il Teatro, dopo l’eterno ritorno dell’uguale, si illumina di luce filosofica.
Ecco perciò la natura e l’aspetto dei due dopo questi eventi.

Nella Vita c’è un aumento di visione e appaiono cose e luoghi che prima erano invisibili o nascosti, e quel che appare è come nel Teatro, disposto nello stesso modo.
C’è il passaggio (la quinta del Teatro), che Parmenide ha chiamato “Porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno”.
C’è lo spazio della manifestazione (la scena del Teatro), vale a dire il Mondo, dove ci svegliamo ogni mattina e dove si entra quando si nasce.
C’è la metà nascosta (il dietro le quinte), dove è “tutto raccolto”, “tutto in una volta”, ciò che poi nel Mondo si agita e distende (vedi La metà nascosta).
C’è il vivente che entra nel Mondo come attore o protagonista, conosce la parte che gli è assegnata e la recita o va a ripetere quella che gli piace, poi esce dalla scena e sa cosa ancora l’aspetta e quando deve ritornare, o diventa spettatore. Prima era “gettato” e “tolto” e la Vita era una rappresentazione senza il testo e senza l’autore.
In altre parole la Vita riceve dal Teatro la sua stessa predisposizione e quel che esso ha intuito ed espresso dal suo inizio fino ai nostri giorni.
E diventa il Teatro dell’eterno che ritorna.

E il Teatro, come muta nella luce filosofica che lo illumina?
Esso ha dato visibilità e presenza a strutture esistenti ma nascoste della Vita prima che la luce della filosofia le illuminasse, ha cioè prodotto per essa quel che altrimenti non sarebbe venuto alla ribalta, ma ora che i due sono uno solo, non ci sono differenze fra chi recita nel Teatro e chi svolge invece la sua parte nella Vita.
Il Teatro ha anticipato la Vita in molti suoi aspetti, ed ora che glieli ha trasmessi, l’uno e l’altra sono “lo stesso”. Perciò il suo cielo è anche lo stellato delle notti sulla terra, le sue scene le pianure, i monti e i mari.
L’eterno ritorno dell’uguale è l’attore che ritorna a recitare, lo stesso attore e non solo la stessa parte. La quinta del teatro è anche Porta, l’una e l’altra sono “lo stesso”.
Fuori dalle quinte e dietro le quinte non sono due posti diversi, ma si completano a vicenda, dall’uno nasce l’altro, come dalla notte il giorno e viceversa, e insieme sono il giro dell’eterno ritorno.
L’ eterno ritorno dell’uguale è la rappresentazione che va in scena nel teatro che si chiama Mondo e il suo cielo sono le notti stellate, i suoi paesaggi la terra, i luoghi dell’interpretazione quelli che abbiamo già vissuti, o altri se ci piacerà di cambiare.

Fare della Vita un Teatro dove si rappresenta l’eterno ritorno dell’uguale è ciò che è capitato in questo blog, e c’è tutto, come nel Teatro. C’è anche la rappresentazione prediletta: le montagne del Cadore, la chiesetta di Grea, un amore, meravigliose immagini, i tempi e gli aspetti di quella recitazione eterna.

2 Risposte to “La vita e il teatro”

  1. biante Says:

    Gentile Wilmo, la seguo, ormai da anni, perché penso che “l’esperienza” da lei raccontata, sia tra le più interessanti che il panorama filosofico contemporaneo sia stato in grado di esprimere. Detto questo, sono rimasto sorpreso dalla lettura di questo post, dove lei, tra le altre cose, afferma: C’è il vivente che entra nel Mondo come attore o protagonista, conosce la parte che gli è assegnata e la recita o va a ripetere quella che gli piace, poi esce dalla scena e sa cosa ancora l’aspetta e quando deve ritornare, o diventa spettatore.
    Non riesco ad immaginare la possibilità che si possa arrivare ad un tale livello di conoscenza e meno ancora, la possibilità, dopo essere usciti di scena, di conoscere cosa ci aspetta e quando si dovrà/potrà ritornare. Non ritengo possibile spingerci oltre confini invalicabili, a meno che lei non sia in grado di esplicitare questi concetti in modo chiaro e distinto.

  2. wilmo e franco boraso Says:

    Il risultato della filosofia, alla fine del cammino durato più di venticinque secoli, è l’ Eterno ritorno dell’uguale.
    Eterno ritorno dell’uguale è la via e il viaggiatore. La via parte dall’Essere (l’Essere di Parmenide), e seguendo la filosofia lungo il suo sviluppo da Socrate fino ai nostri giorni, dopo aver percorso il mondo delle apparenze, arriva all’Essere, cioè al punto di partenza: il ritorno a Parmenide dei nostri giorni (vedi Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica). E’ possibile a questo punto a chi conosce il cammino ritornare. Chi ritorna è l’ Io o il Sé della filosofia, vale a dire la parte eterna, immutabile, immobile dell’uomo, quella che è arrivata a manifestazione lungo il percorso specialmente nel tratto che va da Cartesio a Hegel.

    Per ripercorrere la via dall’Essere alle apparenze è necessario un corpo e ad esso provvede per ora la natura; poi sarà la scienza, il braccio della filosofia.

    Se si ritorna, questo può accadere perché si è già stati e perciò si può anche programmare il ritorno. Ecco, allora, che diventa plausibile quel che è scritto nel post: “C’è il vivente che rientra nel mondo come attore o protagonista, conosce la parte che gli è assegnata e la recita o va a ripetere quella che gli piace, poi esce dalla scena e sa cosa ancora l’aspetta e quando deve ritornare, o diventa spettatore”.

    Ciò che è sempre accaduto d’altronde – vedi gli innumerevoli casi di metempsicosi, fra cui molti esposti anche nel blog e il blog stesso è di tal natura. Ma fin presso ai nostri giorni la via dell’eterno ritorno non era segnalata e illuminata su tutto il percorso, né c’erano conoscenze ed esperienze sufficienti per superare ad occhi aperti e mente sveglia il confine che divide le apparenze dall’Essere. Ma ora tutto ciò è avvenuto, la via è aperta e si può andare per essa dall’inizio fino alla fine che coincide con l’inizio.

    P.S.
    Lei ha scritto: “Non ritengo possibile spingerci oltre confini invalicabili”. Ma l’eterno ritorno dell’uguale è soprattutto questo: il superamento dei confini, quelli fra il mondo delle apparenze e l’Essere. I due modi sono stati il ponte sull’Abisso e la scoperta del segreto della Porta, raccontati nel blog, che lei certamente ricorderà.

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