Lo stratagemma

Edgar Degas, Mademoiselle La La al Circo Fernando (1879)

Edgar Degas, Mademoiselle La La al Circo Fernando (1879)

Eri gettato e tolto,
ora arrivi e parti.

Queste cose le abbiamo già scritte, ma qui le ripetiamo raccolte in un punto: il punto di passaggio fra l’uomo e l’oltreuomo.
Dopo il Giorno della filosofia che va da Socrate a Hegel, e il suo Tramonto, che comincia con Schopenhauer, Nietzsche è stato il primo filosofo che è arrivato sulla sponda dell’Abisso e ha previsto il suo superamento. Il pensiero che esprime tutto ciò si trova nel libro Così parlò Zarathustra, “Prologo di Zarathustra, 4” e suona così:

“L’uomo è un cavo tra la bestia e l’oltreuomo – un cavo sopra l’Abisso”.
Dopo Nietzsche sono arrivati presso quel limite anche altri, o forse due soli in modo cosciente, perché l’Abisso è il baratro della morte, e da trasportati fino a esso e in esso ci arriviamo tutti. I due sono Martin Heidegger e Ernst Jünger. Con loro l’Abisso prende nome: Mezzanotte o linea di Mezzanotte, e questi nomi lo svelano in tanta parte. Esso è la fine del Giorno della filosofia cominciato venticinque secoli prima.

Ecco cosa è capitato dopo tanti secoli di cammino sulla terra e nel pensiero.
Siamo giunti sulla sponda di qua dell’Abisso e l’Occidente è lì fermo e s’accalca.
Sulla sponda di qua finisce l’uomo, di là comincia l’oltreuomo.
Dalla posizione raggiunta si pensa, si sogna, si progetta, si prevede, si discute. Che cosa? Come passare, chi è l’oltreuomo, cosa cambia rispetto a ciò che siamo ora.
Ecco alcune espressioni di quei tentativi.

Ha detto Nietzsche: “Io vi insegno l’oltreuomo. L’uomo è qualcosa che deve essere superato. Che avete fatto per superarlo? Tutti gli esseri hanno creato qualcosa al di sopra di sé e voi volete essere il riflusso in questa grande marea e retrocedere alla bestia piuttosto che superare l’uomo? Che cos’è per l’uomo la scimmia? Un ghigno o una vergogna dolorosa. E questo appunto ha da essere l’uomo per l’oltreuomo: un ghigno o una dolorosa vergogna.” (Nietzsche, Così parlò Zarathustra)

Ha detto Heidegger: “Non c’è un ponte che conduca dalla scienza (il pensiero calcolante della ‘ragione’ occidentale) al pensiero (il pensiero che rinunciando ad ogni finalità ‘costruttiva’ si pone come risposta ad una chiamata, quella dell’essere). L’unico passaggio possibile è il salto. Il luogo dove questo salto ci conduce non è solo l’altro lato dell’abisso, ma una regione totalmente diversa” (Martin Heidegger, Was heisst Denchen?, 61, II, 6).
E: “Il salto, a differenza del cammino (d’ogni cammino dell’Occidente, scientifico, filosofico, poetico…) porta il pensiero, senza ponti, cioè senza che vi sia un procedere continuo, in un altro ambito e in un’altra maniera di dire” (Martin Heidegger, Weise des Sagens, 63, 95).
Ambito che Heidegger suscita, ma come un fantasma, o come una possibilità remota. Per cui il salto, in questo tipo d’impresa che si andava a incominciare, dove l’aldilà era ignoto e il Passaggio pure, assomigliava a un tentativo disperato, come quando si è di fronte a un abisso che non si può evitare e si è spinti inesorabilmente dalla distruzione che avanza alle spalle. Ed allora il salto, appunto.

Per Jünger non era sufficiente una normale evoluzione, “conta piuttosto la metamorfosi nel senso di Ovidio, la mutazione nel senso dei contemporanei”. Poi ha cercato la soluzione alla maniera degli eroi antichi, offrendo il petto al nemico da combattente qual era: “Dovremmo perciò farci carico di quest’accusa [di nichilismo], anziché attardarci fra coloro che sono incessantemente alla ricerca di colpevoli. Chi non ha sperimentato su di sé l’enorme potenza del niente e non ne ha subito la tentazione, conosce ben poco la nostra epoca. Il proprio petto: qui sta, come un tempo nella Tebaide, il centro d’ogni deserto e rovina. Qui ognuno, di qualunque condizione e rango, conduce da solo e in prima persona la sua lotta, e con la sua vittoria il mondo cambia. Se egli ha la meglio, il niente si ritirerà in se stesso, abbandonando sulla riva i tesori che le sue onde avevano sommerso. Essi compenseranno i sacrifici” (Ernst Jünger, Martin Heidegger, Oltre la linea).

Ma sogni, idee, previsioni, progetti, discussioni, non sono bastati a superare l’Abisso.
Però qualcosa ormai aleggiava e non poteva rimanere confinata nell’Iperuranio. Era troppo importante per il mondo delle apparenze: si trattava di manifestare in esso l’eterno in modo non soltanto ideale. E perché ciò avvenisse, intuizioni e visioni dovevano diventare idee chiare e distinte.
Si doveva capire il perché del ritorno alle origini iniziato un secolo prima specialmente da parte dei filologi, che hanno preceduto il cammino in avanti dei filosofi.
Si doveva sapere senza ombra di dubbio che tutto il cammino era circolare e chi va per esso ad occhi aperti si accorge di finire nell’inizio.
Si doveva soprattutto ricorrere a uno STRATAGEMMA per superare l’Abisso, quello che abbiamo raccontato nel libro Compendio, il cammino misterioso che attraversa il sonno, l’inconscio e la morte e in altri post e che qui riportiamo per comodità di chi legge. Ecco un estratto di quella descrizione:
“Il mio cammino solitario nella Notte è cominciato dal Tramonto, ma sapendo in qualche modo che l’ultimo campo base era quello dove erano giunti prima di me Nietzsche, Heidegger, Jünger, – e forse qualche altro, di cui non so dire però, perché ho trovato notizie solo di questi tre. O molte informazioni le ho ricevute da personaggi del nichilismo, da chi, dunque, è entrato nella Tenebra e l’ha descritta e in qualche modo anche affrontata, ma non mi risulta che qualcuno sia arrivato in posizione più avanzata dei tre che ho nominato. Ragion per cui posso ora fissare quale partenza per l’ultima tappa la “linea di Mezzanotte”.
Quella, dunque, che sicuramente Nietzsche ha visto assieme agli altri, ma che neppure lui è riuscito ad oltrepassare. O l’ha fatto solo in sogno, con un’immagine vicina al Risveglio. Quella del giovane pastore che morde il serpente che s’era infilato nella sua bocca e gli stacca la testa e la sputa lontano; e da morente che era s’alza in piedi, “non più pastore, non più uomo, – un trasformato, un circonfuso di luce, che rideva! Mai prima al mondo aveva riso un uomo così, come lui rise”.
Questa è stata la nascita dell’oltreuomo, percepita nei modi del sogno.
“Se io dico che son partito da presso la Mezzanotte dove erano giunti gli ultimi grandi del pensiero occidentale, lo dico solo ora. Non lo sapevo nel tempo che, ancora giovane, mi son messo in quell’impresa. Non in modo conscio, almeno. Allora è chiaro: non sono partito come un comprimario, ma come uno sherpa. C’era da salvare la vita, soprattutto ciò che di essa non si vuol perdere, perché in definitiva di ciò sempre si tratta in tal genere d’avventure, − e la salvezza dipendeva dal superamento della linea dove disperatamente e tragicamente s’erano bloccati i titolari della spedizione, uomini illustri di cui io però allora non conoscevo neppure i nomi – e perciò via da solo, io il nativo di quelle cime e abissi, a tentare il vuoto più grande che s’apriva aldilà della sponda raggiunta”.
L’Abisso è come un immenso alveo che dal Tramonto va fino all’Alba del Giorno dopo e al centro c’è la fenditura senza fondo, quella che è stata chiamata anche Mezzanotte, insuperabile con i mezzi e le notizie allora a disposizione. Un alveo che Jünger ha chiamato “terra selvaggia”, “bosco”, “casa della morte, sede del pericolo di annientamento” e Heidegger “linea zero”, “linea critica”.

Ma ecco come sono arrivato a valicare quel “senza fondo”. Esisteva, dunque, la Via del Giorno, vale a dire il semicerchio costruito e percorso dalla filosofia in più di venticinque secoli, che come un immenso arcobaleno collega l’Aurora con il Tramonto ed io in quel giro mi son messo rivolto all’Aurora, quindi tornando idealmente indietro, come hanno fatto prima di me filologi e filosofi famosi. Ma nello stesso tempo andavo avanti inoltrandomi sempre più nella Notte, e il doppio percorso m’è riuscito perché, come un ragno al suo filo, mi tenevo appeso ad una corda fissata sull’arcata in alto ma in modo che scorresse, e seguivo il pensiero in quel suo movimento. In tal modo quando sono arrivato a Mezzogiorno, sotto era Mezzanotte, il centro dell’Abisso, e perciò lo superavo passandoci sopra. E quando sono giunto all’Alba di venticinque secoli fa c’era la fine della Notte in corrispondenza. Ma a quel punto sono diventati indistinguibili fine della Notte e Alba del nuovo Giorno.
Ecco perciò com’è andata: un lavoro di ragno che si è lasciato dondolare nel vento nell’attesa del soffio più forte delle correnti circolari. Solo un vincere l’Abisso approfittando degli eterni ritorni, della ruota che gira: non è evidente che essa continua a girare anche se ci sono punti morti per i singoli! Un vincere la morte ruotando nella giostra della vita, perciò; opera di trapezista ora che è fatta, ora che la seconda corda che tenevo in mano e che lasciavo pendere nel vuoto è stata tirata, che un minimo di protezione è stato inventato. C’era comunicabilità fra i rotanti cieli, dunque, e se si dispone della chiave si può passare dall’uno all’altro; o tenersi aggrappati ad uno per muoversi anche sull’altro, come stavo facendo io, insomma.
Solo in questo modo, con questo metodo, l’Abisso poteva essere superato e così è stato. Ora l’uomo è al di là. Si tratta per ora solo di un’opera d’avanguardia, ma come sempre accade molti altri seguiranno.
Giunti a questo punto, chi è l’oltreuomo? È l’uomo dell’eterno ritorno dell’uguale, ora che la via circolare è stata completata, illuminata e segnalata.

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