Perplessità

Paul Jlee, eros (1923)

Paul Klee, Eros (1923)

Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer comincia così: “Il mondo è una rappresentazione. L’uomo che confessa questa verità sa chiaramente di non conoscere un sole né una terra, ma solo occhi che vedono un sole e una mano che sente il contatto di una terra”.
Pensiero che, ha detto Borges nel suo Altre inquisizioni, rende il suo autore “creditore dell’imperitura perplessità di tutti gli uomini”, perché per “l’idealista Schopenhauer gli occhi e la mano dell’uomo sono meno illusori o apparenti che la terra e il sole”.
Infatti non è così per Berkeley, che ha scritto: “Tutti ammetteranno che né i nostri pensieri né le nostre passioni né le idee formate dalla nostra immaginazione esistono senza la mente. Non meno chiaro è per me che le diverse sensazioni, o idee impresse nei sensi, in qualunque modo si combinino (cioè, qualunque sia l’oggetto che formano), non possono esistere se non in una mente che le percepisca… Affermo che questo tavolo esiste; vale a dire lo vedo e lo tocco. Se, stando fuori del mio studio, affermo la stessa cosa, voglio dire soltanto che se stessi qui lo percepirei, o che lo percepisce qualche altro spirito… Parlare dell’esistenza assoluta di cose inanimate, senza relazione col fatto che esse siano o no percepite, è per me insensato. Il loro esse est percipi; non è possibile che esistano fuori delle menti che le percepiscono” (Principi della Natura umana, 3).
E aveva così ribadito: “Ci sono verità così chiare che per vederle basta aprire gli occhi: una di esse è l’importante verità: tutto il coro del cielo e quanto è sulla terra – tutti i corpi che compongono la poderosa fabbrica dell’universo – non esistono fuori di una mente; non hanno altro essere che l’essere percepiti; non esistono quando non li pensiamo, o esistono solo nella mente di uno Spirito Eterno” (ibidem, 6).

Qui c’è la mente prima di tutto e non occhi e mano che sono corpi anch’essi come terra e sole, cose della rappresentazione che richiedono il soggetto per apparire. Non c’è perciò differenza fra occhi, mano, terra e sole, ma tutti e quattro sono perché sono percepiti.
D’altronde Schopenhauer stesso dissentiva da Kant quando si è trovato a leggere l’inizio della Critica della ragion pura, prima edizione, quella che recita così: “Che ogni nostra conoscenza inizi con l’esperienza, su ciò non sussiste alcun dubbio; da che, infatti, la nostra facoltà conoscitiva sarebbe stimolata al suo esercizio, se ciò non avvenisse per mezzo degli oggetti che colpiscono i nostri sensi, e, per un verso, danno origine da sé a rappresentazioni, per un altro, muovono l’attività del nostro intelletto a paragonare queste rappresentazioni, a riunirle e separarle, e ad elaborare per tal modo la materia greggia delle impressioni sensibili per giungere a quella conoscenza degli oggetti, che chiamasi esperienza?” (pp 39-40, Laterza).
E ha invece esultato quando si è trovato di fronte all’altra edizione, che affermava il contrario: “L’esperienza è senza dubbio il primo prodotto che il nostro intelletto produce”. Così il suo giubilo: “Vidi allora, con mia gran gioia, svanire tutte quelle contraddizioni e trovai che Kant, anche se non usa la formula nessun oggetto senza soggetto, tuttavia con la stessa determinazione di Berkeley e mia, spiega il mondo esteriore che giace nello spazio e nel tempo come mera rappresentazione del soggetto conoscente”(Die Welt als Wille und Vorstellung, II, pag. 534).

Mente prima di ogni cosa, dunque, anche del cervello che è solo il mezzo fra la mente e le cose, che diventano tali solo quando sono colte ed elaborate, come vuole ogni perfetto idealista.
Mente che è sinonimo o appellativo di Essere, come Pensiero, Intelletto, Ragione, mentre le cose, compreso il cervello, sono le vestite e addobbate con gli abiti di scena e portate alla ribalta nella luce da cotanto autore.
Ma, allora, perché non porre la parola mente al posto di occhi e mano? Che cosa glielo ha impedito? Semplice la risposta se guardiamo allo svolgersi della via filosofica ora che essa è un cerchio che si è chiuso, ora che c’è anche il cammino nella notte e la fine coincide con l’inizio. Ma ai tempi di Schopenhauer ciò non era ancora dato. Solo da poco Hegel aveva posto fine alla filosofia del Giorno, gli dèi di Hölderlin erano fuggiti nella “Notte santa” e Novalis aveva composto gli Inni alla notte. Perciò, per davvero, la via filosofica appariva solo fino al Tramonto, anche se c’erano indicazioni, previsioni, progetti per la sua continuazione nella Notte.
Insomma l’Essere non c’era più, era tramontato, e non si poteva più indicarlo, esporlo, metterlo a fondamento del mondo. Poi l’inizio dell’oscurità e la continuazione nel Buio sempre più fondo fino alla cieca Volontà. Essa è la Notte dove prima c’era il Giorno. È il non-Essere dove prima c’era l’Essere. Perché “essere e non-essere si danno nascita fra loro” (Tao Tê Ching, a cura di Fausto Tomassini, Tea edizioni, capitolo II, v. 7).

L’inizio del cammino nella Notte ha significato anche il collegamento della filosofia con il pensiero dell’Oriente e la scoperta dell’inconscio. Del primo aspetto sono note le vaste scorribande di Schopenhauer nei testi sacri dell’India e della Cina, un modo iniziale di entrare in quell’immenso territorio della mente, mentre la scoperta dell’inconscio gli è stata riconosciuta da Freud stesso, il padre della psicanalisi che verrà dopo di lui.
Poi sempre più nel Buio, fino alla perdizione se l’Occidente non arriverà alla fine del cammino dove c’è la coincidenza degli opposti, il superamento dell’Abisso, “la Porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno”. Se non ci sarà uscita in un altro Giorno.
Finora solo una piccola avanguardia ha raggiunto le nuove spiagge della luce uscendo dal pelago tenebroso.

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