Tutto ritorna e sempre

Alexander Rodchenko, LInearism (1920)

Alexander Rodchenko, Linearism (1920)

 

Io non accetto supinamente
la dolorosa e triste sorte dei mortali
e ho combattuto e combatto la morte
e il tempo lineare che l’accompagna:
lo scavafosse io lo chiamo.
Il risultato finora è l’idea
dell’Eterno ritorno dello stesso
e già c’è la strada illuminata e segnalata
che porta ad esso.

 
 

Tutto ritorna e sempre. Di questi giri completi e ripetuti ne conosciamo molti: quelli della terra, della luna, delle costellazioni, delle stagioni, delle piante, degli animali …
Ma di uno non abbiamo una visione completa, né chiara e distinta: quello del nostro Io o Sé, o anima, o mente; per cui si dice: “Non sappiamo da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo”. Per cui di ogni uomo si afferma: “ è nato il … ed è morto il …”, le due date che segnano il suo breve cammino sulla scena del mondo e che riportate ora sull’intera via circolare segnano un piccolo arco di essa, che ai più sembra la parte di una retta: il tempo lineare di cui sempre si parla.
Ebbene, è proprio il nostro giro – il tratto conosciuto dalla nascita alla morte e quello sconosciuto –, che abbiamo indagato e manifestato in La via d’uscita dal nichilismo. Risultato: l’Eterno ritorno è diventato Eterno ritorno dello stesso. Il segmento o arco della vita cosciente d’ognuno, dopo la scoperta di tutta la via, è diventato un cerchio dove la fine e l’inizio sono insieme raccolti, sono lo stesso, e perciò si ricomincia, sapendo che è un ritorno, andando dove si vuole o dove ci porta il cuore.
La rotonda via ora si chiama anche Via filosofica, perché quel che l’illumina e indica è la filosofia, dal suo inizio fino ai nostri giorni.
Nell’eterno giro, lo stesso che ritorna  sa perché. È come quando ci si sveglia al mattino dal sonno della notte e si riprende dalla memoria del giorno prima, da ciò che era rimasto in sospeso, a cercare, rivedere, riconoscere, completare, e da antiche memorie. Perché nulla di ciò che è stato può non esserci più, perché anche le apparenze sono eterne nel loro eterno ritornare.
Così io andrò alla ricerca di mia moglie che è morta. La troverò dove ci siamo detti di cercare.  L’aspetterò nella piccola stazione ferroviaria dove siamo arrivati un giorno lontano e da cui è incominciata l’avventura. O la cercherò nel paese vicino dove abbiamo soggiornato la prima volta. O in quelli dove siamo nati e dove abbiamo vissuto. O guarderò se è nei boschi e sui prati in fiore di cui conosco i limiti ed i pendii.
O l’aspetterò nella chiesetta, che  è il centro della ricerca, è visibile da tutta la valle e come un faro getta la sua luce fin sulle terre del Signore.
E un giorno la troverò, come già è capitato, ed è molto più facile che accada questa volta perché si conosce tutto il percorso e perciò tutto avverrà per Amore e non per caso.
In questo sviluppo della conoscenza volta ad illuminare e segnalare l’intero cammino umano nel suo Cielo eterno, il primo attore è l’Io. Io è pronome antico, mentre quello che qui intendiamo è formazione piuttosto recente. È l’Io che è spuntato con la filosofia moderna con il nome di Io penso (Cartesio), è diventato Io trascendentale con Kant, Io assoluto con Schelling, Fichte, Hegel; e ha raggiunto il titolo di , unità di conscio e inconscio, con Yung. È lui che ora sa di sé stesso fino a tal punto.
Si è trattato, in altre parole, di dar vita ad un Io capace di percorrere anche la parte a Notte della vicenda umana (vedi La via dell’eterno ritorno dello stesso). È lui l’attore dell’eterno giro che è cresciuto fino a percorrerlo tutto, valicando l’Abisso, scoprendo il segreto della Porta che s’apre e chiude e lascia passare dalle apparenze all’Essere e dall’Essere alle apparenze . È lui che è arrivato fino alla fine ad occhi aperti, illuminando e segnalando la via che ha percorso.

Ed ora c’è attesa in me per quanto dovrà avvenire o è già in corso, attesa di andare dall’altra parte dove le cose sono ma non appaiono, per riportarle alla visione  e alla distinzione, per riportare alla luce ciò che è già stato, la parte più bella, quella che si vuole rivedere.
Perciò spesso mi dico che devo andare, che quel che mi trattiene è minore di ciò che mi aspetta. Ma per uscire dal mondo delle apparenze c’è il legame con il corpo da sciogliere e non esiste un modo naturale di staccarsi che ci dispensi dai grandi patimenti che quasi sempre l’accompagnano. A meno che non intervenga la medicina nei modi della “morte assistita”, ciò che sta già avvenendo. Ma la medicina appartiene al mondo delle apparenze e deve fare i conti con le altre: con le leggi vigenti e soprattutto con la morale. Infatti, e ciò che sta accadendo e a questo punto la questione diventa: può l’Io scegliere di staccarsi prima della naturale conclusione da un corpo quando esso diventa simile a una macchina da rottamare e non gli serve più, anzi lo imprigiona e lo tortura?
Sì, se la macchina è del proprietario, no se è di altri – della natura, di Dio. Sì se l’Io è Signore di sé stesso, no se è dipendente o servo.
Questi i fondamenti di un dibattito che è già in corso e su cui, forse, ci soffermeremo ancora anche noi, perché ad esso e alle soluzioni che saranno date siamo direttamente interessati (vedi anche il Testamento biologico).

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