Quattromilacinquecento anni dopo – Seconda parte

Odilon Redon, Il ragno sorridente (1881)

Odilon Redon, Il ragno sorridente (1881)

Tutto è stato coinvolto
nell’impresa di scoprire
la via che collega
vita e morte
e illuminarla e segnalarla.
La Storia dell’uomo:
miti, misteri, religioni,
poesia, filosofia,
sono la narrazione
di quest’avvenimento.

 

Si sa che anche Gilgamesh non ha seguito solo il sole dopo il tramonto, ma anche l’uomo dopo la sua morte. Quest’uomo era Enkidu, compagno inseparabile di Gilgamesh, simile a lui in vigore e valore. Insieme compirono memorabili imprese. Uccisero leoni sui valichi dei monti; sconfissero e decapitarono il gigantesco e mostruoso demone maligno Humbaba, custode della Foresta dei Cedri; immobilizzarono e uccisero il Toro celeste inviato contro di loro da Ishtar, dea dell’amore e della guerra. Ma queste loro imprese sovrumane suscitarono l’invidia e il timore degli dei. Soprattutto l’ultima era un’aperta sfida e perciò gli dei si riunirono a consiglio. Assieme i due eroi erano invincibili, conclusero, e perciò decretarono la morte di uno di loro: Enkidu. Una malattia lo colpì e lo uccise. Gilgamesh si trovò perdutamente solo: “Per sei giorni e sette notti lo pianse e non permise che lo seppellissero, per vedere se il suo amico si fosse levato ai suoi gemiti finché i vermi non gli caddero dal naso”. Allora “penetrano nel suo cuore” l’angoscia e la paura della morte e decise di cercarla e affrontarla a viso aperto, prima che fosse lei ad aggredirlo alle spalle all’improvviso, come aveva fatto con Enkidu.
Un pelago sconfinato era davanti ai suoi occhi quando cominciò la ricerca e il suo centro era “le acque di morte”, uno dei nomi dell’Abisso. Verso di esso Gilgamesh si diresse per conquistare l’immortalità, perché da quando era morto Enkidu anche lui non aveva “più visto la vita” e non voleva essere vinto dalla morte. E perché la sua paura non aveva mai posa egli con frenesia si gettò ad affrontarla: come sempre accade a chi ha coraggio. Riuscì, dopo fatiche sovrumane ad attraversare l’oceano fino alle acque di morte, ma per vincere anche quelle doveva rimanere sveglio per sei giorni e sette notti. Per sei giorni e sette notti, ininterrottamente, doveva valicare ad occhi aperti in entrata e uscita la porta fra la veglia e il sonno, e questo era l’ostacolo da superare. Ma l’impresa non gli riuscì. “Il sonno come una densa nebbia si stese su di lui” fin dalla prima notte. La prova era fallita, il sogno infranto.

Passeranno quattromilacinquecento anni prima che le acque di morte siano di nuovo affrontate e questa volta superate. E non per opera di uno solo, anche se eroe, ma di un’intera civiltà, quella greca, diventata poi Occidente, e con un metodo che si chiama filosofia.
Dai tempi dell’inizio, vale a dire da circa venticinque secoli, la filosofia è stata Aurora, Giorno, Mezzogiorno, Tramonto, Notte, fino alla linea di Mezzanotte. Così in modo manifesto. Poi, nascosta e in tanta parte ancora segreta, è nichilismo, Abisso, attraversamento dell’Abisso, coincidenza degli opposti, Porta d’ingresso e d’uscita.
Per la parte nota, che è nei libri, negli insegnamenti, nelle conversazioni, in tante manifestazioni, si conoscono anche i progettisti e costruttori. Ne citiamo alcuni fra i più celebri. All’inizio Socrate, Platone, Aristotele, e con loro si entra nel Giorno. Poi, il cammino nella luce di Cartesio, Kant, Hegel, e si arriva al Tramonto. Questa è tutta l’illuminazione. L’ingresso nella Notte lo compie soprattutto Schopenhauer. Fino alla linea di Mezzanotte, o linea zero, corrispondente alle acque di morte raggiunte da Gilgamesh, sono sicuramente arrivati, perché ce l’hanno detto e dimostrato, Nietzsche, Heidegger, Jünger. Ma ancora non si passa aldilà. Però ci sono progetti e tentativi:
Per Nietzsche c’è l’oltreuomo. Per pervenire ad esso l’uomo deve compiere un passaggio. Questo passaggio è pensato da Nietzsche come un ponte. Un aspetto dell’oltreuomo è il pastore che con un morso stacca la testa del serpente che s’era infilato in bocca e stava strozzandolo; e così liberato “balzò in piedi. . Non più pastore, non più uomo, – un trasformato, un circonfuso di luce, che rideva. Mai prima al mondo aveva riso così un uomo, come lui rise!”.
Per Heidegger “l’unico passaggio possibile è il salto. Il luogo dove il salto ci conduce non è solo l’altro lato dell’abisso, ma una regione totalmente diversa”. “Il salto, a differenza del cammino (d’ogni cammino dell’Occidente: scientifico, filosofico, poetico…) porta il pensiero, senza ponti, cioè senza che vi sia un procedere continuo, in un altro ambito e in un’altra maniera di dire”. Oltre al salto, Heidegger ha pensato anche ad un lungo sonno cui seguirà il momento improvviso del risveglio.
Per Jünger non era sufficiente una normale evoluzione. “Conta piuttosto la metamorfosi nel senso di Ovidio, la mutazione nel senso dei contemporanei”.

Questi progetti e tentativi di superamento dell’Abisso sono stati preceduti da un ritorno ai presocratici: a Parmenide ed Eraclito soprattutto. Esso è cominciato più di un secolo fa ed è continuato fino ai nostri giorni. Si trattava di percorrere la filosofia del Giorno a ritroso, e arrivare dove si è cominciato. Dove inizia la filosofia, a Socrate, anzi un po’ più in giù: per arrivare alla sapienza da cui la filosofia è nata, quella che suona specialmente nelle parole di Parmenide ed Eraclito.
Pionieri del “ritorno a Parmenide” filologi e filosofi, diventati famosi per quest’opera di riscoperta delle fonti. Fra essi Hermann Diels, Nietzsche, Heidegger, Severino.
Diels ha cercato, raccolto, ordinato tutti i Frammenti dei presocratici. Un’opera immensa. Ha dovuto trovarli in una massa di libri antichi e adoperarsi poi, in un lavoro di comparazione delle fonti e d’attenzione per quelle più attendibili, per scegliere e separare le autentiche dalle spurie. Operazione indispensabile, anche perché alcune di esse erano state manipolate dagli autori che le avevano incluse nei loro scritti per sostenere o corroborare un personale pensiero, che spesso nulla aveva a che fare con quello del sapiente citato. Perciò alla fine l’opera che è risultata, anche per l’immenso lavoro che ha richiesto, è andata ad occupare uno dei posti più alti delle grandi imprese della filologia classica tedesca degli ultimi due secoli.
Nietzsche, partito per quelle lontane plaghe del passato, là giunto si è dedicato alla ricerca con la mentalità del filologo. Come Diels, anche lui lo era davvero. La sua laurea l’aveva conseguita in filologia, un indirizzo e una preparazione non si sa quanto da lui voluti e quanto invece preparati dal destino per il compito che l’attendeva: decifrare quel passato antico in vista di quanto si andava preparando nel presente e nel vicino futuro. Si andava preparando il superamento dell’Abisso e l’arrivo alla fine del viaggio, dove Inizio e Fine coincidono, “sono lo stesso”, e lui è stato uno dei protagonisti dell’impresa.
Opera di filologo e di grande interprete dei sapienti dell’Inizio l’ha svolta anche Heidegger. Là giunto, ha poi dedotto che quel cammino a ritroso non è stato “naturalmente un ritorno ai tempi trascorsi per tentare di restaurarli in una forma artificiosa. Ritorno significa la direzione verso quella località dalla quale la metafisica ha ricavato e continua ad avere la sua provenienza”.
Infine, Emanuele Severino ci ha detto che prima della filosofia si è aperto lo spazio luminoso dove è apparsa e con essa tutto ciò che poi è diventato civiltà greca ed Occidente.

Ma perché questo ritorno all’inizio, cioè alla sapienza da cui la filosofia ha avuto origine?
Perché ormai appariva chiaramente la rotondità del cammino e si stava andando dove si era già stati: dove la Fine coincide con l’Inizio, e si trattava allora di cercare, ricordare, riconoscere, e di usare queste conoscenze per vincere l’Abisso e raggiungere la meta. Ciò che è riuscito agli autori di questo blog. Ecco come.
Giunto sulla sponda dell’Abisso non ho neppure provato a scendere per poi risalire dall’altra parte, perché l’Abisso è senza fondo: ciò significa anche la parola. Perciò ho cercato di passare con uno stratagemma: tornando indietro come già avevano fatto i filologi e filosofi citati, ma appeso con un filo a quella struttura, vale a dire alla Filosofia del Giorno, come un ragno. E ciò anche prima della linea di Mezzanotte, anzi subito dopo la svolta del Tramonto. In questo movimento da funambolo, quando sono arrivato a Mezzogiorno in alto, sotto era Mezzanotte e l’Abisso veniva superato, quando sono giunto all’Alba di venticinque secoli fa c’era la fine della Notte nello stesso punto. Allora sono diventati indistinguibili fine della Notte e Alba del nuovo Giorno.
Ecco, dunque, com’è andata: solo un lavoro di ragno che si lascia dondolare nel vento nell’attesa del soffio più forte delle correnti circolari. Solo un vincere l’Abisso approfittando degli eterni ritorni della ruota che gira: non è evidente che essa continua a girare anche se ci sono punti morti per i singoli! Un vincere la morte ruotando nella giostra della vita, perciò; opera di trapezista ora che è fatta, ora che l’Abisso è stato valicato.
C’è anche un altro aspetto di questo cammino da porre in evidenza, che suona così.
Dunque, mi tenevo appeso all’arcata diurna avanzando verso Levante dopo la svolta del Tramonto, e in tal modo procedevo nella Notte, passo dopo passo, Non mi risulta che prima di me qualcuno abbia camminato contemporaneamente nel passato e nel futuro come ho fatto io, diretto ad un’unica meta, l’Alba, quella vista da Parmenide e quella che avrei riscoperto di lì a poco se riuscivo ad arrivare sano e salvo dall’altra parte: in tempi diversi si, o distinti, o non con la stessa consapevolezza. Io, invece, per l’una e per l’altra arcata nello stesso momento, e sapendo in cuor mio che non era possibile separarle neppure nel pensiero, che non era possibile muovere un passo per una delle due che non fosse anche un eguale avanzamento nell’altra. (Si veda anche La via dell’eterno ritorno dello stesso).

In tal modo sono state superate le “acque di morte” del mito e l’Abisso dell’attuale stato dell’uomo. Così è iniziato l’eterno ritorno dello stesso per un cammino illuminato e segnalato.

3 Risposte to “Quattromilacinquecento anni dopo – Seconda parte”

  1. wilmo e franco boraso Says:

    Nel Il ragno sorridente di Odilon Redon c’è perfetta sincronia fra il
    quadro e il testo che esso illustra, vale a dire c’è perfetta
    sincronia fra l’arte e la filosofia. Ciò potrebbe significare che
    aspetti e momenti dell’avventura esposti in chiave filosofica sono
    entrati anche nella pittura e da essa raccontati nei suoi modi, e non
    è la prima volta che ciò accade in queste pagine.
    Questo è anche il senso dell’introduzione che recita così: “Tutto è
    stato coinvolto/ nell’impresa di scoprire/ la via che collega/ vita e
    morte/ e illuminarla e segnalarla./ La storia dell’uomo:/ miti,
    misteri, religioni, poesia, filosofia,/ sono la narrazione/ di
    quest’avvenimento.”
    Il racconto di Gilgamesh sarebbe a questo punto l’aspetto mitico di
    ciò che è diventata idea chara e distinta.

  2. Reincarnazione ed Eterno ritorno dello stesso | La via d'uscita dal nichilismo Says:

    […] è diventato un cerchio dove la fine coincide con l’inizio, l’Abisso è stato valicato (vedi Quattromila cinquecento anni dopo – Seconda parte), il segreto della Porta svelato. Ora “lo stesso che ritorna” può compiere da solo tutto il […]

  3. Reincarnazione ed Eterno ritorno dello stesso | La via d'uscita dal nichilismo Says:

    […] è diventato un cerchio dove la fine coincide con l’inizio, l’Abisso è stato valicato (vedi Quattromilacinquecento anni dopo – Seconda parte), il segreto della Porta svelato (vedi Compendio. Il cammino misterioso che attraversa il sonno, […]

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