I tempi, i luoghi, le circostanze, di quando la chiesetta è apparsa


Il Destino mi ha dato in visione
una chiesetta misteriosa
luogo d’appuntamento perenne
e un enigmatico piano per trovarla
per non smarrirci ancora
fra le cose effimere e vane,
e io non mi sono tirato indietro.
Ho accettato la sfida del Destino,
ma era quanto anch’io volevo:
scoprire dell’amore il regno eterno.

 

Non so che parte abbia avuto il Destino nella scelta della località montana verso cui siamo partiti, un lontano mattino d’agosto per andare a sposarci: forse nessuna o forse i suoi segni erano ancora illeggibili. Quel che posso dire ora dopo quasi cinquant’anni anni da quel giorno è che il paese dove eravamo diretti non era noto a nessuno di noi due e non c’erano motivi per essere scelto. O forse uno solo, ma molto vago: c’era il treno che portava fin là. Partendo da Padova, siamo giunti a Calalzo dopo circa tre ore di viaggio e abbiamo preso alloggio alla pensione “Il Cavallino” di Pieve di Cadore.
Qualcosa dell’ignoto Destino, ma lo posso affermare solo ora che ho potuto affrancarmi almeno in parte dalla sua cieca necessità, ha cominciato invece a trapelare anche prima che il nostro amore fosse santificato dal matrimonio religioso. Il soggiorno in montagna, prima a Pieve e poi a Calalzo, era diventato più lungo del previsto perché i documenti e i permessi per il matrimonio non arrivavano e in quei giorni d’amore e d’attesa il mio pensiero dominante era questo: se l’amore è eterno – così lo vuole il sentimento –, deve esserci un luogo per esso che lo custodisca per sempre, per poterci ritrovare quando questa vita finirà. Altrimenti si spegne nella morte, e non poteva, io non volevo. Una volontà chiara e precisa che ho manifestato varie volte durante la lunga ricerca del luogo immortale e l’ho espressa anche in forma poetica.

La chiesetta sperduta

Poi un giorno, durante una gita nei dintorni, salendo per sentieri alberati e prati in fiore, abbiamo visto una chiesetta in cima al pendio e ci siamo affrettati a raggiungerla. Aveva il tetto di legno a due falde molto inclinate, i muri di sasso, il portale ad arco acuto in pietra sagomata e le finestre intonate ad esso. Da quel momento è iniziata la ricerca della chiesetta sperduta, perché assieme a quella che avevo da poco visto e raggiunto e che ora toccavo con mano, n’era apparsa un’altra, simile o forse uguale, ed essa era “il luogo d’appuntamento perenne”. Voleva dire che là ci saremmo trovati per sempre, nella prima invece solo per poco: per l’incontro d’amore di questa vita e la ripetizione dello stesso finché essa dura. Varie volte, infatti, siamo ritornati nella chiesetta sopra il pendio, in quei luoghi, in quell’inizio d’eternità, e lo faremo ancora finché sarà possibile.
Poi nell’altra, se non era soltanto un’illusione.

2.
Non ci siamo sposati nella chiesetta in cima al pendio in fiore, immagine sensibile di quella con caratteristiche celesti: non si poteva, o forse si doveva attendere l’autorizzazione che richiedeva tempo e denaro, e noi ormai eravamo giunti alla fine di entrambi. Ci siamo sposati nella chiesa parrocchiale di Calalzo. Ma non abbiamo contravvenuto al Destino, mi sembra, perché per uno strano caso, nonostante ci sia una distanza in linea d’aria d’alcune migliaia di metri fra loro, le due chiese non sono isolate ma sempre unite, perché si guardano a vicenda dai versanti opposti di un torrente. Così quando io sono presso ad una o vado a trovarla, alzando gli occhi vedo l’altra; o viceversa devo abbassargli se mi fermo in quella più alta come perlopiù accade, perché arrivando in Cadore dal Passo della Mauria o da Casera Razzo delle due è quella più vicina.
Una coincidenza questo collegamento immutabile e immobile oppure un destino anch’esso? Non mi sono mai pronunciato in tanti anni, o forse non ci ho mai pensato, ma ora voto per il secondo caso. Il Destino, che nel corso della ricerca ho chiamato anche “caso”, “inconscio”, “fato”, “Essere”, “Logos”, “Dio”, sapeva. Sapeva che non potevamo sposarci nella sua casa più piccola e posta più in alto e ha provveduto lui a collocarle, perché dall’una si entri nell’altra come dalla sala dei ricevimenti in quella delle udienze. Oggi so che è così perché dopo che ho valicato l’Abisso, attraversato la Porta e si è presentata la chiesetta che era sperduta, insomma dopo che l’avventura è terminata con quel ritrovamento, tutte le indicazioni che giungevano da Lui sono diventate più chiare e distinte.

3.
La cerimonia delle nozze è avvenuta il sette settembre. Sono arrivati anche i testimoni e gli invitati quella mattina dalla lontana Este, il mio paese natale. Tre in tutto: mio padre, mia sorella e suo marito; poi c’era il prete e poco dopo è arrivato anche il fotografo. Non ricordo molto di quel cerimoniale, ma le fotografie hanno fissato i momenti più importanti: la sposa entra in chiesa a braccetto di mio padre, tutti inginocchiati davanti all’altare con il sacerdote di fronte, lo scambio delle fedi, la firma dei registri, poi il piccolo gruppo davanti alla chiesa, la sposa con il suocero ai piedi del campanile, gli sposi da soli con un bambino che gioca e le montagne sullo sfondo, gli sposi assieme al padre.

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Oltre a questi ricordi fissati in immagini fotografiche e che in cinquant’anni sono rimasti immutati sulla carta e nel pensiero, ce n’è uno affidato solo alla memoria. Durante la cerimonia, a nostra insaputa, s’era radunata una piccola folla davanti alla chiesa, e quando la sposa è apparsa sulla porta, bianco vestita e splendente di bellezza, c’è stato un battimano che non finiva più. Eravamo fratelli per gli abitanti di quel paese, e forse questo titolo di parentela era stato pronunciato la prima volta dall’ostessa che ci ospitava e s’era diffuso, ma non li abbiamo delusi se sono scrosciati gli applausi in quel modo, se ci hanno amabilmente e generosamente perdonato. O forse già appariva nei nostri volti qualcosa che andava al di là di quell’avvenimento, forse erano già segnati dal Destino.

4.
E se non avessimo avuto con noi le fedi da scambiare durante la cerimonia? Perché siamo stati ad un passo dal non possederle e quindi la domanda non è oziosa. Eppure, a pensarci bene, tutti si scambiano le fedi in una cerimonia nuziale e quindi non dovevano esserci dubbi sulla loro necessità, ma il loro acquisto incideva troppo sul nostro bilancio, forse fino alla bancarotta. Perciò le lunghe discussioni davanti al negozio del gioielliere a guardare i prezzi degli anelli esposti e i giri attorno alla piazza di Pieve di Cadore dove c’è il monumento al pittore Tiziano Vecellio aspettando chissà che consiglio. Mai acquisto, io credo, è stato così sofferto.
Infine hanno prevalso le ragioni del cuore portate avanti da Isabella, ma anche le altre che sono uscite da me e avevano il sostegno di numeri e misure, non suonavano convincenti neppure alle mie orecchie; perciò alla fine siamo entrati nel negozio e abbiamo acquistato il tipo più leggero.
Ma ora di nuovo mi chiedo: se non c’erano gli anelli nuziali si poteva sposarsi? Perché se non si poteva, è stato di nuovo il Destino ad intervenire; infatti, alla fine i motivi che hanno avuto la meglio sono stati solo quelli del sentimento, un territorio dov’egli è ancora sovrano e detta legge.

5.
La spesa degli anelli nuziali non è rimasta però senza conseguenze sul piano economico e ci ha costretti ad ulteriori risparmi. Ma io ero già preso dagli sviluppi della visione della chiesetta sperduta e a lei bastava poco per tirare avanti: il torrente per lavare i panni, un minuscolo fornello ad alcool per cucinare, il davanzale della finestra come piano di cottura, un ferro da stiro preso in prestito dalla padrona di casa. Si raggiungeva il torrente seguendo la strada che portava al rifugio Chiggiato e ci fermavamo in un punto dov’era facilmente accessibile. Quel posto c’è ancora, immutato, e quando ritorno a rivedere la chiesetta, passo anche di là.

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Finito il bucato, si mettevano i panni ad asciugare al sole, distesi su grossi macigni dove la corrente non arrivava. Ma un giorno è scesa all’improvviso un’onda di piena che li ha portati con sé nella sua corsa. E noi ad inseguirli e cercarli.
Alla fine però siamo stati fortunati perché l’onda come improvvisa è giunta similmente se n’è andata, abbandonando quanto aveva proditoriamente carpito sul fondo delle fosse e negli anfratti. Così cercando in ogni nascondiglio siamo riusciti a ricuperare quasi tutto.
In seguito abbiamo saputo cos’era successo. C’era a monte una piccola centrale elettrica che catturava l’acqua del torrente e dopo averla usata la lasciava andare. Il pericolo era segnalato.

6.
Siamo usciti quel mattino per la solita passeggiata, ma un tacco dei sandali d’Isabella s’è staccato e siamo dovuti ricorrere al calzolaio. Il lavoro richiedeva un po’ di tempo che lui non aveva in quel momento, né poteva ospitarci in bottega, perciò, noi consenzienti, ha attaccato il tacco provvisoriamente con dei chiodini – precisamente tre –, e dopo averci chiesto dove alloggiavamo, si trattava di poche centinaia di metri di strada, ci ha rassicurato con le parole: fino a lì ci arrivate. Se me lo riportate domani – ha aggiunto – lo fisso in modo definitivo.
Non siamo ritornati a cambiare i sandali come il calzolaio ci aveva suggerito, ma presa la via che portava al torrente siamo arrivati fino al posto del bucato e per la prima volta l’abbiamo superato. Giunti poi ad un bivio, c’erano numerose indicazioni ma una di esse con la scritta rifugio chiggiato appariva su entrambi i sentieri. In quel momento abbiamo deciso di andarci e abbiamo scelto quello a sinistra.
I primi chilometri li abbiamo percorsi agevolmente e siamo così giunti fino ad un ristorante. Lì la strada carrabile finiva e diventava un viottolo che si svolgeva su un ghiaione, fra un torrente e la montagna che si ergeva sul lato destro. Alzando gli occhi non si vedeva la cima ma solo l’interminabile parete e il sentiero puntava decisamente da quella parte. La raggiungemmo poco dopo e cominciammo a salire.
Avevo anch’io problemi di scarpe che avevano già cominciato a manifestarsi lungo la carrabile e poi per il sentiero sulla sponda del torrente. Le suole erano di cuoio e camminando sull’erba e sui sassi erano diventate lucide e scivolose. E come si slittava! Come sul ghiaccio d’inverno da bambino. C’erano da superare più di mille metri di dislivello in quel modo – da quota novecento si arrivava a duemila: lei con un tacco insicuro, camminando sulle punte come molto tempo dopo mi ha detto, io cadendo e rialzandomi continuamente. Ma siamo arrivati, dopo più di due ore dall’inizio della ripida salita.
Siamo entrati nel rifugio. C’erano escursionisti che si ristoravano al bar e nella piccola sala da pranzo, ma noi il cibo l’avevamo portato da casa e anche i mezzi per cucinarlo: il fornello ad alcool, la pentola, il tegamino per il sugo, lo scolapasta. Perciò siamo usciti presto dal rifugio a prepararci il pranzo: spaghetti con il pomodoro, formaggio, frutta.

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Poi giù verso valle seguendo l’altro cammino, quello che c’era stato suggerito perché meno impervio.
E il tacco? Non si è staccato neppure in discesa e non siamo ritornati dal calzolaio.
Due giorni dopo ci siamo sposati.

7.
Dopo la cerimonia nuziale siamo andati a pranzo in un ristorante vicino. Poi la via del ritorno. Padre, sorella, cognato, in auto e noi in treno, perché la macchina era troppo piccola e non ci conteneva tutti in modo sufficiente e il viaggio lungo. Un piccolo vantaggio l’abbiamo avuto tuttavia, perché ci hanno accompagnato fino alla stazione, mentre quando siamo arrivati fino al paese siamo saliti a piedi portando la valigia a mano perché non c’erano ancora ruote o carrellino.
Sono passati tanti anni da quel pomeriggio di mezza estate e non ricordo più i pensieri e i sentimenti che hanno affollato quella partenza, ma uno ce n’era che da allora non mi ha più abbandonato: la chiesetta sperduta. Era cominciato anche lo svolgimento di quel tema che incomincia così: “Luogo di raccolta nella chiesetta sperduta. Si arriva da un lungo sentiero ma nessuno sa quando arriva…”. Comunque più avanti è riportato tutto il poemetto la cui stesura mi ha tenuto occupato per alcuni mesi dopo il ritorno, perché le parole non le cercavo ma arrivavano da sole quando volevano ed io le aspettavo; poi perché, preso dal lavoro, potevo dedicare ad esso poco tempo che perlopiù sottraevo ad Isabella, vale a dire all’amore in carne ed ossa. Dunque la rinuncia al limitato, al contingente, per seguire il sempiterno come accade a chi sceglie la vita mistica o religiosa al posto di quella profana? Non proprio, perché non mi sono mai dedicato ai celesti o solo a quello che si chiama Destino, anche se credo in loro, ma qualcosa che assomiglia a quelle scelte è accaduto anche a me. Anch’io sono passato dal noto all’ignoto, ho attraversato l’Abisso, sono giunto dall’altra parte dove inizia il Regno eterno e c’è la Porta, ho scoperto il suo segreto e sono entrato.
Ma la scelta, se scelta c’è stata, non credo d’averla voluta io. Credo sia stato il Destino a tirarmi di più dalla sua parte, quasi ad obbligarmi. Anche perché l’amore terreno da cui è sorta la chiesetta e lo stesso che me l’ha fatta ritrovare. Come si può dire, allora, che c’è stata una scelta come se si fosse trattato di due percorsi diversi?
Perciò la risposta esatta suona così: ho dovuto seguire le due vie nello stesso tempo. Quella dell’amore in questo mondo d’apparenze dove tutto arriva, si trasforma e scompare, ma che tuttavia ha fondamento nell’eterno; e quella che puntava direttamente sul fondamento, percorrendo l’immenso fiume della vita che in seguito ha cominciato ad avere un nome chiaro e distinto anche per me. Occidente quel nome, la civiltà nata in Grecia più di venticinque secoli fa e che ora scorreva nel suo sottosuolo come un fiume carsico. E se non avessi percorso anche questa seconda via, come si vedrà più avanti, mai sarei riuscito a trovare la chiesetta sperduta.

8.
Non si può dire però che la ricerca dell’immutabile ed eterno, seguendo anche la via della nostra civiltà che ha la filosofia fra i suoi passi più alti, non sia stata causa di conseguenze sull’altro cammino; quello privato di due esseri umani che uniti da sentimenti profondi e sacri vincoli percorrono assieme sulle vie della terra e in mezzo agli altri, badando al lavoro, alla casa, ai figli. Quel che succede insomma normalmente e quasi sempre.
Invece dall’altra parte, oltre certi limiti, si va da soli e a volte non potevo farne a meno come se fossi chiamato dalla voce potente di chi sa comandare o spinto inesorabilmente. Ho capito in seguito che si trattava degli stessi impulsi che muovono tutte le cose in terra e in cielo, ordini ai quali perlopiù si obbedisce ciecamente ma che io dovevo tradurre nel nostro linguaggio, quello che serve ad intenderci qui sulla terra e nella nostra civiltà, se volevo sapere dove andavo, mentre di solito si è come trasportati o condotti per mano.
I comandi giungevano a volte improvvisi anche quando Isabella ed io eravamo assieme in gita o in vacanza. Così è capitato, per esempio, quando si è svelato il segreto della Porta. Lei è rimasta nel rifugio alpino ed io sono uscito una mattina d’inverno diretto ad un passaggio fra le cime. Quel giorno c’era qualcosa di particolarmente importante in palio, che non conoscevo ma che in qualche modo percepivo se il segnale era così forte, se ho lasciato sola la persona più cara e ho obbedito a quell’impulso. Infatti, poi è accaduto che una delle due prove più grandi si è presentata e l’ho superata. Il racconto di quell’avventura si trova più avanti.
Questo è anche un esempio di come le due vie d’amore, quella solitaria alla ricerca della sua immortalità e l’altra da percorrere insieme sulle vie della terra, sono inconciliabili nelle loro esigenze estreme anche se normalmente non si contraddicono. Non potevo dirgli allora: vado a svelare un segreto perché non sapevo dove andavo né quel che mi sarebbe accaduto. Non potevo portarla con me perché l’ascolto in quei casi richiede concentrazione, solitudine e silenzio, altrimenti non arriva la comunicazione o non si sente.
Non so i pensieri che hanno agitato lei durante la mia lunga assenza ma uno lo posso immaginare perché l’ho sentito varie volte: quel tempo lo togli a me. Infatti, anche quella volta è rimasta sola in un modo che gli sarà sembrato incomprensibile e crudele, ciò che oggi è la causa più frequente di separazioni e divorzi. Né avrei potuto addurre a mia giustificazione o difesa che per amore mi sono allontanato: allora non potevo dimostrarlo. Oggi invece un po’ di più: c’è una vita dedicata a quella ricerca e dei risultati. Incredibili certamente ma ho portato molte prove a sostegno che non dovrebbero passare inosservate.

9.
Una volta che l’amore è davvero per sempre non solo per il sentimento ma anche per la conoscenza, allora quello che si vive nel corso di una vita diventa un episodio di una storia senza fine, letta a puntate. Ma perché ritornare al contingente dopo che si è raggiunto l’eterno? Una risposta filosofica suona così: perché quando si giunge alla fine del cammino lì c’è l’inizio, e l’immutabile e perenne è la coincidenza dei due. Ma non su questa formula, nonostante sia stata sviluppata ampiamente e dimostrata, io ora m’appoggio.
La risposta sta piuttosto in questo ritorno ai luoghi e ai tempi di quando la chiesetta sperduta è apparsa. Ho anche delle fotografie di quel tempo e in tutte c’è Isabella come una luce. Mi hanno già fatto intendere che è la nostalgia che mi riporta lassù e questo non lo nego. Mi chiedo però e chiedo a loro: perché lì e non in altri? O anche negli altri a volte, quando capita, ma non c’è uguale attrazione e la stessa necessità. Essi mi sono cari ma non nello stesso modo, e non ci vado di proposito, ripetutamente e come per un rito. Dunque c’è dell’altro che mi porta quassù, che a questo punto non è più misterioso come all’inizio, vale a dire prima che percorressi il giro completo della ruota del Destino. In quei posti perciò non c’entra solo il sentimento o non gioca lui solo: c’è anche quel che l’ha reso più lucido di prima; ed io qui vengo come in allenamento, raccogliendo immagini che mi serviranno a ricordare.
Perché tutto accada ancora così, com’è già stato.

10.
Ecco allora cos’è successo a quei luoghi dopo che la chiesetta sperduta, immagine intelligibile di quella sensibile che si trova nel piccolo paese del Cadore che si chiama Grea, è stata scoperta: hanno preso quella luce o il suo riflesso. E siccome è luce che non tramonta mai, si può capire la continuità di quel fascino. Simile certamente a quello d’ogni luogo bello e caro cui ci riconduce il sentimento, ma non ho già detto che di sentimento sempre si tratta anche in questo caso! Cioè è sempre amore, ma ora la certezza è diventata più grande. Ha superato il cuore, si è estesa alla mente.
Tutto scorre, ma è “lo stesso” che scorre.
La stessa è l’acqua del torrente, senza mutamento il suo rumoreggiare. Gli stessi, i massi del greto e delle rive. Se avessi gli anni di quando l’ho visto la prima volta, lo ripercorrerei in su e in giù a balzi come allora, mettendo i piedi sugli stessi.
Sono sceso alla diga. Prima di raggiungerla c’è una breve galleria scavata nella roccia che percorrevamo in fretta perché era quasi buia e cadevano grosse gocce d’acqua dal soffitto. Non ho notato nulla di diverso da allora. Immutati anche il posto di sorveglianza e il gran dipinto murale sotto il portico dove sono raffigurati il lago, la diga, il fiume e i torrenti che l’alimentano, e un’ampia zona circostante con gli altri bacini, corsi d’acqua, sbarramenti, impianti. Subito dopo la grandiosa barriera di cemento e ferro, dove Isabella è fotografata appoggiata al parapetto con il lago alle spalle.

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Nulla è mutato: il parapetto, le sponde, i profili delle montagne, il vento che soffia dalla gola a valle e che agitava le sue vesti e i suoi capelli, l’acqua che s’increspa, il sole che la fa brillare. Camminando sulla diga sono passato dall’altra parte e ho costeggiato il lago fino allo chalet, dove c’erano barche a noleggio e una volta su una di esse ci siamo avventurati fin presso la diga. C’è ancora quel noleggio, ma a quel tempo non avevano i pedalò, cose di mare, e questo è stato il primo mutamento che ho cominciato a vedere da lontano. Anche lo chalet di legno non c’è più. Al suo posto una costruzione di cemento armato adibita a bar e ristorante. Cambiamenti di poco conto, tuttavia, in quel totale.

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Sono ritornato in paese e ho preso la via della chiesa dove ci siamo sposati. Alcuni piccoli mutamenti sono avvenuti in punti cruciali: i gradini d’ingresso, il portone principale, il tetto del campanile a forma piramidale e il manto di copertura di scandole di legno, il restauro dei muri di pietrame in alcuni punti; che però non hanno inciso sull’aspetto generale. All’interno invece tutto è rimasto esattamente come la prima volta: l’altare maggiore con le due statue ai lati, il guerriero con l’elmo in testa e la lancia e il santo o vescovo con la tiara e il pastorale; la madonna con il bambino nella cappella a sinistra verso cui mi dirigo subito quando entro e accendo un cero votivo; il dipinto sul soffitto raffigurante la stessa chiesa e una teofania di figure angeliche e divine che parte dal cielo azzurro sopra di essa e sale fino ad una volta di luce; i quadri di uno dei figli di Tiziano Vecellio sulle pareti del presbiterio.
Ma a questo punto ho smesso di guardare perché è arrivata improvvisa la solitudine.

11.
La chiesa era deserta ma la solitudine che mi aveva preso non giungeva da essa, perché quasi sempre l’ho trovata così nelle ore in cui di solito arrivo, le prime dopo mezzogiorno. Il vuoto s’era aperto in me stesso e saliva. Poi sono arrivate le parole che un po’ lo spiegavano: la scena è rimasta pressoché immutata ma gli attori dove sono?
Il prete era morto. L’ho saputo per caso un giorno lontano perché c’erano avvisi affissi in paese e sulla porta della chiesa che ricordavano l’anniversario della sua scomparsa avvenuta un anno prima. Dopo di lui, a distanza d’alcuni anni, per quella via l’ha seguito mio padre. Poi mia sorella. Di mio cognato non sapevo più nulla.
Restiamo ancora noi due sulla scena – mi son detto –, Isabella ed io, ma non è “la stessa cosa”. Siamo due e non sei. Perciò “lo stesso” non si può più fare, vale a dire quel che è accaduto una mattina di settembre di tanti anni fa. Quindi “tutto non ritorna” è stata l’amara conclusione. Quel che è stato non è più e non sarà e andrà perduto anche il ricordo.
Ma subito mi sono riscosso: non è proprio il ritorno di ciò che si dice che non torna quel che ho lungamente cercato? E l’ho trovato dopo il cammino circolare, il superamento dell’Abisso, la coincidenza degli opposti, la scoperta del segreto della Porta, il passaggio dall’altra parte e il ritrovamento della chiesetta sperduta nella luce che non tramonta mai.
Così è scritto nella Via d’uscita dal nichilismo, diventata alla fine Via del ritorno dello stesso.
Fino a quel punto mi ha portato una lunga convivenza con il Destino.

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