Archive for dicembre 2017

Raccoglimento (sesta parte)

24 dicembre 2017

Umberto Boccioni, Stati d’animo: gli addii (1911). A sinistra la prima versione, conservata al Museo del Novecento (MI); a dx la seconda, conservata al MoMA di New York.

Il mondo è come le immagini nello specchio,
è tutto ciò che è dentro e non si vede,
se non c’è qualcuno che provvede
a lasciar lo specchio e a guardar da fuori.
Così noi vedremo anche la Mente
se lasceremo lo specchio della vita,
se non ci cureremo più della partita
che si gioca quaggiù fra canti e pianti.

 

Questa indicazione l’ho vista più di cinquant’anni fa, all’inizio del cammino che poi alla fine è diventato Via dell’eterno ritorno dello stesso, o anche Via filosofica o Giro intero.
Ebbene, la stessa indicazione si è ripresentata dopo tanti anni e forse è la stessa, perché la prima era presso l’inizio della via e la seconda vicina alla fine, e “inizio e fine in un giro intero sono lo stesso”.
Una differenza tuttavia sembrava ora presentarsi: era la maggiore attrazione e consistenza che aveva acquistato la parola “mente”. “Vedremo anche la mente / se lasceremo lo specchio della vita”, dice il segnale antico, e ora su quel nome s’appuntavano lo sguardo e il pensiero. La prima volta invece non mi sono neppure posto la domanda: chi è, cos’è la mente?
Me lo chiedo ora, perciò: chi è, cos’è? E subito appare la risposta: è la filosofia. Non il suo inizio con Socrate, né la sua fine introdotta ai giorni nostri da Nietzsche; non la filosofia fisica (le attuali scienze della natura) o la metafisica; non il Giorno, che dura fino a Hegel, né il Tramonto di Schopenhauer; non l’Io del pensiero moderno, che comincia con Cartesio, né il di Jung; non l’idealismol’empirismo; non il realismo ingenuo, l’illuminismo, o il puro spirito; non l’essere anziché il divenire; o il tempo anziché l’eternità. Non tutto ciò, dunque, distinto e separato, ma tutto insieme e tutto in una volta, ciò che qui chiamiamo Eterno ritorno dello stesso.

Ecco, dunque, cos’è la Via filosofica: l’apparire della mente con le vesti della filosofia, e se la vedi così in un solo giro sai da dove vieni, chi sei e dove vai.

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Raccoglimento (quinta parte)

5 dicembre 2017

Honoré Daumier, The Loge (1856-57)

Inaccettabile la condizione umana,
che finisce sempre in modo tragico,
se non si provvede a migliorarla.
Ed io lo sto facendo
con l’Eterno ritorno dello stesso.
Si dà scacco matto alla morte
in questo modo.

 

Si viene alla luce a recitare la commedia della vita.
Il teatro è il mondo, che ha la notte stellata per soffitto e il sole come lampada di interni. La Terra è il palcoscenico, il proscenio, la ribalta, dove si esibiscono gli attori e le comparse, ed è la platea, il loggione, i palchi dove stanno gli spettatori.
Su questo teatro ho recitato anch’io, ma ora che la mia parte sta finendo, mi accingo a passare dal palcoscenico alla platea, quindi da attore o comparsa mi volgo a diventare spettatore. In altre parole lascio il mondo delle Apparenze, quello dove si recita, e vado di là, oltre il sipario. Da quella parte si vede e non si è visti, si sente ma non si risponde. Il posto degli spettatori, insomma.
Ma dov’è questo oltre il sipario e cos’è? L’abbiamo già detto: è sulla Terra ed è la platea, il loggione, i palchi. Ma quando questa parte del teatro andiamo a cercarla, di norma non la troviamo, ci sono solo cartelli indicatori dove domina una parola: cimitero. E quando si arriva al cimitero si trovano solo tombe, lapidi e qualche raro visitatore. Perché lì ci sono solo i costumi dismessi e gli ornamenti abbandonati degli attori e delle comparse che sono usciti di scena, altro non si vede. E il resto, dunque, cioè la platea, il loggione, i palchi? E dove sono gli spettatori, senza i quali non avvengono le rappresentazioni? Non sono essi il vero motivo di ogni cosa? Non sono come il popolo nella Repubblica, come la folla a una festa, vale a dire ciò che è stabile e comune rispetto alle apparenze? E stabile e comune è l’Essere o Logos rispetto alle rappresentazioni che sono il molteplice e il mutamento, per cui gli si addicono anche questi nomi. “Bisogna seguire ciò che è comune” ha detto Eraclito. “Ma pur essendo questo Logos comune, la maggior parte degli uomini vivono come se avessero una loro propria particolare saggezza” (frammento 2). E Anassimandro ha chiamato quel principio Ápeiron, che è come il mare, e “tutte le onde che può dare il mare / stanno nel mare, ma sono illimitate”. Che è come il sonno e non c’è limite all’apparire e allo sparire dei sogni.
Nomi dell’Essere, perciò, quel che è comune e Ápeiron.
Allora non è nella Casa dell’Essere che si doveva entrare dopo il cimitero, e perché non si entra?
Perché prima dell’ingresso c’è, appunto, il cimitero, che corrisponde a quel che è chiamato Abisso nel campo del pensiero, e c’è una Porta da aprire per passare. Ma ora tutto ciò è possibile: l’Abisso è stato superato, la Porta è stata aperta e il cammino può continuare in modo chiaro e distinto.
Dove andrò io, dunque, quando fra non molto avrò terminato la mia parte sul palcoscenico della vita? Andrò in cimitero, dove lascerò le mie spoglie. Ecco dove andrò. E lì davvero tutto finisce per gli occhi che vedevano, per le mani che toccavano, per le orecchie che sentivano, per i nasi e le bocche che coglievano odori e sapori.
A questo punto, il mio cammino continuerà nell’invisibile e nel silenzio fino alla platea, o palco, o loggione, a prendere posto.
E starò lì ad aspettare che nell’eterno ritorno dello stesso si ripresentino quelle parti della commedia della vita che ho recitato con cuore e mente, che ho visto e voglio rivedere.
Per rivederle ho camminato sessant’anni e “sette verghe di ferro ho logorate per appoggiarmi nel fatale andare”.

Andrò a incontrare Isabella per il pendio in fiore che alla chiesetta conduce, come l’astronomo aspetta la sua stella in cielo nel tempo e nel luogo stabiliti.