Archive for the ‘Appunti per una storia della filosofia’ Category

La vita è sogno

23 dicembre 2014
Marcella Boraso, Parmenide: il superamento del confine Notte/Giorno su un carro trainato da veloci cavalli e guidato da fanciulle, figlie del sole

Marcella Boraso, Parmenide: il superamento del confine Notte/Giorno su un carro trainato da veloci cavalli e guidato da fanciulle, figlie del sole

Se la vita è sogno,
svegliamoci dal sonno
dove la vita è sogno.

 

Per non perdere la vita singola dopo il suo spegnimento nella morte, è necessario che essa sia un sogno o di tal natura e che si possa svegliarsi e ricordarla.
Che la vita sia della stessa natura dei sogni, l’hanno detto in molti degni di fede. Ne citiamo alcuni:

“Il nostro gioco è finito. Gli attori, come dissi, erano spiriti, e scomparvero nell’aria leggera. Come l’opera del mio miraggio, dilegueranno le torri che salgono su alle nubi, gli splendidi palazzi, i templi solenni, la terra immensa e quello che contiene; e come la labile finzione, lentamente ora svanita, non lasceranno orma. Noi siamo di natura uguale ai sogni” (Shakespeare, La tempesta).

“Che è la vita? Una follia. Che è la vita? Un’illusione, un’ombra, una finzione, e anche il bene più grande ha poco valore, perché tutta la vita è un sogno e i sogni sono un sogno” (Pedro Calderon de la Barca, La vita è sogno, atto II°, scena XIX)

“Come nei sogni della notte ci capita di far cose che davvero non facciamo e d’essere in luoghi dove davvero non siamo mai stati, similmente, se stiamo alle semplici testimonianze che ci giungono dai sensi, se prestiamo cioè fede alle immagini che ci forniscono, io non avevo sufficienti prove per decidere se ero sveglio o se stavo sognando. Perciò la realtà del mondo, e il mio stesso corpo, quali mi appaiono in immagine, potevano essere in sé nient’altro che sogno e illusione” (Cartesio).

Per Kant “il rapporto delle rappresentazioni fra loro secondo la legge della casualità distingue la vita dal sogno”. Ma ciò non persuase Schopenhauer, perché “anche i singoli elementi del sogno si connettono secondo il principio di ragione in tutte le sue forme, e questa connessione non si rompe che tra la vita e il sogno e tra un sogno e l’altro. Quindi la risposta di Kant non ammette che quest’unica interpretazione: il sogno lungo (la vita) ha in sé una connessione costante secondo il principio di ragione, però non la possiede con i sogni brevi, nonostante ciascuno di essi abbia in sé la stessa connessione: in questo modo è dunque rotto il ponte tra i sogni delle due classi, e tale è appunto il carattere che li distingue […]. I sogni si distinguono dunque dalla vita reale in quanto non rientrano nella continuità dell’esperienza che ininterrottamente vi circola: e tale differenza è ben indicata dal risveglio. Ma se questa connessione dell’esperienza appartiene già, come sua forma, alla vita reale, anche il sogno possiede la sua connessione. Se per giudicare le cose noi ci poniamo in un punto di vista estraneo e alla vita e al sogno, nella loro essenza noi non riusciamo a trovare un carattere distintivo netto, e allora dobbiamo concordare con i poeti che la vita non è che un lungo sogno.”

“La vita allo stato di veglia non ha questa libertà d’interpretazione come quella del sogno, e meno poetica e sfrenata – tuttavia non dovrò forse concludere col dire che i nostri istinti nella veglia non fanno nient’altro che interpretare le eccitazioni nervose e disporre le “cause” di queste sulla base della loro esigenza? che tra veglia e sogno non v’è sostanzialmente alcuna differenza? che anche in un raffronto fra stadi di civiltà diversissimi, la libertà dell’interpretazione allo stato di veglia, nell’uno, non è per nulla inferiore alla libertà dell’altro nel sogno? che anche i nostri giudizi e le nostre valutazioni morali sono soltanto immagini e fantasie di un processo fisiologico a noi ignoto, una specie di linguaggio consueto per designare certe eccitazioni nervose? che tutta la nostra cosiddetta coscienza è un più o meno fantastico commento di un testo inconscio, forse inconoscibile, e tuttavia sentito?” (Nietzsche).

“Certi sognano banchetti, e al risveglio piangono; altri piangono in sonno, e all’alba partono per la caccia. Gli uni e gli altri nei loro sogni non sanno di sognare e a volte sognano di sognare. Soltanto al momento del risveglio sanno di aver sognato. E solo al grande risveglio sapremo che tutto non è stato che un sogno. La folla ignorante si crede desta quando distingue il principe da un pecoraio. Quale pregiudizio!” (Adelphi, Zhuang-zi, pag. 31).

“Le due farfalle: Una è entrata nel sonno della notte/ e questa dalla luce del sole nella mente./ E un giorno mi chiederò: quale ho più vista,/ chi è più vera delle due farfalle?” (vedi Vocabolario, lettera F).

Della stessa natura, dunque, il sogno e la vita, ma ci sono differenze poste in evidenza anche dagli autori citati. Noi qui ne scegliamo tre, forse le più importanti. Esse sono: la provenienza, la destinazione e il ritorno dello stesso sogno, vale a dire ci sono sogni che si ripetono sempre uguali. Vediamo un po’.
I sogni nascono dal sonno, appaiono in esso e terminano nel risveglio, e questa conoscenza è chiara e distinta e nota a tutti. Ma della vita che è in noi, invece, non si può affermare altrettanto. Come si dice comunemente, non si sa da dove si viene, chi siamo, dove andiamo; o ci sono teorie, fedi, rivelazioni, ma non ripetizioni fisse e costanti come per i sogni, che certamente nascono dal sonno e si concludono nel risveglio.
Ecco così messi a confronto sogno e vita, che hanno la stessa natura ma si trovano su piani diversi. E allora sorge la domanda: possono i due darsi spiegazione a vicenda? Può uno essere di sostegno all’altro? Sembra proprio di si. Andiamo allora a vedere.
Il sogno spunta dal sonno, indubbiamente. La vita, da che cosa per davvero non si sa; e allora cosa ci suggerisce il sogno che ha provenienza certa?
C’è una coppia di gemelli famosi nella cultura dell’Occidente: il Sonno e la Morte (Hypnos e Thanatos) e se il sogno senza ombra di dubbio arriva dal Sonno, la vita, allora, comincia dalla Morte: ecco il primo insegnamento importante che ci viene da sogno e vita che hanno uguale natura. Andiamo avanti.
Destinazione del sogno è il risveglio. E da lì che esso appare, può venire interpretato, può essere conservato, può dare i suoi frutti. E la destinazione della vita qual è? È il risveglio, come per il sogno. E questa volta non siamo presi alla sprovvista, perché che si punti al risveglio dalla vita che stiamo conducendo è cosa risaputa ormai. Svegliarsi dalla vita come da un sogno è la direzione su cui sapienti e filosofi si sono messi da millenni, dai tempi della sapienza che ha preceduto la filosofia e poi dall’inizio della filosofia fino ai nostri giorni. Vari i modi in cui è avvenuto. Ecco alcuni esempi.

Come risveglio vero e proprio, vale a dire con tutte le caratteristiche di esso, da Buddha e Heidegger.
Ha detto Buddha: “Sono passato attraverso il corso di molte nascite, cercando il creatore di questa dimora senza trovarlo. Doloroso è nascere” (Buddha, Prima di ricevere l’illuminazione). Ha detto Heidegger: “Dopo il lungo sonno (ci sarà) il momento improvviso del risveglio”.
Come apertura di una porta e ingresso nell’altra parte luminosa, da Parmenide, Nicolò Cusano, Nietzsche. Parmenide è giunto ad essa dalle “case della Notte su un carro tirato da focosi cavalli e diretto da fanciulle figlie del sole ed è entrato nel Giorno”, cioè nell’Essere.
La Porta di Nicolò Cusano “è custodita dallo spirito altissimo della ragione, che non aprirà l’ingresso se non a chi la saprà vincere. Allora, oltre la coincidenza dei contraddittori” potrà apparire Dio (Nicolò Cusano, La visione di Dio, IX). Per Nietzsche è il Portone carraio che si trova alla confluenza di due sentieri. “Uno sempre più avanti e sempre più lontano, lungo un’eternità; l’altro all’indietro, sempre più indietro, un’altra eternità. I due sbattevano la testa l’un contro l’altro dove c’è la porta, cioè nell’attimo dove s’è trovato; e ha visto, saldamente annodate l’una all’altra, arrivare e partire le cose, continuamente, eternamente”. (Nietzsche, Così parlò Zarathustra – La visione e l’enigma, Adelphi, edizione Colli-Montinari).
Come descrizione della dimensione dove si entra in confronto con quella che si lascia, da Eraclito, Platone, Cartesio.
Ha detto Eraclito: “Di questo logos che è sempre gli uomini non hanno intelligenza, sia prima di averlo ascoltato sia subito dopo averlo ascoltato …(perciò) rimane celato ciò che fanno da svegli, allo stesso modo che non sono coscienti di ciò che fanno dormendo” (frammento 1).
Platone distingueva i filodoxoi, vale a dire gli amanti dell’opinione “che vivono come in un sogno perché confondono l’apparenza con la realtà”, dai filosofi che si trovano invece nello stato di veglia perché vedono le idee nella loro essenza (Platone, Repubblica, 476).
Ha detto Cartesio: “Anche se vedo così manifestamente che non vi sono indizi concludenti né segni abbastanza certi per cui sia possibile distinguere nettamente la veglia dal sonno”, “Non vi è assolutamente dubbio (invece) che io esisto, se egli (il demone) m’inganna; e m’inganni pure quanto vorrà, ma egli non potrebbe mai fare che io non sia nulla fino a che penserò d’essere qualcosa”. Qui il Risveglio è l’Io penso, la nuova dimensione aperta dalla filosofia moderna.
Come superamento della “linea di Mezzanotte” o “linea zero”, da Nietzsche, Jünger e Heidegger. Per il secondo non era sufficiente una normale evoluzione; “conta piuttosto la metamorfosi nel senso d’Ovidio, la mutazione nel senso dei contemporanei” (Oltre la linea, Adelphi, pag. 85). Nella prospettiva di Nietzsche c’è l’oltreuomo che attraversa l’Abisso su un ponte ed è lui il ponte. Per Heidegger “il superamento della metafisica è il superamento della dimenticanza dell’essere” (Oltre la linea, Adelphi, pag. 153). Però egli pensava che il nostro dire venisse meno al momento di superamento della linea, e che fosse perciò necessario un altro linguaggio.

E ora le conseguenze di questo uscire dalla vita come ci si sveglia da un sogno. Sono le stesse: appare la vita come dal sonno il sogno. Perciò le domande: da cosa sappiamo che abbiamo sognato? Dal risveglio e dal permanere del sogno in questo nuovo stato anche per tutta la vita, o diventando sogno ricorrente. Da cosa sappiamo che abbiamo vissuto? Non lo sappiamo, o solo nei modi limitati e incerti che abbiamo detto, perché in maniera chiara e distinta nessuno si è svegliato dalla morte. Allora possiamo sapere di essere già stati solo se ci svegliamo dalla vita. In questo aprirci in una nuova luce la vita diventa visibile e impressa come un’immagine onirica.
E svegliarsi dal sogno della vita significa aprirci all’Essere, entrare in esso, com’è già accaduto al tempo della sapienza che ha preceduto la filosofia a Parmenide ed Eraclito, e come hanno insegnato tanti filosofi in cammino alla luce del Logos diretti all’Eterno ritorno dello stesso.

E io m’aspetto vita ricorrente come certi sogni, lo stesso che ritorna.
La stessa ragazza.
Lo stesso amore.
Gli stessi pendii in fiore fino alla chiesetta del piccolo paese del Cadore.
Gli stessi luoghi e tempi, quelli descritti in Incipit, che sarà pubblicato la prossima volta su questo blog.

La Via dell’eterno ritorno, che illuminata e segnalata diventa Eterno ritorno dell’eguale

11 ottobre 2014
Wassily-Kandinsky, Cerchi nel cerchio (1926)

Wassily Kandinsky, Cerchi nel cerchio (1926)

La Via dell’eterno ritorno è sempre stata. Tutto ritorna: i pianeti e le stelle in cielo e le piante e gli animali sulla terra. I ritorni in cielo da alcuni secoli tutti li vediamo e conosciamo. Quelli sulla terra sono stati intuiti e portati nella luce della conoscenza da poeti e filosofi. Fra i tanti, citiamo Keats e Schopenhauer.
Nella sua poesia Ode a un usignolo John Keats ha scritto che l’uccello che ha udito nel giardino di Hamstead, in una notte del mese di aprile 1919, è lo stesso che nei campi d’Israele, un’antica sera, udì Ruth la moabita.
E Schopenhauer nel secondo volume del Il mondo come volontà e rappresentazione, al capitolo 41 dice: “Chiediamoci con sincerità se la rondine di quest’estate è un’altra da quella dell’estate passata e se realmente fra le due il miracolo di trarre qualcosa dal nulla si è verificato milioni di volte per essere smentito altrettanto dall’annientamento assoluto. Chi mi oda affermare che il gatto che sta giocando lì è lo stesso che saltava e scherzava in quel luogo trecento anni fa, penserà di me quel che vorrà, ma la pazzia più strana è immaginare che fondamentalmente sia un altro”.
Ritorni dell’usignolo e del gatto, dunque, espressi dalla poesia e filosofia come ritornano eternamente i giorni e le stagioni.
Così gli eterni ritorni dei corpi celesti e terrestri. Ma c’è da dire che essi non sanno di circolare in tal modo. Lo sa solo l’uomo che vede quelle rotazioni, misura quei giri e calcola esattamente arrivi e partenze.

Ma l’uomo che ha scoperto l’eterno ritorno degli altri non conosce il suo, per cui si dice che non sa da dove arriva né dove va. Questa è la situazione in cui ancora quasi completamente si trova, ma c’è sommovimento di liberazione ormai. C’è che una via lungamente perseguita è stata completata. Si chiama Via filosofica o Via dell’eterno ritorno dell’uguale. Partita da Parmenide, ai nostri giorni essa s’è chiusa con il “ritorno a Parmenide” (vedi Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica). Questo è il nome della pietra miliare che è stata posta in quel punto. Conoscendo partenza e arrivo, si può facilmente calcolare la sua lunghezza o durata.
Poi, fra i due estremi, altri segnali: nella parte a giorno, nella parte a notte.  Soprattutto dove il giorno comincia, dove splende di più, quando inizia il declino, presso la sua scomparsa, dove si entra nella notte, lungo il cammino tenebroso, finché non si giunge alla fine che coincide con l’inizio (vedi anche Essere e Storia), dove “fine e inizio stanno assieme, sono lo stesso” (Eraclito, fr. 103).
Oltre ai segnali di direzione, anche quelli che avvertono dei pericoli e delle difficoltà, e di come superarle (vedi, per esempio, Porta d’ingresso e Porta d’uscita, e Essere e mondo e ciò che li separa).
Si arriva così a compiere il viaggio nella luce del Logos, “che è sempre” anche se “gli uomini non hanno intelligenza, sia prima di averlo ascoltato sia subito dopo averlo ascoltato” (Eraclito, framm. 1).

Nell’eterno ritorno dell’uguale, dunque, non c’è solo il riandare di un corpo fisico (un’apparenza), ma di un corpo che vede sé stesso e l’immobile, immutabile, eterna via. Perciò c’è apparenza ed essere assieme, tempo ed eternità assieme in questo viaggio, e i due sono “lo stesso”. In altre parole, alla “cosa” s’aggiunge la “conoscenza” del giro intero e dell’eterno ritorno. S’aggiunge la Parola, perciò l’Essere, a quell’andare, “infatti identico è il pensare e l’essere” (Parmenide, framm. 3).
C’è l’eco di ciò che  è sempre stato in queste parole, vale a dire di ciò che è l’uomo fin dall’inizio − anima immortale in un corpo mortale, che sempre l’hanno contraddistinto. Non c’è perciò niente di nuovo sotto il sole. Però ora la parte immortale si chiama Eterno ritorno dell’uguale e il suo svolgimento è la filosofia. L’esperienza s’è fatta eterna, comprende tutto il giro, mentre prima era limitata a tratti di esso e ad aspetti parziali (vedi Il tempo lineare e l’eterno ritorno).
Ora si passa dall’eterno nel tempo, se si vuole, o dall’Essere si esce nelle apparenze, e c’è il contrario.

P.S.
Giunti alla meta, sappiamo cosa mancava all’inizio: mancava l’esperienza della strada. C’era un emergere da fondi sconosciuti e il precipitare in essi. C’era un tragitto nella luce solo dalla nascita alla morte. In questo breve cammino c’erano curiosità , meraviglia, avventura, intuizioni, sogni, visioni. Finché non è cominciata l’avventura filosofica circa venticinque secoli fa.
Prima di essa nulla poteva essere dato in modo chiaro e distinto com’è oggi.

Perplessità 2

13 settembre 2014
Jackson Pollack, Grigiore dell'oceano (1953)

Jackson Pollock, Grigiore dell’oceano (1953)

Dall’intervista di Maria Antonietta Calabresi al Nobel per la Fisica Samuel Ting (Corriere della Sera, 17 agosto 2014):

Che cos’è la materia oscura?
L’universo ha avuto inizio 14 miliardi di anni fa con il Big Bang e noi sappiamo che al tempo zero esistevano sia le particelle di materia che le loro gemelle speculari di antimateria: l’atomo e l’antiatomo, l’elettrone e l’antielettrone (più comunemente chiamato positrone). E così via. La materia oscura non è né la materia né l’antimateria a noi nota: ha una massa, non assorbe la radiazione né la luce.

Perché cercate la materia oscura?
La sua esistenza è stata ipotizzata per spiegare i fenomeni che il Modello Standard non prevede. Come ad esempio la lentezza della rotazione delle galassie a spirale, che dovrebbero ruotare a una certa velocità e invece sono molto più lente, sei volte più lente.

Perché cercate anche l’antimateria?
Ci chiediamo perché dopo il primo milionesimo di secondo successivo al Big Bang, la materia abbia “prevalso” sul suo opposto, l’antimateria − l’atomo sull’antiatomo, l’elettrone sull’antielettrone − e dato vita in pochi minuti all’Universo così come lo conosciamo. Cerchiamo tracce dell’antimateria primordiale. La materia oscura potrebbe essere una causa della “sparizione” dell’antimateria.

Leggendo quest’intervista noi, dediti alla filosofia ma con uno sguardo attento alla Fisica (d’altronde fino a Galileo la Fisica era Filosofia fisica, cioè una figlia, che poi s’è fatta enorme, ricca e potente e s’è staccata), siamo contenti ma perplessi. Contenti perché la Fisica si è riavvicinata alla metafisica, alla sapienza, alla poesia, alla religione, portando la sua dote: la sperimentazione. Ma anche perplessi per il linguaggio usato, che quando è sul limite, non ha ancora raggiunto la chiarezza e distinzione degli altri.
Infatti per Samuel Ting al tempo zero del Big Bang, cioè prima che il gran botto avvenisse, esistevano “sia le particelle di materia che le loro gemelle speculari di antimateria”. Ma com’è possibile se la materia è il prodotto di quell’esplosione che “ha dato vita in pochi minuti all’universo così come lo conosciamo”? Perciò la perplessità.
Invece per la filosofia, prima della fisica non c’è ancora Fisica ma la Metafisica.
Per la sapienza occidentale, prima delle “cose” c’è l’Ápeiron di Anassimandro o il Fuoco di Eraclito.
Per la sapienza orientale, prima delle “diecimila creature” c’è il Tao. O ci sono le notti di Brahma che sogna universi che si estinguono, e i risvegli di Brahma da cui rinascono.
Per le religioni del Libro, prima del Mondo c’è Dio e il Fiat della creazione dal nulla, o da qualcosa, da un tohuwabohu originario che sembra simile alla materia oscura.

In quanto a noi, autori di questo blog, il nostro contributo a quel misterioso Inizio è espresso da vari segnali che abbiamo incontrato percorrendo la Via dell’eterno ritorno dell’uguale. Dice uno di essi:
“Eravamo seduti in auto Roberta ed io, e si aspettava./ Lei aveva appena ritirato il suo libro di religione/ della prima media e lo guardava./ Io invece pensavo a voce alta e mi dicevo:/ ciò che si vede è il risultato di un’elaborazione/ che viene proiettato e colto./ Il cervello è l’elaboratore e i sensi ricevono e trasmettono./ Trasmettono quest’immagine che chiamiamo mondo/ ma che cosa ricevono, e da dove e da chi?/ E Roberta additando il suo libro mi rispose: da Lui./ Avevo immaginato anch’io quella risposta due mesi prima/ e avevo così annotato quel pensiero:/ ‘Mi sembra che sia Dio che batte i tasti/ di quello che poi appare nella mente./ Sono le battiture che ignoriamo/, noi vediamo soltanto i risultati’”.

Perplessità

27 luglio 2014
Paul Jlee, eros (1923)

Paul Klee, Eros (1923)

Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer comincia così: “Il mondo è una rappresentazione. L’uomo che confessa questa verità sa chiaramente di non conoscere un sole né una terra, ma solo occhi che vedono un sole e una mano che sente il contatto di una terra”.
Pensiero che, ha detto Borges nel suo Altre inquisizioni, rende il suo autore “creditore dell’imperitura perplessità di tutti gli uomini”, perché per “l’idealista Schopenhauer gli occhi e la mano dell’uomo sono meno illusori o apparenti che la terra e il sole”.
Infatti non è così per Berkeley, che ha scritto: “Tutti ammetteranno che né i nostri pensieri né le nostre passioni né le idee formate dalla nostra immaginazione esistono senza la mente. Non meno chiaro è per me che le diverse sensazioni, o idee impresse nei sensi, in qualunque modo si combinino (cioè, qualunque sia l’oggetto che formano), non possono esistere se non in una mente che le percepisca… Affermo che questo tavolo esiste; vale a dire lo vedo e lo tocco. Se, stando fuori del mio studio, affermo la stessa cosa, voglio dire soltanto che se stessi qui lo percepirei, o che lo percepisce qualche altro spirito… Parlare dell’esistenza assoluta di cose inanimate, senza relazione col fatto che esse siano o no percepite, è per me insensato. Il loro esse est percipi; non è possibile che esistano fuori delle menti che le percepiscono” (Principi della Natura umana, 3).
E aveva così ribadito: “Ci sono verità così chiare che per vederle basta aprire gli occhi: una di esse è l’importante verità: tutto il coro del cielo e quanto è sulla terra – tutti i corpi che compongono la poderosa fabbrica dell’universo – non esistono fuori di una mente; non hanno altro essere che l’essere percepiti; non esistono quando non li pensiamo, o esistono solo nella mente di uno Spirito Eterno” (ibidem, 6).

Qui c’è la mente prima di tutto e non occhi e mano che sono corpi anch’essi come terra e sole, cose della rappresentazione che richiedono il soggetto per apparire. Non c’è perciò differenza fra occhi, mano, terra e sole, ma tutti e quattro sono perché sono percepiti.
D’altronde Schopenhauer stesso dissentiva da Kant quando si è trovato a leggere l’inizio della Critica della ragion pura, prima edizione, quella che recita così: “Che ogni nostra conoscenza inizi con l’esperienza, su ciò non sussiste alcun dubbio; da che, infatti, la nostra facoltà conoscitiva sarebbe stimolata al suo esercizio, se ciò non avvenisse per mezzo degli oggetti che colpiscono i nostri sensi, e, per un verso, danno origine da sé a rappresentazioni, per un altro, muovono l’attività del nostro intelletto a paragonare queste rappresentazioni, a riunirle e separarle, e ad elaborare per tal modo la materia greggia delle impressioni sensibili per giungere a quella conoscenza degli oggetti, che chiamasi esperienza?” (pp 39-40, Laterza).
E ha invece esultato quando si è trovato di fronte all’altra edizione, che affermava il contrario: “L’esperienza è senza dubbio il primo prodotto che il nostro intelletto produce”. Così il suo giubilo: “Vidi allora, con mia gran gioia, svanire tutte quelle contraddizioni e trovai che Kant, anche se non usa la formula nessun oggetto senza soggetto, tuttavia con la stessa determinazione di Berkeley e mia, spiega il mondo esteriore che giace nello spazio e nel tempo come mera rappresentazione del soggetto conoscente”(Die Welt als Wille und Vorstellung, II, pag. 534).

Mente prima di ogni cosa, dunque, anche del cervello che è solo il mezzo fra la mente e le cose, che diventano tali solo quando sono colte ed elaborate, come vuole ogni perfetto idealista.
Mente che è sinonimo o appellativo di Essere, come Pensiero, Intelletto, Ragione, mentre le cose, compreso il cervello, sono le vestite e addobbate con gli abiti di scena e portate alla ribalta nella luce da cotanto autore.
Ma, allora, perché non porre la parola mente al posto di occhi e mano? Che cosa glielo ha impedito? Semplice la risposta se guardiamo allo svolgersi della via filosofica ora che essa è un cerchio che si è chiuso, ora che c’è anche il cammino nella notte e la fine coincide con l’inizio. Ma ai tempi di Schopenhauer ciò non era ancora dato. Solo da poco Hegel aveva posto fine alla filosofia del Giorno, gli dèi di Hölderlin erano fuggiti nella “Notte santa” e Novalis aveva composto gli Inni alla notte. Perciò, per davvero, la via filosofica appariva solo fino al Tramonto, anche se c’erano indicazioni, previsioni, progetti per la sua continuazione nella Notte.
Insomma l’Essere non c’era più, era tramontato, e non si poteva più indicarlo, esporlo, metterlo a fondamento del mondo. Poi l’inizio dell’oscurità e la continuazione nel Buio sempre più fondo fino alla cieca Volontà. Essa è la Notte dove prima c’era il Giorno. È il non-Essere dove prima c’era l’Essere. Perché “essere e non-essere si danno nascita fra loro” (Tao Tê Ching, a cura di Fausto Tomassini, Tea edizioni, capitolo II, v. 7).

L’inizio del cammino nella Notte ha significato anche il collegamento della filosofia con il pensiero dell’Oriente e la scoperta dell’inconscio. Del primo aspetto sono note le vaste scorribande di Schopenhauer nei testi sacri dell’India e della Cina, un modo iniziale di entrare in quell’immenso territorio della mente, mentre la scoperta dell’inconscio gli è stata riconosciuta da Freud stesso, il padre della psicanalisi che verrà dopo di lui.
Poi sempre più nel Buio, fino alla perdizione se l’Occidente non arriverà alla fine del cammino dove c’è la coincidenza degli opposti, il superamento dell’Abisso, “la Porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno”. Se non ci sarà uscita in un altro Giorno.
Finora solo una piccola avanguardia ha raggiunto le nuove spiagge della luce uscendo dal pelago tenebroso.

Lo stratagemma

4 maggio 2014
Edgar Degas, Mademoiselle La La al Circo Fernando (1879)

Edgar Degas, Mademoiselle La La al Circo Fernando (1879)

Eri gettato e tolto,
ora arrivi e parti.

Queste cose le abbiamo già scritte, ma qui le ripetiamo raccolte in un punto: il punto di passaggio fra l’uomo e l’oltreuomo.
Dopo il Giorno della filosofia che va da Socrate a Hegel, e il suo Tramonto, che comincia con Schopenhauer, Nietzsche è stato il primo filosofo che è arrivato sulla sponda dell’Abisso e ha previsto il suo superamento. Il pensiero che esprime tutto ciò si trova nel libro Così parlò Zarathustra, “Prologo di Zarathustra, 4” e suona così:

“L’uomo è un cavo tra la bestia e l’oltreuomo – un cavo sopra l’Abisso”.
Dopo Nietzsche sono arrivati presso quel limite anche altri, o forse due soli in modo cosciente, perché l’Abisso è il baratro della morte, e da trasportati fino a esso e in esso ci arriviamo tutti. I due sono Martin Heidegger e Ernst Jünger. Con loro l’Abisso prende nome: Mezzanotte o linea di Mezzanotte, e questi nomi lo svelano in tanta parte. Esso è la fine del Giorno della filosofia cominciato venticinque secoli prima.

Ecco cosa è capitato dopo tanti secoli di cammino sulla terra e nel pensiero.
Siamo giunti sulla sponda di qua dell’Abisso e l’Occidente è lì fermo e s’accalca.
Sulla sponda di qua finisce l’uomo, di là comincia l’oltreuomo.
Dalla posizione raggiunta si pensa, si sogna, si progetta, si prevede, si discute. Che cosa? Come passare, chi è l’oltreuomo, cosa cambia rispetto a ciò che siamo ora.
Ecco alcune espressioni di quei tentativi.

Ha detto Nietzsche: “Io vi insegno l’oltreuomo. L’uomo è qualcosa che deve essere superato. Che avete fatto per superarlo? Tutti gli esseri hanno creato qualcosa al di sopra di sé e voi volete essere il riflusso in questa grande marea e retrocedere alla bestia piuttosto che superare l’uomo? Che cos’è per l’uomo la scimmia? Un ghigno o una vergogna dolorosa. E questo appunto ha da essere l’uomo per l’oltreuomo: un ghigno o una dolorosa vergogna.” (Nietzsche, Così parlò Zarathustra)

Ha detto Heidegger: “Non c’è un ponte che conduca dalla scienza (il pensiero calcolante della ‘ragione’ occidentale) al pensiero (il pensiero che rinunciando ad ogni finalità ‘costruttiva’ si pone come risposta ad una chiamata, quella dell’essere). L’unico passaggio possibile è il salto. Il luogo dove questo salto ci conduce non è solo l’altro lato dell’abisso, ma una regione totalmente diversa” (Martin Heidegger, Was heisst Denchen?, 61, II, 6).
E: “Il salto, a differenza del cammino (d’ogni cammino dell’Occidente, scientifico, filosofico, poetico…) porta il pensiero, senza ponti, cioè senza che vi sia un procedere continuo, in un altro ambito e in un’altra maniera di dire” (Martin Heidegger, Weise des Sagens, 63, 95).
Ambito che Heidegger suscita, ma come un fantasma, o come una possibilità remota. Per cui il salto, in questo tipo d’impresa che si andava a incominciare, dove l’aldilà era ignoto e il Passaggio pure, assomigliava a un tentativo disperato, come quando si è di fronte a un abisso che non si può evitare e si è spinti inesorabilmente dalla distruzione che avanza alle spalle. Ed allora il salto, appunto.

Per Jünger non era sufficiente una normale evoluzione, “conta piuttosto la metamorfosi nel senso di Ovidio, la mutazione nel senso dei contemporanei”. Poi ha cercato la soluzione alla maniera degli eroi antichi, offrendo il petto al nemico da combattente qual era: “Dovremmo perciò farci carico di quest’accusa [di nichilismo], anziché attardarci fra coloro che sono incessantemente alla ricerca di colpevoli. Chi non ha sperimentato su di sé l’enorme potenza del niente e non ne ha subito la tentazione, conosce ben poco la nostra epoca. Il proprio petto: qui sta, come un tempo nella Tebaide, il centro d’ogni deserto e rovina. Qui ognuno, di qualunque condizione e rango, conduce da solo e in prima persona la sua lotta, e con la sua vittoria il mondo cambia. Se egli ha la meglio, il niente si ritirerà in se stesso, abbandonando sulla riva i tesori che le sue onde avevano sommerso. Essi compenseranno i sacrifici” (Ernst Jünger, Martin Heidegger, Oltre la linea).

Ma sogni, idee, previsioni, progetti, discussioni, non sono bastati a superare l’Abisso.
Però qualcosa ormai aleggiava e non poteva rimanere confinata nell’Iperuranio. Era troppo importante per il mondo delle apparenze: si trattava di manifestare in esso l’eterno in modo non soltanto ideale. E perché ciò avvenisse, intuizioni e visioni dovevano diventare idee chiare e distinte.
Si doveva capire il perché del ritorno alle origini iniziato un secolo prima specialmente da parte dei filologi, che hanno preceduto il cammino in avanti dei filosofi.
Si doveva sapere senza ombra di dubbio che tutto il cammino era circolare e chi va per esso ad occhi aperti si accorge di finire nell’inizio.
Si doveva soprattutto ricorrere a uno STRATAGEMMA per superare l’Abisso, quello che abbiamo raccontato nel libro Compendio, il cammino misterioso che attraversa il sonno, l’inconscio e la morte e in altri post e che qui riportiamo per comodità di chi legge. Ecco un estratto di quella descrizione:
“Il mio cammino solitario nella Notte è cominciato dal Tramonto, ma sapendo in qualche modo che l’ultimo campo base era quello dove erano giunti prima di me Nietzsche, Heidegger, Jünger, – e forse qualche altro, di cui non so dire però, perché ho trovato notizie solo di questi tre. O molte informazioni le ho ricevute da personaggi del nichilismo, da chi, dunque, è entrato nella Tenebra e l’ha descritta e in qualche modo anche affrontata, ma non mi risulta che qualcuno sia arrivato in posizione più avanzata dei tre che ho nominato. Ragion per cui posso ora fissare quale partenza per l’ultima tappa la “linea di Mezzanotte”.
Quella, dunque, che sicuramente Nietzsche ha visto assieme agli altri, ma che neppure lui è riuscito ad oltrepassare. O l’ha fatto solo in sogno, con un’immagine vicina al Risveglio. Quella del giovane pastore che morde il serpente che s’era infilato nella sua bocca e gli stacca la testa e la sputa lontano; e da morente che era s’alza in piedi, “non più pastore, non più uomo, – un trasformato, un circonfuso di luce, che rideva! Mai prima al mondo aveva riso un uomo così, come lui rise”.
Questa è stata la nascita dell’oltreuomo, percepita nei modi del sogno.
“Se io dico che son partito da presso la Mezzanotte dove erano giunti gli ultimi grandi del pensiero occidentale, lo dico solo ora. Non lo sapevo nel tempo che, ancora giovane, mi son messo in quell’impresa. Non in modo conscio, almeno. Allora è chiaro: non sono partito come un comprimario, ma come uno sherpa. C’era da salvare la vita, soprattutto ciò che di essa non si vuol perdere, perché in definitiva di ciò sempre si tratta in tal genere d’avventure, − e la salvezza dipendeva dal superamento della linea dove disperatamente e tragicamente s’erano bloccati i titolari della spedizione, uomini illustri di cui io però allora non conoscevo neppure i nomi – e perciò via da solo, io il nativo di quelle cime e abissi, a tentare il vuoto più grande che s’apriva aldilà della sponda raggiunta”.
L’Abisso è come un immenso alveo che dal Tramonto va fino all’Alba del Giorno dopo e al centro c’è la fenditura senza fondo, quella che è stata chiamata anche Mezzanotte, insuperabile con i mezzi e le notizie allora a disposizione. Un alveo che Jünger ha chiamato “terra selvaggia”, “bosco”, “casa della morte, sede del pericolo di annientamento” e Heidegger “linea zero”, “linea critica”.

Ma ecco come sono arrivato a valicare quel “senza fondo”. Esisteva, dunque, la Via del Giorno, vale a dire il semicerchio costruito e percorso dalla filosofia in più di venticinque secoli, che come un immenso arcobaleno collega l’Aurora con il Tramonto ed io in quel giro mi son messo rivolto all’Aurora, quindi tornando idealmente indietro, come hanno fatto prima di me filologi e filosofi famosi. Ma nello stesso tempo andavo avanti inoltrandomi sempre più nella Notte, e il doppio percorso m’è riuscito perché, come un ragno al suo filo, mi tenevo appeso ad una corda fissata sull’arcata in alto ma in modo che scorresse, e seguivo il pensiero in quel suo movimento. In tal modo quando sono arrivato a Mezzogiorno, sotto era Mezzanotte, il centro dell’Abisso, e perciò lo superavo passandoci sopra. E quando sono giunto all’Alba di venticinque secoli fa c’era la fine della Notte in corrispondenza. Ma a quel punto sono diventati indistinguibili fine della Notte e Alba del nuovo Giorno.
Ecco perciò com’è andata: un lavoro di ragno che si è lasciato dondolare nel vento nell’attesa del soffio più forte delle correnti circolari. Solo un vincere l’Abisso approfittando degli eterni ritorni, della ruota che gira: non è evidente che essa continua a girare anche se ci sono punti morti per i singoli! Un vincere la morte ruotando nella giostra della vita, perciò; opera di trapezista ora che è fatta, ora che la seconda corda che tenevo in mano e che lasciavo pendere nel vuoto è stata tirata, che un minimo di protezione è stato inventato. C’era comunicabilità fra i rotanti cieli, dunque, e se si dispone della chiave si può passare dall’uno all’altro; o tenersi aggrappati ad uno per muoversi anche sull’altro, come stavo facendo io, insomma.
Solo in questo modo, con questo metodo, l’Abisso poteva essere superato e così è stato. Ora l’uomo è al di là. Si tratta per ora solo di un’opera d’avanguardia, ma come sempre accade molti altri seguiranno.
Giunti a questo punto, chi è l’oltreuomo? È l’uomo dell’eterno ritorno dell’uguale, ora che la via circolare è stata completata, illuminata e segnalata.

Origine della democrazia moderna

9 marzo 2014
Jackson Pollock, Stenographic Figure (1942)

Jackson Pollock, Stenographic Figure (1942)

Il nascondimento dell’Essere,
− la sua sparizione e morte per i più −,
ha prodotto la democrazia moderna.

 

Struttura e sovrastruttura

1. Di struttura e sovrastruttura abbiamo parlato in Appunti per una storia della filosofia. In esso abbiamo indicato come struttura l’uomo in carne e ossa, vale a dire la sua natura fisica, mentre la sovrastruttura è opera di civiltà che negli ultimi secoli si è manifestata in campo filosofico con le conquiste che hanno nome “mente”, “ragione”, “mondo delle idee”, “io penso”, “io trascendentale”, “io assoluto”, “sé”. Questi nomi non indicano la parte dell’umano che si vede, si tocca, si ode, si odora, si gusta, la sua parte fisica insomma, ma l’altro suo aspetto, quello cui viene attribuita l’eternità, l’immobilità, l’immutabilità.
Uno dei nomi delle due cose assieme è invece “animale razionale” e lo ha così chiamato Aristotele.

2. Oggi della sovrastruttura stiamo perdendo i connotati, sta svanendo, è in tanta parte scomparsa. Si dice sempre più frequentemente e diffusamente, per esempio, che l’eterno non c’è, che non c’è nulla di fisso e immutabile; ma il motivo è uno solo, perché non appaiono più. Si vedevano bene quando era Giorno, il Giorno dell’Essere, − ciò che è stato chiamato Essere fin dal suo apparire all’inizio della civiltà occidentale, o la civiltà occidentale è iniziata con quell’apparire, come nella luce dell’aurora s’aprono i fiori. Ma poi è giunto il Tramonto. Esso è stato avvertito da poeti e filosofi più di due secoli fa. A Hölderlin si è presentato come “fuga degli dèi nella Notte santa”, a Schopenhauer come ingresso nelle ombre e nelle tenebre dell’inconscio. Comincerà infatti quel cammino che ha portato il pensiero filosofico fino a Mezzanotte e all’intenzione di valicare quella linea. Oggi è da oltre di essa che si parla (vedi Compendio. Il cammino misterioso che attraversa il sonno, l’inconscio, la morte, parte seconda, capitolo VI).

3. Intanto però anche gli abitanti dell’Occidente, senza sapere di seguire una destinazione verso quel punto del Cielo da cui hanno preso il nome, hanno continuato verso di esso fino alla scomparsa della luce. Verso quel  modo od aspetto dell’oscurità che poi è stato chiamato anche “nichilismo”. Nichilismo è uguale a tenebra di cui non si conosceva la natura e oggi si può dire di essa che è lontananza e assenza: lontananza ed assenza della luce dell’Essere, come la notte e l’inverno sono assenza o estrema lontananza della luce del sole. Le conseguenze? Quelle cui abbiamo sopra accennato, vale a dire oscuramento della sovrastruttura e per i più la sua scomparsa in quel buio.

4. Di converso si dà il primato al corpo, alle sue esigenze, lo si esalta sempre più, ci dedichiamo ad esso, lo serviamo, per esso si prende posizione e si combatte e si fanno le leggi. Ecco perché è tutto un’apparire l’Occidente del nichilismo diventato condizione normale.
Ecco alcuni aspetti di questa manifestazione:
Cuochi e fornelli innumerevoli, esaltati e moltiplicati dai media.
Gioco del calcio e giocatori, i nuovi idoli, che occupano il primo posto negli interessi dei più.
Palestre e palestrati.
Cliniche di chirurgia estetica e visi e corpi trasformati.
Laboratori di tatuaggi.

E c’è mescolamento di ciò che era semplice e distinto:
Famiglie allargate.
Famiglie ristrette.
Di soli uomini.
Di sole donne.
Figli adottivi che non hanno più padre e madre, ma genitore 1 e genitore 2. Non è corretta neppure la parola genitore che vuol dire chi genera o ha generato, e due uomini, per esempio, non generano. E la casa del Padre?
Via libera a tutti i piaceri e tendenze che affondano nella carne. “Stili di vita” stanno chiamandoli.

5. Come hanno potuto avvenire questi mutamenti e in così breve tempo? Perché siamo passati dalla manifestazione dell’Essere al suo occultamento, è la risposta; quindi dal Giorno alla Notte, o dalla filosofia del giorno che arriva fino a Hegel a quella successiva, fino al nichilismo diventato condizione normale.
Perché prima era la sovrastruttura che prevaleva, oggi la struttura. Perché prima le leggi che regolavano le apparenze, e con esse si intendono in questo caso gli uomini che si vedono e si toccano, erano espressione dell’Essere e come tali avevano le caratteristiche dell’eternità, stabilità, immutabilità. Dopo, la loro provenienza è la struttura, vale a dire lo stesso mondo delle apparenze.
Ma come si ottengono le leggi se le apparenze  sono innumerevoli e le leggi devono valere per molte o per tutte? Cioè come si arriva a un denominatore comune? Si arriva con un metodo semplice, facendo decidere da tutte le apparenze interessate: abitanti di un paese, di uno stato, di una civiltà, ed è valida la proposta che ottiene la maggioranza o altra percentuale stabilita. E questo è il fondamento della democrazia moderna.
Un simile mutamento, dunque, è diventato possibile, cambiando l’origine delle leggi: da espressione della sovrastruttura, cioè dell’eterno, a risultato di una votazione di quel che è temporaneo, mutevole, mobile. Della stessa natura anch’esse perciò.
Dunque derivando dall’effimero sono effimere, cioè mutano continuamente in qualità e quantità, sono come le innumerevoli immagini del caleidoscopio che ad ogni movimento e mescolamento appaiono nuove e diverse. Ecco il gran daffare dei nostri giorni dove a metà novembre non giunge quel che ad ottobre si legifera.

6. Di contro alla nostra denuncia di scomparsa della sovrastruttura, qualcuno si opporrà e vorrà confutarla. Dirà cioè che la sovrastruttura non è scomparsa, ma anzi si vede e si tocca dappertutto. Ci sono le scuole, per esempio, che sono i luoghi di ritrovo di un’ insegnamento cominciato più di venticinque secoli fa. Ci sono le chiese, le  biblioteche, i tribunali, i palazzi della politica, della giustizia, i musei, ecc. E noi rispondiamo così: ma questi sono gli effetti pratici e le ricadute materiali sorte dal pensiero razionale lungo il suo millenario percorso. Ciò che se n’è andato è lo Spirito del mondo. È scomparso nella Notte (vedi Hölderlin e la fuga degli dèi nella Notte santa). O quella luce, Aurora della civiltà è stata anche chiamata, è tramontata. Iltramonto dell’Essere è il titolo che ha ricevuto il secolo scorso, o anche Tramontodell’Occidente (Spengler), La crisi della civiltà (Huizinga), La crisi delle scienzeeuropee (Husserl)… E ora ci uniamo anche noi a quel coro.
Per dire che siamo diventati strutture, senza più la sovrastruttura. Lo spirito vivente è stato inghiottito dalle tenebre e sono rimaste soltanto le sue impronte, le sue vestigia, le sue immagini su specchi riflettenti. Decaduto perciò, ridotto a cosa, dove di quel totale che si chiama uomo è presente solo la parte che appare.  

7. Insisteranno i nostri critici e confutatori e diranno: non c’è mai stato tanto fervore per la ricerca scientifica e tante scoperte come ai nostri giorni. Ed è vero. Ma solo nel campo della struttura però, vale a dire solo dalla parte delle apparenze, quella che Parmenide ha chiamato “ciò che appare ai mortali”, distinguendolo dall’Essere. Ed era previsto tale sviluppo, da Parmenide stesso. Egli, infatti nella seconda parte del suo poemetto indica così lo sviluppo in quel campo: “A questo punto io pongo termine al ragionamento certo e al pensiero con riferimento alla verità (la via dell’Essere); quind’innanzi le opinioni dei mortali apprendi con l’ascoltare l’arte fantastica delle mie parole (la via dell’apparenza)”. (Parmenide, frammento 8 D.K. ).
Lungo quest’ultima, continua Parmenide, “tu conoscerai la natura dell’etere – vale a dire tutte le stelle fisse che sono nell’etere, e l’avvampante realtà della pura face del sole splendente e la loro origine – e verrai a sapere la realtà e la natura del tondo occhio lunare nel suo giro errante; poi comprenderai anche donde ebbe origine il cielo che da una parte e dall’altra divide e come Necessità lo guidò e lo avvinse perché fissasse il limite delle costellazioni” (ibidem, frammento 9). Ed ora quel conoscerai si è esteso smisuratamente in tutte le direzioni: verso il cielo, verso la terra, nel macrocosmo, nel microcosmo. E la tecnica ha forgiato gli strumenti per penetrare sempre di più nella manifestazione, anche se sa di non poter raggiungere la fine, né oggi né mai (nel campo della fisica vedi la corsa verso il Big Bang e l’impossibilità di arrivare ad esso).

8. Un’altra confutazione può apparire così: ma il linguaggio che inerisce alla sovrastruttura è ancora tutto in uso. Non sono parole abbandonate e dismesse “giustizia”, “uguaglianza”, “verità”; neppure “eternità”, “immutabilità”, “immobilità”, anzi vengono usate continuamente. Ma allora solo a vantaggio di quel che appare. Ci si abbellisce della loro veste regale.
Sono dunque parole della sovrastruttura applicate alla struttura. Si ricorre, per esempio,  a vocaboli come “eterno” dove c’è solo il temporale ed effimero. Il linguaggio metafisico è stato volto al servizio dello sviamento e dell’inganno. Così tutto ciò che apparteneva all’Essere e che era “vero”, “immobile”, “immutabile” è scaduto al rango di opinione. C’è un’immensa ipocrisia che ha preso il posto della verità. Si distorcono le grandi conquiste della mente e del cuore per metterle, così ridotte, a servizio della struttura.
Uno dei grandi operatori in questo campo è stato Emanuele Severino, che ha applicato alle apparenze gli attributi dell’Essere. Con lui si è raggiunto l’apice della trasformazione. La credenza diffusa ai nostri giorni che vale solo la struttura, ha acquistato la legittimazione nel campo della filosofia da un filosofo che ha occupato la scena come prim’attore per tanto tempo.

9. In rapporto con il corpo diventato sovrano e a una sovrastruttura che si svolge dentro i suoi limiti, vale a dire dalla nascita alla morte, la trascendenza non c’è più, si guarda a questo tipo d’uomo come a ciò che ci tocca necessariamente, ed è invece quel che è rimasto e di cui ci si accontenta, e si concedono ad esso tutte le attenuanti nel campo delle sanzioni e dei castighi. Si fa insomma di necessità virtù per tenere e tenerci a galla.
Così è stata abolita la pena di morte in quasi tutto l’Occidente. L’ergastolo c’è ancora ma non viene applicato. Chi è stato condannato a lunghi periodi, non sconta mai tutta la pena inflitta, ma gode di continue riduzioni e trasformazioni. Le carceri non sono mai abbastanza né la loro gradevolezza sufficiente, per cui si ricorre a continui indulti e amnistie. Non c’è mai la certezza della pena e perciò la giustizia, e la corruzione dilaga.

10. Da quanto si è detto fin qui nasce il nuovo problema morale. Se non c’è l’Essere, se c’è solo apparire e sparire in questa rappresentazione che chiamiamo mondo, perché obbedire a leggi che appartengono ad una sovrastruttura considerata ormai obsoleta? Perché essere onesti, giusti, virtuosi, veritieri? Tanto, tutto finisce. Per dignità, per decoro: ma che serve se tutto è effimero vano?
Tutto ciò che apparteneva all’Essere e che era “vero”,  è scaduto al rango di opinione. È il relativismo morale che impera. C’è ancora una morale scritta nei cuori o ci sono solo articoli dei codici civile e penale che vengono osservati quando non si può farne a meno, per evitare le pene previste? Certamente qualche cosa è rimasto dell’antica nobiltà fondata sulla presenza dell’eterno in noi, ma esso è sempre più scialbo in questo Occidente del nichilismo diventato condizione normale.

Con il distacco delle apparenze dall’Essere la democrazia dell’Occidente decadrebbe a cosa, come le società delle api e delle formiche. Ma è iniziato l’ eterno ritorno dell’uguale.

Pensiero sulla fine della civiltà occidentale

14 luglio 2013

La civiltà occidentale è tutta un finire. Ma i punti dove ciò appare di più, com’è Destino che sia, sono quelli da cui è cominciata: la Grecia e l’Italia, Atene e Roma.
Di questo lungo giro ci sono tante indicazioni nel blog, perché la storia della filosofia ha seguito quella della civiltà, o questa quella.

Realismo ingenuo

17 marzo 2013
René Magritte, Falso specchio (1928)

René Magritte, Falso specchio (1928)

A te che provi meraviglia per l’immensità del cosmo, perché come corpi siamo piccini, anzi insignificanti, e il confronto con esso non regge, vedi un po’ cosa si dice invece dal fronte del pensiero.
Ha detto Epicarmo:
“La mente vede, la mente ode: il resto è sordo e cieco”. (Framm. 12)
Ha detto Berkeley:
“Vi sono verità talmente chiare che per vederle ci basta aprire gli occhi. Una di esse è questa importante verità: tutto il coro del cielo e le aggiunte della terra, tutti i corpi che compongono la poderosa costruzione dell’universo, non esistono fuori di una mente; non hanno altro essere se non l’essere percepiti; non esistono quando non li pensiamo o esistono soltanto nella mente di uno Spirito Eterno”. (Principles of Human Knowledge, 6)
O anche:
“Parlare della conoscenza assoluta di cose inanimate, senza rapporto con il fatto che siano percepite o no, per me è insensato. Il loro esse è il percipi; è impossibile che esistano fuori della mente che le percepisce”. (Principles of Human Knowledge, 3)
Ha detto Schopenhauer:
“Vidi allora, con mia gran gioia, svanire tutte quelle contraddizioni e trovai che Kant, anche se non usa la formula nessun oggetto senza soggetto, tuttavia con la stessa determinazione di Berkeley e mia, spiega il mondo esteriore che giace nello spazio e nel tempo come mera rappresentazione del soggetto conoscente”. (A. Schopenhauer, Die Welt als Wille und Vorstellung, II, pag. 534.
Nel Vocabolario ci sono le seguenti indicazioni.
Alla voce Porta:
− T’affacci sul divino della luce quando incontri la Porta/ e da lì ti accorgi che le stelle e le galassie/ sono scintille di essa sparpagliate/ dentro l’interno che si lascia.
− Se ti accade di accostarti a quella Porta/ e di affacciarti, vedi gran luce/ e le stelle e le galassie stanno all’interno/ immerse in una sfera di pensiero.
Alla voce Anni:
− Se dici che il cielo ha tanti anni,/ li ha soltanto ora che lo dici.
Alla voce Mondo:
− Il Mondo è come le immagini dello specchio,/ è tutto ciò che è dentro e non si vede/ se non c’è qualcuno che provvede/ a lasciar lo specchio e a guardar da fuori./ E così noi vedremo anche la mente/ se lasceremo lo specchio della vita,/ se non ci cureremo più della partita/ che si gioca quaggiù/ fra canti e pianti.
− Che il Mondo ci sia anche senza l’elaborazione/ che ha fatto di esso la mente umana, è possibile./ Ma cosa sia diversamente non è dato di sapere.
− Il Mondo così è Mondo giunto all’uomo./ Se ogni uomo si toglie, esso si scioglie immediatamente.
− Si può anche elencare cosa svanisce: il colore, il sapore,/ l’odore, le composizioni, le figure, le misure, il numero di cose./ Rimane forse lo scheletro del Mondo./ Perché la veste del mattino per il Mondo/ è occhi, mente e cuore.
− Tu dici che è immenso/ e sta nell’occhio./ Io direi che immenso è l’abbandono.
Poi tante altre.

Dunque se nel mondo delle apparenze siamo in carne ed ossa ognuno come un granello di sabbia nella più grande delle spiagge, per l’Essere che è in noi, raggiunto in modo chiaro e distinto seguendo la via dell’Eterno ritorno dell’uguale, quel mondo l’abbiamo ora consciamente superato e lo guardiamo dal Centro o da fuori. E da lì è soltanto apparenza.

Struttura e sovrastruttura

13 gennaio 2013
Pablo Picasso, Fabbrica a Horta de Ebro (1909)

Pablo Picasso, Fabbrica a Horta de Ebro (1909)

La sovrastruttura è la “parte superiore di un complesso strutturale”.
Nel nostro caso il complesso strutturale è la natura e più precisamente l’uomo, e la parte superiore di essa è la ragione, e più precisamente la filosofia.
Fin da presso il suo inizio, Aristotele ha chiamato questo complesso, comprendente dunque le due parti, “animale razionale”. Un’aggiunta perciò la ragione, un di più a quel che già c’era. Ma come è avvenuto questo aumento?

La causa è stato il sorgere di un astro luminoso, l’Essere, o il suo avvicinarsi, o tutte e due le cose assieme, come fa il sole a primavera con le piante e i fiori, finché non sbocciano. Ai nostri giorni Heidegger ha chiamato quell’avvenimento momento aurorale, o di massima vicinanza. Oggi ci troviamo agli antipodi, nel punto più lontano e nascosto. O tale è l’Essere per noi.

Rispetto ad Aristotele e al suo “animale razionale”, che si trova già nel Giorno della filosofia, l’Essere ha cominciato ad illuminare quella struttura animale predisposta a ricevere la sua luce, vale a dire in modo chiaro e distinto, circa trecento anni prima di lui, vale a dire nei secoli sesto e quinto a.C. e alcuni dei presenti a quell’apparizione si chiamano Lao-tzu, Buddha, Parmenide, Eraclito. Il primo in Cina, il secondo in India, Parmenide e Eraclito nel Medio oriente, perché quello è stato anche il cammino della luce: da Oriente verso Occidente. Quei sapienti sono stati i testimoni di quell’apparizione e dei suoi effetti e l’hanno in vari modi raccontata. Così abbiamo fatto anche noi, dopo che abbiamo raggiunto quell’inizio arrivando dal Tramonto e dalla Notte, aggiungendo agli antichi racconti qualcosa di nostro (vedi il post Compendio. Il cammino misterioso che attraversa il sonno, l’inconscio e la morte).

Poi in quella luce dell’inizio, si è cominciato a vedere e costruire. A vedere lo spazio dove la strada sarebbe sorta e la direzione che avrebbe preso: da Oriente verso Occidente, seguendo l’Astro in Cielo, perché erano assieme e in comunicazione Terra e Cielo in quel tempo; e la costruzione è cominciata con Socrate.

Son passati i secoli e millenni su quella gestazione e sviluppo, anche quelli del buio Medioevo. Poi in un diradarsi delle tenebre è cominciato ad apparire il risultato. Esso è l’“Io”. L’Io di Cartesio il primo, seguito da quelli di Locke, Kant, Fichte, Schelling, Gentile, Jung, infine il nostro.

Ecco alcune notizie di quell’Io, espresse dai suoi autori.
L’Io di Cartesio.
“Anche se vedo così manifestamente che non vi sono indizi concludenti né segni abbastanza certi per cui sia possibile distinguere nettamente la veglia dal sonno”, “Non vi è assolutamente dubbio (invece) che io esisto, se egli (il demone) m’inganna; e m’inganni pure quanto vorrà, ma egli non potrebbe mai fare che io non sia nulla fino a che penserò d’essere qualcosa”. E quel qualcosa è l’io sono, io esisto: “necessariamente vera tutte le volte che la pronuncio e la concepisco nel mio spirito”. (Cartesio, Meditazioni).
“Che cosa dunque sono io? Una cosa che pensa . Ma che cos’è una cosa che pensa? È una cosa che dubita, concepisce, afferma, nega, vuole o non vuole, immagina e sente. Certo non è poco se tutte queste cose appartengono alla mia natura. Ma perché non le apparterebbero? […] È di per sé evidente che sono io che dubito, che intendo e che desidero e che non c’è bisogno di aggiungere nulla per spiegarlo” (Cartesio, Meditazioni, II)
L’Io di Locke.
“È il più alto grado di certezza” (Locke, Saggio, IV, 9, 3).
L’Io di Kant.
“Io, come pensante, sono un oggetto del senso interno (cioè coscienza), e mi chiamo anima. Ciò che è oggetto del senso esterno si chiama corpo. Pertanto l’espressione io, come essere pensante, designa già l’oggetto della psicologia che può dirsi la dottrina razionale dell’anima, quando io dell’anima non voglio sapere più di quanto, indipendentemente dall’esperienza (la quale mi determina più da vicino e in concreto) può essere concluso da questo concetto dell’io presente in ogni pensiero” (Kant, Critica della Ragion Pura, Dialettica, II, cap. 1)
L’Io trascendentale di Fichte.
“In quanto è assoluto, l’Io è infinito e illimitato. Esso pone tutto ciò che è; e ciò che esso non pone non è (per esso; ma al di fuori di esso non c’è nulla). Ma tutto ciò che esso pone, esso lo pone come Io; ed esso pone l’Io come tutto ciò che esso pone. Quindi, in questo riguardo, l’Io abbraccia in sé tutta la realtà, cioè una realtà infinita e illimitata” (Fichte, Wissenschaftslehre, 1794, III, § 5, II; trad. ital., pag. 207)
L’Io assoluto di Schelling.
“Io sono diventato spinozista – ha scritto Schelling a Hegel – vuoi sapere come? Per Spinoza il mondo è tutto, per me tutto è l’Io” (Schelling, L’Io come principio della filosofia o l’incondizionato nel sapere umano, 1795)
L’Io assoluto di Hegel.
“L’Io, questa immediata coscienza di sé, appare anch’esso da un lato come immediato, dall’altro poi come noto in un senso molto più elevato che qualsiasi altra rappresentazione. Ogni altro noto appartiene infatti certamente all’Io, ama nello stesso tempo è ancora diverso da esso e però è subito un contenuto accidentale; l’Io invece è la semplice certezza di sé. Ma l’Io in generale è anche nello stesso tempo un concreto o meglio l’Io e il concretissimo, la coscienza di sé come di un mondo infinitamente molteplice”. (Hegel, Wissenschaft der Logik, I, libro I; trad. ital., i, pag 65-66).
L’Io assoluto di Gentile.
“L’Io è, si, l’individuo, ma l’individuo come soggetto, il quale non ha nulla da contrapporre a se stesso e che trova tutto in sé; e perciò è il concreto attuale universale. Orbene questo Io, che è lo stesso assoluto, è in quanto si pone; è causa sui” (Gentile, Teoria generale dello spirito, XVII, § 7).

Così alcune note della cavalcata dell’Io lungo i secoli e millenni, diretto alla sua liberazione dai cerchi chiusi della natura. Poi l’arrivo al “Sé”.
A quello di Jung che, dopo l’ingresso nella metà oscura del giro si è arricchito di un nuovo titolo, è diventato “Sé”. In altre parole, alla coscienza e autocoscienza s’è aggiunto l’inconscio.
Il Selbst () − egli ha detto − non va assolutamente confuso con l’Io, perché è unità di conscio e inconscio (C.G. Jung, Vonden Wurrzeln dees Bewusstseins, 1954, pag. 595). “Se s’immagina la coscienza, con l’Io al centro, come contrapposta all’inconscio, e se ci si rappresenta il processo di assimilazione dell’inconscio, quest’assimilazione può essere pensata come una specie d’accostamento fra la coscienza e l’inconscio, dove il centro della personalità totale non coincide più con l’Io, ma è un punto situato in mezzo fra la coscienza e l’inconscio. Questo sarebbe il punto del nuovo equilibrio, una nuova centratura della personalità complessiva, un centro forze virtuale, che offre alla personalità, per la sua posizione centrale fra coscienza ed inconscio, una nuova sicura base” (ibidem, pag. 133).
Infine l’arrivo al nostro, voce di questo blog, che nella veste dell’apparenza dentro un corpo ha compiuto il giro della cultura, dal suo inizio nell’antica Grecia, fino alla fine che coincide con l’inizio, ha visto e vissuto la coincidenza degli opposti, ha attraversato il Ponte sull’Abisso, ha svelato il segreto della Porta, è passato aldilà ed è giunto in Centro.

È da questo sviluppo fino al distacco e all’uscita che l’Io è diventato eterno ritorno dell’uguale (vedi anche Nietzsche e l’uscita dal cerchio dell’eterno ritorno). È questa la sovrastruttura che può rimanere per sempre.

Empirismo e idealismo

6 gennaio 2013

Appunti per una storia della filosofia, ora che sta tutta in uno sguardo e si può seguire il suo millenario cammino fino alla fine che coincide con l’inizio.
Un riscrivere la sua storia alla luce della sua conclusione sarebbe l’intento, ma è lavoro che può occupare una vita e noi l’abbiamo spesa in altro: a costruire l’ultimo tratto che porta fino alla coincidenza degli opposti e all’ “eterno ritorno dell’uguale”, per cui ci occuperemo, appunto, solo di appunti, per chiarire anche a noi stessi, oltre a quelli già esposti, altri aspetti della strada, e i procedimenti seguiti per costruirla.

Giorgione, Tre filosofi (1506-08))

Giorgione, Tre filosofi (1506-08)

La filosofia comincia con Socrate, e comincia con la preminenza che viene data alle idee e al loro totale, o alle cose e al loro totale. Questi due aspetti presenti fin dal suo inizio, con la filosofia moderna hanno preso i nomi di “empirismo” e “idealismo”. Prima di essi dalla parte dell’idealismo c’erano l’Essere, Dio, il Logos, il Bene, le Idee, il Motore immobile …, e da quella dell’empirismo il Mondo, le Cose del mondo che sono ognuna la metà di un intero, le Apparenze, le Ombre della caverna, la Materia … Ciò è continuato anche dopo, ma dopo si sono aggiunti altri titoli che hanno occupato la scena: “Io penso”, “Io assoluto”, “Sostanza”, “Ragione”, “Idealismo”, “Sé” …

Empirismo è l’“indirizzo filosofico secondo il quale tutti i dati della conoscenza derivano direttamente o indirettamente dall’esperienza che viene pertanto assunta come unico criterio di verità”.
Idealismo è invece il contrario: prime ci sono le “idee”, eterne, immutabili, immobili, e poi le “cose”, che sono invece precarie, mobili, mutevoli.
Su questi aspetti e seguendo queste due direzioni si sono impegnati i maggiori filosofi, antichi e moderni. Ne citiamo alcuni:
− Nell’antichità, fra gli idealisti Platone;
− Fra gli empiristi Aristotele;
− Chiara la posizione di Platone: si comincia dalle “idee”. Sono l’essenza del molteplice, eterne, immutabili, immobili. Dall’altra parte le “cose” del mondo, che sono “ombre” delle idee, soggette al tempo che passa, muove e muta;
− Per Aristotele, invece, non ci sono idee innate, “non c’è nulla nell’intelletto che non sia prima nei sensi”, e perciò la “ragione” sarebbe completamente vuota se non ci fossero stati prima i sensi a percepire e a trasmetterle i dati che essi hanno attinto, e per Aristotele la ragione è una scintilla della luce divina nell’uomo. Da lì in avanti, vale a dire dopo questa imbeccata, comincia l’opera dell’ “animale razionale”, cioè dell’uomo. Comincia la filosofia. In questo processo, dunque, le Idee (le “Forme”) non appartengono ad un mondo a parte − non c’è l’Iperuranio platonico −, ma esse sono assieme alla “materia”. Ogni cosa è “sinolo di materia e forma”. Dunque, prima i sensi per Aristotele, che perciò si colloca fra gli empiristi, anzi è il primo di essi.

Ora un salto con gli stivali delle sette leghe e scendiamo nella filosofia moderna, cominciata nel secolo diciassettesimo e continuata nel successivo:
− Fra gli idealisti c’è Cartesio;
− Fra gli empiristi Locke. Locke sta a Cartesio come Aristotele a Platone;
− Cartesio riprende l’antica distinzione stabilita da Platone fra “ombre” e “idee” e chiama le prime “sostanza estesa” e le altre “sostanza pensante”. (Res cogitans e Res extensa – pensiero ed estensione). Ma alla “Res cogitans”, o “Io”, e poi, in modo surrettizio, a “Dio”, egli arriva mettendo in dubbio tutto ciò che ha incontrato per via in quell’andare errando, vale a dire tutta la “Res extensa”. Così racconta il suo viaggio allucinante: “Come nei sogni della notte ci capita di far cose che davvero non facciamo e d’essere in luoghi dove davvero non siamo mai stati, similmente, se stiamo alle semplici testimonianze che ci giungono dai sensi, se prestiamo cioè fede alle immagini che ci forniscono, io non avevo sufficienti prove per decidere se ero sveglio o se stavo sognando. Perciò la realtà del mondo, e il mio stesso corpo, quali mi appaiono in immagine, potevano essere in sé nient’altro che sogno e illusione”. “È stato” ha continuato Cartesio “come se fossi caduto in un’acqua profondissima”. “Sono così sorpreso che non posso né poggiare i miei piedi sul fondo, né nuotare per sostenermi alla superficie”. Non posso, infatti, più negare “che tutte le cose che vedo sono false, che nulla esiste di tutto ciò che la mia memoria, riempita di menzogne, mi rappresenta; penso di non aver senso alcuno; credo che il corpo, la figura, l’estensione, il movimento, il luogo non siano che finzioni del mio spirito; che cosa dunque potrà essere reputato vero? Forse nient’altro se non che non vi è al mondo nulla di certo”. Giunto all’ “Io”, unico approdo, unica certezza dopo il dubbio universale, è l’“Io” che poi assegna il certificato di validità (di “realtà”) alla “Res extensa”, è lui che la ricupera dal dominio dei sogni e delle chimere. Perciò Cartesio, nella storia della filosofia va a porsi dalla parte degli idealisti.
− Per Locke, invece, la mente è “tabula rasa” (una lavagna senza alcun segno, una stanza vuota). È ciò di cui abbiamo le parole ma non l’esperienza. E queste parole sono (appunto) vuote, senza contenuto. Di tal natura, per esempio, sono “Sostanza”, “Eternità”, “Dio”. Con esse si possono comporre trattati, costruire sistemi, come è accaduto nel passato vicino e lontano, ma sono soltanto costruzioni della mente. Qui appare tutta la differenza esistente fra la filosofia da cui si usciva e quella che era stata da poco prodotta e inaugurata da Cartesio e Galileo.

C’è poi un terzo gruppo di cui fanno parte Spinoza e Berkeley:
− Spinoza è catalogato fra i razionalisti, Berkeley fra gli empiristi. Ma non stanno ognuno al suo posto questi due, vale a dire sui solidi terreni ben delimitati dell’idealismo e dell’empirismo, ma su una palude di sabbie mobili, con un piede di qua e uno di là della linea cartesiana di demarcazione;
− Perché per Spinoza c’è una sola sostanza, e non due come per Cartesio, ed essa è Mondo e Dio assieme, o il Mondo è anche Dio e viceversa. Tutto è “Natura”. È stato chiamato “panteismo” questo “tutto in uno”. L’unica sostanza, coincidenza di estensione e pensiero, Spinoza l’ha chiamata semplicemente così: la “Sostanza”, e sono, dunque, suoi appellativi “Natura” e “Dio”;
− Non diversamente, Berkeley parte dalle percezioni, per cui egli è annoverato fra gli empiristi, ma è un ben strano empirismo il suo. Con lui il mondo, cioè la “sostanza estesa”, sotto il suo pensiero si scioglie come la neve al sole. Perché scompaiono le “cose” che stavano alla base delle percezioni: non c’è niente là fuori da cui i sensi traggono i dati, ma le percezioni sono le cose stesse. Il mondo con tutte le sue cose diverso dalle percezioni sarebbe un inconcepibile mondo superfluo. Tutto nella mente, perciò, per Berkeley. “Esse est percipi” è la sua formula finale: “sono perché sono percepite”, e il suo empirismo già trabocca e muta in idealismo. Perché chi percepisce è l’ “Io” o uno “Spirito eterno” e in esso tutto avviene e si risolve.

Infine, in questa breve serie di appunti c’è Kant da solo che fa la doppia parte, che ha tentato cioè la sintesi di idealismo ed empirismo (di esperienza ed intelletto, come lui li ha chiamati). E ci è riuscito, ma solo in parte: solo per la parte a giorno del cammino filosofico. Mancava ancora ai suoi tempi il percorso nella Notte che chiude la rotonda via della conoscenza filosofica, ed è da quell’arrivo che si può vedere l’intero. Mancava perciò la coincidenza degli opposti che è avvenuta quando Fine e Inizio sono diventati “lo stesso”. Perciò quando idealismo ed empirismo sono risultati anch’essi “lo stesso”.
Dunque Kant ha risolto l’antico dualismo esistente nella filosofia fin dal suo inizio, quello che ha posto in contrapposizione Platone e Aristotele e poi, via via, tutti gli altri, a coppie, lunga una millenaria Storia, ma solo in modo parziale, che non è bastato a cancellare l’intimo dramma del filosofo di Köningsberg, quello che si coglie guardando le due edizioni della Critica. L’esito della sua filosofia lo portava a concludere che non c’è il mondo senza l’Io e non c’è Io senza il mondo, e quindi non poteva esserci un prima e un dopo: prima l’esperienza e poi l’intelletto, o viceversa. Eppure si doveva partire se si voleva arrivare. Ma da dove? Ecco il grande travaglio, specialmente nei sei anni che intercorrono fra la prima e la seconda edizione della Critica. Ed ecco il compromesso, che non gli ha tolto certamente l’affanno: era partito dall’intelletto nella prima edizione, e nella seconda inizia invece dall’esperienza – un colpo al cerchio e uno alla botte.
Nella seconda edizione sta scritto: “Che ogni nostra conoscenza inizi con l’esperienza, su ciò non sussiste alcun dubbio; da che, infatti, la nostra facoltà conoscitiva sarebbe stimolata al suo esercizio, se ciò non avvenisse per mezzo degli oggetti che colpiscono i nostri sensi, e, per un verso, danno origine da sé a rappresentazioni, per un altro, muovono l’attività del nostro intelletto a paragonare queste rappresentazioni, a riunirle e separarle, e ad elaborare per tal modo la materia greggia delle impressioni sensibili per giungere a quella conoscenza degli oggetti, che chiamasi esperienza?” (Critica della ragion pura, Introduzione, Volume I, pagg. 39-40, Universale Laterza). Mentre nella prima c’è il contrario: “L’esperienza è senza dubbio il primo prodotto che il nostro intelletto produce”. La qual cosa fece dire a Schopenhauer quando s’imbatté in essa: “Vidi allora, con mia gran gioia, svanire tutte quelle contraddizioni e trovai che Kant, anche se non usa la formula nessun oggetto senza soggetto, tuttavia con la stessa determinazione di Berkeley e mia, spiega il mondo esteriore che giace nello spazio e nel tempo come mera rappresentazione del soggetto conoscente” (A. Schopenhauer, Die Welt als Wille und Vorstellung, II, pag. 534).

Dunque mare agitato in filosofia per migliaia di anni. Contrasti e contrapposizioni che hanno fatto dire ripetutamente anche ai più dotti che se un filosofo dice una cosa, chi lo segue ne dice un’altra diversa od opposta. Ma le cose, dunque, non stanno così. Tutti hanno detto e dicono “lo stesso”. O, chi è partito dall’inizio non poteva ancora constatare che esso è anche fine. Però in qualche modo lo sapeva. In qualche modo quella conoscenza era racchiusa in lui, gli era stata trasmessa e a volte è apparsa, come nei sistemi di Spinoza e Berkeley.
Da chi trasmessa, dalla sapienza?
Sì, dalla sapienza. E poi dalla meta della filosofia, lontanissima e in tanta parte nascosta ma non completamente sconosciuta. Chi parte davvero, ha in cuor suo anche la direzione e la meta.
In quanto alla sapienza, che ha preceduto di poco l’inizio della filosofia, il suo tempo è quello in cui non c’erano idealismo e ed empirismo distinti e separati. C’era, appunto, la sapienza e lì le due parti stanno assieme, sono la stessa cosa. Sono un intero che è la coincidenza dei due. Così in Eraclito e Parmenide.
Ma fino a poco tempo fa, sulla scia delle due grandi correnti idealismo ed empirismo e dell’opinione diffusa, si era soliti collocare i due grandi sapienti in due posti diversi: Eraclito fra gli empiristi per il suo “tutto scorre”, perché il tutto scorre appartiene al mondo, e Parmenide fra gli idealisti per il suo “Essere” immoto, immutabile, eterno.
Però non è vero che per Eraclito “tutto scorre”, o bisogna aggiungere: tutto scorre come i ruscelli, torrenti, canali, fiumi, nel mare, che è “cifra” dell’immoto, immutabile, eterno. E Parmenide, se ha di mira l’Essere non trascura però le apparenze, “ciò che appare ai mortali”, apparenza lui stesso finché si trova nella “casa della Notte” e “corre” sul carro tirato da focosi destrieri e guidato dalle fanciulle “figlie del sole”. Poi lo bacia l’Essere.
Perciò sono la “stessa cosa” i pensieri di Parmenide e Eraclito.

Dunque i filosofi − naturalmente quelli cui si addice questo nome −, non si sono contraddetti, non hanno fatto guerra fra di loro, non hanno “chiacchierato”. Semmai, finché la millenaria strada della filosofia non è giunta a compimento, ognuno ha raccontato la sua parte di cammino. E se alcuni hanno espresso l’inizio della via ed altri la conclusione e le due cose sembravano in contrasto, ciò è perché ancora non appariva in modo chiaro e distinto che inizio e fine stanno assieme, “sono la stessa cosa”. Quel che, ora che siamo giunti alla fine, è invece evidente. Ma era evidente anche all’inizio, al tempo dei sapienti, quando la partenza ha avuto luogo.

P.S.
Perché le prime annotazioni di una futura Storia della filosofia, ora che la via filosofica è finita, comincia con idealismo ed empirismo, che sono i due aspetti dell’intero?
Perché così è iniziata anche la mia avventura: da una chiesetta che ho visto con gli occhi e toccata con le mani e da un’altra, uguale ad essa, che contemporaneamente è apparsa in cielo sopra le più alte montagne, come specchiata in quell’azzurro. Ed io sono partito dalla prima in cerca della seconda che non sapevo dov’era (vedi i post Le indicazioni del destino. Capitoli primo, secondo e rivoluzione). Quando, alla fine di un’avventura durata cinquant’anni l’ho trovata, le due chiesette sono diventate una sola, l’una e l’altra assieme.
Dunque son partito anch’io dai dati dei sensi, vale a dire dalla chiesetta terrestre, ma solo apparentemente però, perché senza la seconda, senza ciò che essa indicava e prometteva − era il luogo d’appuntamento perenne −, non mi sarei mosso. L’inizio è cominciato dalla fine perciò. Diversamente mi sarei accontentato di quel che normalmente accade: di avere un luogo d’appuntamento quaggiù finché dura la vita; mentre dopo la coincidenza delle due chiesette esso è eterno, immutabile, immobile.
Similmente quando empirismo e razionalismo sono diventati i due aspetti di uno solo (l’“Uno”), quella è stata la meta della filosofia: una via eterna aperta ad ogni singolo che vuole percorrerla.
Ecco cos’è filosofia, cos’è l’eterno ritorno dell’uguale.