Archive for the ‘Attualità’ Category

Occidentali e musulmani a confronto (visti dalla filosofia e dalla sapienza che l’ha generata) — Terza parte: l’attentato

1 giugno 2017

Charles De Steuben, Bataille de Poitiers en octobre 732 (1834-37)

L’abbiamo già scritto: l’uomo è Essere e Apparenza, o appartiene all’uno e all’altra. Ma andando per la via dell’eterno ritorno si può trovare più da una parte che dall’altra.
È quello che sta capitando attualmente a occidentali e musulmani, e i primi stanno in maggior misura dalla parte dell’Apparenza o Mondo e i secondi da quella dell’Essere o Dio.
Sono perciò, gli uni e gli altri, delle metà separate e disperse che non si incontrano, o quando accade non si riconoscono e si scontrano. Questa è l’origine della tragedia che stiamo vivendo, di cui l’ultimo atto è la strage di giovani a Manchester.
Non si può non vedere, dunque, che ciò accade perché gli uni e gli altri sono manchevoli entrambi, e quel che manca ad uno è quel che l’altro è. Manca l’Essere agli occidentali e l’Apparenza ai musulmani, manca cioè la metà di sé a ognuno, o essa è nascosta.
E se questo loro distruggersi non fosse che un disperato desiderio di volersi, per completarsi a vicenda? Allora si farebbe davvero un passo avanti. Verso l’integrazione reciproca sarebbe quell’andare, e non verso la distruzione.

Un modo di volersi anziché distruggersi lo può offrire la filosofia. C’è quella occidentale, che sta riportando all’Essere dopo il giro del mondo. Ma anche i musulmani hanno una tradizione filosofica non indifferente: nel loro splendido passato ci sono Al-Kindi, Al-Farabi, Al-Ghazzali. Ci sono soprattutto Avicenna e Averroè.

Perciò ecco che comincia ad apparire la soluzione, che è una destinazione.
Per gli occidentali è quella espressa qui, vale a dire continuare la via filosofica fino alla fine del giro e attraversare il Ponte sull’Abisso da cui si accede all’Essere, per diventare Essere e Apparenza assieme.
Per i musulmani è riprendere la via filosofica, che è la stessa dell’occidente, ma per loro ferma in terra di Spagna, da quando Carlo Martello li affrontò e vinse a Poitiers, nel 732 d.C. Una vittoria che lasciò l’Occidente da solo sulla via filosofica, a continuarla fino al punto da dove è partito. A continuarla, cioè, anche oltre l’Europa, fino all’America, alle sponde dell’Oceano Pacifico, e all’Oriente dove avviene la coincidenza degli opposti. Partiti dall’Oriente, in Oriente si ritorna. Questo è il vero modo di essere mondani: compiendo l’intero giro sul terreno e nel pensiero.

Accadrebbe ai musulmani ciò che è già avvenuto in Occidente dopo il Medioevo, dove i contendenti erano la Chiesa e lo Stato. Si avrebbe cioè il confronto fra un pensiero e l’altro, fra teologia e filosofia, e poi il faticoso l’accordo: a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio.

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Occidentali e musulmani a confronto (visti dalla filosofia e dalla sapienza che l’ha generata) — Seconda parte

12 marzo 2017

La battaglia di Lepanto, Paolo Veronese (1571)

Nella cecità si scontreranno
fino a trovar giusta misura,
e guarderà un angelo chi resta.

Ci vuole “più mondo per i musulmani e più Dio per gli occidentali” per evitare la guerra fra loro: con questa formula termina la prima parte di Occidentali e Musulmani a confronto. Inoltre è specificato che ciò appare possibile da quando “i musulmani stanno entrando in massa nel mondo dell’Occidente perché ciò non avviene senza conseguenze” – accoglienza e integrazione sono i nomi di questo fenomeno, di come si vorrebbe che fosse. In quanto all’Occidente, si afferma che “dal nichilismo si può uscire”, perché c’è già una via di fuga da esso.
Ma davvero l’attuale mondo dell’Occidente può andar bene ai musulmani? Non è quello di cui si è fatto cenno nella prima parte dove l’Essere più non appare perché tramontato?
E come può combinarsi, perciò, con Allah, che per i musulmani è luce e amore? tutte Tutte domande, allora, che hanno una risposta scontata: il mondo dell’ Occidente non farà mai coppia con Allah, non andrà mai bene, non ci sarà mai corrispondenza fra loro, sono inconciliabili le due parti.
D’altronde, dopo il tramonto dell’Essere, tale mondo è diventato vano e fatuo anche per gli occidentali che sono rimasti al buio. Nichilismo l’ha chiamato la filosofia quando è apparso, e ora è nichilismo diventato condizione normale.
In quanto all’Occidente, per uscire da tale mondo ci sarebbe oggi l’Eterno ritorno dello stesso di cui abbiamo tanto parlato, ma per ora esso è più simile a un sentiero montano che a una via, e il Ponte sull’Abisso (vedi Quattromilacinquecento anni dopo) ad un intreccio di corde sospese, attraversato finora soltanto da funamboli. Troppo poco, perciò, come valvola di sfogo. Troppo poco per poter evitare lo scontro di civiltà da lungo tempo previsto e che sembra ormai incominciato.

Occidentali e musulmani a confronto (visti dalla filosofia e dalla sapienza che l’ha generata)

21 gennaio 2017
Kamāl ud-Dīn Behzād, The construction of castle Khavarnaq (1494-1495)

Kamāl ud-Dīn Behzād, The construction of castle Khavarnaq (1494-1495)

Eraclito ha detto (Framm. 2):
“Bisogna dunque seguire ciò che è comune.
Ma pur essendo questo Logos comune,
la maggior parte degli uomini vivono
come se avessero una loro
propria e particolare saggezza”
(ognuno per sé, come ogni occidentale d’oggi).

E Parmenide, dopo aver parlato della Via dell’Essere, ha detto (Framm. 1):
“È pertanto necessario che tu apprenda tutto,
tanto il cuore immobile della Verità rotonda (L’Essere),
quanto le opinioni dei mortali,
in cui non si trova verace certezza.
Tuttavia anche questo apprenderai,
come sia necessario che chi percorra incessantemente
tutto il dominio delle esperienze
ammetta l’esistenza di ciò che appare (il Mondo).

Non sono gli uomini composti d’anima e di corpo! Oppure, si dice, di spirito e materia, fino ad arrivare, con la sapienza greca, che ha preceduto di pochi decenni l’inizio della filosofia cui ha aperto il cammino nella luce, alle idee chiare e distinte che si chiamano Logos e Mondo, Essere e Apparenze.
I maggiori testimoni di questo accadere sono stati Parmenide e Eraclito: dal primo ci sono giunte le notizie più numerose e dettagliate sull’Essere, mentre dall’altro ciò è accaduto per le Apparenze. Dell’Essere Parmenide ci ha detto che è eterno, immutabile, immobile, mentre da Eraclito sappiamo che le Apparenze sono multiformi, colorate, numerose, e stanno nel tempo – nel passato, presente e futuro – e perciò arrivano e partono, entrano ed escono, si formano e si sciolgono, appaiono e scompaiono.
Ma Essere e Apparenze non sempre sono presenti assieme sulla scena, o non lo sono in ugual misura, per cui l’uomo è spesso questo o quello, o prevalentemente uno dei due. Ai nostri giorni questo e quello si chiamano musulmani e occidentali.

I musulmani hanno, sopra ogni cosa, Allah, che in filosofia, dunque, ha nome Essere o Logos.
Gli occidentali, invece, non hanno più Dio, o sono pochi i seguaci e fedeli e poco impegnati, e comunque Dio con tutti i suoi dettami (tutte le sue leggi e precetti) è ufficialmente relegato nella sfera privata da cui non deve uscire, e ogni sconfinamento è sospettato di ingerenza e viene combattuto. Coltivano, invece, l’altro aspetto, cioè il Mondo o le Apparenze. Che sono, dunque, come diceva Parmenide, ciò che appare ai mortali. Sono tutte le cose del mondo, acqua, aria, terra, fuoco, piante e animali sulla Terra, pianeti, stelle, galassie, buchi neri in cielo. Poi anche quelle prodotte dall’uomo. Di queste ultime, fra le più vistose e frequentate oggigiorno, le palestre, le discoteche, le spiagge, le sfilate di moda, l’Isola dei Famosi, Il Grande Fratello, le cucine e i ristoranti dei cuochi famosi e le loro ricette, la chirurgia estetica con tutti i suoi apparati, ecc. Poi i rapidi mutamenti delle apparenze, ai nostri giorni quelli, per esempio, che hanno investito il matrimonio e la famiglia: matrimoni fra due dello stesso sesso, figli con due padri senza la madre, o con due madri senza il padre, uteri in affitto, strane alchimie per le fecondazioni e adozioni…
Ecco perché c’è squilibrio ai nostri giorni e da cosa dipende; mondo di squilibrati, questo nostro, e lo squilibrio genera la discordia e la contesa, oggi quella fra musulmani e occidentali. Perché, lo ripetiamo, essendo l’uomo sinolo di anima e di corpo, ecco che le due parti sono divise e contrapposte e perciò in lotta: musulmani contro occidentali, e viceversa.
Il motivo di quel che è accaduto e sta accadendo è tutto qui e la situazione generale è quella che appare continuamente per le vie e le piazze della città e nelle parole e immagini della TV, dei giornali, delle riviste.
Anziché assieme, in quell’ente che siamo, che si chiama uomo, Essere e Mondo sono perciò divisi e separati; e finora i musulmani sono fermi ai tempi dell’inizio della loro civiltà, alla luce che l’ha accesa, cioè all’Essere eterno, immutabile e immobile, mentre gli occidentali, che si trovano attualmente nella parte notturna del loro cammino nel mondo dove l’Essere non appare, vagano sperduti e isolati, non sanno più dove andare, non hanno più punti di riferimento.

Perché i musulmani sono rimasti fermi (o quasi) nella luce del loro Dio, mentre gli occidentali hanno lasciato quasi subito le dorate spiagge dell’Essere, hanno preso la direzione Occidente e la stanno percorrendo da più di venticinque secoli?
Perché subito dopo la sapienza, espressa soprattutto da Parmenide e Eraclito, è nata la filosofia ed è iniziato con essa anche il “divenire”, che è stato ed è ancora il cammino che ci ha portati fin dove ora ci troviamo. Sempre verso occidente il senso di marcia, o prevalentemente in tale direzione, seguendo l’Essere nel suo apparente cammino sulla Terra, e Occidente è perciò anche il nome della nostra civiltà. Così andando, siamo giunti al Tramonto e siamo entrati nella Notte dove ancora ci troviamo, accampati in essa. Nichilismo diventato condizione normale è il nome di questo stallo, dove le apparenze sono come lampi nel buio e lucciole nella notte, e l’Essere si trova nel punto più lontano e nascosto, come non lo è mai stato dall’inizio della filosofia dov’era Aurora. L’Aurora della civiltà occidentale.
I musulmani invece non hanno avuto filosofia, o solo la poca che è giunta loro dall’Occidente, ma non è bastata a farli muovere, o non abbastanza. Oppure, come si sa, sono stati fermati e vinti dagli occidentali, che sono partiti molto prima di loro. Ma ora che l’Occidente è immerso nel nichilismo, la parte più tenebrosa e misteriosa del viaggio, stanno riprovando.

Come conseguenza del ridursi degli occidentali in tanta parte all’apparenza, le loro norme e leggi sono prodotti di essa e non dell’Essere, e perciò sono mutevoli e spesso vane. In altre parole, i musulmani hanno un solo libro, il Corano, dove c’è tutto, per cui ogni altro dire è inutile o superfluo, o solo cornice; e gli occidentali innumerevoli.

Giunti a questo punto, cosa accadrà? Ciò che è già in corso: lo scontro armato fra i più violenti e determinati delle due parti, e sta aumentando, si sta estendendo, coinvolgendo anche gli altri. A meno che non ci siano altre soluzioni, e ci sono. I musulmani stanno entrando in massa nel mondo dell’Occidente e ciò non avviene senza conseguenze. Inoltre dal nichilismo si può uscire: c’è la via d’uscita da esso e si può percorrere. Più Mondo per i musulmani e più Dio per gli occidentali: ecco la formula.
Ma di ciò parleremo un’altra volta.

Iperfilosofia

1 novembre 2015
Ivan Kudrjasev, Luminescenza (1926)

Ivan Kudrjasev, Luminescenza (1926)

“Leopardi si addolora e piange sulle cose perdute e sulle esistenze sparite”: e questi sono i fatti da cui si parte.
Di fronte ad essi c’è la filosofia di Emanuele Severino che è una risposta a questo perdere e sparire immensi e continui, e ha cercato di superarli, e a modo suo lo ha fatto, dicendo che le cose ed esistenze sono eterne, immutabili, immobili. Cioè ogni cosa e ogni esistenza è l’Essere.
Ma ciò che dice, soprattutto la sua conclusione, si rivela subito a chi sa, ma anche a chi usa il buonsenso e la ragione, iperbolico e assurdo. Che sia di tal natura lo dice anche, e in modo chiaro e distinto, Alfonso Berardinelli nell’articolo Contro Severino, l’iperfilosofo, pubblicato lo scorso 12 ottobre su «Il Foglio». Il quale però critica la filosofia di Severino ma nulla espone di suo “sulle cose perdute e le esistenze smarrite”, per cui Berardinelli non si può annoverare certamente fra i filosofi, almeno in questo caso. Qui è un giornalista, un critico, uno scrittore. D’altronde è questa la sua parte e l’ha svolta bene.
Anche noi abbiamo criticato aspramente Severino, ma l’abbiamo fatto opponendo al sua pensiero il nostro pensiero, alla sua soluzione la nostra, che non è iperbolica e assurda. È l’Eterno ritorno dello stesso, un pensiero e una prassi antichi quanto l’uomo, che si son fatti avanti imponendosi e dominando la filosofia dei nostri giorni, quella che più conta: di Nietzsche, di Heidegger, di qualche altro (vedi Severino e Parmenide, Severino e la favola, Emanuele Severino: ha immortalato la morte di una civiltà, ha dato un volto al nulla eccetera).
In quanto a Leopardi, che è un po’ il pomo della discordia, egli è il grande poeta che tutti conosciamo, ma non altrettanto grande filosofo (si veda quanto abbiamo scritto a proposito del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia e L’infinito). Non c’è in lui la soluzione alla perdita delle cose e allo sparire delle esistenze, ma solo dolore e pianto. E la natura, egli dice, inganna, è un potere che impera a comun danno, è infinità vanità. E l’ha dimostrato con la poesia. Ma questa è la natura che bada alla specie e non ai singoli che, finite le loro funzioni di riproduzione, vengono abbandonati alla dissoluzione e alla morte.
Dopo l’Eterno ritorno dello stesso questi aspetti della natura nella loro assolutezza e inacessibilità non ci sono più e si tratta solo di andare a verificare.

In libreria “La via dell’eterno ritorno dello stesso”

9 maggio 2015

La via dell'eterno ritorno dello stesso

La via dell’eterno ritorno dello stesso. Dalle apparenze all’essere
è disponibile nel formato ebook al prezzo di 4,99 euro
in tutte le principali librerie online.

La via dell’eterno ritorno dello stesso è il racconto del cammino che va dal mondo (le apparenze) all’essere. Giunti nell’Essere, la lingua tace, perché esso è immutabile, immobile, eterno. Dopo c’è il ritorno, vale a dire il cammino inverso che va dall’Essere al Mondo.  L’altra metà del racconto, perciò: la vista del Mondo dopo aver raggiunto le dorate spiagge dell’Essere e aperto gli occhi nella sua luce. E qui comincia anche il nuovo linguaggio, come dice il titolo di uno dei suoi libri: Vocabolario. L’evoluzione della lingua.

*

Qui è possibile leggere un estratto del primo capitolo.

*

Io so che nei miei sogni e nelle mie visioni
Sto attirando altra luce dall’informe.
Non c’è prima la luce e poi la vita
e non c’è la vita e quindi c’è la luce,
ma l’una e l’altra si costituiscono
in un’uscita concordata.

Commento a uno stralcio del dialogo fra Papa Francesco e Eugenio Scalfari

13 ottobre 2013
William Blake, Ancient of Days (1824)

William Blake, Ancient of Days (1824)

Papa Francesco: “Ma ora lasci a me di farle una domanda: lei, laico, non credente in Dio, in che cosa crede? Lei è uno scrittore, un uomo di pensiero. Crederà dunque a qualcosa, avrà un valore dominante. Non mi risponda con parole come l’onestà, la ricerca, la visione del bene comune; tutti principi e valori importanti, ma non è questo che le chiedo. Le chiedo che cosa pensa dell’essenza del mondo, anzi dell’universo. Si domanderà certo, come tutti, chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Se le pone anche un bambino queste domande. E lei?”.
Eugenio Scalfari: “Le sono grato di questa domanda. La risposta è questa: io credo nell’Essere, cioè nel tessuto dal quale sorgono le forme, gli Enti”.
Papa Francesco: “E io credo in Dio. Non in un dio cattolico, non esiste un Dio cattolico, esiste Dio. E credo in Gesù Cristo, sua incarnazione. Gesù è il mio maestro e il mio pastore, ma Dio, il Padre, Abbà, è la luce e il Creatore. Questo è il mio Essere. Le sembra che siamo molto distanti?”.
Eugenio Scalfari: “Siamo distanti nei pensieri, ma simili come persone umane, animati inconsapevolmente dai nostri istinti che si trasformano in pulsioni, sentimenti, volontà, pensiero e ragione. In questo siamo simili”.
Papa Francesco: “Ma quello che voi chiamate l’Essere vuole definire come lei lo pensa?”.
Eugenio Scalfari: “L’Essere è un tessuto di energia. Energia caotica ma indistruttibile e in eterna caoticità. Da quell’energia emergono le forme quando l’energia arriva al punto di esplodere. Le forme hanno le loro leggi, i loro campi magnetici, i loro elementi chimici, che si combinano casualmente, evolvono, infine si spengono ma la loro energia non si distrugge. L’uomo è probabilmente il solo animale dotato di pensiero, almeno in questo nostro pianeta e sistema solare. Ho detto è animato da istinti e desideri ma aggiungo che contiene anche dietro di sé una risonanza, un’eco, una vocazione di caos”.
Papa Francesco: “Va bene. Non volevo che mi facesse un compendio della sua filosofia e mi ha detto quanto mi basta. Osservo dal canto mio che Dio è luce che illumina le tenebre anche se non le dissolve e una scintilla di quella luce divina è dentro ciascuno di noi. Nella lettera che le scrissi ricordo di averle detto che anche la nostra specie finirà ma non finirà la luce di Dio che a quel punto invaderà tutte le anime e tutto sarà in tutti”.
Eugenio Scalfari: “Si, lo ricordo bene, disse ‘tutta la luce sarà in tutte le anime’ il che – se posso permettermi – dà più una figura di immanenza che di trascendenza.
Papa Francesco: “La trascendenza resta perché quella luce, tutta in tutti, trascende l’universo e le specie che in quella fase lo popolano. Ma torniamo al presente…”.

la Repubblica, primo ottobre 2013.

 *

Vediamo se dicono la stessa cosa questi due personaggi che hanno posti importanti nella cultura e nelle istituzioni del nostro tempo.
Scalfari dice che crede nell’Essere, il Papa in Dio.
Ma si tratta di due nomi che vengono dati a “quello” cui non si addice nessun nome specifico.
Infatti Lao–tzu ha scritto: “Il Tao che può essere detto / non è l’eterno Tao, / il nome che può esser nominato / non è l’eterno nome. / Senza nome è il principio del Cielo e della Terra” (Tao Tê  Ching, Parte prima, capitolo 1, versi 1, 2, 3, 4, 5).
E Eraclito, a sua volta: “L’unico, il solo saggio vuole e non vuole essere chiamato con il nome di Zeus” (Frammento 32).
Oppure per i mistici “alla Causa di tutte le cose che è superiore a tutte le cose non si addice nessun nome e si addicono tutti i nomi delle cose che sono” (Dionigi Areopagita, Nomi divini, I 7, 596C).
E anche noi autori di questo blog, lungo la via dell’eterno ritorno abbiamo visto segnali che suonano così: “Iddio vuole e non vuole ogni suo nome”. “Se ti fermi su un nome egli ti lascia/ e tu lo cerchi nella notte e morte”.
Dunque il nome non basta a dirci cosa c’è dietro il nome o chi c’è, così come non basta ad un uomo per manifestarlo il suo nome proprio – Giovanni, Paolo, Mario…

Cosa c’è dietro il nome?
Scalfari su richiesta del Papa lo dice: “L’Essere è un tessuto di energia. Energia caotica ma indistruttibile e in eterna caoticità”.
Anche il Papa, rispondendo, dice la sua: “Dio è luce che illumina le tenebre anche se non le dissolve”.
Ma non dicono la stessa cosa, allora! Non sono “lo stesso”, energia e luce!

Rimane la “caoticità” di Scalfari che sembra non esserci nel pensiero del Papa.
Invece c’è: non è caotica una luce che non “dissolve” le tenebre!
Ecco, perciò, che fin qui siamo pari: non c’è distinzione sostanziale fra il dire di Scalfari e quello del Papa.

Andiamo avanti: ai fatti un po’ più vicini a casa nostra, all’origine degli “Enti”, soprattutto di quello che si chiama uomo, ciò che noi stessi siamo. Si originano dal “tessuto di energia”, dice Scalfari, “quando l’energia arriva al punto di esplodere”: il famoso Big Bang.
Qui non c’è una corrispondente idea espressa del Papa nel colloquio, ma sappiamo come stanno le cose: c’è la Bibbia e il Fiat della creazione, il comando divino che ha tratto gli enti dal nulla o da qualcosa che ha nome Caos – ci sono due versioni. E non c’è sostanziale differenza fra questo apparire e quello descritto da Scalfari. Lui lo determina così: “quando l’energia arriva sul punto di esplodere”, e nella Bibbia quel punto è una parola e un gesto.

Dopo l’origine degli enti, e ora l’interesse si sposta su quello che si chiama uomo, ci sono alcune note che lo riguardano. L’energia caotica da cui emerge e che lo costituisce, “non si distrugge” – dice Scalfari  −, e “una risonanza, un’eco, una vocazione di caos” rimangono.
E il Papa a sua volta: “una scintilla di quella luce è dentro ciascuno di noi”.
Ancora una volta: non è la stessa cosa!

Se l’energia dell’uomo non si distrugge, vuol dire che è eterna. E della stessa natura, come afferma il Papa e come si sa da una lunga tradizione, è l’anima: una “scintilla di luce eterna dentro ciascuno di noi”.
Solo che di questo eterno in noi, Scalfari pare non sappia ancora cosa farne. Mentre per la religione cattolica si continua: c’è Dio che si fa uomo, il suo sacrificio e la redenzione. E ci sarà  quel che il Papa così sintetizza: quando la nostra specie finirà (fine dei tempi) “la luce di Dio invaderà tutte le anime e tutto sarà in tutti”.
Da Scalfari invece aspettiamo di sapere cosa ne sarà dell’energia eterna che è in noi, dal momento che dopo questa vita la strada per lui sembra finire. Non possiede ancora, ci sembra, il lasciapassare per l’Eterno ritorno dell’uguale.

Scalfari tenga però presente che nell’eterno, come sapienti e filosofi ci hanno tante volte ricordato e come l’Eterno ritorno dell’uguale dimostra,  tutto ritorna innumerevoli volte e che l’ultimo, rispetto agli altri, ha qualcosa in più: è programmato, perché ora si conosce il giro.

Grecia

28 agosto 2012

J.L. David, La morte di Socrate (1787)

Se muore la Grecia, si seccano le radici e pian piano tutto l’Occidente muore.
Il contrario è avvenuto venticinque secoli fa, l’Alba della nostra civiltà.
La direzione del disseccamento è la stessa dello sviluppo: Grecia, Italia, Spagna, Europa, Portogallo (da cui è partito Cristoforo Colombo), America, sponde del Pacifico, incontro con l’Oriente, ritorno in Grecia dopo un giro completo, dove l’inizio coincide con la fine.
Ma questa involuzione è un destino, perché la pianta ha già prodotto il frutto e il seme. Si chiama “Eterno ritorno dell’uguale”.

Emanuele Severino: ha immortalato la morte di una civiltà, ha dato un volto al nulla.

10 maggio 2012



Credo anch’io come i suoi allievi che la filosofia di Severino rimarrà, a perenne ricordo della fine di una civiltà che è stata Grecia, è stata Roma, è stata Occidente, e ancora si chiama così ma è entrata nella Notte. Fine che egli ha reso bene, mummificando ogni ente ed aspetto di esso, ogni minimo particolare, con l’incantesimo delle sue formule eccessive, vane, adulatorie, stravaganti, paradossali. Un esempio: ogni uomo in carne ed ossa è per lui un “Superdio” eterno, immutabile, immobile  e perciò Dio non c’è. E passerà anche la “Gloria” che egli ha disteso su quei ruderi, ma si sa che essa è “il sole dei morti”.

Però c’è già il giro d’Occidente nella Notte e l’annuncio dell’Aurora
in fondo al Cielo.

Severino e la logica (Le due logiche)

17 marzo 2012

Enrico Suso

Può accadere (e accade) che la filosofia di Severino abbia aspetti che appaiono inconfutabili, perché si basa sostanzialmente sulla logica aristotelica, che regola tanta parte della nostra vita e tutta la nostra conoscenza fino alla “coincidenza degli opposti”, essi esclusi.
Tale logica è stata così formulata da Platone e Aristotele: “Nessuno, e non solo chi è sano di mente, ma nemmeno chi è pazzo, ha il coraggio di dire sul serio a sé stesso, e con l’intenzione di persuadersene, che il bove è il cavallo, o che il due è uno” (Platone, Teeteto); e Aristotele ha confermato e rinvigorito quel pensiero con queste parole: “Non è possibile che lo stesso uomo pensi che una stessa cosa sia e non sia” (Aristotele, libro IV della Metafisica); e non contento ha appuntato su questo principio la più alta onorificenza, dove c’è scritto: è il più saldo di tutti.

Seguendo tale logica è evidente che chi si avvale di essa e afferma: “l’Essere è, il non-Essere non è”, è in una botte di ferro, perché il primo non è il secondo ma il suo opposto, e solo il primo “è”, e perciò il suo dire rimane inconfutabile. Però c’è anche un’altra logica, quella che fa capo alla coincidenza degli opposti. Logica dei sapienti, dei mistici, dei santi, dei poeti, e ora anche di un’avanguardia filosofica, dopo che la coincidenza degli opposti è stata raggiunta anche per tale via, e rispetto a essa la filosofia di Severino è ormai una cattedrale nel deserto, la fortezza Bastiani sul confine del mondo delle apparenze, rese eterne, immutabili, immobili. Appunto come statue di pietra e davanti niente, il “monumento” al nulla di cui abbiamo parlato varie volte.


Nicola Cusano

L’altra logica è quella di Lao-tzu che dice: “Essere e non Essere si danno nascita fra loro”. (Tao Tè Ching, a cura di Fausto Tomassini, Tea Edizioni).
Quella di Enrico Suso: “Finché l’uomo non comprende due contraria, cioè due cose contrarie congiuntamente in una, in verità, senza alcun dubbio, non è molto facile parlare con lui di tali cose (cioè del molteplice che è nell’Uno, eppure resta molteplice), perché quando comprende ciò, allora soltanto ha percorso la metà del cammino della vita che io intendo (Enrico Suso, Libretto della verità).
È la logica del Cusano che afferma: la coincidenza degli opposti sta al di là del principio di identità e di non contraddizione. L’aldilà il grande filosofo del Rinascimento lo chiama “Paradiso”, ed è diviso dal “mondo terrestre” (questo dove ci troviamo, dove siamo gettati e tolti) da una muraglia che ha una Porta, custodita “custodita dallo spirito altissimo della ragione, che non aprirà l’ingresso se non a chi la saprà vincere”.
Ed è la nostra logica, di noi che stiamo scrivendo questo blog, ed essa si è imposta dopo che abbiamo compiuto l’intero cammino circolare nei modi della filosofia, con partenza nella Grecia antica fino all’arrivo avvenuto da poco, e la prima grande coincidenza degli opposti è apparsa quando siamo arrivati, perche fine ed inizio erano “lo stesso”. Partiti da Parmenide siamo arrivati a Parmenide (vedi Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica. Vedi anche il tracciato completo della via esposto nel libro L’antica via dei miti e dei misteri – percorsa ora con la lampada della conoscenza filosofica, Editrice Leonardo).
Dopo la coincidenza di inizio e fine, si sono presentate tutte le altre: luce-tenebra, giorno-notte, veglia-sonno, conscio-inconscio, vita-morte, uomo-donna (Di quest’ultima coincidenza vedi Il nuovo patto d’amore).
L’identità e la non contraddizione, dunque, valgono soltanto per il mondo delle apparenze, vale a dire per questo mondo di “cose” ognuna “apparentemente” la metà di un intero, regolato in tanta parte dalla logica aristotelica, ed è l’apparenza che si impone in tale mondo, dove ci troviamo gettati e da cui saremo tolti. Ma la sola ragione non è capace di andare oltre il confine del mondo delle apparenze.
Raggiunto il punto di coincidenza degli opposti, al di là c’è il Centro che attende, da cui “appaiono tutte le cose in circolo, in alto e in basso, simultaneamente”. Quel punto il Cusano l’ha chiamato Dio: “allora oltre la coincidenza dei contradditori potrà apparire Dio” (La visione di Dio, VIII e IX parte finale).
Per noi, invece, che siamo alla ricerca di noi stessi, esso è il “Sé” o personalità integrale, coincidenza di conscio e inconscio.

Concludiamo.
Severino, con il pensiero, è invece ancora al di qua della coincidenza degli opposti. Al di qua del “muro del Paradiso” del Cusano, o dell’“Abisso”che noi abbiamo attraversato costruendo un Ponte (vedi Compendio, parte quarta, capitoli 2 e 3); è anche se il suo intento era un altro, ha costruito il monumento funebre di quel mondo. L’ha fatto nel modo che sappiamo: attribuendo ad ogni cosa e aspetto il titolo di eterno, immutabile, immobile, a perpetua memoria della loro separazione e indigenza, del loro non-Essere o essere per poco o nulla.
Opera filosofica tuttavia la sua, perché un limite andava posto a quel mondo, che è necessario superare se si vuol uscire dal nichilismo diventato condizione normale.

Il sole nel sensibile

3 dicembre 2011

Il regno intelligibile
non è diverso da quello sensibile,
sta solo più in alto.
Lì il sole si chiama Essere
e le cose apparenze.


Il sole nel sensibile è l’Essere nell’intelligibile. E come il sole ha cose nella sua luce (vegetali, animali, uomini), l’Essere ha apparenze (le stesse del sole ma viste nella ragione)

Non c’è contraddizione, dunque, se si dice che c’è l’Essere e ci sono le apparenze ed essa, infatti, non esisteva nella visione di Parmenide; il quale, dopo aver indicato la via maestra che conduce all’Essere e averlo descritto, ha continuato così:
“Qui pongo termine al discorso che si accompagna a certezza e al pensiero intorno alla Verità, da questo punto le opinioni dei mortali devi apprendere, ascoltando l’ordine seducente delle mie parole” (Parmenide, Poema sulla natura, frammento 8).
Apparenze, d’altronde, che gli erano state indicate dalla dea che “tiene le chiavi” della “porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno” perché si occupasse anche di esse. Quelle parole divine suonano così: “Anche questo imparerai: come le cose che appaiono bisognava che veramente fossero, essendo tutte in ogni senso”. (Proemio del Poema, frammento 1)

Dunque non c’è contraddizione in Parmenide: c’è l’Essere e ci sono le apparenze, come c’è il sole e le cose (vegetali, animali, uomini) nella sua luce, ed esso le solleva, le nutre, le fa declinare e cadere e poi in infaticabili cicli le ripete. Ma Severino invece vuole che ci sia la contraddizione, e così crede di poterla dimostrare nel suo ultimo libro.
“Proviamo a seguire questo non facile discorso di Parmenide. Abbiamo parlato delle molte cose: la casa, l’albero, l’animale, la stella… Prendiamone una: la casa. Se chiedo − e questa è la richiesta di Parmenide – ‘casa’ significa ‘essere’? No, ‘casa’ non significa ‘essere’. Questo non significare ‘essere’ è equivalente a non essere l’essere. Allora ‘casa’ è un ‘non essere’; ma, quanto abbiamo detto di A (della casa), lo dobbiamo dire anche di B, di C, di D, dell’albero, delle stelle… ossia ognuna delle molte cose, ognuna, è necessariamente ‘non essere’ perché nessuna di esse significa ‘essere’. Ma allora la conseguenza qui si fa, potremmo dire, ‘drammatica’ perché, se ci ricordiamo di quel principio che ho enunciato poc’anzi, cioè che solo l’essere è e il non essere non è, e poiché A, B, C, D non significano e non sono l’essere, allora la conclusione straordinariamente preoccupante di Parmenide è che è impossibile che A, B, C, D siano, cioè è impossibile che il mondo sia.
Qui, chi ha qualche esperienza della saggezza orientale si sente in qualche modo a casa sua perché per la saggezza orientale il mondo è Maya, il velo dell’illusione, il mondo dell’illusione… e Parmenide dice proprio questo. In relazione alle molte cose della cui identità si andava alla ricerca, Anassimandro aveva detto che ciò che vi è di identico in ognuna di esse è l’ ápeiron; ora con Parmenide si dice che l’ápeiron dev’essere pensato come l’essere, l’essere comune a tutte le cose, che è opposto al nulla, ma che non può essere identico a nessuna delle molte cose.
Dunque, se si afferma che la casa è (oppure se si dicesse che la stella, il monte, l’uomo, i popoli sono) poiché la casa è ‘non essere’ si direbbe che il nulla è. Ma questo è l’impossibile. Ecco allora il sommovimento tellurico per il quale Parmenide – in sintonia in qualche modo con l’Oriente – afferma l’illusorietà del mondo: il mondo è illusione. E lui chiama dóxa questa illusione. Quando Parmenide parla di dóxa, parla dell’opinione illusoria: il mondo è opinione illusoria”.

Oltre Parmenide.
“La verità incontrovertibile è questa: l’essere non è la varietà delle cose del mondo,  ma è un “che” di semplice, di non divisibile in parti, perché Parmenide dice che il mondo è illusione. Egli però non dice che l’illusione in cui consiste il mondo non esiste. L’illusione c’è. Ecco allora che qui Parmenide si mette sulla strada dell’ oltrepassamento di Parmenide: se infatti l’illusione , e cioè il mondo in cui noi perlopiù viviamo credendo che non sia illusione, esiste anche dal punto di vista di Parmenide, allora viene smentito il principio parmenideo per il quale solo l’essere è. Implicitamente Parmenide viene a contraddire se stesso riconoscendo l’esistenza dell’illusione. La verità si trova così frantumata.”
(E. Severino, I presocratici e la nascita della filosofia, La Biblioteca di Repubblica)

Dunque per Severino Parmenide si è contraddetto perché ha affermato che c’è l’Essere e ci sono le apparenze così che il suo principio che “solo l’Essere è” (ma quel “solo” non c’è in Parmenide, lo ha aggiunto Severino) rimane infirmato.
Ma ciò, allora, vale anche per Anassimandro nel cui pensiero ci sono le “cose” e c’è l’ápeiron, cioè l’Essere, come ben appare nel frammento che ci è giunto di lui, che suona così: “Principio degli esseri è l’ápeiron… da dove infatti gli esseri hanno l’origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo”. (Frammento 1)

E vale altresì per Zenone quando afferma che Achille non raggiunge la tartaruga, mentre si vede e si sa che ciò non accade; né lui era cieco o tardo di mente.
Dei sempliciotti, perciò, questi sapienti e con loro tutti gli altri di quel tempo?
No, perché la contraddizione non c’è. Semplicemente erano arrivati e distinguere i due modi dello stesso, quello dei sensi da quello dell’intelletto, anzi proprio la scoperta chiara e distinta di quest’ultimo li ha resi così: sapienti.
E uno è l’apparenza e l’altro è l’Essere.
Uno è il ciclo delle cose che nascono, crescono, declinano e scompaiono e l’altro è l’ápeiron, il loro “principio”.
Uno è il mondo dove con un balzo Achille raggiunge la tartaruga e la supera, l’altro dove non la raggiunge, come Zenone ben dimostra nella sua famosa aporia, perché lì tutto è immobile, immutabile, eterno.
Specialmente Achille e la tartaruga è illuminante, perché lì sono a diretto contatto Apparenza ed Essere. Apparenza: Achille che raggiunge e supera la tartaruga. Essere: dove ciò non avviene.
Gli uomini però abitano in modo quasi esclusivo nell’apparenza.
Invece sembra che Severino a questa distinzione, vale a dire ai due modi dello stesso, non sia ancora giunto. C’è un solo piano per lui, il più basso, quello delle cose, e in esso ha portato tutto e l’ha ammucchiato. Ha messo insieme Essere e Apparenza, insomma, e con i paramenti e abiti regali del primo ha vestito la seconda. Così oggi abbiamo sette miliardi d’uomini trasformati in “Superdèi”, e ogni cosa in terra e in cielo è eterna, immutabile, immobile.
Poi la sua fatica filosofica di dare un significato a tutto ciò, di rendere plausibile l’ammucchiata e carnevalata, fino a realizzare il più grande monumento al nulla finora apparso, e forse non ce ne sarà un altro che l’eguaglia.
Ci fermiamo qui per ora, ma non abbassiamo la guardia. Il segnale di pericolo S.P.S. – Salviamo Parmenide da Severino, che abbiamo trasmesso tempo fa, continua a suonare, perché il professore di Brescia è considerato dalla cultura ufficiale un’autorità in questo campo.
C’è da capire invece perché le “cose” sensibili (albero, casa, uomo) nella luce dell’Essere si chiamano invece “apparenze”. Di ciò abbiamo già fatto cenno in alcuni dei nostri post (vedi per esempio Il tempo lineare e l’eterno ritorno), ma ritorneremo sull’argomento.