Archive for the ‘Coincidenze’ Category

Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica

22 novembre 2009

Questa coincidenza vuol essere, dopo l’articolo Severino e Parmenide, anche una chiamata in correo della casta dei filosofi, che questo frammento che inizia il poema di Parmenide Sulla natura lo conoscono bene, ma non lo spiegano nella sua completezza e complessità, i più ritenendolo opera di fantasia anziché esperienza di una vita. Così, se una spiegazione arriva da fuori, come quella che io ho qui espressa, preferiscono non vederla e sentirla, come hanno fatto i contemporanei di Eraclito e Parmenide.
Ha detto il primo dei suoi concittadini: “Udenti che assomigliano ai sordi” (Eraclito, Frammento 34), “Incapaci di udire e di parlare” (Eraclito, Frammento 19).
Ha detto il secondo: “Mortali che nulla sanno […] gente dalla doppia testa. Perché è l’incapacità che nel loro petto dirige l’errante mente; ed essi vengono trascinati insieme sordi e ciechi, istupiditi, gente che non sa decidersi, da cui l’essere e il non essere sono ritenuti identici, per cui di tutte le cose reversibile è il cammino” (Parmenide, Frammento 6).

Andrea Mantegna, Trionfo della virtù (1502)

Proemio del Poema Sulla natura di Parmenide

Le cavalle che mi trascinano, tanto lungi, quanto il mio animo lo poteva desiderare
mi fecero arrivare, poscia che le dee mi portarono sulla via molto celebrata
che per ogni regione guida l’uomo che sa.
Là fui condotto: là infatti mi portarono i molti saggi corsieri
che trascinano il carro, e le fanciulle mostrarono il cammino.
L’asse nei mozzi mandava un suono sibilante,
tutto in fuoco (poiché premuto da due rotanti cerchi
da una parte e dall’altra allorché si slanciarono
le fanciulle figlie del Sole. Lasciate le case della Notte,
a spingere il carro verso la luce, levatesi dal capo i veli.
Là è la porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno,
e un architrave e una soglia di pietra la puntellano:
essa stessa nella sua altezza è riempita di grandi battenti,
di cui la Giustizia, che molto punisce, ha le chiavi che aprono e chiudono.
Le fanciulle allora, rivolgendole discorsi insinuanti,
la convinsero accortamente a togliere per loro la sbarra
velocemente dalla porta. La porta spalancandosi
aprì ampiamente il vano dell’intelaiatura, i robusti bronzei
assi facendo girare nei loro incavi uno dopo l’altro:
gli assi fissati con cavicchi e punte. Per di là attraverso la porta
subitamente diressero lungo la carreggiata carro e cavalli.
La dea mi accolse benevolmente, con la mano
La mano destra mi prese e mi rivolse le seguenti parole:
“O giovane, che insieme ad immortali guidatrici
giungi alla nostra casa con le cavalle che ti portano,
salute a te! Non è un potere maligno quello che ti ha condotto
per questa via (perché in verità è fuori del cammino degli uomini),
ma un divino comando e la giustizia.
Bisogna che tu impari a conoscere ogni cosa,
sia l’animo inconcusso della ben rotonda Verità
sia le opinioni dei mortali, nelle quali non risiede legittima credibilità.
Ma tuttavia anche questo apprenderai, come le apparenze
Bisognava giudicasse che fossero chi in tutti i sensi tutto indaghi.

(I Presocratici, Testimonianze e Frammenti, Biblioteca Universale Laterza, pagg. 269-270)

Questo è l’inizio della via circolare che mette assieme il viaggio di Parmenide e il mio. Perché io sono arrivato alla fine del lungo cammino iniziato dal sapiente venticinque secoli fa, per dar conto di quell’inizio visto dalla sua conclusione. Fra questi due estremi c’è la Storia, quella della filosofia e la storia della nostra civiltà.

*

Prima Parte

C’è una gran somiglianza fra l’avventura di Parmenide e la mia, anzi non sono essenzialmente diverse. O non sono diversi il cammino circolare, i suoi aspetti, le sue strutture, quelle almeno che appaiono nell’uno e nell’altro caso: la Notte, il sentiero che conduce verso la Porta, la Porta stessa, posta sul punto di confine fra la Notte e il Giorno –, la via maestra aldilà, l’arrivo alla “rotonda Verità”, la “via dell’apparenza” che è necessario percorrere.
Egli arriva dalla Notte, e Notte è uno dei nomi dell’Abisso, il meno pauroso: gli altri sono inconscio e morte. Ma non dice come ha fatto a superarlo. O, allora, non era possibile saperlo nel modo della conoscenza chiara e distinta, perché non c’erano ancora la via filosofica e il Ponte che è stato costruito per continuarla (Wilmo Boraso e Grazia Sacchi, L’antica via dei miti e dei misteri – percorsa ora con la lampada della conoscenza filosofica, Editrice Leonardo, Pasian di Prato, Udine).
Perciò c’è da credere che Parmenide sia giunto aldilà dell’Abisso nei consueti modi che c’erano prima di lui: quelli della natura, del mito, dei misteri, della religione. C’è da scommettere che le cose stanno così, perché egli lascia “le case della Notte” su un carro guidato da “dee”, precisamente “le fanciulle figlie del Sole”. Inoltre quando arrivano davanti alla “porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno”, c’è un’altra dea che la sorveglia e “ha le chiavi che aprono e chiudono”.
Quindi l’ambiente è ancora quello precedente la nuova esperienza che stava iniziando e non poteva essere altrimenti, perché, appunto, la via filosofica partirà da lì con Socrate, contemporaneo di Parmenide, anche se il primo era giovanissimo e il secondo assai vecchio. La via filosofica inizierà dopo che la Porta s’è aperta e l’aspetto tenebroso e quello luminoso, che per i mortali sono invece due metà distinte e contrapposte, si sono incontrati e fusi nell’Alba di una nuova civiltà, quella greca del sesto e quinto secolo a.C.

La mia avventura è invece cominciata dalla parte opposta del giro: da vicino al Tramonto anziché, come Parmenide, da presso l’Aurora. Sullo stesso percorso, tuttavia, rivolto anch’io alla Luce, perché già sapevo dal Tramonto che sarebbe poi giunta l’Alba di un nuovo Giorno; però c’era tutta la Notte da attraversare. C’è questo mezzo giro in più rispetto a venticinque secoli fa da mettere in conto, anzi è più della metà, perché c’è tutta l’arcata diurna da aggiungere e poi parte di quella notturna fino alla Mezzanotte, infine il Ponte sull’Abisso. In termine di tempo, venticinque secoli di progetti e opere dell’Occidente nel campo del “conosci te stesso”, per il superamento dei limiti che la specie finora ha posto in ogni suo membro, ed essa finora ha ordinato e controllato le parti a noi segrete e nascoste.

Dunque Parmenide è arrivato fino alla Porta nei modi della religione o del mito, accompagnato da fanciulle divine e perché un’altra dea gli ha aperto e l’ha fatto entrare.
L’abbiamo già visto questo cammino in altre orbite o dimensioni. Nella natura, a livello microscopico, è quello dello spermatozoo che dopo un’immensa odissea riesce ad arrivare fino alla cellula femminile ed essa non rimane insensibile: riceve l’eroe che l’ha cercata e scoperta e lo fa entrare in se stessa. Nella luce del sole e della mente, vale a dire in questo giro dove ci troviamo, c’è invece il giovane che cerca e la ragazza che attende, pronta ad accoglierlo e a concedersi se è quello che aspettava. Oppure ci sono i percorsi della poesia e del misticismo che abbiamo già visto in precedenti scritti.
Rimane perciò da vedere cosa ha di diverso, rispetto agli altri, quest’ultimo che sto raccontando, vale a dire la rotonda via della conoscenza. In modo conciso si può distinguerli così: i cammini della natura sono comuni e generali, ma non ci appartengono, nel senso che non sono stati costruiti da noi; quelli nella poesia e nel misticismo hanno parti nascoste e segrete, insuperabili dal singolo con le sue sole forze, perciò l’aiuto diretto da fuori; l’ultimo, invece, può essere percorso da inizio a fine con i propri mezzi e confidando in se stessi, dopo che ho sottoscritto il “Patto” con il Destino.

Infatti, adoperando la filosofia, usandola, è stato possibile costruire la grand’arcata diurna che va dall’Aurora al Tramonto, una struttura che prima non era così evidente, e non si sapeva a cosa davvero servisse. C’era la Storia, quella della filosofia e la Storia dell’Occidente con tutti i principali avvenimenti e si conoscevano gli inizi. Essi avevano dei nomi: Socrate per la filosofia, Erodoto per i fatti e le vicende della Grecia dei suoi tempi, il tutto nella luce della ragione. Ma fino a un secolo fa non si conosceva la fine. C’era l’Aurora ma non il Tramonto, Socrate ma non ancora Schopenhauer. L’arcata di qua non aveva appoggio, sembrava sospesa nel vuoto e tanti la consideravano interminabile: le magnifiche sorti continue e progressive dell’umanità. Poi la fine del Giorno e la fine dell’opera, e da quel momento la possibilità di attraversare il Ponte da fine ad inizio, vale a dire dal XIX secolo d.C. al V a.C., e viceversa. Ciò che hanno fatto tutti i grandi filosofi che sono venuti dopo Schopenhauer, soprattutto Nietzsche. Il via vai da fine ad inizio dei filosofi, ma anche dei più famosi filologi, ha permesso sempre più di accedere al tempo dell’Aurora e alla Notte che c’era ancor prima; quindi ai sapienti che hanno visto e raccontato. Insomma la prima metà della rotonda via della conoscenza apparteneva ormai al dominio umano.
Rimaneva l’altra metà, quella del ritorno all’origine continuando il cammino nella Notte fino al suo termine. Si poteva arrivarci, come abbiamo visto, anche nell’altro modo: volgendosi e ripetendo la via filosofica già fatta, ma ora era necessario andare avanti. Il cammino c’era, ma sconosciuto, o noto solo nei modi del mito, dei misteri, delle religioni, della poesia. Con zone assolutamente inesplorate però, e che venivano superate solo perché portati dalla natura, o con i voli della fede, le intuizioni, gli input dell’inconscio, i sogni.
Se ai miei tempi l’arcata diurna esisteva già ed io l’ho soltanto posta maggiormente in vista e adattata di più al passaggio mettendo indicazioni, non così è accaduto con il Ponte. La parte gravitante nell’Abisso non esisteva ancora, ma c’era però il lungo tratto che va dal Tramonto alla Mezzanotte, somigliante a quello sulle golene dei fiumi della Terra nei ponti che li attraversano, ma l’opera pubblica arrivava fin sulla sponda di qua e lì s’interrompeva. Perciò da quel punto sono partito da solo volto all’altra sponda. Come ho fatto a superare quell’Abisso, l’ho raccontato nel libro L’antica via dei Miti e dei Misteri… (Op. cit.).

Ritorno a Parmenide.
Se per tanti aspetti è stata una via religiosa quella seguita dal sapiente d’Elea fino alla Porta, non c’è però la “folgorazione sulla via di Damasco” che ha colpito e soggiogato Paolo di Tarso, né la vocazione che è chiamata divina, direttamente rivolta ad un uomo perché compia le opere che Dio vuole. Per Parmenide l’aiuto è stato solo il permesso di passaggio. È arrivato dalla divinità per lui ciò che ha detto la guardiana della Porta quando l’ha ricevuto e gli ha aperto: “O giovane, che insieme ad immortali guidatrici/giungi alla nostra casa con le cavalle che ti portano,/ salute a te! Non è un potere maligno quello che ti ha condotto/ per questa via (perché in verità è fuori del cammino degli uomini),/ ma un divino comando e la giustizia”. Perché seguiva la sua volontà e n’era degno c’è stato il lasciapassare.
Il divino comando Parmenide l’ha ricevuto dalla Dea nelle vesti di Themis, che presiede all’Ordine e all’Equilibrio cosmico, madre delle Ore e delle Moire; perciò è dal tempo che è arrivato, dai suoi circoli immutabili ed eterni, dunque dal Destino. Simile ad un sogno premonitore, io credo, di quelli che arrivano presso il mattino e svegliano chi li riceve. E da una posizione così che il sapiente, infatti, è partito: dalla Notte ma quando l’Alba era ormai vicina; dal Sogno ma quando già batte l’ora del Risveglio. Quel comando, insomma, è stato lo scoccare del momento propizio in un ordine cosmico stabilito e ripetuto, piuttosto che qualcosa che giunge nuovo e improvviso. In tale prospettiva non era neppure un comando di quelli fra chi ordina e chi obbedisce ciecamente, come accade con gli input della natura, ma il sigillo di una destinazione. Non ci sorprende perciò di trovarci a pensare che l’appoggio divino a Parmenide era dovuto. Il momento propizio era, in termini di civiltà, il punto di passaggio dal Mito al Logos, o dal Caos al Cosmo in un eterno ruotare della natura e della vita. O, appunto, il passaggio dalle Tenebre alla Luce, che ha cominciato in quell’ora a splendere sulle terre dell’antica Grecia portando alla manifestazione le voci di Socrate, Platone, Erodoto, Tucidide, Sofocle, Euclide…
Perciò c’è certamente la mano del Destino nel viaggio compiuto da Parmenide dalla Notte verso il Giorno, ma il comando non è stato un’imposizione o una riduzione al proprio volere, sia pure da parte della maggiore potenza celeste, ma un “eterno ritorno dello stesso” questa volta atteso e voluto: per sapere quel che ancora non era alla portata del singolo, vale a dire che si ritorna, per conoscere la strada del Destino. Ventitré secoli dopo Parmenide, questa volta nel Tramonto anziché nell’Aurora, le avvisaglie dello stesso problema giungeranno a Nietzsche. Anche per lui l’eterno ritorno dello stesso di chi vuole ritornare per sapere. C’è la necessità in questo ritorno, quindi l’ordine stabilito e immutabile, ma anche ciò che il ritornante vuole, perciò la libertà. Come si sa (vedi L’antica via dei miti e dei misteri…, op. cit.), Nietzsche non è riuscito a stabilire in modo chiaro e distinto la relazione fra le due cose, cioè fra necessità e libertà, e forse per questo le sue strutture mentali non hanno retto. L’abbiamo chiamata pazzia quella inconciliabilità.
Dopo Themis, un altro aiuto celeste è giunto a Parmenide da Dike, la dea della giustizia (in realtà si tratta di un’unica Dea che indossa vesti diverse: dell’Ordine, della Giustizia, della Verità, della Necessità, della Persuasione). Perché anche la giustizia in gioco?
Non aveva detto Anassimandro, nell’unico frammento che c’è giunto di lui, che la separazione delle cose dall’origine è stata un’ingiustizia e che solo il ritorno all’unità l’avrebbe ripristinata? (Anassimandro, Frammento 1 D.K. Vedi anche quindicesima Coincidenza) E qui siamo vicini a quel ritorno, anzi già sulla soglia; la coincidenza sta per essere realizzata. Essa è la Porta, o meglio la Porta è il punto dove Notte e Giorno, fine e inizio, stanno assieme, sono lo stesso. Perciò Anassimandro, arrivato prima di Parmenide sulla scena della Notte che stava per finire, ha visto l’Alba della conciliazione. Parmenide anche l’Aurora e il Giorno.
Se la destinazione di Parmenide è stata la “Porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno”, anch’io ne avevo una quando sono partito in giovane età per un viaggio simile al suo o forse uguale. Era “la chiesetta sperduta”, luogo d’appuntamento perenne (vedi Wilmo Boraso, La chiesetta sperduta – una storia d’amore, un’apparizione, un’impresa mitica, la conquista dell’immortalità dell’amore) dove l’amore era per sempre. Diversa, perciò, da quella di sasso e legno del piccolo paese del Cadore dove invece lo stesso amore poteva avere soltanto la durata di una vita: e questo è stato il motivo per cui mi sono mosso alla ricerca dell’altra. Le due però erano uguali fin dall’inizio: la seconda come duplicata da uno specchio. Ma apparivano separate però, come, appunto, la cosa e la sua immagine riflessa.
Cinquant’anni è durata la ricerca, seguendo dapprima sentieri lontani da quelli battuti, poi altri segnati soltanto da qualche impronta, infine dove non c’erano più tracce e il cammino si forma camminando; e quando ho trovato la chiesetta sperduta si è perfettamente sovrapposta all’altra diventando Una con essa.
Però ora c’era una strada rotonda che le collega ed è stato alla la fine di essa, che coincideva con l’inizio, che anche le due chiesette si sono unite e fuse.

Chi ha letto La chiesetta sperduta sa anche che lungo il cammino, la via privata è confluita in quella della conoscenza filosofica e le due, in corrispondenza della Mezzanotte, sono diventate una. Uno solo, poi, il Ponte sull’Abisso e non sarei riuscito ad attraversare quel vuoto interminabile se non avessi avuto con me la struttura di pensiero chiamata filosofia che mi ha sorretto e su cui sono passato.
Tutto ciò è raccontato nel libro L’antica via dei Miti e dei Misteri…
Dopo il superamento dell’Abisso, anche per me la Porta. La stessa di Parmenide, io credo; anzi ne sono sicuro. Ma non era la chiesetta la meta? Si, ma prima la Porta, perché essa apre al regno delle coincidenze e quella delle due chiesette è stata subito la più evidente e vicina.
Parmenide per arrivare fino alla Porta l’ha aiutato il Cielo e il Profondo, nelle vesti delle fanciulle figlie del Sole, e della Dea guardiana della Porta. Ed io, chi mi ha accompagnato? L’ho scritto nel racconto
La via dei Miti e dei Misteri…, perché è ovvio che un aiuto l’ho avuto anch’io: perché non si va per percorsi esistenti ma che non ci appartengono se il Signore di quei luoghi non vuole. Ora però devo farne almeno un cenno anche qui, per non lasciare un vuoto. Se anche la mia era una destinazione – infatti sono andato in cerca di ciò che m’è apparso in modo inaspettato e misterioso -, è evidente chi mi ha dato l’ input: il Destino. Non nelle vesti di dee come nel caso di Parmenide: così non l’ho colto. O ce n’era una sola, la ragazza che era con me quando ho visto la chiesetta del piccolo paese del Cadore. Una sola presenza sensibile, perciò, un solo aspetto.

Poi sono cominciate le indicazioni. La prima, la mappa di cui ho detto, la più lunga e complicata, che mi ha impegnato per molto per decifrarla. Poi le altre, ininterrottamente, per molti anni, soprattutto lungo la via della Notte e dall’Abisso.
Anche se un aiuto divino simile a un lasciapassare c’è stato nell’avventura di Parmenide di venticinque secoli fa, che apre la strada alla civiltà greca diventata poi Occidente, quel che comincia ad apparire in primo piano è l’uomo, anche di fronte agli dei. D’altronde una via solo religiosa non sarebbe stata diversa dalle altre esistenti, dove c’è Dio primo attore, e non avrebbe avuto come conseguenza la fondazione della filosofia. Qualcosa di nuovo perciò era entrato in gioco. L’Inquietante l’ha chiamato Sofocle, la Matta l’ho chiamato io (“Tutte le cose sono carte di un gran gioco/ che ha anche l’imprevedibile: la Matta,/ e da poco è entrata anch’essa in giro./ È l’uomo l’imprevedibile, l’ente vagante ed inquietante,/ la carta scombinata che si allaccia a tutte quante./ Ma ora appare che la vita l’ha giocata”, dal Vocabolario, lettera M). Ciò che era una pedina di un gioco incomprensibile e misterioso, ora diventa protagonista, e c’è una precisa volontà: egli segue il suo “desiderio”, la strada è verso la Luce, la meta è l’Essere, e il Cielo l’accompagna.
Anch’io sono stato aiutato ma non ho mai subito costrizione. Alla partenza mi è stata dettata una mappa che cominciando dalla chiesetta appena trovata nel piccolo paese del Cadore portava fino alla sua sosia celeste, ma essa era la meta dove anch’io volevo andare. C’era perciò necessità ma anche libertà in quell’ordito, che in questo mondo di apparenze sono sempre separate e opposte. Inoltre la mappa era sì completa, vale a dire portava fino alla meta, ma c’erano tratti mancanti o indecifrabili lungo il tragitto e ostacoli così grandi che non sarei mai riuscito da solo a superare. Mi riferisco soprattutto al mondo delle apparenze da cui dovevo uscire, all’Abisso che era necessario attraversare, al segreto della Porta che bisognava svelare. Perciò ecco gli aiuti sotto forma di segnali stradali che apparivano davanti a me, perché a lungo cercati; ma anche all’improvviso e inaspettati. Circa la loro provenienza ho già detto nel libro L’antica via dei Miti e dei Misteri. Segnali perciò provenienti dal Profondo. Dal Demone, ha detto Socrate; dai sogni vicini al risveglio, ha detto Cartesio.
Ma neppure quell’aiuto soprannaturale mi sarebbe bastato. Alla fine solo la filosofia, vale a dire l’opera di pensiero dell’intera civiltà, mi ha fatto arrivare fino alla conclusione.
Dopo che la “Dea” ha aperto la Porta a Parmenide e l’ha fatto entrare, gli ha detto cosa l’aspettava aldilà. Così suonano gli ultimi cinque versi del frammento uno:
Bisogna che tu impari a conoscere ogni cosa,/ sia l’animo inconcusso della ben rotonda Verità/ sia le opinioni dei mortali, nelle quali non risiede legittima credibilità./ Ma tuttavia anche questo apprenderai, come le apparenze/ Bisognava giudicasse che fossero chi in tutti i sensi tutto indaghi.
Di tutto ciò, infatti, Parmenide, dopo che è andato e ha visto, ci dice negli altri frammenti che abbiamo di lui. Ci dice della “rotonda Verità”, vale a dire dell’Essere, poi, nella seconda parte del suo poemetto, delle “opinioni dei mortali” dopo che il Giorno è spuntato. A quei frammenti ci volgeremo in seguito; ma prima è necessario che io sgombri il terreno da un’oscura presenza esistente nella filosofia fin dal suo inizio. Essa suona così: davvero la via dell’apparenza, seguita dalla filosofia per venticinque secoli, è stata tradimento  e smarrimento come è apparso già a Platone, un pensiero ripreso in età moderna da alcuni grandi filosofi fra cui Heidegger e che ha assunto perfino le caratteristiche di un parricidio? (Quello di Parmenide da parte dei suoi figli filosofi) In tal caso, come potrei essere io ritornato? Vale a dire: se tale strada non era quella dell’avventura iniziata in quel lontano passato da Parmenide, diventata poi via filosofica, che io con il mio andare ho reso percorribile fino alla fine anche dall’uomo solo senza aiuti esterni e sostegni, come avrebbe potuto condurmi al suo inizio? Se sono ritornato al punto di partenza significa, in altre parole, che era quella giusta, e ciò è necessario che io ora ribadisca perché non rimangano dubbi.
Si è trattato, allora, di un rimorso portato fino al parossismo o di un fraintendimento che solo ai nostri giorni è stato possibile chiarire, o solo con l’arrivo alla meta che ha coinciso con il punto di partenza. Forse si credeva che la “deviazione” portasse “fuori” irrimediabilmente; una via diversa da quella “maestra” che perciò sarebbe rimasta isolata e non più percorribile dalla filosofia; invece le due, alla fine, si sono ricongiunte. Alla fine sono la stessa.
Innanzitutto non era sbagliata perché era anch’essa raccomandata dalla dea, assieme all’altra che portava alla “rotonda Verità”. Però la Porta è stata uscita dalle apparenze, vale a dire dal territorio dei “mortali” che nulla sanno, dov’essi conducono la loro esistenza precaria, volta solo da una parte. Perciò non si poteva più ritornare così, perché qualcosa di nuovo era avvenuto. Come, allora?
Qui giunti ci viene in mente il frammento d’Eraclito che dice: non scenderai due volte nel medesimo fiume (Eraclito, Frammento 91 D.K.), da cui si arguisce che il fiume è un altro o chi ridiscende in esso è un altro. Ed è questo secondo aspetto che qui s’impone, perché è chi ritorna che è mutato. Ritorna dopo aver visto, ritorna “lo stesso” che sa perché riconosce.
Ho citato Eraclito perché anche nel caso di Parmenide si ritorna nel mondo delle apparenze per conoscerle, e la conoscenza è ciò che ha fatto di Parmenide un altro. Inequivocabili, infatti, le parole che la guardiana della Porta rivolge al sapiente: “Bisogna che tu impari a conoscere ogni cosa”, anche “le opinioni dei mortali”.

Viste nella nuova luce, però: ecco la differenza. Che luce? La Ragione. Essa è la luce dell’Essere riflessa dall’uomo. Le stesse e nello stesso tempo nuove perciò le apparenze così viste e tale visione è la filosofia e la scienza. Sarà, come ho detto in altre occasioni, la via della conoscenza chiara e distinta inaugurata ufficialmente da Socrate e seguita prevalentemente dai filosofi dopo di lui. Che fosse diversa da quella dell’apparenza di prima, risulta ben chiaro anche dalle parole di Parmenide che egli pone all’inizio della seconda parte del suo poemetto dedicata alle “opinioni dei mortali”: “Conoscerai l’eterea natura e quanti astri sono/ nell’etere e della pure e tersa lampada/ del sole l’opera distruttrice, e di dove derivarono;/ e apprenderai l’errabondo agire della luna dal tondo occhio/ e la sua natura; conoscerai inoltre da dove la volta celeste che tutto circuisce/ nacque e come Necessità guidandola la costrinse/ a osservare i limiti degli astri” (I Presocratici, Testimonianze e Frammenti, op. cit., pagg. 277-278). Non si può dubitare: questa è la scienza che verrà. Ecco in che modo tutto si può anche ripeterlo, ma rivisto nella nuova luce.
Dunque la “strada maestra” che portava all’Essere è stata in tanta parte non seguita, anzi spesso abbandonata, perché si è preferita l’altra; oppure era più alla portata di mano, o non c’era da lasciare così in fretta la dimensione da cui si giungeva, cosa peraltro impossibile per i più. Perciò la prevalente scelta della seconda via. Inoltre anche la “deviazione” apparteneva al piano del Destino. Alla fine poi, com’è capitato a me, anch’essa ha condotto alla “rotonda Verità”. Seguendo la circonferenza anziché puntare direttamente al centro, dopo un cammino durato venticinque secoli: ecco la deviazione. La meta dell’altra era invece pressoché immediata. L’altra è quella seguita dall’Oriente fin dall’inizio. Ma l’Occidente per la maggior parte si è volto al Tramonto se poi, dopo l’inizio in Grecia, è stato così chiamato, se la filosofia che è nata dalla sapienza, fin dall’inizio non si è tirata indietro ed ha continuato imperterrita la via circolare.
L’Occidente si è volto a occidente e ha fatto il giro della Terra con le sue gambe, le navi, gli aerei.
Ha preso la via circolare ed ha circoscritto l’universo con la sua scienza e la sua tecnica.
Ha deviato verso il Tramonto, ma in tal modo ha posto un limite circolare anche all’inconscio e alla morte, affrontando i loro baratri e alla fine valicandoli.
E al termine dell’immenso cammino si è ritornati al punto di partenza, dove strada maestra e vie del mondo hanno la stessa origine. Essa è la Porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno, da cui si dipartano tutte le direzioni e ci sono tutte le indicazioni.
La deviazione dunque c’è stata, ma di quelle simili alle strade di qui, che quando si trovano davanti un ostacolo insormontabile o molto difficile da superare lo aggirano o lo valicano con ponti o gallerie; o c’è deviazione perché si tratta di una via panoramica, o fatta per estendere la conquista, o per seguire virtude e conoscenza. Per tutti questi motivi la via circolare è stata iniziata, indicata, continuata, anche nei punti che non appartenevano ai singoli, dove c’erano soltanto segnali misteriosi, e che potevano essere superati solo se si veniva traghettati dalla fede, dalla poesia, dalla fantasia. Ora, invece, ci sono anche strutture che li aggirano o scavalcano, opera di un’intera civiltà.

Seconda Parte
Ho detto nelle pagine precedenti, ma soprattutto nell’incipit, che l’avventura di Parmenide e la mia non sono due ma una sola, iniziata venticinque secoli fa al tempo dell’Aurora della civiltà occidentale e conclusa ai nostri giorni, dopo il Tramonto, il superamento delle Tenebre notturne e il ritorno al punto di partenza. Una sola avventura perciò e fra i due estremi una lunga storia, anzi la Storia così, con la maiuscola. Quella della filosofia, la più indicata per queste pagine, ma anche l’altra delle vicende umane iniziata da Erodoto nello stesso tempo: storia di guerre, conquiste, avventure, scoperte, narrata dagli storici. E nella Storia, tanti protagonisti; ma in quella della filosofia io e Parmenide ci siamo trovati rispettivamente all’inizio e alla fine di essa. Non in modo esclusivo. Così è stato per Parmenide che ha avuto assieme a lui Anassimandro, Eraclito, ed altri, che sono stati chiamati sapienti per la posizione che hanno occupato e per ciò che hanno visto da quel posto; e credo anch’io di non essere solo, anche se per ora non conosco compagni di viaggio che sono arrivati dove io mi trovo. Oppure, fra i filosofi, solo Heidegger finora, che è giunto però fin sulla “linea di Mezzanotte” e l’Alba l’ha solo intravista. È arrivato cioè fin sul ciglio del baratro, e non pensava che si potesse andare avanti nel solito modo: con la voce della filosofia, il linguaggio usato fino a quel momento. Occorreva un “salto”, una “trasformazione”, una “ metamorfosi nel senso d’Ovidio, la mutazione nel senso dei contemporanei” (Ernst Jünger-Martin Heidegger, Oltre la linea, pag. 85). Ciò che invece è accaduto con il ponte sull’Abisso, appeso alla struttura filosofica nel modo indicato nel libro L’antica via dei Miti e dei Misteri …
Non ho trovato nessuno ad aspettarmi quando sono giunto alla fine del cammino circolare, ma sono qui da poco, e avverto che molti cominciano a farsi avanti. Comunque è dalla fine che ora parlo, la quale, come ormai si sa, è anche inizio, per cui si può affermare che è lo stesso che ritorna. Ma se le cose stanno così, non trovi solo te stesso quando giungi alla meta ma anche tutti coloro che sono già stati: ecco la novità! Quelli dell’inizio, voglio dire, ma anche gli altri che hanno compiuto parti del cammino e che si sono dati il cambio lungo il percorso. Quelli che di quest’avventura hanno scritto le parti relative al periodo storico che si sono trovati a vivere, ed esse sono le tante opere filosofiche. A molti è stato dato di intuire di più del loro tratto di cammino ed hanno scritto anche delle storie della filosofia. Tutti poi avevano a disposizione il passato, da Socrate fino a loro stessi.
Ma un mutamento profondo per il completamento e la comprensione dell’avventura è accaduto quando si è andati ad indagare anche prima di Socrate, ciò che è cominciato ad accadere circa cent’anni fa, e sono stati scoperti e portati alla ribalta i detti dei sapienti. Soltanto frammenti, ma sufficienti a mutare il quadro, a rendere possibile la fine della via e il suo significato.

Tutti in un giro, perciò, gli ideatori e costruttori della via filosofica ed alla fine tutti guardanti ad essa dal suo Centro intatto. Un convegno di spiriti nel punto immutabile ed eterno, cioè nell’Essere? Sembra proprio di sì, e forse non solo ideale, o celeste, come s’intende finora con questa parola, ma sospeso fra la terra e il cielo, come da tanto si sospetta.
Che ci sia una sola avventura e tanti che si sono succeduti sulla scena a compierla, dipende dal fatto che la vita dei singoli individui è più breve di quella dei loro popoli e civiltà. Nel caso specifico la durata della civiltà occidentale lungo la via filosofica è stata di venticinque secoli. Anche da Erodoto fino alla “fine della Storia” sentita e descritta ai nostri giorni, la durata è pressoché la stessa. Certo è che “Si può dire di essa che è finita/ che si sono adempiute le scritture”.
Aspetti di fine della Storia, quella iniziata da Erodoto, sono stati intuiti, percepiti e descritti da molti. Ne nomino alcuni.
Alexandre Kojève dopo Hegel, seguendo le sue indicazioni che nel frattempo erano diventate tracce e percorsi verso la Notte, è arrivato alla chiara conclusione che la Storia è finita. La filosofia di Schopenhauer, l’esistenzialismo, l’irrazionalismo, sono alcuni di quei percorsi.
Il tramonto dell’Occidente di Spengler esprime già nel titolo l’avvicinarsi della fine.
Paul Valéry, dalle ombre oscure di un Tramonto ormai volto velocemente alla tenebra della Notte, ha esclamato: “Noi, le civiltà, ora sappiamo che siamo mortali”.
Per Karl Löwith la fine della Storia è il fallimento della filosofia della Storia che s’accompagna alla sconfitta dell’idea di progresso continuo e inarrestabile dell’umanità, o di quelle di realizzazione dello “spirito del mondo”, o di una società senza classi.
Il Materialismo storico dialettico, che doveva realizzare il Comunismo che avrebbe portato la Storia a compimento, è invece crollato, trascinando nella sua fine la Storia di mezzo mondo – a tanto ammontava quel dominio nel momento della sua scomparsa.
Heidegger ha affermato che l’Occidente è passato da un massimo di manifestazione dell’Essere ad un minimo, ed esso è la Notte e il nichilismo diventato ai nostri giorni condizione normale.
Sensazioni di Tenebre hanno investito J. Derrida, che ha scritto: “[…] l’Europa si vede all’orizzonte, vale a dire a partire dall’imminenza della sua fine” (J. Derrida, L’Autre Cap, Éd. De Minuit, 1991, p.32).
Francis Fukuyama ha scritto un libro intitolato Fine della Storia universale. La quale è stata storia delle grandi culture in confronto fra di loro, ed è terminata per l’imporsi dell’Occidente, che ha diffuso la sua fine in tutto il mondo. Così suonano le sue parole: “È possibile che siamo giunti alla fine della storia in quanto tale; vale a dire al capolinea dell’evoluzione biologica dell’umanità e all’universalizzazione della democrazia liberale occidentale quale forma ultima di governo dell’umanità”.
Baudrillard, anziché di fine, ha parlato di perdita d’ogni senso e d’ogni direzione – la qual cosa appare anche più esatta, perché ben si continua ancora, ma come in un deserto dove non ci sono strade né rotte; o si trovano gli Occidentali come dentro ad una nave che sta andando alla deriva in un oceano sconfinato, e traballano, procedono a zigzag, si perdono.
Samuel P. Huntington, anziché nichilismo diffuso, simile a nebbia fitta che non si dirada e scioglie, ha chiamato l’effetto della Tenebra sulla Terra con un nome ormai universalmente usato: multiculturalismo. O il nichilismo, Proteo dalle innumerevoli forme e nomi, anche con questo sopranome si è presentato e diffuso.
Anche per la filosofia è tutto un finire, o meglio la potenza del nulla l’ha invasa e come un vento gelido su un prato a primavera rattrappisce e svuota ogni parola. Perciò se c’è qualcosa di originale in essa oggi, è espressione di tale situazione. Qui mi soffermo soltanto su due titoli e due nomi: il pensiero debole di Vattimo e l’eternità di tutte le cose di Severino. Entrambi gli autori però forse non sanno che sono amanuensi di qualcosa di più grande di loro, perché esprimono i due rami ed aspetti estremi del nichilismo diventato condizione normale: la vacuità del nulla e quella del tutto eterno, vale a dire le paludi sconfinate dove quei due si versano dopo la fine della filosofia del Giorno.
L’aspetto visibile del primo è la chiacchiera, appena al disopra del blablà delle comari e di quelle che si ascoltano nei salotti mondani, solo perché, come ha detto il caposcuola di quella corrente, ha fondamento nella cultura.
Invece il nichilismo di Severino è nulla nell’altro modo. Nulla è possibile partendo dalle sue premesse che sono, appunto, l’eternità, immobilità, immutabilità di tutte le cose e delle loro determinazioni. Come nella favola La bella addormentata nel bosco, con Severino un incantesimo cala sul mondo e su ogni sua parte ed aspetto, sull’uomo e le sue azioni e idee e tutto si blocca, nella posizione in cui si trovava il momento prima di quel tocco nullificante.
Ma nella favola l’incantesimo dura cento anni e poi tutto riprende come prima. Per Severino, invece, l’immobilità non finisce. Il blocco è per sempre.
Finita la Storia, arriva subito alle labbra una domanda: ed ora?
L’ora è già suonata: è la situazione odierna.
Tutto è provvisorio, liquido, di gomma.
Le ideologie sono sparite.
Le certezze sono finite.
Realtà e illusione si confondono, non conta più la realtà oggettiva ma solo l’immagine, l’apparenza. Reality e fiction sono le parole d’ordine che l’esprimono.
“Verrà il momento in cui solo la fede salverà la ragione. Bisognerà sguainare le spade per dimostrare che le foglie sono verdi d’estate. Tutto sarà negato, tutto diventerà un credo, si negheranno anche le pietre delle strade e riaffermarle diventerà un dogma”.

Poi su questo vuoto hanno cominciato a entrare gli extracomunitari e le loro culture i barbari dei tempi passati. I quali non arrivano più con spade e lance, perché si troverebbero di fronte bombe atomiche e missili. Allora sono cambiati i metodi, non i risultati: l’invasione è la stessa. Il mondialismo, globalismo, multiculturalismo sono le nuove situazioni. Una Torre di Babele che l’Occidente, che si ritiene il più forte ed evoluto, crede ancora di poter governare e dominare. Perciò il suo dire alle masse sempre più numerose che stanno valicando i suoi confini: integratevi, diventate come noi. Un sogno, o forse il tentativo in gran parte politico di esorcizzare quel che sta accadendo, o forse soltanto un modo di campare. Fa parte del dopo la fine della Storia, anche il potere che ha acquisito l’Occidente di distruggersi con le sue mani, con le bombe nucleari, o di fornire ad altri le tecnologie perché le costruiscano e le usino a suo danno (Un aspetto di fine della Storia è quello che si vede camminando per le strade, entrando in un supermercato, andando alla Stazione. Dappertutto bianchi, neri, gialli, mescolati assieme. Ciò che era collocato in punti diversi della Terra ora si trova negli spazi ristretti che appena ho nominato).
Ho detto che l’avventura di Parmenide e la mia non sono due ma una sola. Lui però si è trovato in una posizione diversa da quella che ho occupato io all’inizio: delle due grandi arcate che costituiscono il giro della Storia, quella diurna da oriente ad occidente e l’altra notturna in un ritorno, lui si è trovato all’inizio della prima io alla fine della stessa. Vale a dire, Parmenide nell’Aurora, io nel Tramonto. Però lui non così fermo in quell’inizio da non riuscire a cogliere anche la fine, come quando dall’alba la luce si estende in cielo e in terra fino al tramonto. Né io tanto immemore nella fine del Giorno da non riuscire a ricordare e scorgere anche la provenienza, verso la quale anzi mi son volto, ritornando ad essa prima di accingermi alla parte più ardua dell’avventura: il raggiungimento dello stesso punto procedendo nel senso opposto, cioè attraversando la Notte e l’Abisso aiutato dal Destino e confidando nelle mie forze e conoscenze, cosa che come ho detto in varie occasioni mi è riuscita.
Dunque, agli antipodi del Giorno della civiltà occidentale Parmenide ed io, ma ambedue con la percezione dell’intero cammino negli occhi e nella mente. Poi le differenze fra noi, perché lungo il rotondo giro delle apparenze ci sono tempi e luoghi innumerevoli, ed io mi son trovato, come ho detto, dalla parte opposta del cammino della luce. Uno sguardo alle principali differenze, puntando i piedi sulle due posizioni occupate alla partenza dell’avventura che, come ho già detto, è durata più di venticinque secoli, ed ecco cosa appare.
Parmenide ha seguito l’astro luminoso appena sorto.
Io mi sono inoltrato dove era sparito per conoscere la zona oscura della vita.
Lui per cominciare la via del Giorno.
Io per continuarla anche nella Notte fino alla sua conclusione.
Però anche Parmenide, come risulta dal racconto del suo viaggio, ha conosciuto la Notte perché è giunto dalla sua “casa”. Poi ha superato la Porta che separa la Notte dal Giorno, ed è entrato nella Luce.
In quanto a me, quando dal Tramonto mi volto indietro prima di inoltrarmi nelle Tenebre, ho visto tutto il Giorno dell’Occidente che ha “l’Oriente nella Grecia antica/ e qui si compie il cielo del Tramonto./ Il Giorno è un tempo solo, cioè il presente,/ dove l’Aurora illumina la sera/ e il Tramonto mostra il suo Mattino”.
Poi da quei due punti di partenza, ma con tutto il giro negli occhi e nel cuore, ciascuno ha seguito la sua destinazione. Lui verso l’Essere, che ha visto e descritto e di cui dirò in seguito, se Dio lo vorrà.
Anch’io, dopo aver raggiunto la Fine che coincide con l’Inizio e superata la Porta, ho poi puntato al Centro. Il Centro è il “Sé”, è l’Essere in noi, che tutto è e da cui tutto appare

P.S.
Certamente l’Occidente ha dato molto all’umanità all’inizio e lungo la sua Storia. Ha dato la Filosofia, la Storia, la Tragedia, la scienza esatta della natura, la Geometria, la Democrazia…
Ma il gioiello più splendente e prezioso è quello che sta emergendo dalla fine della Storia.
È ancora nel profondo, nella miniera, ma sta salendo verso la manifestazione. Il gioiello è in Centro che si raggiunge, come ho detto poc’anzi, dopo la fine del viaggio. Esso è già entrato nella cultura, anche se in punta di piedi, come un risultato di essa, e in tal modo questa eredità verrà trasmessa. Ma anche nell’altro modo, io credo: in quello biologico, com’è vero che “conoscere è ricordare”. Credo che i futuri, che sono anche quelli già stati segretamente, avranno in più nel cuore e nella mente il Centro intatto.
Era nel profondo ed è emerso. Era perduto ed è stato ritrovato.

Oggi, prima dell’alba…

18 giugno 2009

Walt Whitman, Oggi, prima dell’alba…

Walt Whitman

Walt Whitman

Oggi, prima dell’alba, sono salito su un colle
e ho guardato il cielo affollato,
e ho detto al mio spirito:
‘Quando avremo abbracciato tutti questi mondi
e goduto e saputo ogni cosa di essi,
saremo sazi e soddisfatti, dopo?’
E il mio spirito disse:
‘Arriveremo a quel limite per superarlo
e proseguire oltre.’
[…]

Questa poesia l’ho letta sulla quarta di copertina del libro di Grazia Sacchi intitolato Per te per sempre e mi ha subito colto il desiderio di tradurla.
Eppure un altro Whitman, dopo Dai lidi della California, non era in previsione, a così breve data almeno.
Perché allora? Perché è una naturale continuazione della prima o, almeno, così essa m’è apparsa al primo sguardo.
Perché anche a me, dopo l’arrivo alla Porta e aver messo i piedi sulla soglia, prima di proseguire oltre, è capitato proprio così: volgendomi a vedere, ciò che lasciavo era uguale alla visione del poeta, era l’universo tutto in una volta. Whitman vede il cielo affollato e lo coglie tutto in un abbraccio; io tutte le stelle alle mie spalle, “immerse in una sfera di pensiero”. Probabilmente – ora mi sembra – nella luce che usciva dal battente ormai aperto sulle due dimensioni.

Così si è presentata tutta la scena: “Se ti accade di accostarti a quella porta/ e di affacciarti, vedi gran luce/ e le stelle e le galassie stanno alle tue spalle/ immerse in una sfera di pensiero”. Oppure così, ed è la stessa: “T’affacci sul divino della luce quando incontri la Porta/ e da lì ti accorgi che le stelle e le galassie/ sono scintille di essa sparpagliate/ dentro l’interno che si lascia”.
Qui, allora, la parola della poesia e quella della filosofia sono la “stessa cosa”, ecco la sorpresa!
Le due si sostengono a vicenda, e si danno origine fra loro, ecco la novità!
E ciò che risulta dalla coincidenza è un linguaggio nuovo, necessario all’impresa che stava incominciando.

A guardar bene, anzi, non è neppure una novità. L’ha previsto Heidegger, per esempio, quando egli è giunto sulla linea di mezzanotte che corrisponde al confine di questo mondo di cose e di pensiero, e perciò anche di fronte all’abisso che comincia subito dopo. Egli ha affermato che in quel punto il linguaggio, in uso di qua, non era più adatto. A cosa? Ad andare avanti, vale a dire ad attraversare quel baratro e mettere piede sull’altra sponda dove c’è la porta. Ecco a cosa non bastava più la “parola” usata in questo mondo, anche quella della filosofia (Heidegger, per primo, giunto sulla linea, ha pensato che il nostro dire venga meno al momento del suo superamento e che sia perciò necessario un altro linguaggio. Così egli si è espresso. “È sufficiente che questo linguaggio sia universalmente comprensibile, o vigono qui altre leggi e altre misure, così uniche nel loro genere quanto l’istante della storia del mondo che segna il compimento planetario del nichilismo e l’esplicazione della sua essenza?” [Ernst Jünger-Martim Heidegger, Oltre la linea, Adelphi, pag. 144]. Poi, nella stessa occasione: “In che linguaggio parla lo schema fondamentale del pensiero che prefigura un attraversamento della linea? Il linguaggio della metafisica della volontà di potenza, della forma e del valore deve essere salvato di là della linea critica? E in che modo, se proprio il linguaggio della metafisica e la metafisica stessa, sia essa del Dio vivente o del dio morto, hanno costituito in quanto metafisica il limite che impedisce il passaggio oltre la linea, cioè l’oltrepassamento del nichilismo?” (Ernst Jünger-Martin Heidegger, Oltre la linea, Adelphi, pag. 138). Domande che sono rimaste senza risposta in quel tempo, ma che aleggiavano da qualche parte dal momento che qualche decennio dopo la linea è stata superata. Ed ora, ecco che si è presentata l’occasione di sapere in cosa consiste il nuovo linguaggio: è la coincidenza di poesia e filosofia).
La stessa cosa d’altronde che capita ai mistici quando arrivano al punto α  e ω, – e le cose che sentono e gustano non si possono esprimere con parole né pensieri; o ai grandi poeti, com’è capitato a Dante in Paradiso al cospetto di Dio.

In seguito però la linea è stata superata, e chi è andato oltre non si è posto il problema del linguaggio. Piuttosto un altro linguaggio è venuto da sé quando l’impresa è incominciata. È cominciata perché un nuovo linguaggio era a disposizione, o era a disposizione perché è iniziata? Le due cose stanno assieme mi sembra, c’era coincidenza. Ciò corrisponde a quel che è sempre accaduto in questi momenti: che sono la stessa cosa il pensare e l’esistere (“Infatti identico è il pensare e l’esistere”, Parmenide, testimonianze e frammenti, Frammento 3, a cura di Mario Untersteiner, La Nuova Italia Editrice, Firenze.).

Ora però a cose fatte si potrebbe essere colti dalla curiosità di andare un po’ a fondo, quel che sta accadendo con queste coincidenze su queste pagine; e l’occasione l’ha offerta la poesia in esame di Whitman e la coincidenza fra essa e il pensiero filosofico che mi ha accompagnato nel passaggio della linea e durante la traversata dell’abisso, che è balzata subito agli occhi quando l’ho vista.
Perciò la domanda suona così: qual è, cos’è il nuovo linguaggio? La risposta: è poesia consapevole. Ciò potrebbe significare che la sua origine non è più oscura com’è stata fino ad oggi, con nomi noti e usati ma ognuno isolato e chiuso nella sua impenetrabilità: sentimento, intuizione, amore. Ora ha anche un aspetto, vale a dire qualcosa s’intravede in quel che era senza porte e finestre.
Il linguaggio di oltre la linea dovrebbe essere allora quello che ho segnato su queste pagine e sta scorrendo ancora. Queste “coincidenze”, perciò, specialmente questa qui che sto scrivendo. Cerco di entrare un po’ di più nel cuore del problema.

Nella poesia in esame ci sono due attori: il poeta in carne ed ossa e il suo invisibile spirito. Il primo sale su un colle all’alba e da lì guarda il cielo, lo vede “affollato” di stelle e chiede al secondo: ‘Quando avremo abbracciato tutti questi mondi/ e goduto e saputo ogni cosa di essi,/ saremo sazi e soddisfatti, dopo?’ E il suo spirito risponde:
‘Arriveremo a quel limite per superarlo/ e proseguire oltre.’ […]
Ora non c’è nessuno, sano di mente come qui si dice, che crede davvero che il poeta possa abbracciare l’universo fisico che, secondo la stima degli scienziati, ha un diametro di tredici miliardi d’anni luce. Motivo per cui si proclama: si tratta di una licenza poetica. Da cui il giudizio tanto caro ai più: il poeta è un visionario che galoppa con la fantasia, uno che scambia le lucciole per lanterne.
E se invece fosse “vero” quel che dice? Vero che tutti questi mondi si possono abbracciare? Del resto, non stanno già tutti quanti nello sguardo!

A questo punto giunge a sostegno la filosofia che conferma: si può. Si può coglierli tutti in volta con il pensiero e la figura che così risulta diventa superabile e si può lasciarla alle spalle. Quel che è capitato a me d’altronde prima dell’attraversamento della linea di mezzanotte e ho chiamato quest’avvenimento uscita dal labirinto, e il labirinto era il mondo (si veda anche L’antica via dei miti e dei misteri, percorsa ora con in mano la lampada della conoscenza filosofica).
Perciò il pensiero poetico filosofico di quel momento propizio: le stelle e le galassie stanno indietro, immerse in una sfera di pensiero.
Ecco un’altra indicazione di quell’evento che m’è toccato quando ho raggiunto il confine del mondo e prima di affrontare l’abisso. “Superando la linea/ quest’intero raccolto, cioè il mondo,/ ti appare tutto incluso/ nella sfera che si lascia”.
Parole che corrispondono esattamente a quelle del poeta: “Arriveremo a quel limite per superarlo/ e proseguire oltre”. E questi versi, ora che hanno il sostegno della filosofia, non suonano più da incredibili o assurdi. Perché ora quel confine è stato davvero raggiunto e superato.

e goduto e saputo ogni cosa di essi,

saremo sazi e soddisfatti, dopo?’

E il mio spirito disse:

‘Arriveremo a quel limite per superarlo

e proseguire oltre.’ […]

Le candele di Kavafis

19 aprile 2009

Kostantinos Kavafis, Candele

Stanno i giorni futuri innanzi a noi
come una fila di candele accese
dorate, calde e vivide.

Restano indietro i giorni del passato,
penosa riga di candele spente:
le più vicine danno fumo ancora,
fredde, disfatte, e storte.

Non le voglio vedere: m’accora il loro aspetto,
la memoria m’accora il loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.

Non mi voglio voltare, ch’io non scorga, in un brivido,
come s’allunga presto la tenebrosa riga,
come crescono presto le mie candele spente.

Kostantinos Kavafis

Kostantinos Kavafis

Kavafis espone in questa sua poesia, in modo mirabile, l’idea del tempo lineare.
Cos’è il tempo lineare? È una linea, anzi un segmento più o meno lungo, che molto bene si adatta a ciò che fisicamente siamo: un corpo fra gli innumerevoli altri che costituiscono il mondo, che si muove nello spazio e nel tempo per un po’. Adattata a noi, quest’idea del tempo, più che ad un segno diritto assomiglia ad uno curvo, perché per noi c’è un inizio – la nascita –, una crescita fino ad un punto che possiamo chiamare zenit e poi un declino fino alla scomparsa. Gli antichi chiamavano il punto più alto “l’età del fiorire” e lo collocavano attorno ai quarant’anni. Dante si è trovato nella selva oscura “nel mezzo del cammin di nostra vita”, ed aveva trentacinque anni quando gli è accaduto.
Questo tempo lineare richiede, dunque, che ci sia un inizio, uno svolgimento, e poi una fine improvvisa, o anche differita ma ineluttabile. La fine ha un nome noto a tutti: morte.

Ecco perciò il tempo della vita, com’è vissuto e conosciuto dalla stragrande maggioranza degli uomini: non si sa da dove si viene, si ignora dove si va, e se non si conosce di noi stessi l’inizio e la fine, incomprensibile è anche il tratto dove s’accende la vita e la coscienza, sia pure in modo intermittente anch’esse, perché la veglia, per esempio, è interrotta dal sonno e la coscienza dall’inconscio.
A questo punto, tutto ciò è espresso dalla poesia di Kavafis. “I giorni futuri stanno innanzi a noi/ come una fila di candele accese/ dorate, calde e vivide./ restano indietro i giorni del passato,/ penosa riga di candele spente.”
C’è la vita e la coscienza del poeta in questa visione, e da questa precarietà e indigenza prorompono le parole nei modi del sentimento. C’è l’angoscia, il suo accorarsi ripetuto: per l’aspetto delle candele appena superate, “fredde, disfatte e storte”; per quelle ancora più indietro di cui ricorda “il loro antico lume”. E non vuole voltarsi per non vedere, per non scorgere, “in un brivido,/ come s’allunga presto la tenebrosa riga,/ come crescono presto le candele spente”.

Ma davvero questo è il tempo, o solo così: vale a dire un segmento o arco fatto di minuti, ore, giorni, mesi, anni, che si srotola sulla vita e misura la sua lunghezza?
A guardar fuori di noi non è così. Fuori non ci sono segmenti e archi di tempo, ma cerchi completi. Quello della terra attorno al sole, le fasi della luna, i cicli delle stagioni. Inoltre tutto va e torna indietro e riprende da capo dal punto dove aveva incominciato: il seme dell’albero che cade sulla terra in autunno ed entra in essa, germoglia in primavera, diventa pianta, ritorna seme.
Sembra facciano eccezione gli animali. Il gatto amato e coccolato non c’è più, dice la sua proprietaria con le lacrime agli occhi. È morto, ed è come se fosse sparito un essere umano per sempre. Ma ci sono poeti e filosofi che non condividono l’idea della scomparsa eterna.

Nell’Ode ad un usignolo John Keats ha scritto che l’uccello che ha udito in un giardino di Hamstead, all’età di ventitré anni, in una notte del mese d’aprile del 1919, è lo stesso che nei campi d’Israele, un’antica sera, udì Ruth la moabita. Non un altro usignolo, dunque, ma lo stesso dopo migliaia d’anni: l’eterno ritorno dell’usignolo, uguale all’eterno ritorno del giorno, delle stagioni, delle costellazioni.

Non diversamente da Keats, Schopenhauer, nel secondo volume di Il mondo come volontà e rappresentazione, al capitolo 41, ha espresso l’identica intuizione: “Chiediamoci con sincerità se la rondine di quest’estate è un’altra da quella dell’estate passata e se realmente fra le due il miracolo di trarre qualcosa dal nulla si è verificato milioni di volte per essere smentito altrettanto dall’annientamento assoluto. Chi mi oda affermare che il gatto che sta giocando lì è lo stesso che saltava e scherzava in quel luogo trecento anni fa, penserà di me quel che vorrà, ma la pazzia più strana è immaginare che fondamentalmente sia un altro”.

La stessa cosa per Hegel, che ha ripreso quegli esempi e ha aggiunto la mitica Fenice, l’uccello che ogni cinquecento anni si costruiva un rogo per immolarsi nel fuoco e poi risorgere dalle sue ceneri: se la morte viene dalla vita che finisce, a sua volta la vita nasce dalla morte ed è sempre la stessa.

Seguito da Leibniz, che così ha formulato quel pensiero comune a tanti veggenti: “Gli animali, al contrario di quanto crede il popolo, propriamente non hanno nascita” – perciò nemmeno morte com’è comunemente intesa –, e ha fatto il caso del baco da seta dove appare chiaramente che c’è solo un passaggio rapido dalla vita di bruco a quella di farfalla. In questo caso i confini della vita e della morte sono così vicini che in certi casi basta un salto per attraversare l’Abisso. Similmente trascorre la notte e sorge il giorno, ma la notte non muore lascia il passo nella sfera di ciò che appare ai mortali.
Se le cose stanno così, allora nulla davvero segue un cammino somigliante ad un segmento o ad un arco. Nulla davvero è nuovo di quando arriva in questo mondo, né precipita e scompare per sempre alla fine del cammino. Eppure è ciò che appare e che si afferma che avviene. Cos’è, allora, che non torna, che non va?

La nostra conoscenza non va. Perché i suoi aspetti parziali e i suoi limiti, vale a dire inizio e fine e lo svolgimento lungo un arco, non appartengono alla vita ma alla conoscenza che abbiamo di essa. Vediamo, conosciamo, solo ciò che si riesce ad illuminare in modo chiaro e distinto con la luce della ragione. Allora è lei la limitata e difettosa: nella veste di candele accese nella poesia di Kavafis, ma una fila che comincia e finisce.
Invece la filosofia è continuata. Dopo il suo corso diurno, che va da Socrate a Hegel, è cominciato quello del tramonto e notturno. Il primo a partire è stato Schopenhauer e dopo circa due secoli di cammino nell’inconscio con la lampada del logos nella mano, come fanno i viandanti nella notte oscura, l’arrivo. Ma per ora solo di un’avanguardia. E l’esercito si trova ancora nella notte, anzi nel nichilismo diventato condizione normale.

Con l’arrivo, il segmento o arco diventa un cerchio.
Ed ora che il cerchio si è chiuso e la fine coincide con l’inizio? Non sembra più di perdersi: che il passato s’allontani e non ritorni più e d’esser spinti nel futuro ignoto. Inoltre, colta in un solo sguardo la rotondità della vita si può portarsi al centro, anzi ci si trova in esso. Non è la prima volta che un posto d’osservazione così viene raggiunto.
Boezio l’ha chiamato il luogo eterno e l’ha definito come il possesso totale, istantaneo e perfetto di una vita interminabile.
Da quel presente eterno, Marco Aurelio “ha visto tutte le cose: quelle che furono nell’insondabile passato, quelle che saranno nel futuro” (Marco Aurelio, Pensieri, libro VI, 37).
Thomas Eliot ha scritto di esso così: “Io posso solo dire, là siamo stati (nel punto fermo del mondo che ruota): ma non posso dire dove./ E non posso dire per quanto tempo, perché questo significa/ Collocarlo nel tempo” (Thomas Steam Eliot, Burnt Norton).
Nietzsche, raggiunta il portone carraio che ha nome attimo, ha visto dipartirsi da esso i due sentieri del tempo, il futuro e il passato: uno sempre più avanti e sempre più lontano, lungo un’eternità; l’altro all’indietro, sempre più indietro, un’altra eternità. I due sbattevano la testa l’un contro l’altro dov’era il portone, cioè nell’attimo dove s’è trovato; e ha visto, saldamente annodate l’una all’altra, arrivare e partire le cose, continuamente, eternamente (Nietzsche, Così parlò Zarathustra, “La visione e l’enigma” Adelphi).
Esso è poi il punto caro alle dottrine esoteriche che lo considerano il centro dell’equilibrio e della stabilità, perché punto mediano tra i due poli opposti. Perciò nel cuore della tempesta c’è pace, e tutto gira attorno e tutto appare.
Ma cos’è quel centro? Per la conoscenza è l’insondabile Io, ciò che ognuno dice di se stesso, continuamente, ripetutamente: Io sono, Io credo, Io vado, Io voglio, ciò che tante dottrine chiamano anche Sé, pronome che ora poteva essere usato a pieno titolo anche dalla filosofia. Perché ora l’Io aveva conquistato il centro della circonferenza che comprendeva anche il semicerchio d’inconscio che era stato annesso con il superamento dell’Abisso. Coincidenza di conscio e inconscio perciò il Sé così raggiunto dopo la conclusione dell’avventura più grande.

In tale posizione l’ha posto anche Jung a conclusione della sua ricerca della totalità dell’uomo, e il risultato cui è pervenuto l’ha chiamato, appunto, Selbst (Sé): il quale – ha detto – non va assolutamente confuso con l’Io, perché è unità di conscio e inconscio (Vedo continuamente che il processo d’individuazione viene confuso con la presa di coscienza dell’io, e in questo modo l’io viene identificato con Sé, ciò che naturalmente provoca una disastrosa confusione di concetti. Poiché in tal modo l’individuazione diventa null’altro che egocentrismo e autoerotismo. Ma il Sé comprende infinitamente di più che il semplice io… Esso è tanto l’uno o gli altri che l’io. L’individuazione non esclude il mondo, ma lo include: C. G. Jung, Von den Wurrzeln des Bewusstseins, 1954, p. 595). “Se s’immagina la coscienza, con l’Io al centro, come contrapposta all’inconscio, e se ci si rappresenta il processo d’assimilazione dell’inconscio, quest’assimilazione può essere pensata come una specie d’accostamento fra la coscienza e l’inconscio, dove il centro della personalità totale non coincide più con l’Io, ma è un punto situato in mezzo fra la coscienza e l’inconscio. Questo sarebbe il punto del nuovo equilibrio, una nuova centratura della personalità complessiva, un centro forze virtuale, che offre alla personalità, per la sua posizione centrale fra coscienza ed inconscio, una nuova sicura base” (Ibidem, pag. 133).

Non diversamente da Jung, Freud ha nutrito la speranza di riuscire a prosciugare una parte dell’inconscio, come hanno fatto gli olandesi con il mare interno, lo Zuiderzee, che invadeva le terre della loro patria. Così egli ha descritto quel proposito in parte realizzato, mi sembra: “L’intenzione degli sforzi terapeutici della psicanalisi è in definitiva di rafforzare l’Io, di renderlo più indipendente dal Super-io, di ampliare il suo campo percettivo e perfezionare la sua organizzazione, così che possa annettersi nuove zone dell’Es (in psicanalisi il termine che indica la parte non organizzata e perciò non personale dell’apparato psichico, che costituisce una riserva d’energie riguardante l’istinto e coincide con l’inconscio della psicologia dinamica e descrittiva).
Dov’era l’Es, deve subentrare l’Io. È un’opera della civiltà, come ad esempio il prosciugamento dello Zuiderzee”.
Dopo l’attraversamento della Notte, tutto ciò non è più una previsione, ma visione chiara e distinta. Il centro della personalità appare anche agli occhi guardando la figura che risulta, quella disegnata in copertina: è al centro del cerchio sulla linea di separazione fra il giallo e il grigio, che rappresentano il conscio e inconscio; e le due metà dell’intero si sostengono una con l’altra e si completano e si avvicendano. In tal modo allontanarsi significa tornare, come fa il sole quando tramonta e sembra lasciare la terra, invece si rivolge; come fa la vita che scompare e ricompare ed è sempre la stessa, e come farà il singolo quando conoscerà il suo cammino nella Notte.

In quanto a me, ora tutto il cerchio del sapere mi sta attorno perché mi trovo nel suo centro intatto dopo che ho percorso la circonferenza, e mi tengo fermo su quel punto. Dall’altro capo girano gli astri in cielo, i giorni e le stagioni sulla terra, e si ripetono ininterrotte le faccende umane.
Ma è soprattutto l’ultimo giro che m’attira, quello che ho da poco finito di percorrere, dopo cinquant’anni dalla partenza. Vedo la lunga via circolare che è stata cammino tortuoso nel labirinto, uscita da esso, attraversamento dell’Abisso, arrivo all’altra sponda, coincidenza degli opposti e poi la Porta che si è spalancata dopo che sono riuscito a svelare il segreto che la teneva chiusa, e perciò i precedenti tentativi della conoscenza sono falliti.
Ma potrebbero la giovinezza, la bellezza, l’avventura, l’amicizia, l’amore, far da esca e riportarmi in circolo. Ciò che è capitato anche agli dèi: infatti, molti non sono ritornati? Si sono incarnati, si suole dire, si sono fatti uomini, per vari motivi. Io per rivedere e riconoscere. Perciò anche senza sapere all’inizio, o dimenticando di sapere. La dotta ignoranza, direbbero ancora una volta i filosofi. M’attendo soltanto che i ricordi che troverò alla partenza siano meno enigmatici di quelli che mi sono toccati questa volta, per riuscire a far prima a percorrere l’intera circonferenza e a superare tutti gli ostacoli. Perché, dopo tutto il tempo che ho dedicato alla ricerca in questa vita, ne rimanga di più nella prossima per viverla.
E m’accorgo all’improvviso che questo è il desiderio che sta in cima.

Meriggiare pallido e assorto…

3 aprile 2009

Eugenio Montale, Meriggiare pallido e assorto…

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto.
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la vecia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia

Eugenio MOntale

Eugenio Montale

Ricordo bene quei “cocci aguzzi di bottiglia” fissati con la malta di cemento in cima ai muri che chiudevano giardini e orti. E negli orti, alberi e filari di frutta: le ciliegie primaverili, le albicocche, le pesche, le pere, le mele, l’uva…

Era soprattutto dopo la fine dell’anno scolastico, nelle lunghe giornate di giugno e degli altri mesi estivi, che iniziavano gli assalti di noi, ragazzini del tempo di guerra o appena usciti da essa, a quei luoghi di delizie, spinti dalla fame ma anche dall’avventura. Ricordo la canzoncina che si cantava prima delle razzie e dopo il bottino e le scorpacciate, che io stesso avevo composto: “Noi siam gli eroi dell’uva/ dei pomi e delle more/ con gusto li rubiamo/ e con gusto li mangiamo”.

Ma gli orti, difesi dai muri con in cima i cocci di bottiglia, non sono mai riuscito a violarli. Scalzi, seminudi come si era allora, scavalcarli era impossibile. Abbiamo tentato di togliere quei vetri rompendoli, ma il rumore faceva accorrere i proprietari armati di bastoni, forconi, qualche volta con la doppietta, e in quanto ai risultati di quei tentativi, si riusciva soltanto a sminuzzarli rendendoli più pericolosi, non ad eliminarli. Così alla fine si ripiegava su paradisi meno protetti.

È sulla scia del ricordo e dell’insuperabile muro e della sua riscoperta nel campo della poesia, che ora m’accingo a tradurre la poesia di Montale, anche perché mi sono accorto leggendola che quell’ostacolo, in seguito, dopo molti anni di cammino sulla via della conoscenza, sono riuscito a ritrovarlo e superarlo. È accaduto quando è diventato metafora del confine che inesorabilmente chiude la vita nella non comprensione di sé stessa. Perché, diversamente, come natura, la vita viene e va, appare e scompare.
Ora la traduzione.

Se mi fosse riuscito, quand’ero ragazzino, di superare il muro dell’orto come quello che Montale descrive, con i cocci aguzzi di bottiglia sulla cima ed entrare, quale sgradita sorpresa sarebbe stata! Non ci sono gli alberi carichi di frutta là dentro, i filari nereggianti e biancheggianti di copiosi grappoli d’uva, le aiole di verdure e fiori, la fresca ombra sotto piante secolari dalle lussureggianti fronde, la fontana, il pozzo, le statue di giovani donne nude. Nulla di tutto ciò. Cosa, allora?
Lo dice la poesia: “un rovente muro d’orto” in un “meriggiare” che sembra non finire mai, come sempre accade nelle interminabili giornate estive. E sotto quei dardi infuocati una striminzita vegetazione composta di “pruni”, “sterpi”, “calvi picchi”, vale a dire arbusti sofferenti per l’arsura senza foglie sulle cime; poi animali stanziali di nicchia, la cui presenza è avvertita dai rumori che fanno: “schiocchi di merli, frusci di serpi”, “scricchi di cicale”; infine formiche che in un monotono travaglio quotidiano raccolgono ed accumulano il cibo per sopravvivere d’inverno. In file queste ultime, che “ora si rompono ed ora s’intrecciano” in un via vai continuo. Depositano provvisoriamente le briciole in “minuscole biche” prima di trasportarlo nelle loro tane e poi infaticabilmente ritornano al lavoro.
Questo è l’orto di Montale. Non luogo di delizie, non paradiso terrestre perciò, come quello che abbiamo vagheggiato da ragazzi, ma quasi un deserto. Simile piuttosto a quello dove Adamo ed Eva sono stati gettati a condurre un’esistenza desolata e dolorosa dopo che hanno mangiato il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. Lui a lavorare la terra con fatica e sudore, lei a partorire con dolore e a rischio della vita,
A questo punto perciò l’orto acquista il grado di minuscolo stralcio del mondo, luogo di castigo, di dolori e pene dove ancora tutti ci troviamo. Lo stesso di quand’ero ragazzino e il muro anche allora non sono mai riuscito a superarlo.

Che le cose stiano così, vale a dire che quell’orto sia cifra e campione dell’intero mondo, appare in modo chiaro e distinto nell’ultima strofa della poesia. Esso diventa infatti “tutta la vita e il suo travaglio”, perciò anche tutto il mondo, perché – dice la filosofia –, non c’è l’uomo senza il mondo e viceversa. Inoltre quella recinzione si trasforma in una “muraglia” insuperabile, perché ha in cima i “cocci aguzzi di bottiglia”.
È una “triste meraviglia” per il poeta questo estendersi dell’indigenza e della precarietà da presenza nell’orto, forse casuale o in ogni caso temporanea, a tutta la condizione umana, e la poesia l’esprime. Senza filtri questa volta: senza voler attingere neppure un po’ alla bellezza, alla speranza, all’illusione, perché i versi sono aspri, secchi, duri, senza nessuna polpa. O la poesia qui è crudele.
Ho trovato anch’io lungo la via della conoscenza che ho percorso segnali di questo tipo. Ce n’è uno che dice: “La poesia è crudele/ in questo tempo./ Lascia le antiche note/ canta la fine”. Oppure questo: “Il mio campo era il pensiero/ dove spiccavo idee,/ come si sciolgono le allodole nel volo./ Ma ora c’è un canto solo che mi preme:/ il canto del finito e un solo varco”.
Però, per fortuna, c’è anche la parola poetica o che giunge da altre fonti, che dice che il maggiore ostacolo – la muraglia nel caso di Montale –, si può superare. Quella che racconta com’è stato possibile farlo. Ci sono i segnali della “porta” che la indicano e conducono ad essa e anche quelli che dicono che si può aprire e che si è aperta.
Segnali di tal genere li abbiamo incontrati anche nelle poesie dei poeti che sono stati tradotti in queste pagine prima di Montale, in Grazia Sacchi, Novella Cantarutti, Whitman, Novalis, Aurobindo.
Ed ora Montale, la sua nuda poesia: con le parole scarne, crude, essenziali, come pietre di fonte disseccata, che attende acqua però. Dal Cielo.

Ora, come siamo usi, una breve disamina sul muro dell’esistenza, che in altri casi è stato visto come oceano, o notte tenebrosa e misteriosa, o abisso, e che rimanda a ciò che viene dopo, perché esso è sempre un confine con altro, con un aldilà.
Cosa c’è al di là?
In Grazia il sogno d’amore che muta in pensiero, o lo vorrebbe, perché diventi “per sempre”.
In Novella Cantarutti c’è lo struggente desiderio del ritorno alla fonte della maternità, e c’è indicazione per raggiungerla.
Whitman è in viaggio da millenni per tornare in patria, in modo consapevole, non in quello oscuro e misterioso come sempre accade.
Nel poemetto di Novalis il muro è la morte che si trasforma in notte stellata e aldilà c’è Sophie, la fidanzata prematuramente scomparsa, che egli ritrova per sempre, perché non ci sarà più perdita e distacco.
Nella poesia di Aurobindo c’è la porta nel muro, ed egli dice che bisogna battere continuamente, infaticabilmente, perché essa si apra. Oltre la porta l’arcangelo, che nasce dall’uomo.
Per me ragazzo, come ho già detto, al di là del muro dell’orto, “vero”, “reale”, come qui si dice, c’era qualcosa di simile all’età dell’oro, dove si poteva vivere “come dei, senza affanni nel cuore,/ lungi e al riparo da pene e miseria”, perché ” il suo frutto dava la fertile terra/ senza lavoro, ricco e abbondante”. Allora era simile il nostro stato alla vita degli uomini di quell’età felice, ma vissuta in piena incoscienza perché di tutto si occupavano i divini e noi eravamo il loro gregge.
Montale invece non si pronuncia sull’aldilà; afferma soltanto che la muraglia è invalicabile e che ci troviamo inesorabilmente di qua. Ma, come accade sempre, l’inconscio non invia segnali inutili e vani, vale a dire denunciare la penuria non vuol dire accettarla.

Per ultimo, qualche spunto che su questo tema del confine e dell’aldilà ci giunge dalla filosofia. Perché è stato seguendo la via della conoscenza, quella che è iniziata con il peccato di disobbedienza contro la divinità, che perciò ci ha cacciati dal paradiso, che ora ci troviamo di nuovo davanti al muro e alla porta.
Si è trovato in questa posizione Nicolò Cusano che ha chiamato quella barriera “muro del paradiso”. E da esso ha visto l’una e l’altra parte: di qua le cose divise a metà e contrapposte, di là la coincidenza degli opposti. Coppie di contrari sono – egli dice – essere e non essere, vita e morte, bello e brutto, buono e cattivo, e tutti gli altri poli che legano le nostre facoltà alla speranza e al timore, e muovono i nostri organi ad azioni di difesa e di conquista. Dopo la porta – invece – tutto ciò è superato e vinto. Ma Nicolò Cusano non è riuscito a valicarla perché la facoltà che si chiama ragione, la più preziosa e indiscussa che l’uomo possiede, ha potuto aiutarlo solo fino a quel punto.
Per Nietzsche la barriera è l’uomo stesso ma in lui c’è anche la possibilità di superarla e in parte c’è riuscito. L’umanità – ha affermato – è un ponte che conduce al Superuomo.
Per Heidegger l’attraversamento del pelago tenebroso, quello che comincia dopo la linea di mezzanotte, avverrà nel sonno. Un lungo sonno che finirà con un improvviso risveglio.
Per Jünger la Mezzanotte è “un’ora di morte” – perché lì, come già per Paolo di Tarso, l’uomo vecchio finisce –, “ma anche un’ora di nascita”. E da eroe di guerra quale è stato, non si ferma davanti al nulla, va avanti e gli porge il petto. Perché in esso c’è “come un tempo nella Tebaide, il centro d’ogni deserto e rovina. Lì ognuno, di qualunque condizione e rango, conduce da solo e in prima persona la sua lotta, e con la sua vittoria il mondo cambia. Se egli ha la meglio, il niente si ritirerà in se stesso, abbandonando sulla riva i tesori che le sue onde avevano sommerso. Essi compenseranno i sacrifici”.
Per Jung chi supera il confine realizza il Selbst (Sé), vale a dire la personalità integrale, somma e unità di conscio e inconscio; quel che si chiama anche coincidenza degli opposti.

In quanto a me, quando alla fine della via della conoscenza mi sono trovato davanti alla porta, dopo l’immane odissea che ha avuto come prova finale l’attraversamento dell’abisso, e ho guardato, quella prima volta come da un pertugio, ecco cosa mi è apparso: ” C’è un altro regno della luce fuori di Porta,/ non diverso ma più lucente dello stellato/ e più vivente di un prato a primavera”.

Una poesia di Satprem*

21 marzo 2009
* ERRATA CORRIGE
Su gentile segnalazione della nostra lettrice Namaskar, provvediamo a correggere l’errore commesso attribuendo a Sri Aurobindo la poesia Siamo gli arcangeli dolorosi di un mondo che cambia che invece è di Bernard Enginger, meglio noto come Satprem, suo continuatore nel pensiero e nell’opera.

Sri Aurobindo

Sri Aurobindo

Siamo gli arcangeli dolorosi di un mondo che crolla,
siamo i figli di una nuova razza non ancora nata,
ma che vive attraverso di noi
come un vento carico di minacce e di polline nuovo.
Non sappiamo cosa vogliamo dire,
il nostro oracolo è sigillato,
i nostri sogni oscuri, i nostri segni contraddittori.
Non abbiamo la chiave,
ma siamo fermi davanti ad una nuova soglia,
a battere alla porta,
a batterla come dovette farlo nella foresta
il primo antropoide, che volle essere uomo.
E invece ci perdiamo nella rivolta,
ci perdiamo nell’orgoglio dei ricchi
o nel fascino del rifiuto.
Ci perdiamo nella seduzione del governo o dei sogni.
Ma il nostro senso non è essere vittime, né fuggire,
il nostro senso è al di là della rivolta,
Il nostro senso è bussare a questa porta,
gridare come i bambini nella notte finché la porta si apra.

È la poesia solo un modo diverso di scrivere, in versi e rime, per esempio, anziché in prosa, e solo questi aspetti sensibili costituiscono la sua diversità? Indubbiamente è anche questo, vale a dire apparenza, ma se non ci fosse anche altro che la distingue, per quella sola, per quanto bella e preziosa, non varrebbe la pena di tenerla in tanta considerazione e di occuparsi intensamente di lei, come sto facendo io su queste pagine. Invece è anche altro; è suono che sale dal profondo dov’è tenebra e mistero e ogni volta illumina e svela.

È voce del tramutare la poesia, o – come ha detto Dante – del trasumanare; come ben mi hanno avvertito alcuni segnali che si trovano lungo la via filosofica che collega la vita alla morte. Due di essi suonano così: “Soltanto la poesia segue la vita/ o gli abbraccia il collo/ come un fanciullino.” “Se non è vita la poesia/ lasciala andare./ O è voce, se vuoi, del tramutare”.

Bernard Enginger Satprem (1923-2007)

Su tale piano, di parola d’inizio e fine assieme, di vita e morte assieme, si colloca anche la poesia di Bernard Enginger, meglio noto come Satprem, che ho scelto per presentare qui un’altra figura, quella di Sri Aurobindo, suo maestro e guida.

Sri Aurobindo è nato a Calcutta il 15 agosto 1872. Nel 1879 il padre lo invia in Inghilterra, dove compie studi classici e nel 1890 viene ammesso nel prestigioso King’s College di Cambridge. Durante i quattordici anni di soggiorno in Inghilterra egli acquisisce una vasta conoscenza della cultura europea antica, medievale e moderna. Poi nel 1893 ritorna in India dove si dedicherà alla letteratura e alla politica.
Nella letteratura, che è ciò che qui interessa, egli ha illustrato la propria visione del mondo e dell’evoluzione realizzando quella che Romain Rolland ha definito “la più vasta sintesi mai realizzata tra il genio dell’Asia e quello dell’Europa”, mentre Aldous Huxley parlerà di lui come del “Platone delle generazioni future”. In quest’opera il posto preminente è occupato dalla poesia che è stata, come lo stesso Aurobindo ha affermato, il suo principale veicolo espressivo. In quanto al suo pensiero filosofico, il suo biografo lo ha condensato così: “Mentre la maggior parte dei percorsi mistici del passato portavano ad un aldilà che sboccava ineluttabilmente al di fuori della vita terrestre, l’ascesa spirituale compiuta da Sri Aurobindo costituisce il preludio di una discesa della luce e del potere dello Spirito nella Materia, allo scopo di trasformarla. Sri Aurobindo vede (proprio come gli antichi Rishi che composero i Veda) che il mondo manifestato non è un errore o un’illusione che l’anima dovrebbe rigettare per far ritorno al cielo o rientrare nel Nirvana: il mondo è la grande scena di un’evoluzione spirituale, un’evoluzione o avventura della coscienza per mezzo della quale dall’Incoscienza originaria si va sviluppando una manifestazione progressiva, in divenire, della Coscienza Divina, celata fin dall’origine o involuta nella Materia. La mente rappresenta la più alta vetta finora raggiunta dall’evoluzione, ma non è la più elevata in assoluto. L’uomo stesso, afferma Aurobindo, e soltanto un essere di transizione“.
Con queste notizie che avvicinano Oriente ed Occidente nel modo della filosofia, e che sono utili alla comprensione della sua poesia e alla traduzione di essa, mi accingo a svolgere questo compito.

Se la poesia di Satprem si colloca dove qualcosa finisce e altro incomincia, dov’è, cos’è quel punto?
È in noi, siamo noi: ma chi siamo noi?
“Arcangeli dolorosi”, recita la poesia. Quindi, in quella posizione, non uomini come siamo stati finora, ma ciò che saremo, o l’una e l’altra cosa assieme. Perché è normalmente e comunemente accolta l’idea, in chi crede nell’evoluzione, che l’angelo viene dopo l’uomo nella lunga strada di ciò che egli è stato, è e sarà. Siamo in movimento, perciò, e qui siamo colti in un tempo di trasformazione. C’è intuizione di quel nuovo stato e il poeta è già in essa e parla da quella posizione, e chi coglie le sue parole alza gli occhi, si muove a quel suono e va verso quella fonte.
Si abbandona, allora, il mondo della comune e universale concezione
. Si lasciano queste apparenze che sembrano rassicuranti a molti: c’è oggi la scienza, la tecnica, il dominio della natura, l’abbondanza di cibo. Ci sono le città, gli ospedali, case confortevoli, mezzi di comunicazione veloci. La dittatura è stata sconfitta, il colonialismo pure, c’è la democrazia e nei tempi in cui è stata scritta la poesia, molti credevano ancora alle “magnifiche sorti e progressive dell’umanità”. Invece le cose non sono così, o non lo sono più in maniera stabile e rassicurante. Nel punto dove siamo arcangeli, c’è il “mondo che crolla”, perciò “dolorosi”. Inoltre non ancora nati, o presenti come prototipi o come possibilità, perché la razza che può assicurarci la vita sicura e la continuità ancora non c’è. È solo in potenza – direbbe Aristotele – che distingue quel che c’è ma in modo nascosto e segreto, da ciò che invece appare. Potenza oggi, atto domani, dopo l’uscita nella luce e lo sviluppo. Ma così in potenza – o in seme se vogliamo collegare l’idea a qualcosa già esistente in natura –, non sappiamo come sarà la pianta. La razza non è ancora nata, dice il poeta. Non c’è, come in natura, per le cose che già sono e che continuano, i due aspetti assieme, vale a dire seme e pianta, uova e gallina, che si danno nascita fra loro, ma ciò che sarà “vive attraverso di noi/ come un vento carico di minacce e di polline nuovo”. Le minacce sono il mondo che crolla. Il polline nuovo, gli elementi fecondatori dell’angelo.
Giunto a questo punto, faccio un passo indietro: al mondo che crolla; perché?

Perché si è giunti ad una fase d’occultamento dell’Essere – dice la filosofia per bocca di Heidegger, uno dei suoi figli maggiori –, oggi sempre più evidente dagli effetti che produce, anzi non c’è più quella fonte illuminante perché è scesa sotto l’orizzonte umano, come il sole supera quello della terra quando muore il giorno.
Perché dopo un lungo sviluppo nella luce della ragione è sceso il Tramonto sulla filosofia del Giorno, quella che va da Socrate a Hegel. Sono cominciate le prime ombre più di cent’anni fa ed oggi è notte, anzi tenebra profonda per la maggior parte dei suoi abitanti. Questo stato del mondo l’Occidente lo chiama nichilismo, ed oggi esso è diventato condizione normale.
Oppure per l’Oriente il mondo crolla perché è giunta l’ora del Kali-Yuga o “epoca oscura”, di totale decadenza metafisica, in cui è possibile ogni specie di confusione spirituale e di crimine, ultima tappa di un ciclo che si conclude. Buddha e Parmenide sono contemporanei, perciò nello stesso tempo l’Essere si è manifestato in Oriente e in Occidente e dopo venticinque secoli è scomparso.
Arcangelo in potenza nell’uomo, dunque, l’umano d’oggi, come lo è stato l’uomo nel “primo antropoide” che volle compiere il salto per mutare. Ma così la voce umana è flebile e balbettante, egli sente, intuisce, sogna, ma non sa. E quella del nascituro ancora dentro la matrice. Perciò, afferma il poeta, “non sappiamo cosa vogliamo dire/ il nostro oracolo è sigillato,/ i nostri sogni oscuri, i nostri segni contraddittori”. Finché non si giunge davanti a una porta chiusa.

In queste grandi avventure della mente, volte a superare i confini dell’umana natura, e il più buio e misterioso è quello della morte, una porta che si è aperta c’è in ogni linguaggio. Ne presento alcune.
Nei cicli della natura che si vedono e si toccano, porta è il foro nella terra da cui entra il seme e spunta il germoglio a primavera. Oppure è l’alba, il momento e il luogo dove la notte finisce e nasce il giorno. O è la vulva, dove è introdotto il seme della vita animale e umana e poi esce il neonato nella luce del sole e della mente.
Nel mito è la porta degli Inferi, da cui sono entrati per compiere le loro più grandi avventure tanti eroi antichi: Ercole, Teseo, Orfeo, Ulisse. ed alcuni sono riusciti ad uscire. Per Giasone, il capo degli Argonauti diretti alla conquista del Vello d’oro, quel passaggio si chiamava Symplegades, ed era formato da due scogli rocciosi del Mar Nero che si muovevano l’un contro l’altro sotto l’azione di forze oscure. Giasone riuscì a passare in mezzo ad essi con la sua nave e da quel momento sono rimasti aperti ed immobili in quel mare .
Nelle religioni è la porta del Paradiso, che Adamo ed Eva hanno superato in uscita, quando sono stati cacciati da quel luogo di delizie. Oppure, per il profeta Giona, quel foro è stato bocca della balena. O è la Pasqua di resurrezione, che ha avuto per protagonista Gesù, ma è poi rimasta aperta per tutti i battezzati nel suo nome.
Nella poesia è la porta d’avorio. È nominata nell’Eneide e l’ha superata Enea il fondatore di Roma. Egli discese nell’Averno, attraverso lo spaventoso fiume dei morti. La Sibilla che l’accompagnava gettò una focaccia al cane guardiano, il tricefalo Cerbero, ed Enea poté alfine parlare con l’ombra del proprio padre Anchise. Molte cose gli furono rivelate laggiù: il destino delle anime, il destino di Roma, ch’egli stava per fondare, “ed in qual modo egli avrebbe potuto evitare o sopportare qualsiasi fardello .” Poi, attraverso la porta d’avorio, fece ritorno ai compiti che lo attendevano nel mondo. Oppure è la bocca di caverna, come nel caso di Parsifal, che è uscito da essa rinnovato e capace di conquistare il Graal.
Nella fiaba, per Pinocchio è ancora bocca di balena, da cui il burattino è uscito per mutare in un bambino.
Nella sapienza è la porta che divide i sentieri della notte e del giorno, e si è aperta a Parmenide dopo che è uscito dalla casa della notte. O è il Risveglio, così è stato visto e vissuto il passaggio da Buddha ed Eraclito. Oppure nel Tao Tê Ching è la “Porta di tutti gli arcani” , o “Porta della misteriosa femmina/ [che] è la scaturigine del Cielo e della Terra” .

Aurobindo certamente non ignorava l’esistenza di queste porte e cosa significavano, ma nella sua poesia la porta è chiusa. È quella di sempre che s’è rinchiusa oppure un’altra? È la stessa, ne sono sicuro, perché molte indicazioni della via circolare ne hanno sempre additato una sola; una sola porta su vari piani, lontana e vicina. Lontana come quella del mito, dove il passaggio è avvenuto come in un sogno, o più vicina come quella di Parmenide, che è stata superata davvero, come qui si dice per distinguere e separare nettamente. Superata da una razza però, da un popolo, da una civiltà, ed è nato l’Occidente da quel passaggio, questo dove ancora ci troviamo.
Se la porta di Aurobindo è chiusa, allora dovrebbe trattarsi di qualcosa ancor più vicino, quella dove può passare il singolo, questa volta, adatta a lui, che s’apre solo per lui.
E ai tempi in cui è stata scritta la poesia, era ancora chiusa la porta della filosofia, l’unica rimasta inviolata dopo secoli di ricerca. Sembra proprio, perciò, che si tratti di quella anche perché si era per strada e la parte finale del cammino, il più misterioso e tenebroso, era ancora da percorrere. Anzi non esisteva, si è fatto camminando. La porta è stata vista però, ma da lontano e, appunto, chiusa.
L’ha vista così Nicolò Cusano che l’ha chiamata “porta del Paradiso”, e divideva questo mondo di cose a metà e contraddittorie da quello dove gli opposti coincidono, dove c’è anche Dio.
L’ha vista Nietzsche e l’ha chiamata “portone carraio”, ma era chiusa e non è riuscito ad aprirla; o solo in sogno in una notte di luna piena, nel “più profondo silenzio di mezzanotte, quando anche i cani credono agli spettri”.
Heidegger e Jünger hanno calcato la sua soglia, hanno chiamato quel valico “linea di mezzanotte” e hanno discusso di esso, se si poteva superarlo e come.
Infine c’è la porta che ho raggiunto io percorrendo la via circolare della filosofia lunga venticinque secoli, e dopo cinquant’anni della mia vita dedicata ad essa per progettarla e seguirla. Sono giunto a quella porta circa quindici anni fa, seguendo molti cartelli che la segnalavano e indicavano.
E l’ha vista, dunque, Aurobindo, anch’egli nei modi della filosofia, io credo, o solo a quello qui mi riferisco, ed ha bussato, “sapendo che il nostro senso è bussare a questa porta/ gridare come i bambini nella notte, finché la porta si apra”. Ma non era ancora giunto il tempo propizio.
Anche per quel bussare ininterrotto in Occidente e in Oriente, la porta, io credo, si è ripresentata qualche decennio dopo, e quando tutto il percorso circolare che conduce ad essa è diventato chiaro e distinto. Quando, dopo il superamento dell’abisso con un ponte stabile, anche se per ora rudimentale, sono riuscito a raggiungerla in modo sicuro e continuo, e svelando il suo segreto ed aprirla.
Dovrebbe ora rimanere così.

Inni alla notte

13 marzo 2009

Novalis, Inni alla notte, Mondadori 1982

Novalis

Novalis

Inno primo

Quale vivente, dotato di senso, fra tutte le magiche parvenze dello spazio che si dilata intorno a lui, non ama la più gioiosa, la luce con i suoi colori, i suoi raggi e onde; la sua mite onnipresenza di giorno che risveglia. Come l’anima più intima della vita la respira il mondo immane delle costellazioni senza quiete, e nuota danzando nel suo flutto azzurro la respira la pietra scintillante, in eterno riposo, la pianta sensitiva che sugge, e il multiforme animale istintivo ma soprattutto lo splendido intruso con gli occhi colmi di sensi, il passo leggero, le labbra dolcemente socchiuse, ricche di suoni. Come un sovrano della natura terrena, essa chiama ogni forza a metamorfosi innumeri, annoda e scioglie alleanze infinite, avvolge la sua immagine celeste intorno ad ogni creatura terrestre. La sua sola presenza rivela l’incanto dei reami del mondo.
In plaghe remote mi volgo alla sacra, ineffabile, arcana notte. Lontano giace il mondo
sepolto nel baratro di una tomba squallida e solitaria la sua dimora. Nelle corde del petto spira profonda malinconia: In gocce di rugiada voglio inabissarmi e mescolarmi alla cenere. Lontananze della memoria, desideri della giovinezza, sogni dell’infanzia, brevi gioie e vane speranze dell’intera e lunga esistenza vengono in grigie vesti, come nebbie vespertine dopo il tramonto del sole. In altri spazi la luce ha piantato le sue tende gioiose. Non tornerà mai dai suoi figli, che l’attendono in ansia con la fede degli innocenti?
Che cosa d’improvviso sgorga così carico di presagi sotto il cuore, e inghiotte l’aura tenue della malinconia? Anche tu trovi piacere in noi, oscura notte? Che cosa tieni sotto il tuo manto, che con forza invisibile mi tocca l’anima? Delizioso balsamo stilla dalla tua mano, dal fascio di papaveri. Le ali grevi dell’animo tu innalzi. Ci sentiamo pervasi da una forza oscura, ineffabile
un volto severo vedo con lieto spavento, che si piega su di me devoto e soave, e sotto i riccioli che senza fine s’intrecciano, mostra la cara giovinezza della madre. Come misera e puerile mi sembra ora la luce – come grato e benedetto il commiato dal giorno – Solo per questo quindi, perché la notte discosta da te i fedeli, tu seminasti per l’immensità dello spazio le sfere splendenti per annunciare la tua onnipotenza il tuo ritorno nei tempi della tua assenza. Più celesti di quelle sfere scintillanti ci sembrano gli occhi infiniti che la notte dischiude in noi. Così lontano non vedono le più pallide di quelle schiere innumerevoli senza bisogno di luce penetrano con lo sguardo gli abissi di un’anima amante il che colma uno spazio più alto di voluttà indicibile. Premio della regina del mondo, della eccelsa abitatrice di mondi sacri, custode di amore beato a me ti manda amata soave caro sole della notte, ora veglio. Perché sono Tuo e Mio tu mi hai rivelato che la notte è vita mi hai fatto uomo consuma con ardore spettrale il mio corpo, così che io mi congiunga etereo più intimamente con te e la notte nuziale duri in eterno.

Inno secondo

Deve sempre ritornare il mattino? Ma non finirà la violenza di ciò che è terrestre? Un nefasto affaccendarsi divora il volo celeste della notte. Non brucerà mai in eterno il segreto olocausto dell’amore? Misurato fu alla luce il suo tempo; ma senza tempo e senza spazio è il dominio della notte. Eterna è la durata del sonno. Sacro sonno non donare troppo di rado la gioia agli iniziati della notte in questa terrestre diurna fatica. Solo i folli ti disconoscono e ignorano un sonno diverso dall’ombra che tu getti, per pietà, su di noi, in quel crepuscolo della notte vera. Non ti sentono nell’aureo fiotto del grappolo, nell’olio prodigioso del mandorlo e nel bruno succo del papavero. Non sanno che aleggi intorno al seno tenero della ragazza e fai un cielo di questo grembo – non presagiscono che tu provieni da antiche leggende schiudendo il cielo e porti la chiave per le dimore dei beati, tacito nunzio di misteri infiniti.

Inno terzo

Un giorno che versavo amare lacrime, che la mia speranza si dileguava dissolta in dolore, e io stavo solitario vicino all’arido tumulo, che nascondeva in angusto oscuro spazio la forma della mia vita solitario, come non era mai stato nessuno, incalzato da un’angoscia indicibile senza forse, non più che l’essenza stessa della miseria. Come mi guardavo attorno in cerca d’aiuto, non potevo proseguire né arretrare, e mi aggrappavo alla vita sfuggente, spenta, con nostalgia infinita allora venne dalle azzurre lontananze: dalle alture della mia beatitudine un brivido crepuscolare e d’un tratto si spezzò il cordone della nascita, il vincolo della luce. Si dileguò la magnificenza terrestre e il mio cordoglio con essa confluì la malinconia in un nuovo imperscrutabile mondo tu estasi della notte, sopore del cielo ti posasti su di me – la contrada si sollevò poco poco; sopra la contrada aleggiava il mio spirito sgravato e rigenerato. Il tumulo divenne una nube di polvere attraverso la nube vidi i tratti trasfigurati dell’amata. Nei suoi occhi era adagiata l’eternità io afferrai le sue mani e le lacrime divennero un legame scintillante non lacerabile. Millenni dileguarono in lontananza, come uragani. Al suo collo piansi lacrime d’estasi per la nuova vita. Fu il primo, unico sogno e solo d’allora sentii eterna, inalterabile fede nel cielo della notte e nella sua luce, l’amata.

*

La vasta e numerosa letteratura – quella grande, s’intende! – è il racconto di un’avventura iniziata alcuni millenni fa, continuamente ripetuto in tante lingue e in innumerevoli modi, ascoltato dalle generazioni che si susseguono sulla Terra e nell’aperto luminoso del sole e delle stelle, che solo ai nostri giorni ha trovato una maggiore chiarezza e distinzione nel campo della conoscenza razionale?
Questo è ciò che ho cercato di dimostrare, indagando e trasformando in idee filosofiche le intuizioni poetiche di Per sempre di Grazia Sacchi, Il cerchio e la linea di Novella Cantarutti e una poesia della raccolta Foglie d’erba di Whitman; e ora la dimostrazione continua con altre.
Naturalmente non esiste soltanto la letteratura impegnata fino a tal punto, vale a dire fino al periplo della terra e del pensiero: avventura immane non ancora conclusa in modo chiaro e distinto, che, come ho già detto, ci sta impegnando fin da quando la civiltà è cominciata e sembra che non sia retaggio soltanto dell’Occidente. C’è anche quella minore o secondaria, che serve come evasione, da passatempo, o scacciapensieri, quella che molti mettono nella valigia delle vacanze, o tengono sul comodino, per dilettarsi con qualche riga o qualche pagina alla sera prima di addormentarsi. Ma essa è un’altra cosa.
Ritorno alla prima per rimanerci per un po’, finché almeno non riuscirò a mettere assieme una mappa completa dell’avventura più grande, ricorrendo ad aspetti di essa che si sono manifestati lungo il millenario soggiorno dell’uomo sulla Terra.
Un lavoro che ho già cominciato, dunque, indagando e interpretando le precedenti poesie: esse sono già tracce di quella mappa ed ora continuo con Inni alla notte di Novalis, poi si vedrà.

Dei tanti modi in cui l’avventura è stata raccontata, qui mi sono attenuto soltanto a quello espresso dalla poesia. Ma anche in questa lingua, numerosi sono i nomi dati ai protagonisti, tante le varianti alla via, innumerevoli gli incroci, le difficoltà incontrate, gli enigmi sciolti, le prove superate, le battaglie combattute e vinte, i mostri affrontati e uccisi. Ma se è parola di poesia quella che li esprime, anche i particolari sono tessere di quel mosaico da cui si può intravedere il tutto. C’è da dire, inoltre, che non sempre tutta l’avventura è adombrata per intero nelle poesie prese in esame e nelle altre che seguiranno, anzi quasi mai: spesso c’è solo l’arrivo, per esempio, e l’amore che muove fino a quel punto.
Poi però ci sono i grandi poemi che presentano l’intero sogno, o quasi: la Saga di Gilgamesh, L’Odissea, L’Eneide, La Divina Commedia, il Faust; ma essi sono già nei loro campi delle mappe complete. Mappe che contengono molte indicazioni e chi sa leggerle, riesce ad arrivare fin presso al nascondiglio del tesoro e qualcuno, in qualche modo, a raggiungerlo e vederlo.

Perché questo viaggio immenso condotto sulla via della cultura?
C’è un perché e salta subito alla mente di chi ascolta o legge appena viene detto o scritto: perché riprende e continua quello della natura, che ci fa così come siamo, con un corpo per partecipare a ciò che si chiama vita in uno scenario che ha nome mondo; da cui però si scompare e c’è tenebra e mistero dopo il confine. Il movente, dunque, è il fondo oscuro che sta alla base d’ogni sapere, è il primo e fondamentale giro ignoto nella parte a morte e che nell’altra fa apparire e sparire tutte le cose in un continuo andirivieni. Per esempio, ritorna il sole ogni mattina e scompare alla sera, si ripetono le costellazioni nella volta visibile del cielo, spuntano i fiori in primavera, vengono alla luce gli animali e gli uomini e poi rientrano nelle tenebre e mistero da cui sono venuti; ma questo incessante andirivieni, non è in mano ai singoli, cose o viventi, anche i più evoluti, che non sanno perciò da dove vengono, chi sono, dove vanno. Ed è per sapere di esso, per illuminare quella tenebra, per svelare il suo segreto, che fin dall’inizio delle civiltà esistono negli uomini i semi di coscienza espressi dai miti, dai misteri, dalle religioni, dalla poesia, dalla sapienza, dalla filosofia, e si dovrebbe sempre più avvicinarsi in modo chiaro e distinto alle spiagge dorate della luce che illumina, collega e svela. “Essere” la chiamano, prevalentemente, filosofi e sapienti; “Dio” normalmente e comunemente tutta la gente.
Qualcuno in quella luce è già entrato: coloro che hanno superato l’Abisso e sono passati aldilà.
Tentativi, insomma, quelli del poeta, di dare un volto e un nome all’invisibile e al mistero che accompagnano questa nostra presenza ed esistenza sulla terra.

Il poemetto Inni alla notte di Novalis ha in comune con la Saga di Gilgamesh, cui ho fatto cenno nella precedente traduzione e interpretazione della poesia di Whitman, soprattutto la partenza e i motivi che l’hanno determinata.
Ambedue i protagonisti hanno perduto le persone più care, Gilgamesh l’inseparabile amico Enkidu e Novalis la ragazza amata e il fratello. E per trovarle, entrambi i protagonisti affrontano il regno della morte, perché là sono andati a finire i loro cari. Gilgamesh le acque di morte, Novalis la tenebra che separa lui vivente dalla fidanzata prematuramente scomparsa.
C’è da dire però che l’avventura di Gilgamesh appartiene alla dimensione del Mito e quella di Novalis prevalentemente alla Poesia, e fra le due sono passati circa tremila anni, che hanno aggiunto molto alla ricerca e alla scoperta. Gilgamesh, per esempio, non è riuscito a superare le acque di morte e perciò non ha rivisto l’amico perduto che si trovava aldilà, Novalis invece la Notte l’ha superata con le ali della poesia e Sophie gli è apparsa e con lei si è congiunto.
A questo punto, pongo mano alla traduzione degli Inni alla notte, che dopo il presente preambolo dovrebbe avere il cammino un po’ più facile e risultare più chiaro e semplice. Di essi, prenderò in considerazione per ora solo i primi tre, anche perché dopo il terzo, la poesia sfuma in altri linguaggi: in quello della religione e nel misticismo ed essi perciò, se lo vorrà il Cielo, saranno oggetto di altre traduzioni.

Nel suo primo inno, dopo aver tessuto le lodi della luce, è nella direzione opposta che il poeta però si rivolge, quella delle tenebre, per andare dove Sophie e il fratello sono spariti. Prende congedo dalla luce diurna anche se gioiosa, nonostante “i suoi colori, i suoi raggi e onde; la sua mite onnipresenza di giorno che risveglia”, e si volge all’immensa avventura nel regno tenebroso che è sepolto nel baratro di una tomba, squallida e solitaria la sua dimora. Perché, dunque, è il regno della morte dove sono spariti i suoi cari che lui vuole ritrovare.
E quel miracolo comincia quasi subito: la Notte dove è entrato prende forma ed aspetto. Quello di un volto severo che devoto e soave si piega sul poeta e “sotto i riccioli che senza fine s’intrecciano, mostra la cara giovinezza della madre”. Notte che ha l’aspetto della madre: ecco finalmente un primo segno noto e caro dell’impenetrabile segreto di sempre. Dopo quell’apparizione, misera e puerile gli sembra la luce, grato e benedetto il commiato dal giorno. Ma è solo l’inizio, perché dopo la madre gli appare Sophie, la giovanissima fidanzata, che se n’era andata da poco lasciandolo solo nel giorno.
Ma perché la morte s’illumina e poi acquista anche il volto della madre e diventa incontro e fusione con l’amata? Perché così è la natura: è il profondo e misterioso da cui la vita proviene, e la poesia, sull’onda del sentimento e dell’intuizione, porta a chiarità quel nascosto e quel che appare è donna. Perché è la donna che nasconde nel suo grembo, come l’ostrica la perla, la parte misteriosa e segreta della vita ed è lei perciò, materialmente, la depositaria. Si tratta d’informazioni che la sapienza e le religioni hanno da molto: il Tao afferma che la donna è l’altra metà del cielo, che è il percorso oscuro, e nel suo simbolo, tanto diffuso e noto, essa occupa quel posto e le due parti che compongono il totale: notte – giorno, donna – uomo, stanno assieme e coincidono.
Continuo con il primo inno. Dopo la madre, dunque, Sophie. Dopo la madre, l’amante e la sposa. Tutto il circolo, insomma, quello che è segreto nella parte a notte e che solo al sentimento poetico era dato di sollevarlo. Ed egli così conclude il primo canto: “Tu mi hai rivelato che la notte è vita – mi hai fatto uomo – consuma con ardore spettrale il mio corpo, così che io mi congiunga etereo più intimamente con te e la notte nuziale duri in eterno”. Dicono gli esperti e studiosi di Novalis che questa chiusa del primo inno, nel testo manoscritto aveva un’accentuazione erotica che il poeta ha molto sfumato nella versione per l’Athenäum (la rivista fondata da Friedrich Schlegel, che pubblicò quasi tutte le opere di Novalis), perché il discorso si mantenesse su un piano mistico-religioso. Invece quella correzione era da evitare, perché ciò che ci sta davvero a questo punto è il più semplice e normale degli amplessi: quello erotico-sentimentale. Perché l’altro immutabile ed eterno avverrà nel terzo inno.

Nel secondo inno, dopo che la tenebra è mutata in notte “sacra, ineffabile, arcana”, e dall’oscuro manto che s’è aperto è apparso il volto della madre e Sophie, è il giorno che mostra ora la sua povertà, provvisorietà e limitatezza. Diventa sgradita la sua invadenza e il poeta si domanda: “Deve sempre ritornare il mattino? Ma non finirà la violenza di ciò che è terrestre?” Perché non solo la notte ha tutte le stelle mentre il giorno ha solo il sole, “ma (anche) senza tempo e senza spazio è il (suo) dominio”, mentre “misurato fu alla luce il suo tempo”. Perciò eterna è la durata del sonno, vale a dire la permanenza nella notte, di fronte alle brevi incursioni giornaliere.
Inoltre la notte ha anche la chiave della porta che apre la porta del regno dove sono giunti i suoi cari, perché è la sua ombra, la sua anticamera, perché si passa da lì, e questo accresce la sua importanza sul giorno, dove c’è solo vita effimera e vana.

Poi nel terzo inno il superamento della tenebra, dopo che è diventata notte e donna.
E dopo la prima unione con Sophie dettata dall’amore carnale, dopo che la tenebra è stata superata e si aperta la porta “per la dimora dei beati”, avviene quella ideale e per sempre.
Ma prima di quell’abbraccio con la persona amata che sembrava irrimediabilmente perduta, c’è una grande povertà, tristezza, desolazione. Lacrime amare, speranze che si dileguano, solitudine davanti alla tomba, angoscia indicibile, nostalgia infinita, vita spenta. Capita sempre così: tutto ciò corrisponde allo stato d’animo di chi perde la persona amata e rimane solo e sperduto, ma era necessario arrivare alla fine di questo mondo per entrare nell’altro. E prima del passaggio c’è tutto questo: tutto si dilegua fino alla scomparsa, tutte le radici della vita si staccano e si sfilano dalle terre antiche – la madre terra, il corpo – dove erano abbarbicate. Soltanto dopo si può entrare.
Così una sera, mentre si trovava davanti alla tomba di Sophie, “solitario come non era mai stato nessuno”, “si spezzò il cordone della nascita, il vincolo della luce”. Il tetro confine, la tomba, la morta spoglia, tutto si dissolse; e il poeta entrò nell’altra dimensione: vide i tratti trasfigurati dell’amata, afferrò le sue mani e “al suo collo pianse lacrime d’estasi per la nuova vita”.
Una vera e propria trasformazione dopo il superamento dell’abisso e l’ingresso nell’immutabile ed eterno.Cosa si può aggiungere, arrivati a questo punto! Che qui tutto si compie nella parola di poesia. Tutto ciò che poi è diventata la via circolare della filosofia, percorsa con i passi della ragione e della sapienza, qui è un volo, è l’unità poetica del tutto: è giorno-notte, veglia-sonno, uomo-donna, vita-morte, nell’unità che in generale si chiama coincidenza degli opposti, e quando sono uomo e donna le due metà, matrimonio. Come sarà il matrimonio nella dimensione dopo l’abisso? Qui un po’ l’ha detto la poesia, oppure qualcosa sappiamo dalle religioni: ci sarò la coincidenza uomo-donna.
Nel Vangelo secondo l’apostolo Tommaso, che Gesù stesso chiamò “didimo”, cioè “gemello”, è detto: “E quando farete del maschio e della femmina una cosa sola in modo che il maschio non sia più maschio e la femmina non sia più femmina…, allora entrerete nel regno”.
Si legge nello Zohar ebraico che “Ogni anima e ogni spirito,” “prima di penetrare in questo mondo, è composto da un maschio e una femmina uniti in un solo essere. Quando discende su questa terra, le due parti si separano e si animano in due corpi diversi. Al momento del matrimonio, il Santo, li unisce di nuovo come prima, e di nuovo essi costituiscono un solo corpo e una sola anima, formando così la destra e la sinistra di un individuo… Questa unione, tuttavia, è influenzata dalle azioni dell’uomo e dal modo in cui si comporta. Se l’uomo è puro e la sua azione è gradita a Dio, egli viene unito alla parte femminile della sua anima, che faceva parte di lui prima della nascita.”
In un frammento da un testo apocrifo, chiamato Il vangelo degli Egizi conservato da Clemente Alessandrino, è affermato che il Redentore, interrogato su quando sarebbe venuto il Suo regno, ha risposto: “Quando quei due (maschio e femmina) saranno uno solo, nell’esterno come nell’interno, e il maschio con la femmina non sarà né maschio né femmina”.
Alla fine dei tempi – questi che stiamo vivendo –, per Paolo di Tarso ci sarà la riconciliazione dei contrari: “Non vi è né schiavo né uomo libero, né uomo né donna”.
Nel Vangelo apocrifo di Filippo sta scritto: “Grande è il mistero del matrimonio! Perché senza di esso il mondo non sarebbe esistito. Ora, l’esistenza del mondo dipende dall’uomo, e l’esistenza dell’uomo dal matrimonio”. Dove matrimonio è, appunto, uno dei nomi della coincidenza degli opposti.

Dopo il terzo inno la poesia acquista tratti che appartengono alla religione e al misticismo e sfuma in essi; perciò chiudo qui. Semmai i rimanenti inni li riprenderemo in una non improbabile altra traduzione: dal linguaggio religioso o mistico questa volta, perché collegamenti segreti e misteriosi ci sono sempre state tra le varie forme di linguaggio, e si tratta soltanto di riuscire a decifrarli.

Visto nella prospettiva dell’immensa avventura, quella attorno alla terra e alla mente, cosa ha in comune Inni alla notte con le altre che l’hanno preceduta e seguita. Con Gilgamesh, per esempio, già ricordato, o con l’avventura d’Ulisse e quella di Whitman? Sono la stessa, è la risposta. Ma questa è detta attingendo direttamente e quasi esclusivamente dall’amore uomo-donna. Quello è stato il movente principale. Ci sono, come nelle altre, tanti contraddittori: luce e tenebra, giorno e notte, veglia e sonno, conscio e inconscio, vita e morte, ma è su uomo e donna che si è appuntata la ricerca, dopo che questa unione è stata interrotta dalla morte di uno dei due. Ma fra l’uno e l’altro ora c’è l’abisso, che bisogna superare per ricostituire l’unità, ed è su questo ostacolo immane che la maggior parte delle avventure si arena.

Novalis, invece, con la poesia è riuscito a superarlo e passare, dopo che, come si è visto, quella tenebra è diventata notte stellata e ha preso le sembianze della madre e di Sophie e dopo che si è congiunto con lei. Non è così, d’altronde che si arriva sempre nella vita! Spuntando dall’abisso e rientrando in esso. Gettati, però, e poi tolti, come dice la filosofia, dopo un breve tratto di cammino nella luce del sole e della mente. Mentre nelle grandi avventure del pensiero si superano i limiti della natura umana che sembravano invalicabili, e ancora così si presentano ai più. In Inni alla notte, dunque, la vita del poeta continua nella morte della fanciulla amata e che l’aldilà fosse la sua meta, lo ha detto anche con le parole della filosofia: “Il vero atto filosofico è un suicidio. Questo è l’inizio reale d’ogni filosofia, a tanto mira il bisogno del discepolo in filosofia, poiché solo questo atto risponde a tutte le caratteristiche dell’azione trascendente” (Novalis, frammento 54) . La grande poesia persegue il sogno di sempre, da quando nell’uomo è entrata la morte come compagna inseparabile e le due sono staccate e opposte. Separazione estrema che è causa d’angoscia, timore, tremore, terrore. Perciò la reazione di alcuni, forse di chi non ha accettato ed accetta la sconfitta continua e inesorabile, e i tentativi compiuti e i risultati ottenuti nei vari campi della conoscenza stanno a dimostrare che molto è stato ottenuto, varie coincidenze di opposti sono state raggiunte, e anche vita-morte non sono più così diverse ed opposte e senza speranza di formare l’unità.

Dai lidi della California

6 marzo 2009

Walt Whitman, Dai lidi della California

Dai lidi della California, guardando verso Occidente,
investigando, infaticabilmente,
cercando ciò che non è ancora trovato.
Io fanciullo, molto vecchio, guardo lontano al di sopra delle onde,
verso la dimora della Maternità, verso il paese delle migrazioni.
Guardo lungi dai lidi del mio mare occidentale:
il circolo è ormai quasi compiuto.
Poiché, partendo dall’Indostan, dalle valli del Kashmire,
in direzione dell’Occidente, dall’Asia, dal Nord,
dal Dio, dal saggio e dall’Eroe
dal Sud, dalle fiorite penisole e dalle isole degli aromi,
sono andato errando per lungo tempo, errando intorno alla Terra.
Ora sono diretto nuovamente al ritorno in patria,
molto contento e lieto.
Ma dov’è ciò, in cerca di cui sono partito tanto tempo fa?
E perché non è ancora trovato?
Io so dì essere immortale.
Io so che quest’orbita mia non può essere misurata dal compasso del carpentiere.
E che io venga in possesso di ciò che mi appartiene, oggi,
ovvero fra diecimila o dieci milioni d’anni.
Io posso lietamente prenderlo ora o attendere egualmente lieto.
In quanto a te, o Vita, io penso che tu comprenda i resti di molte morti.
Senza dubbio io stesso sono morto diecimila volte, già.

da Foglie d’erba, Sandron, Palermo, pag. 103

Walt Whitman

Walt Whitman

L’America è l’Occidente giunto fino a quel punto, cioè fino alla terra che è stata chiamata così dal nome d’Amerigo Vespucci, il navigatore italiano che dopo Colombo comprese e dimostrò che era stato scoperto un nuovo continente a metà strada e non l’arrivo in Oriente. Sono gli italiani che in questo caso hanno portato molto avanti il cammino sulla terra. Non fino in Oriente tuttavia; esso era ancora lontano, dopo un altro oceano, e sotto molti aspetti quell’approdo non è ancora avvenuto, il cerchio non è ancora chiuso.
America perciò è la punta più avanzata dell’Occidente lungo il cammino che esso ha seguito fin dal suo apparire nella luce della conoscenza chiara e distinta, soprattutto quella filosofica, cominciato nell’antica Grecia più di venticinque secoli fa. Un cammino simile a quello del sole: da levante al tramonto.
Si tratta naturalmente dell’aspetto terreno e marino della lunga odissea, perché c’è n’è anche un altro: quello in noi, della conoscenza e volontà.
Ebbene è da quel punto avanzato che guarda Whitman, precisamente dai lidi della California. L’Europa e l’Atlantico, da cui giunse Colombo per primo, sono alle sue spalle e anche l’attraversamento del continente americano, dalle spiagge dell’Atlantico a quelle del Pacifico, ed egli si trova ora in queste ultime, con davanti il grande oceano, il più furioso a dispetto del suo nome, e solo dopo l’Oriente l’Asia.
Recita la poesia che è un “fanciullo molto vecchio” che guarda. Perché “fanciullo” e perché contemporaneamente “vecchio”? Vecchio perché è partito da tanto tempo e molto lungo è stato il cammino dalla partenza a dove ora si trova. Tuttavia è anche “fanciullo”, perché è dei piccini la meraviglia ed essa non si è mai spenta se non è ancora arrivato e continua l’attesa e il desiderio. Ma c’è anche un altro motivo più profondo e misterioso: la fine del viaggio è anche “la fonte della maternità”, e il poeta è diretto a incontrare la madre, a fondersi con lei, e quest’evento è ormai vicino perché “il circolo è ormai quasi compiuto”.
In quanto al luogo e tempo dell’inizio lo dice nei versi che seguono. Il luogo: l’Indostan, le valli del Kashmire, direzione Occidente. Dall’India, perciò, ha iniziato il suo cammino, o dall’Oriente in generale. Il tempo: tutto quello che è trascorso per arrivare fino ai lidi della California, almeno venticinque secoli perciò, o anche di più, molti di più, se non si guarda solo alla Storia ma anche a quell’immensa semioscurità che è il tempo dei miti, dei misteri e delle religioni. Così tanto perciò il tempo da avere speso la vita che possiede in quell’andare e non solo quella che sta volgendo verso la sua fine naturale, ma anche molte altre.
Che non si sia trattato di un viaggio solo terrestre ma anche ideale, mentale, si desume dagli altri punti di partenza: il Dio, il saggio, l’eroe.
Conosco anch’io bene questo percorso perché l’ho fatto dopo di lui, quindi in qualche modo aiutato anche dalle sue indicazioni e da quelle di tanti altri poeti, eroi, iniziati, sapienti, filosofi che mi hanno preceduto, e perciò non ho difficoltà a seguirlo in Terra e in Cielo.

Sulla Terra, io sono partito non dall’India ma dalla Grecia. Un po’ più avanti perciò, perché nel cammino circolare l’India viene prima della Grecia, ma ho iniziato da lì perché c’era e c’è in quel punto una pietra miliare che non potrà mai essere spostata o rimossa finché durerà la civiltà sulla Terra. È la pietra angolare che segna l’inizio dell’Occidente: soprattutto della sua filosofia, Storia, arte. Quella pietra è anche la “Porta che separa i sentieri della Notte e del Giorno”, che Parmenide ha visto e descritto e che per primo ha varcato giungendo dalla “casa della Notte”. Ai nostri giorni, Heidegger ha chiamato epoché dell’Essere il punto dove si è maggiormente manifestato e quello dove ventiquattro secoli dopo si è sempre più nascosto fino a scomparire, come il sole quando tramonta e scende sotto l’orizzonte. Perché sono simili i cammini del Sole e dell’Essere, ma il secondo si può vederlo soltanto con gli occhi della mente.

La civiltà greca appena nata è continuata poi in Occidente nella luce della Ragione la cui fonte è, appunto, l’Essere. Visto solo da Parmenide quest’ultimo e da pochi altri di quel tempo e luogo. Quasi contemporaneamente però la stessa luce è apparsa in India a Buddha che si è illuminato e ha tracciato e percorso il “sentiero” per sé e per gli altri, in Cina a Lao-tzu che ha scritto il Tao Tê Ching, in Persia a Zarathustra, in Egitto ad Ermete Trismegisto. Perciò vanno bene come inizio del viaggio anche le località nominate da Whitman.

Si dice che Lau-tzu, dopo aver terminato la sua opera, ha lasciato la Cina, rivolto a Occidente. Ha superato la frontiera e non ha più fatto ritorno.
In modo simile ma in senso inverso, anch’io, dopo aver fissato in modo chiaro e distinto la partenza dalla Grecia antica, sono poi tornato un po’ indietro ed ho trovato, appunto, i quattro sapienti non occidentali.
Dunque la partenza è avvenuta da luoghi terreni, ma anche da quelli della cultura. Una cultura che in breve tempo, soprattutto in Occidente, è passata dal Mito al Logos, dal Caos al Cosmo, dalla Preistoria alla Storia.

Buddha, Lao-tzu, Zarathustra, Ermete Trismegisto sono certamente i saggi orientali che la poesia nomina. E il Dio e l’eroe chi sono, dove sono?
In India un po’ dio è anche Buddha; la stessa cosa in Cina, Medio Oriente, Egitto per Lao-tzu, Zarathustra ed Ermete, perché quelle dottrine per molti seguaci e fedeli sono anche religioni. Così questi quattro sono stati divinizzati nelle loro patrie da molti. In Grecia, invece, dopo i sapienti sono subito giunti i filosofi, e i popoli della Grecia non hanno avuto tempo di costruire altari per i loro profeti, perché i filosofi hanno usato la luce del nuovo Giorno soprattutto nei modi della Ragione.

Mancano ancora gli eroi. Chi è eroe?
Ècolui che non ha seguito solo la via della mente e del cuore, ma anche quella terrena combattendo e affrontando l’ignoto anche con il corpo e mettendo in gioco la vita. Il primo che ho conosciuto di questo tipo è stato Gilgamesh. Per ritrovare l’amico Enkidu, che gli dèi avevano condannato a morte prematura perché temevano la forza e il coraggio dei due quando combattevano assieme, egli si mise alla sua ricerca. C’era anche un’altra necessità che lo spingeva ora che aveva visto la morte così da vicino: la paura e l’angoscia per essa; e decise di cercarla e affrontarla a viso aperto, prima che fosse lei ad aggredirlo alle spalle e all’improvviso, come aveva fatto con Enkidu.
Lungo la via della ricerca, dopo aver superato ardue prove e sopportato fatiche sovrumane, egli arrivò fino alle acque di morte, ma per riuscire ad attraversare anche quelle doveva rimanere sveglio per sei giorni e sette notti. Per sei giorni e sette notti, ininterrottamente, doveva valicare ad occhi aperti in entrata e uscita le porte fra la veglia e il sonno, o almeno non perdere mai il collegamento, e questa era la misura della difficoltà da vincere per superare le acque di morte. Di tanto è più largo e profondo l’Abisso della morte che separa due esistenze da quello del sonno che divide invece due veglie della stessa esistenza! Ma egli si addormentò fin dalla prima notte e così non ritrovò l’amico, non raggiunse l’immortalità.
Un altro eroe è stato Ulisse, specialmente quello cantato da Dante, che supera le Colonne d’Ercole con la “poppa rivolta nel mattino” e affronta l’Oceano per seguire “virtude e conoscenza”. Poi quelli cantati dal Mito e dalla poesia: che scoprono la via d’uscita dal Labirinto come Teseo, che entrano nel regno dei morti e alcuni riescono anche ad attraversarlo, come Ercole, Orfeo, Enea.
Ultimo eroe di tal genere, che non può essere lasciato fuori di questo pur brevissimo e provvisorio elenco perché è il più vicino a noi moderni, è Cristoforo Colombo, ben noto anche a Whitman che gli ha dedicato un suo canto. Colombo, come si sa, voleva “buscar” l’Oriente partendo da Occidente, dalle spiagge occidentali dell’Atlantico. Circumnavigando la Terra perciò, ma non c’era soltanto quest’aspetto fisico nella sua impresa. Egli era un seguace dell’idea di Toscanelli: un ciclo legato all’evento di una nuova età del mondo, che poteva essere realizzato percorrendo la via del sole nella notte. Verso Occidente, dunque, fino a raggiungere l’Oriente. E’ quest’ideale che Colombo adottò, un “sogno” millenario che si andava sempre più avvicinando alla “veglia”, alla “comprensione”, all’ “autocoscienza”.

Simile dunque agli erramenti attorno alla Terra di Whitman e degli eroi che l’hanno preceduto, soprattutto il viaggio di Colombo. Anche se quest’ultimo ha navigato prevalentemente sui mari della Terra ed è noto soprattutto per quest’aspetto dell’avventura. Vicine, per esempio, le tappe raggiunte dai due nel loro cammino circolare verso l’Oriente: Colombo le isole di Cuba e Haiti alle porte del continente americano e Whitman le spiagge americane sull’oceano Pacifico.

Dopo la partenza antica e il suo errare attorno alla Terra fino ai “lidi della California”, il poeta s’attende il ritorno nella Patria da cui è partito tanti anni prima. Ma dal luogo dove è arrivato essa ancora non appare. Perciò si chiede: “Dov’è ciò, in cerca di cui sono partito tanto tempo fa? E perché non è ancora trovato?”.
Al di là del Pacifico, si trova, e certamente lo sapeva. Ma c’era anche un altro Abisso ben più grande, anzi immane, che lo separava. Era la morte, ed essa appariva insuperabile.
O superabile in modo sconosciuto ma tuttavia esistente: quello dei ritorni inconsapevoli, messi in atto continuamente e infaticabilmente dalla natura. Perché anche il cammino per giungere fino a quelle spiagge il poeta non l’aveva compiuto nel corso di una sola vita e perciò era giunto più volte su questa Terra senza accorgersi, come accade dunque normalmente e pressoché generalmente. Ma ora vicino alla meta qualcosa si ridesta: il senso dell’eterno e dell’immortalità. Ed ecco la soluzione che s’affaccia: l’affidamento alla metempsicosi che è il braccio secolare dell’immortalità, perché l’Abisso non è stato ancora superato. “So di essere immortale”, egli dice, “E ch’io venga in possesso di ciò che mi appartiene, oggi,/ ovvero fra dieci mila o dieci milioni di anni./ Io posso lietamente prenderlo ora od attendere egualmente lieto.” Anche perché – ha detto Nietzsche –, come il sonno non ha tempo misurabile nei modi della veglia, così non lo ha la morte. “Tra l’ultimo istante della coscienza e il primo risplendere di una vita nuova c’è nessun tempo; l’intervallo dura quanto un fulmine, anche se non bastano a misurarlo bilioni d’anni. Dove manca un io, l’infinito può equivalere alla successione”,

Infine gli ultimi due versi che confermano il suo affidamento all’immortalità nei modi della metempsicosi: “In quanto a te, o Vita, io penso che tu comprenda i resti di molte morti./ Senza dubbio io stesso sono morto dieci mila volte, già”.
La Vita, scritta così con la maiuscola, comprende i “resti di molte morti”, come la vita che ci tocca di volta in volta su questa terra e dove si appare staccati e isolati dal grande flusso, comprende le interruzioni che sono le notti e i sonni.

P.S.
Sul piano della conoscenza ora c’è una strada che termina con un ponte che collega le esistenze fra di loro, perché dopo trentacinque secoli dal tentativo di superare le “acque di morte” compiuto da Gilgamesh, il primo che appare nella preistoria dell’Occidente, la meta è stata raggiunta. Il mio cammino circolare a quella quota ha portato alla conclusione un viaggio iniziato e perseguito da molti su altri piani: quelli del mito, dei misteri, delle religioni, della sapienza, della poesia, della filosofia, che lungo i millenni ha avuto per protagonisti personaggi divini, semidei, eroi, iniziati, mistici, poeti, sapienti, filosofi. Un viaggio che ha avuto in alcuni casi delle conclusioni in quelle dimensioni. Ci sono stati eroi che sono riusciti ad uscire dagli Inferi dopo aver compiuto là sotto imprese mitiche. Mistici che hanno superato la nube della non conoscenza e la notte oscura. Cantori, come Orfeo, che hanno ammansito le fiere infernali e commosso gli abitanti di quei luoghi senza speranza, che lo hanno lasciato passare e uscire. Sapienti che hanno visto, conosciuto e superato la Porta che separa il mondo delle apparenze da quello dell’Essere. Poeti che hanno visto e attraversato l’Inferno e hanno raggiunto il Paradiso. Insomma di risultati ce ne sono stati lungo i millenni della vita umana sulla Terra.

Tuttavia essi sono avvenuti su piani o dimensioni che non erano e non sono soltanto in mano all’uomo o affidati esclusivamente a lui. Ora invece su quello della conoscenza chiara e distinta, la cui fonte indiscussa è l’uomo. Anche la struttura che attraversa l’Abisso è un ponte costruito con la filosofia, e così si chiude il cerchio e finisce l’era storica fondata sulla ragione o prevalentemente in essa. La prima conclusione cosciente di un ciclo, sembra, da quando l’uomo è apparso sulla Terra. <!–[endif]–>

Il cerchio e la riga

1 marzo 2009

Novella Cantarutti, Senza titolo

Novella Cantarutti

Novella Cantarutti

Rotolo indietro
Nelle braccia che mi hanno sorretto
Come incavi di alberi grandi,
da madre in ava,
indietro
nel tempo senza storia
fino alla cuna d’acqua.
Avanti invece
sono soltanto righe
di muro, di ferro, d’asfalto
senza appoggio.

Può la poesia dire cose che altrimenti non arrivano alla parola, che altri linguaggi – quelli della prosa, per esempio, o della filosofia o della scienza – non sanno sollevare fino alla percezione? Sembra proprio di sì, e di tal natura è la breve poesia di Novella Cantarutti, che non ha titolo, ma che io chiamerei Il cerchio e la riga.
Non tutta la poesia però ha queste caratteristiche. Non le filastrocche, o quella delle sagre e delle cerimonie che suona familiare alle orecchie della maggior parte, e neppure la poesia che occupa posti importanti nella scala delle altezze perché canta sentimenti profondi, imprese mitiche, avvenimenti eccezionali.

Io anzi ne conosco poca di anticipatrice di mondi nuovi o di nuovi aspetti del medesimo. Quella di Hölderlin e Novalis, per esempio. Il primo ha visto e seguito gli Dèi in fuga nella notte santa, fino a smarrirsi; il secondo ha affrontato e indagato il regno della notte e morte per ritrovare la fidanzata Sophie, “dove quel petalo era volato” in giovanissima età. Oppure la poesia dei presocratici, da cui il pensiero filosofico è nato. Sapienza che ha preceduto il sapere razionale quel loro dire in versi.

Collocata la poesia di Novella nel posto che le spetta, vale a dire nel tempo e luogo che è il crinale fra passato e futuro in questo caso, provo ora a sviluppare quel che essa dice in modo molto breve ed enigmatico. Me lo consente, io credo, una lunga pratica in questo campo e poi quel mio accanirmi, durato una vita, su quelle righe diritte che stanno davanti, soprattutto su quella della vita. Quella che comincia, si sviluppa per un breve tratto o arco, e poi finisce e dopo non si sa. Con questa io ho combattuto fino a ridurla a un cerchio anch’essa. È la linea che ha un verso solo su cui, come si vedrà, la poesia s’appunta, forse per additare come la sibilla delfica che essa è il problema del nostro tempo, che ora dobbiamo risolvere per salvarci.

La poesia comincia, dunque, nel punto dove, come scia di nave che avanza, il passato si scioglie e scompare e dopo c’è il futuro. Ma “Rotolo indietro”, dice il primo verso, e pare che ci sia in esso anche una nota di rifiuto ad andare avanti. Chi può rotolare è cerchio o cosa rotonda ed è tale tutto ciò che in noi è natura: vale a dire il corpo e tante sue manifestazioni; e rotola, recita la poesia, in altre rotondità. Nelle braccia della madre, e da madre in ava sempre più indietro. Più indietro di ciò che è apparso come Storia più di venticinque secoli fa, prima di Erodoto, di Tucidide. Quanto prima?
Dove diceva Pitagora, che ricordava molte delle sue precedenti esistenze, e in una di esse anche il suo nome di allora: Euforbo, milite nella guerra di Troia e ucciso in battaglia sotto le mura di quella città da Menelao, re di Sparta.
Dove diceva Buddha, che la notte precedente l’illuminazione ha richiamato alla memoria “migliaia di vite come rivivendole e le ha collegate fra loro”.
Dove ha detto Ermete Trismegisto, nato tre volte in Egitto dove si è dedicato alla conoscenza, finché nell’ultima vita terrena si è illuminato, ha ricordato le sue precedenti esistenze, ha ricuperato il suo vero nome, e poi è salito al mondo superiore dov’è l’origine.
Fin dove Empedocle ricordava d’esser stato: “Un tempo io fui già fanciullo e fanciulla, arbusto, uccello e muto pesce che salta fuori del mare”.
O ancora più in giù? Forse si, “nel tempo senza storia”, afferma la poesia. Forse essa attinge anche alla profondità più grande, alla “cuna d’acqua” che è il grembo della madre, dell’ava, ma anche il fondo primordiale dove la vita sulla terra è cominciata quattro miliardi d’anni fa. Perché, come il sonno, il sogno, l’inconscio da cui arriva, non ha limiti di tempo e di spazio la poesia. Inoltre c’è somiglianza fra una “cuna” e l’altra, fra il primordiale grembo del mare e quello della donna. Il secondo è una specialità del primo.

Ed ora l’altra parte che chiamiamo futuro, quella delle “righe”, che ci appare come davanti e che stiamo conducendo fra pianti e canti. Non più il tondo ma il dritto. Ma cos’è questo dritto che viene dopo se dietro di noi tutto rotola; anche il sole, la terra, la luna, le stagioni, e tutto appare tondo e circolare? Cos’è quel dritto innaturale? Lo dice la poesia cos’è: “Righe/ di muro, di ferro, d’asfalto/ senza appoggio”. Cioè tecnica. E se grattiamo un po’ su quelle dure scorze, ecco che appare quel che sta prima di esse: la conoscenza umana, quella scientifica che ha dato numeri, ordine, misure. Poi, se s’insiste e si va più a fondo, appare la filosofia, appare la sapienza da cui la filosofia è nata e infine l’autore di questo mondo di conoscenza e tecnica. Si chiama Io. Ciò che s’è staccato in tanta parte dalla natura e mira ad aumentare la distanza; quello che è libero, si dice, che si conduce da sé. l’Io penso di Cartesio, ma anche quello di Kant, e poi l’Io assoluto di Fichte, Schelling, Hegel, che per loro è anche Dio.
Ma è pure la nostra povertà più grande; ce ne siamo accorti soprattutto nel secolo appena trascorso, funestato da due guerre mondiali e da campi di sterminio. Un Io che ci fa intendere la morte e ce la pone sempre davanti, ma non arriva a darci la vita oltre i limiti concessi dalla natura; un Io che ci apre all’immortalità ma essa è come un miraggio nel deserto.
Le “righe”, dunque, sono le opere dell’uomo, le conoscenze che le hanno prodotte, la concezione lineare del tempo che le accompagna, dritta come un fuso, ma “senza appoggio”. Nessun sostegno per loro come invece l’hanno i corpi celesti che circolano, ritornano al punto da dove sono partiti, coincide la fine con l’inizio e mai non cadono.
La riga è la conoscenza che abbiamo di noi stessi, che è limitata al tempo della vita, alla parte diurna di essa. Può andare anche oltre, anche a ciò che hanno escogitato gli altri in pensieri ed opere e al cammino comune compiuto in un luogo e tempo determinati. Per esempio quello degli italiani nella loro patria o assieme ad altri popoli in Occidente. Ma sempre riga rimane.

La conclusione la poesia non la dice, ma l’addita. Perché deriva dalle altre due. Se il futuro è “riga”, basta piegarla. Affinché, come dice il TAO, “allontanarsi significhi tornare”; simile a quel che ha detto Hegel: “L’andare innanzi è un tornare indietro, al fondamento, all’originario e al vero, dal quale ciò con cui si è cominciato dipende ed è, di fatto, prodotto”. Perché, come ha detto Goethe, “Più si conosce e più si sa/ tanto più si riconosce che tutto in circolo ruoterà”.
Dietro, infatti, solo così sono le righe: piegate, arcuate, a tornanti. Il cielo è concavo, i corpi celesti sono tondi, la donna è curve e circonferenze innumerevoli. E la stessa cosa sarà davanti.

Piegare la riga, torcerla, finché non ritorna dove è cominciata, questa è la soluzione del problema: cosa più facile da dire, però, che da fare. Io ci ho messo cinquant’anni per riuscirci e ho dovuto superare prove immani: uscire la Labirinto, attraversare l’Abisso, scoprire il segreto della Porta per poterla aprire, e attraversare quella soglia, e mi ha aiutato il Cielo. Ma non sarei ugualmente riuscito nel mio intento se non c’era la filosofia, tutta quanta, dalla sua Aurora avvenuta venticinque secoli fa nell’antica Grecia Fino al Tramonto del secolo scorso e alla Notte e Mezzanotte degli ultimi decenni. Fino a tal punto mi ha accompagnato la filosofia, e le ultime orme che ho seguito sono state quelle di Schopenhauer, Nietzsche, Heidegger, Freud, Jung, Jünger. Poi per il superamento dell’ultima parte, dalla Mezzanotte in poi, dove provando a scendere per poi risalire non si trova il fondo, ho fatto tutto da solo usando lo stratagemma che mi ha dato la filosofia, ponendo la traccia di quel Ponte sospeso sull’Abisso che potrebbe diventare un capolavoro della conoscenza umana.
In tal modo la riga si è incurvata, è diventata un arco e un cerchio, e “in una circonferenza fine e principio stanno assieme, sono lo stesso”.
Ma questa è una lunga storia ed io mi fermo. Dico soltanto che anche la via della conoscenza che appariva diritta, ora non lo è più. Ma questa è ancora cosa segreta e nascosta, quasi nessuno ancora la sa.

Per sempre

24 febbraio 2009

Grazia Sacchi, Per sempre

grazia_sacchi

Grazia Sacchi

X & SEMPRE
Ti amerò per sempre
Più che per sempre,
al di là del tempo
e dello spazio
e quando ti rivedrò,
tra cento, mille anni
riconoscerò,
nella folla anonima,
il tuo volto
tra infiniti altri.

Tu trasformerai
il sogno in pensiero
e come vento
strapperai le mie radici
per portarmi via.

Le anime,
sole e perdute,
in un istante di luce,
s’incontreranno
ancora
trovando l’unità,
tra cento, mille anni,
in qualunque età,
di nuovo
come ora.

Grazia nella sua poesia intitolata X & SEMPRE dice che l’amore è “per sempre”. In quest’affermazione non è sola ma in numerosa compagnia: quella di chi ama e di chi s’accende d’amore, la qual cosa capita a tutti almeno una volta nella vita; ed ogni amore dice di sé che è perenne, perché così lo vuole il sentimento.
L’ho detto anch’io all’inizio della mia avventura, quella riassunta nei libretti intitolati La chiesetta sperduta e L’antica via dei Miti e dei Misteri – percorsa ora con in mano la lampada della conoscenza filosofica, ed anzi è stato per trovare quel “per sempre” e per dimostrarlo che l’ho intrapresa.

Grazia poi ci dice cosa significa “per sempre”. Significa che durerà tutta una vita e poi riprenderà in un’altra: “tra cento, mille anni”, perché questi sono tempi che non appartengono ad una sola esistenza. Tra cento o mille anni continua Grazia “riconoscerò nella folla anonima, il tuo volto tra infiniti altri”.
E qui lo scenario si apre sulla metempsicosi, dottrina diffusa in tutte le civiltà e religioni, nella sapienza, filosofia, poesia.
Faceva parte delle dottrine segrete degli antichi Egizi, l’Induismo e le altre religioni d’Oriente si basano su di essa, così pure i Misteri dell’antica Grecia, quelli d’Eleusi, di Dioniso, poi i Misteri romani del tempio, le dottrine cabalistiche segrete degli Ebrei, ed era presente anche nel Cristianesimo delle origini.
Inoltre la metempsicosi è in primo piano nella sapienza orientale e occidentale Buddha la notte precedente l’Illuminazione, come ha scritto di lui il suo maggiore biografo Asvagosa, ha richiamato alla memoria “migliaia di vite, come rivivendole” e le ha collegate fra loro. Ermete Trismegisto, nato tre volte in Egitto, ogni volta si è dedicato alla conoscenza, finché nell’ultima vita terrena si è illuminato, si è ricordato delle precedenti esistenze, ha ricuperato il suo vero nome, e poi è salito al mondo superiore dov’è l’origine. Pitagora ricordava anche il suo precedente nome: Euforbo; era un milite nella guerra di Troia e ha perso la vita in battaglia sotto quelle mura, ucciso da Menelao.
Dopo la nascita della filosofia, Platone, amanuense di Socrate il primo filosofo, l’ha così espressa: “conoscere e ricordare”, la qual cosa implica che si sia già stati. Ha fatto seguito una numerosa schiera per i quali la metempsicosi è diventata la più razionale teoria dell’immortalità personale. Ne cito alcuni: Plotino, Böhme, Swedenborg, Giordano Bruno, Campanella, tanta parte della filosofia tedesca del secolo diciannovesimo, quella di Kant, Schelling, Hegel, Schopenhauer, Lessing, Cudsworth, Hume, Mazzini.
Poi i poeti e scrittori antichi e nuovi: Virgilio, Ovidio, Walter Scott, Goethe, Poe, Charles Dickens, Walt Whitman, Borges.
Queste però sono solo alcune punte degli iceberg. Sotto di esse le innumerevoli esperienze e i ricordi di tanti meno celebri e vicini di casa, perché quasi tutti hanno incontrato persone o cose che hanno risvegliato ricordi di un passato che non credevano esistesse e che esprimono con le parole: “Ho già vissuto questo momento, ho già visto questo luogo, ho già incontrato questa persona”; soltanto che i ricordi che s’accendono nel sentimento durano poco o dopo tanto non sai più se son tuoi o strani segni che affiorano da profondità abissali.
Ma dove c’incontreremo? Grazia non specifica: c’è tutta la vastità del sentimento nella poesia, ma anche l’indeterminatezza. Nel vasto e numeroso mondo perciò se non c’è indicazione precisa, ma in tal modo la ricerca diventa difficile, faticosa, problematica. Come sempre avviene d’altronde qui sulla terra dove uomo e donna sono metà distinte e separate che si cercano instancabilmente e spesso senza mai trovarsi davvero; e quando accade si afferma che è per caso o perché l’ha voluto il Destino, ma ancora non si sa che il “caso” è soltanto l’incerto e difettoso appellativo del Destino e che con il Destino si può venire a patti.

Perciò a me, che ho volutocome dice Grazia trasformare “il sogno in pensiero”, è apparso il luogo preciso, inconfondibile, come un faro in riva all’oceano tenebroso. Quel luogo è stato la chiesetta ideale, eterna, uguale a quella di sasso e di legno esistente in un paesino del Cadore, che era dispersa quando è apparsa ma che sono riuscito a trovare dopo cinquant’anni di ricerche. Naturalmente, questo è stato e sarà il luogo per me, un ricordo d’altre vite ormai fisso nell’immutabile e perenne: il centro della ruota che gira.
La trasformazione del sogno in pensiero, vale a dire del sentimento poetico in conoscenza chiara e distinta, è avvenuto nel modo che sempre si segue quando arriva il momento di passare dal progetto all’opera, dall’idea alla sua realizzazione. In questo caso costruendo un cammino fra la chiesetta terrena e quella celeste e superando gli ostacoli esistenti fra le due.
E siccome quella apparsa non era di questo mondo, ma assomigliava ad un’idea platonica la cui patria è l’Empireo, sono dovuto uscire dalla Terra e dal Cosmo per trovarla. Raggiunto quel confine dopo molti anni, non c’era la chiesetta al di là di esso, ma cominciava un Abisso. La sua esistenza in ogni modo non è stata una sorpresa, perché se quel luogo era il ricordo di una vita precedente, fra una vita e l’altra c’è sempre la morte essa è l’Abisso. Similmente tra veglia da veglia c’è il sonno, e Hypnos e Thanathos per gli antichi erano fratelli.
Perciò ho dovuto attraversare la morte per trovare in modo stabile e sicuro il collegamento con l’altra vita e con il ricordo della chiesetta in essa contenuto e conservato, come similmente si attraversa ogni notte il sonno qui sulla Terra per unire veglia a veglia, e ci sono riuscito costruendo un ponte. Il ponte sull’Abisso l’ho chiamato.
Dopo l’Abisso, al di là di una Porta di cui ho dovuto indovinare il segreto perché s’aprisse, c’era l’arrivo, e mi sono accorto che ero giunto nello stesso punto da cui sono partito cinquant’anni prima, vale a dire alla chiesetta. A quella che era sperduta, indubbiamente, ma anche a quella di sasso e legno del paesino del Cadore, perché le due non apparivano più separate come alla partenza, ora coincidevano. Le due erano una sola. Quella celeste e l’altra, la terrestre, erano la stessa cosa. L’oggetto e il ricordo di esso o idea erano lo stesso. Fine e principio stavano assieme.

Anche per Grazia c’è coincidenza. Fra lei e l’oggetto amato in questo caso, perché l’amore che prospetta di ritrovare dopo cento, mille anni, è lo stesso che ha ispirato la poesia, e il tempo che separa uno dall’altro diventa solo una lunga attesa in questo mondo di cose divise a metà e separate, che già per molti è solo apparenza. C’è qualcosa d’eterno, insomma, in noi che il corpo porta a spasso nel mondo delle cose sensibili. La vita finora sembra sia soltanto questo: una vacanza su un pianeta che si chiama Terra, con arrivi da profondità sconosciute e partenze per destinazioni ignote. Non c’è ancora una dimora dopo la vacanza che ci accolga in modo stabile e sicuro, o non ci sono coordinate esatte per trovarla.
Arrivata alla coincidenza sull’onda del sentimento anche Grazia, come normalmente accade, non è riuscita poi a mantenere quella posizione. Le crisi, i dubbi, le retrocessioni nel mondo delle cose sensibili, i distacchi, sono anche i segni sensibili dei limiti del sentimento e delle parole di poesia che l’esprimono.

Ecco, allora, che si capisce la necessità dell’ulteriore passo in avanti, il perché della trasformazione del sentimento in conoscenza, o come dice Proust in un equivalente intellettuale. Ecco perché io ho voluto trovare il luogo che la poesia m’aveva messo di fronte: la chiesetta sperduta. Perché non mi sono accontentato di sentire che ” le anime/ sole e perdute/ in un istante di luce/ s’incontreranno/ ancora/ trovando unità”, ma ho voluto sapere dove, come, quando. E ho tracciato il cammino, costruito il ponte, aperto la porta, varcata la soglia.

Infine i versi “…e come vento/ strapperai le mie radici/ per portarmi via”, i più sorprendenti; perché le radici sono proprio i sentimenti, quelli che hanno segno che consideriamo positivo, come amore, gioia, compassione, ecc., ma anche gli altri di segno opposto: odio, tristezza, crudeltà. Insomma anche lo sradicamento, con la trasformazione del sentimento in conoscenza è previsto nella poesia di Grazia, e da essi, infatti, io mi son staccato seguendo il cammino che portava fuori del labirinto. Ma non per rimanere senza amore, per esempio, ma per raggiungere il luogo dove esso è “per sempre”, o per arrivare alla coincidenza degli opposti, che è la stessa cosa, perché ero diretto al regno dell’unità e mi lasciavo alle spalle questo qui, frammentato e disperso, dove le parti solo eccezionalmente si uniscono per sempre.

A questo punto il lettore dovrà decidere se la poesia è fantasia, per cui diventerebbe sogno di un visionario anche lo sviluppo di quei versi fino al raggiungimento della conoscenza apodittica, oppure espressione di quel che c’è di più grande in noi e previsione di un mutamento.

Nel primo caso, povera poesia! Sarebbe ciò che il volgo dice spesso di essa e dell’autore: che è un’illusione, una vana consolazione, e il poeta un “pitocco”, un “perdigiorno”. Se invece è ciò che hanno sempre pensato le anime grandi e gentili: il modo primo e privilegiato di guardare in alto dov’è la nostra vera patria, allora anche l’ulteriore sviluppo verso la conoscenza chiara e distinta diventa la via maestra da seguire fino a ciò che è “per sempre”.

Coincidenze. Poesia e filosofia

17 febbraio 2009

logo_wilmo5

Di personaggi divini e mortali che hanno affrontato il regno della morte, sono entrati in esso e qualcuno è anche riuscito ad uscirne vivo, ce ne sono stati molti.
Ne nomino alcuni.
Nelle religioni mesopotamiche del III millennio a.C. si narra che Ishtar, dea della stella Venere e dell’amore, ma anche della guerra, perciò colei che reggeva la vita e la morte, discese agli Inferi, per riportare alla luce il diletto sposo Tammuz. Non gli riuscì, ma la sua prigionia nella “Terra senza ritorno” provocò la scomparsa della riproduzione umana e animale dalla superficie della Terra. Questa calamità fu di dimensioni cosmiche per cui i Grandi Dèi dovettero intervenire per liberare Ishtar e il suo compagno. Ci riuscirono con uno stratagemma, sostituendo la dea con una copia che rimase negli Inferi al suo posto.
Nella religione della Grecia antica, fra i divini c’è Demetra, la dea delle messi, che è scesa negli inferi per riprendersi la figlia Persefone, rapita e là portata da Ades, fratello di Zeus.
In quella dell’Occidente c’è Gesù, che è morto in croce, è disceso nell’inferno e dopo tre giorni è resuscitato. Poi è salito in Cielo.
Nella preistoria e nel mito, c’è Gilgamesh, che dopo la morte dell’amico è partito per ritrovarlo. È arrivato fino alla “acque di morte” ma non è riuscito a superarle, perciò la prima impresa di tal genere tentata da un mortale è fallita.
C’è Orfeo, il meraviglioso cantore e suonatore di lira, che è sceso nell’Ade per riportare alla luce la diletta sposa Euridice. È riuscito a rivederla e ad arrivare con lei fin sulla porta d’uscita, ma ad un passo da essa, perché si è voltato a guardarla contravvenendo al patto con le Parche che l’avevano proibito, l’ha perduta per sempre.
C’è Ercole, sceso negli Inferi per compiere la più difficile delle sue dodici fatiche: catturare Cerbero, il cane trifauce. Lo ha vinto, incatenato, e lo ha portato fuori da quel profondo a dimostrazione dell’impresa. È stato uno dei pochi che è riuscito ad uscire.
C’è Ulisse, che è entrato nell’Ade per trovare l’indovino Tiresia ed avere da lui indicazioni per tornare ad Itaca. Le ha avute ed è riuscito ad uscire e ritornare in patria.
C’è Enea che è disceso nell’Averno attraverso lo spaventoso fiume dei morti, ha parlato con l’ombra del padre Anchise che gli ha rivelato il destino di Roma che egli stava per fondare, e “in qual modo avrebbe potuto evitare e sopportare qualsiasi fardello”. Poi, attraverso la porta d’avorio ha fatto ritorno ai compiti che lo attendevano nel mondo.
Nella Poesia, personaggi che hanno compiuto il gran viaggio sono stati Dante, Novalis e molti altri.
Dante è entrato nell’Inferno, l’ha visitato ed è uscito da esso preparato per il Cielo.
Novalis nei suoi Inni alla notte canta la sua avventura nel regno tenebroso e come è giunto a ritrovare per sempre Sophie, la giovanissima fidanzata prematuramente scomparsa.
Nel misticismo, l’abisso ha nome “notte oscura”, o “nube della non conoscenza”, o “notte dell’anima”. Come notte oscura l’ha affrontato e superato Giovanni della Croce. Come notte dell’anima Angela da Foligno. Come nube della non conoscenza Riccardo di San Vittore, Pseudo Dionigi, Mosé.
Nella favola c’è Pinocchio, inghiottito dalla balena, e quel ventre è un altro nome e aspetto del regno tenebroso da cui è riuscito a fuggire. È entrato burattino ed è uscito trasformato in bambino: ecco la metamorfosi.
Non diversamente da Pinocchio, gli uomini che hanno compiuto quell’impresa sono diventati eroi, semidèi, poeti, mistici, santi.
Infine, fra gli innumerevoli visitatori del regno dei morti ci sono coloro che ricordano vite precedenti in quella che stanno vivendo. Se sono ritornati, significa che hanno attraversato in qualche modo l’abisso, ma in modo segreto e nascosto, ignoto a loro stessi, mentre ora è chiaro e distinto. Ora c’è un ponte che collega le due sponde e quindi le esistenze fra di loro: ecco la novità. Nomino soltanto alcuni dei più celebri: Virgilio, Cicerone, Plotino, Schopenhauer, Jung, Gandhi, Huxley, Gibran.

In questi nostri tempi di declino e caduta dell’Occidente, con conseguente immersione nelle tenebre, un viaggio simile a quelli di cui ho fatto cenno è toccato a me.
In un campo diverso però, in quello del pensiero filosofico, che non è stato mai percorso prima per intero, anche se c’erano indicazioni della fine specialmente nella sua storia più recente. Ma un percorso così, di tipo nuovo e mai fatto prima d’ora, non è facile che sia capito e creduto: infatti, anche se ho comunicato l’avventura e la scoperta, pochi finora hanno chiesto informazioni circa il metodo adottato e l’hanno tentata a loro volta. Si pensa e si crede perlopiù, mi pare, che sia opera di fantasia, o qualcosa di personale e privato che può interessare soltanto a chi è toccata, una specie di sogno ad occhi aperti che gli altri non colgono, o cui non interessa.
M’è venuta allora recentemente l’idea di abbinare l’intero cammino circolare che ho compiuto alle tante intuizioni ed esperienze di esso, espresse con le parole di poesia, che sono apparse lungo i secoli e millenni, in Occidente ma anche altrove, anzi in tutto il mondo abitato. Ricorrendo alle fonti, questa volta, vale a dire alle parole emerse in quel modo, e scoprendo la loro coincidenza con i pensieri chiari e distinti della filosofia. Mi son detto: se i versi dei poeti sono stati lampi nelle tenebre, se molti hanno creduto ad essi, o comunque, come Paolo sulla via di Damasco, ne sono stati colpiti, e li hanno adottati e seguiti, un po’ di attenzione la riserveranno anche a me, che ho cercato di raccogliere tutti quei lampi in una luce sola, che forse per millenni non tramonterà.

Finora le coincidenze le ho ottenute prendendo come testi a fronte le poesie, ma, se lo vorrà il Destino, se ci saranno risultati dopo questa prova, la stessa cosa potrà continuare con le voci del mito e con quelle dei mistici. Perfino con le leggi e teorie della scienza in certi casi, se sarà necessario o se capiterà l’occasione.

Ma perché comunicare, o cercare di farlo, un cammino così difficile, impegnativo, misterioso, dal momento che la maggior parte degli abitanti di questo mondo arriva qui come in vacanza e a programmare vacanze, o questa sarebbe la scelta dei più se potessero? In altre parole, perché dovrebbero rinunciare a gioie, denaro, amicizie, amori, viaggi sulla terra, o anche al dolce far niente, per seguire un cammino difficile, faticoso, avventuroso, misterioso?
C’è un perché che non lascia dubbi, che non può essere contestato o ritenuto illusorio o superficiale. Perché il cammino cui invito è quello della vita; lo stesso su cui tutti, volenti o nolenti, ci troviamo e in ogni caso per esso siamo costretti ad andare e termina sempre sul ciglio dell’abisso dove inevitabilmente e indistintamente si precipita. Verso quel vuoto immane la stragrande maggioranza è come se fosse condotta per mano e poi gettata, o attirata, come i topi della favola dal suono del pifferaio, e lasciata là cadere.
Dunque, non si tratta di cambiare strada, perché essa è una sola. Si tratta solo di percorrerla in modo diverso, per cui sarà utile confrontarlo con quello normale e comune. Poi ciascuno sceglierà, ma la scelta dipenderà anche dalla sua indole e dalle sue risorse. Si dice oggi dal suo dna.

Primo modo: quello che normalmente e pressoché generalmente viene seguito. Si va ad occhi aperti solo a tratti, quelli che chiamiamo veglie, cui seguono altri tratti a palpebre chiuse, dove si procede come portati. Ma non ci sono solo questi buchi e limiti nella consapevolezza. Il nostro andare saltellante fra luce e oscurità è ciò che accade finché siamo più o meno svegli nella vita, vale a dire dalla nascita alla morte. Ma poi è peggio, anzi immensamente, ferocemente peggio. Dopo si precipita nella tenebra più fonda e nel mistero più fitto. E si piange, ci si dispera: per le persone care che ci lasciano e scompaiono, per noi stessi quando siamo vicini alla fine.
Dunque la prima via, che è poi quella della natura, non richiede volontà e impegno. Si è gettati, si è tolti, si è portati, tutto sembra accadere per caso. O comunque l’impegno è limitato: dura il tempo di una vita. Ed è la più facile perché c’è il treno che chiamiamo specie che ci carica, trasporta e scarica, condensati in seme o sviluppati in pianta, e questo girotondo, dicono gli scienziati, iniziato milioni di anni fa continua senza posa e interruzioni.

E la seconda via? È la stessa, come ho già detto, ma con un altro aspetto. Una specie di sopraelevata che segue il tracciato antico e non è più in mano al caso. Semmai in parte al Destino, perché c’è un patto. E non si è più gettati e tolti, ma si arriva e si parte. Inoltre ci sono ormai indicazioni su tutta la via, anche dal ciglio dell’abisso in poi, fino all’altra sponda. E c’è un ponte che collega le due rive, esile per ora, non molto di più di una corda molle che ho lasciato andare alle mie spalle quando sono passato la prima volta. Ma poi, come ha annotato in quell’occasione, “ci penseranno i tecnici a costruire il ponte. Io credo che si troverà il modo di tirarlo e rafforzarlo e già vedo con l’immaginazione le torri che sorgeranno al posto dei rudimentali ancoraggi che ho costruito io, più alte di quelle del ponte di Brooklyn, più vicine al cielo di quelle che sono state progettate per l’attraversamento dello stretto di Messina; e il solido nastro, che sostituirà l’attuale corda dove si può passare uno alla volta, si stenderà dall’una all’altra sponda e sarà il più lungo, degno di tanto vuoto. Io credo che su di esso passeranno gli uomini di una nuova civiltà.”

Ecco posti a confronto i due aspetti della strada: quello normale e comune e il nuovo, dopo i segnali e le illuminazioni. Non dovrebbero esserci dubbi sulla scelta, però il secondo è costruito sopra il primo, a notevole altezza. È la via della conoscenza, e bisogna arrivare fin lassù se si vuole prenderla e seguirla. Questo è il trauma dell’inizio di ogni cosa.
Tuttavia, quando una strada è indicata e tracciata, come sempre accade per quelle sulla terra, alla fine si arriva ad imboccarla e percorrerla, anche da chi non sa quando è stata costruita e non conosce il nome dell’autore.