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In libreria “La via dell’eterno ritorno dello stesso”

9 maggio 2015

La via dell'eterno ritorno dello stesso

La via dell’eterno ritorno dello stesso. Dalle apparenze all’essere
è disponibile nel formato ebook al prezzo di 4,99 euro
in tutte le principali librerie online.

La via dell’eterno ritorno dello stesso è il racconto del cammino che va dal mondo (le apparenze) all’essere. Giunti nell’Essere, la lingua tace, perché esso è immutabile, immobile, eterno. Dopo c’è il ritorno, vale a dire il cammino inverso che va dall’Essere al Mondo.  L’altra metà del racconto, perciò: la vista del Mondo dopo aver raggiunto le dorate spiagge dell’Essere e aperto gli occhi nella sua luce. E qui comincia anche il nuovo linguaggio, come dice il titolo di uno dei suoi libri: Vocabolario. L’evoluzione della lingua.

*

Qui è possibile leggere un estratto del primo capitolo.

*

Io so che nei miei sogni e nelle mie visioni
Sto attirando altra luce dall’informe.
Non c’è prima la luce e poi la vita
e non c’è la vita e quindi c’è la luce,
ma l’una e l’altra si costituiscono
in un’uscita concordata.

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Sulla linea

27 luglio 2012

Claudio Verna, La soglia (1996)

Le aporie di Zenone sono scene di movimenti e variazioni che sembrano avvenire nel mondo delle apparenze, mentre l’Essere di Parmenide, come si sa, è immobile e immutabile, eterno, e le prime sono state scritte in difesa del secondo e per dimostrarlo. Perciò sembra ci sia contraddizione. Davvero? No.
Eppure Achille rincorre ancora la tartaruga e sempre più gli si avvicina, la freccia scoccata dall’arco continua il suo volo verso il bersaglio. Così per le altre aporie giunte fino a noi nelle opere di Aristotele. Allora?
Allora si veda cosa abbiamo scritto in una pagina del libro Compendio. Il cammino misterioso che attraversa il sonno, l’inconscio, la morte (Capitolo 9: I cicli dei sapienti).

“Il divenire e l’essere stanno assieme anche nell’opera di Zenone d’Elea, il maggiore discepolo di Parmenide, il primo solo come apparenza o mondo delle apparenze, com’è in Eraclito d’altronde. Sembra tutto un correre il contenuto delle sue famose aporie: piè veloce Achille che insegue la tartaruga senza mai raggiungerla, la freccia scoccata dall’arco che continua a volare verso il bersaglio senza mai arrivare, per quanto esso sia vicino, eccetera. Per cui tutto è come sogno quel che accade. Finché i più avveduti si accorgono che nulla si è davvero mosso, che è tutta una messinscena quella lì. Perché Achille e la tartaruga possono iniziare la loro corsa quasi a contatto di gomito, vale a dire con un nonnulla a vantaggio della tartaruga, e neppure così il più veloce non raggiungerà mai la più lenta. Per coloro che non ne hanno mai sentito parlare, anche se è la corsa più lunga del mondo, perché ha avuto inizio circa venticinque secoli fa e ancora continua, ecco una versione vergata dalla penna di Borges: “Achille corre dieci volte più velocemente della tartaruga e le concede un vantaggio di dieci metri. Achille percorre quei dieci metri, la tartaruga percorre un metro; Achille percorre quel metro, la tartaruga percorre un decimetro; Achille percorre quel decimetro, la tartaruga percorre un centimetro; Achille percorre quel centimetro, la tartaruga un millimetro; Achille Piè veloce il millimetro, la tartaruga un decimo di millimetro e così infinitamente, senza raggiungerla” (Jorge Luis Borges, Metempsicosi della tartaruga). Come si spiega quest’assurdità? Perché sappiamo tutti come stanno veramente le cose in questo mondo – tutti hanno occhi per vedere e mani per toccare: Achille raggiunge sempre la tartaruga e la supera d’un balzo. Gli occhi vedono il vincitore, le mani lo incoronano d’alloro. Perciò un imbroglione questo Zenone, o tutt’al più, per trattarlo con un po’ di benevolenza, tenuto conto della sua acuta intelligenza che nessuno non gli ha mai negato e del posto che occupa nella storia della sapienza antica, un sofista, vale a dire uno capace di un ragionamento solo apparentemente logico, ma in realtà falso o capzioso. Molti le hanno considerati, infatti, di tal genere quelle pietre miliari della visione dell’essere e della sua dimostrazione. Perciò io dico di no, non sono sofismi. Quella d’Achille e la tartaruga, posta nei termini indicati da Zenone, è una corsa che avviene in un altro mondo, su un altro piano, che non è le piste degli stadi esistenti nelle nostre città. È il mondo dell’essere, ben distinto dall’altro. Essenzialmente immobile, atemporale, il primo, mentre il secondo è il mondo dell’esperienza sensibile, dove di volta in volta si premia il vincitore che corre di più e sorpassa tutti gli altri. Soltanto che la maggior parte degli uomini crede che ci sia un solo piano d’esistenza e un unico mondo, e non due distinti e separati anche se comunicanti con una Porta”.

Così la pagina scritta alcuni anni fa, e ora uno sviluppo che si è fatto avanti nel frattempo e comincia con la domanda: cosa sono davvero le aporie di Zenone?
Se il loro scopo era di dimostrare la nuova dimensione che era appena apparsa in modo stabile e sicuro aldilà del mondo delle apparenze, non solo a Parmenide e non solo in Grecia e nell’Italia meridionale ma anche in India a Buddha e in Cina a Lao-tzu, e che sarebbe diventata lo spazio aperto e luminoso di una nuova civiltà, allora la posizione più adatta per lo sguardo contemporaneo di qua e di là era il loro confine; la linea di demarcazione fra apparenze ed Essere perciò, e precisamente dove c’è la Porta da cui si poteva uscire e rientrare, quella che Parmenide ha attraversato per primo nei modi della sapienza che ha preceduto di poco la filosofia.
Così ci appare il posto di osservazione di Zenone, da cui egli vede e parla. Potrebbe, tuttavia, essere anche il Centro e poco muterebbe, il colpo d’occhio sarebbe soltanto più ampio e completo e non rimarrebbero zone nascoste da dover poi dedurre con il ragionamento, perché sta tutto in uno sguardo. Cerchiamo di guardare anche noi allora da quel punto, ma precisiamolo meglio, perché su tale confine ci siamo tutti ma normalmente non vediamo niente aldilà, perché non ci troviamo dove c’è il passaggio o la Porta è chiusa, e di qua ci perdiamo fra cose ed aspetti innumerevoli: le apparenze, appunto.
La gara incomincia, dunque, dove c’è la Porta, con partenza nel mondo delle apparenze, ed ecco lo svolgimento. Al di qua ben si vedono i protagonisti, le posizioni che occupano, la distanza che li divide; si vede la corsa e il rapido avvicinarsi di Achille. Dieci metri in un balzo, un metro in un attimo. Ma poi agli occhi del corpo fatti per le apparenze il movimento quasi sparisce, i contendenti quasi si sovrappongono; non si distinguono più l’uno dall’altro: sembrano uno solo, coincidono… Perché ora siamo sul confine, o a un secondo alla – 33 da esso, per esporre uno dei suoi aspetti chiari e distinti, quello cui sono giunti gli scienziati nella loro opera di avvicinamento all’origine dell’universo, partendo anch’essi dal mondo delle apparenze. Insomma, un’ altra versione dell’avvicinamento al confine, come la corsa di Achille e la tartaruga, è quell’opera della scienza.
Ma poi avviene l’indicibile, l’incalcolabile, l’inseparabile, l’indistinguibile. In quel punto Achille e la tartaruga si danno ombra scura reciprocamente, coincidono, scompaiono come singoli. Di là se si passa, si passa assieme. Di là ci assorbe il “Tutto in uno”. Come un torrente o un fiume, si entra in quel mare e finisce il mondo, l’aspetto di esso ordito dai sensi e dalla mente.
È lo stesso confine che superiamo ma senza sapere quando si trapassa dalla veglia al sonno, perché il sonno con i suoi sogni è un “figura”, un’“indicazione”, una “cifra” dell’Essere, il poco che confusamente ci appare.
È lo stesso confine che ognuno esperimenta quando si trapassa dalla vita alla morte, perché la spoglia che si lascia di qua e il vuoto di là sono “figure”, “indicazioni”, “cifre” dell’Essere, il quasi nulla che di esso ci appare.

Ora però la filosofia ci ha dato un mezzo per valicare quel confine congiungendo l’estrema sponda del mondo delle apparenze a quella dell’Essere (e viceversa). Esso è un ponte, perché i ponti attraversano abissi, ed è indubbio che quel confine è di tal natura e bastano vita di qua e morte di là a farcelo intendere così: un abisso della natura e della conoscenza, quella chiara e distinta della filosofia e della scienza finora. Di questo Ponte sull’abisso, abbiamo già detto in varie occasioni e abbiamo spiegato come ci è riuscito di costruirlo e di passare (vedi, per esempio, Compendio. Il cammino misterioso che attraversa il sonno, l’inconscio, la morte. Parte quarta, capitolo secondo).

P.S.
Sulla linea
, dove c’è la Porta che Parmenide ha oltrepassato e dove Zenone ha fatto disputare ad Achille e alla tartaruga la loro celebre corsa, si sono ritrovati duemilaquattrocento anni dopo Heidegger e Jünger, con l’intenzione di superarla nei modi della filosofia. Non ci sono riusciti in modo chiaro e distinto in quel primo tentativo, ma molto hanno fatto perché l’impresa fosse ripresa e portata a termine pochi decenni dopo.

La via dell’eterno ritorno dello stesso. Dalle apparenze all’essere

9 maggio 2010

Anticipiamo un estratto del primo capitolo di
La via dell’eterno ritorno dell’uguale,
in vendita nel formato ebook in tutte le librerie online.

La Porta rosa di Velia-Elea

 

1. Ogni cosa è costituita da due aspetti contrapposti, di cui uno è comunemente noto e l’altro sconosciuto ai più

Ogni cosa, come ben si sa, ha sempre due aspetti contrapposti: la duplice faccia della moneta o della medaglia, si dice normalmente. La Terra è per metà nella luce e per metà nell’ombra. La Luna volge sempre la stessa faccia e l’altra è ignota; o meglio siamo riusciti a vederla solo da quando le navicelle spaziali l’hanno aggirata inviandoci le foto di quel celeste segreto. Le piante sono per circa metà dentro la terra e il resto nell’aperto luminoso, e chi ha occhi per vederle coglie solo la parte che appare. Gli animali sono contemporaneamente volto e nuca, davanti e dietro, emisfero sinistro del cervello ed emisfero destro, e tale è anche il corpo dell’uomo; il quale però è riuscito a superare l’ostacolo con gli specchi e da molto perciò si vede anche dall’altra parte.

Ma se passiamo dalla dimensione fisica a quella che chiamiamo psichica, o mentale, o spirituale, allora cade l’asino, il re è nudo. Perché anche in tale dimensione l’uomo ha facce contrapposte: non è solo veglia, ma anche sonno, non solo conscio, ma anche inconscio, non solo vita ma anche morte, ma qui i conti non tornano più, perché è insuperabile il confine. Dalla parte della veglia, del conscio, della vita, si somma, si sottrae, si moltiplica, si divide, e alle volte le operazioni danno risultati strabilianti: tante cose fatte, tanti soldi accumulati, numerosi viaggi, avventure a non finire con le donne, in terre lontane, nei deserti, nei mari, a scalare montagne, a sprofondare in abissi. Ma dall’altra parte il risultato è sempre zero, o quasi. Oppure non si hanno certezze definitive a causa dei metodi adottati. Solo sogni, per lo più, quelli che accadono nel sonno; o complessi nascosti che lo psicanalista è riuscito a far emergere per un po’ dal profondo; o speranze di vita futura che l’Occidente della filosofia e della scienza non può dimostrare e su cui perciò non ha giurisdizione.

Ma ora viene il bello, − si fa per dire. Siccome ognuno di noi è non solo la prima parte ma anche la seconda, e le due sono indissolubili, ecco perciò cosa accade a tutti, senza esclusioni, − quindi anche ai più grandi, anche ai più celebri, coloro che hanno espresso le maggiori certezze, che hanno occupato cattedre e troni: che a un certo punto per tutti tutto finisce. Perché la prima parte termina e comincia l’altra, e le poche operazioni eseguite nell’altra, come ho detto poco fa, hanno dato risultato nullo, oppure solo qualcosa di indistinto e indeterminato, solo ectoplasmi. Ecco il guaio: siamo due facce e ne conosciamo una sola; siamo una specie di monete che finiscono nel bordo, che diventa quello di un abisso; c’immaginiamo qualche volta circolari, come l’androgeno del mito, ma quando si è presso all’orizzonte arrivano le ombre e poi ci acceca il buio. Per questo motivo ogni cosa rimane incompiuta e si dice anche dei più illustri: è nato, ha fatto questo e quello, e poi la caduta nell’Abisso, tutto finisce con la data della morte. Però non ci sta quel limite estremo e poi il nulla, diranno i realisti, quelli che si dedicano pressoché esclusivamente alla parte nota: alle cure del corpo, dei rapporti sessuali, degli affari, del lavoro, dei divertimenti, della politica. Perché se il defunto, prima di diventare tale, ha fatto opere utili, compiuto imprese importanti per sé e gli altri, e se i suoi funerali sono a carico dello Stato e le autorità lo accompagnano e lo onorano, hanno riconoscimento e valore. Alcune di esse, come si sa, si fregiano perfino del titolo di eterne. Eterne nella prima metà, dico io, vale a dire nel visibile e nel determinato, dove però, come s’è visto, tutto sorge e tutto tramonta, tutto è veglia e insieme sonno, tutto è conscio sorretto dall’inconscio, dove tutto quello che è determinato giunge dall’indeterminato e in esso va a cadere. E allora, piuttosto che eterne, anche le più grandi, io le chiamerei le trattenute e mantenute di qua; continuamente portate alla ribalta da chi vive, i quali però si succedono in prima linea nella battaglia senza tregua e senza scampo della vita con la morte. Tutto perché l’altra faccia non è nota. Tutto perché, per davvero, non si hanno prove inconfutabili che ci sia stato e ci sia qualcuno tutto tondo, con le due parti non divise e contrapposte. Tutto perché non c’è da questa parte nessun esempio di coincidenza degli opposti.

2. La mia decisione di affrontare l’altra metà di me stesso

Dunque, ecco il dramma di questo mondo duplice, da cui poi è sorto il molteplice: essere uno e apparire due, perché è nota solo la metà. Due anche maschio e femmina, questa volta neppure contenuti in uno stesso involucro, come lo sono invece, per esempio, sonno e veglia, ma ancora più separati, uno in un corpo e l’altra in un altro, quasi a sancire l’inappellabilità della condanna, la cosa fatta senza più rimedi. Due e tanti, ecco quello che si vede e che è il mondo della comune e universale esperienza. Ecco la faccia nota delle cose e del loro insieme che si chiama mondo, universo. Il quale può anche essere aumentato ancora, oltre i tredici miliardi di anni luce dei più recenti calcoli, ed è ciò che si sta continuamente facendo, ma senza perciò saperne di più dell’altra parte. Il quale può anche subire variazioni nel numero e forma di aspetti e di facce che lo compongono, − sempre nuove particelle subatomiche vengono tratte dall’indeterminato e dal mistero, o cose nuove entrano in scena prodotte dalle manipolazioni del Dna e dall’ingegneria genetica, mentre di converso antiche facce di animali e tipi di piante scompaiono per l’inquinamento e l’invasione umana – ma non perciò viene scalfito il mistero dell’altra parte, quella che ci portiamo appresso come l’ombra del corpo e l’angoscia della morte. Ragion per cui ho cominciato a pensare così: se non m’aggiro non combino niente. Rimarrò sempre un enigma per metà. Sempre un problema irrisolto per quante operazioni io riesca a svolgere, anche se mi faccio aiutare dai computer più potenti. Sempre uno che è arrivato senza volerlo e senza sapere da dove, e che magari è un ritornante ma non ricorda, e poi sparisce, a volte senza nessun preavviso. Per sempre dicono i più.

3. Come ho iniziato l’avventura

Certamente uno non si alza la mattina − magari dopo un incubo notturno o uno di quei sogni che avvengono prima del risveglio e che sembrano anticipare quanto accadrà nel giorno o nel vicino futuro − e dice: qua le cose non sono tanto chiare, anzi tenebrose e paurose, oppure strane e misteriose, e perciò vado a vedere di persona. E siccome si entra sempre nel sonno ogni sera quando si chiudono gli occhi e la mente si spegne, si dovrebbe allora fare in modo di tenerli aperti e rimanere di guardia, per cogliere i sogni quando si presentano e trattenerli finché non confessano chi sono o cosa sono. Ma a far così, non si riuscirebbe a compiere neppure un passo oltre il confine della veglia. E neppure oltre quelli che separano la coscienza dall’inconscio e la vita nella morte. Quest’ultima copia di opposti è poi il campo dell’estrema avventura, quella cui soprattutto mi sono dedicato quando mi sono imposto di andare a vedere. A seguire questo metodo, si riuscirebbe soltanto, come effettivamente avviene per innumerevoli altri motivi legati alla vita di ogni giorno, a prolungare artificialmente la veglia, mai a valicare la soglia fra l’una e l’altra faccia. D’altronde esperimenti di tal genere sono già stati tentati e sono tutti falliti. Il primo è stato quello di Gilgamesh, leggendario re della città di Uruk in Mesopotamia, che fu patria anche di Abramo, dove il papa Giovanni Paolo II sarebbe voluto andare in pellegrinaggio durante la sua recente visita in Israele, ma non gli fu concesso. Gilgamesh aveva un amico, Enkidu, assieme al quale aveva compiuto memorabili imprese. Ma così uniti erano troppo potenti, anzi invincibili, perciò gli dei decisero di separarli per sempre, togliendo ad Enkidu prematuramente la vita. Sconvolto dal dolore, ma anche angosciato dalla morte che per sei giorni e sette notti aveva guatato mentre vegliava l’amico “finché i vermi non gli caddero dal naso” [1], decise di cercarla ed affrontarla, prima che fosse lei ad aggredirlo alle spalle e all’improvviso, come aveva fatto con Enkidu. L’avventura lo condusse prima a scoprire il cammino del sole dopo il tramonto e nella notte che nessuno prima di lui conosceva, poi, seguendo la sua paura che non aveva mai posa, a tentare l’attraversamento delle “acque di morte” [2]. Avrebbe superato così il confine della vita e raggiunto l’altra sponda. Ma una prova l’attendeva, che si dimostrò insuperabile: per sei giorni e sette notti senza interruzione avrebbe dovuto valicare da sveglio l’abisso veglia-sonno, che era poi quello che aveva superato quando ha seguito il sole nella notte fino all’alba. L’abisso vita-morte, era, dunque, sette volte più grande, sette volte più difficile. Gilgamesh tentò ma “il sonno come una densa nebbia si stese su di lui” [3] fin dalla prima notte. La prova era fallita, il sogno infranto.

L’avventura di Gilgamesh − non riuscita già alcuni millenni fa e poi ripetuta inutilmente anche da altri che forse non conoscevano quel primo esito − non era dunque quella da imitare. Tentativi di tal genere erano tutti destinati al fallimento. Come, allora? Come superare in altro modo l’abisso più ampio e profondo di ogni altro? Tentando da un’altra dimensione, ma lo dirò più avanti da dove. In un compendio, tuttavia, perché diffusamente l’ho già fatto. Semmai informerò dove essa si trova squadernata ad uso di chi vorrà conoscere tutte le informazioni per tentare di ripeterla. Perciò a dopo, perché prima voglio fare cenni di chi mi ha preceduto nel cammino circolare della vita, fino a trovare la fine e a scoprire che essa coincide con l’inizio. E dove fine e inizio stanno assieme, dove sono la stessa cosa, s’apre la Porta di passaggio.

 

[1] La Bibbia, Gilgamesh, decima tavoletta, II, v. 34, Rusconi Editore.
[2] Ivi, nona tavoletta, V, vv. 42-51.
[3] Ivi, decima tavoletta, II, v. 13.
[Continua]