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Tutto è uno

16 giugno 2013
M.C. Escher, Sphärische Spiralen (1958)

M.C. Escher, Sphärische Spiralen (1958)

Ci siamo staccati dal tutto è uno
per riuscire a vedere che tutto è uno
e per rientrare nella totalità consapevolmente,
rimanendo ognuno se stesso
ad immagine e somiglianza di Dio.

 

1. Il distacco dal tutto è uno

Tutto è uno? A livello fisico, quello percepito dagli occhi carnali, a ben guardare sembra proprio di sì. Nessuna cosa o aspetto potrebbe esistere completamente separata dalle altre, perché per essere presente e vivere ha bisogno di tutte, come facilmente si può costatare. Ciò vale anche per l’uomo la cui esistenza si svolge dentro gli immutabili cerchi dei giorni, delle stagioni, della luna, delle stelle, e può vivere soltanto se c’è aria, acqua terra, altri viventi che gli danno nutrimento. I quali come l’uomo, sono a loro volta dentro i movimenti eterni della terra e del cielo e sopravvivono come lui.
Il tutto è uno diventa ancora più evidente se dalle normali visioni e considerazioni si passa a quelle offerte dai telescopi e microscopi e alle leggi che le regolano: quelle della gravitazione universale di Newton, il Principio d’indeterminazione di Heisemberg, la meccanica quantistica, fino alle più recenti visioni del mondo di Bohm e Karl Pribram, gli scienziati citati nel manifesto del Convegno Tutto è uno?
In quanto alla filosofia, essa è ancora più radicale nell’affermare che tutto è uno. Specialmente con Kant e l’Idealismo assoluto, l’interazione (influenza reciproca) fra il soggetto e l’oggetto, accertata recentemente dalla scienza, conduce alla conclusione che il mondo esterno non c’è se non c’è l’uomo. La formula usata da Schopenhauer suona così: “Nessun oggetto senza soggetto per cui “il mondo esteriore che giace nello spazio e nel tempo (diventa) una mera rappresentazione del soggetto conoscente”. [1] Kant non escludeva che di là della rappresentazione ci fosse anche qualcos’altro, che lui ha chiamato “cosa in sé”, ma di esso non si sa e non si può dire, cosicché alla fine non si è fatto più nulla di questo fantasma e alla fine si è negato anche la sua apparenza.
Perciò non sembra esserci dubbio: davvero tutto è uno, o nulla potrebbe esistere di distinto e separato. Ma questo vale in modo completo e universale soltanto fino ad un certo punto. Perché da un certo punto in poi qualcosa di straordinario è accaduto in seno alla totalità: è cominciato il distacco da essa di uno dei suoi figli, l’uomo, una specie d’uscita dal suo grembo. [2] L’uomo, da allora, è il soggetto rispetto all’oggetto.
Quest’uscita e conseguente separazione, almeno da un certo livello in poi perché egli rimane ancora unito necessariamente alla natura con il corpo e perciò il cordone ombelicale in tanta parte esiste ancora, è uno degli avvenimenti storici più importanti, anzi è quello che inizia la storia umana in tutti i suoi aspetti e direzioni e lo troviamo espresso da tante fonti in innumerevoli modi: miti, religioni, sapienza, poesia.
Nel mito raccontato da Esiodo l’uscita è avvenuta dall’Età dell’oro, uno stato privilegiato di natura dove gli uomini vivevano come dei, per loro non arrivava la triste vecchiaia e morivano come vinti dal sonno. [3] Oppure Platone ha chiamato quel tempo felice Età di Crono, che venne prima dell’Età di Zeus. In essa la divinità stessa guidava gli uomini al pascolo e presiedeva loro, come fanno ora gli uomini che guidano al pascolo gli altri generi di viventi di loro meno nobili. Sotto quella guida del dio non v’era bisogno né di costituzioni di stati né dell’acquisto di donne o di figli; tutti infatti risorgevano alla vita dalla terra senza conservare alcun ricordo di ciò che era stato prima. [4]
Per le religioni del Libro, vale a dire per l’ebraismo, il cristianesimo e l’islamismo, è noto il motivo dell’uscita dell’uomo dall’Eden, simile per tanti aspetti all’Età dell’oro e all’Età di Zeus: perché Adamo ed Eva hanno mangiato il frutto dell’albero della scienza del bene e del male, che avrebbe permesso loro la conoscenza congiunta del bene e del male, le due facce opposte d’ogni cosa ed aspetto, le quali vengono chiamate anche con altri nomi: luce e tenebra, veglia e sonno, conscio e inconscio, vita e morte, uomo e donna, ecc. Da quel momento ciò che appariva con un solo volto, quello paradisiaco per esempio, o che si credeva fosse unico e solo, come Adamo che aveva in sé anche Eva ma lei all’inizio non appariva, è diventato duplice: e i due si sono accorti d’essere nudi, s’accorgono di essere diversi l’uno dall’altra. Ciò iniziava il regno dell’apparente duplicità e molteplicità, e tale esperienza e conoscenza, una volta giunta allo svelamento del segreto, li avrebbe portati fino all’albero della vita che cresceva nel centro del paradiso, e se avessero mangiato anche i suoi frutti sarebbero diventati immortali. Perciò la cacciata, per il timore del creatore che le creature diventassero come Lui.

Nel Buddhismo il distacco è avvenuto dalla dottrina del Buddha. Ne fa cenno anche Edward Conze nel suo libro Storia del buddismo, che riporta alcune profezie tratte dalla Storia del buddismo in India e nel Tibet di B. Stone (1322). Dicono tali profezie che l’insegnamento della dottrina del Buddha Sâkyamuni è stata fissata in 2500 anni, dopo di che perfino i monaci “diventeranno forti soltanto nella lotta e nel rimprovero, ed essa si farà a poco a poco invisibile”. La sua scomparsa segnerà l’inizio del Kali-Yuga. Per inciso, si può notare che uguale a venticinque secoli è anche il tempo che è passato dall’alba della civiltà occidentale fino al suo tramonto, e che se il buddismo è entrato nel Kali-Yuga l’Occidente è entrato nel nichilismo, diventato oggi condizione normale.
Nello gnosticismo la caduta è avvenuta dal pleroma − la pienezza −, abitato da un Dio che manca maestosamente di nome e anche d’origine, la cui approssimata designazione è pater innatus.
Per Plotino, un neoplatonico del terzo secolo d.C., la via discendente, che ci ha portato all’esilio nel molteplice e nella materia, è cominciata dal “santuario”.
Nella civiltà della Grecia antica, culla di quella più vasta, anzi ormai universale, che si chiama oggi Occidente, il distacco è avvenuto dall’Essere, quello raccontato dai sapienti. Questo distacco l’ha operato la filosofia stessa, l’erede diretta della sapienza, che si è separata specialmente dall’insegnamento di Parmenide che aveva indicato come conoscenza suprema e privilegiata quella dell’Essere. Egli, tuttavia, aveva mostrato come indispensabile agli uomini anche la via dell’apparenza, cioè quella della duplicità e molteplicità, perché è necessario “che chi percorra incessantemente tutto il dominio delle esperienze ammetta l’esistenza di ciò che appare (ai mortali) ”. [5] E Socrate e Platone, vale a dire i primi filosofi, giunti subito dopo i sapienti, hanno seguito quest’ultima, nonostante sapessero che non era la più importante e che perciò venivano meno al principale insegnamento del maestro. È stata così grande la consapevolezza della loro scelta deviante che si sono loro stessi considerati dei disobbedienti. [6] Dei parricidi, diranno ai nostri giorni filosofi famosi: Heidegger, Severino ed altri. Ma quella però era la strada che si doveva iniziare, quella che ha percorso l’Occidente fino ad oggi. Senza la deviazione dell’inizio non ci sarebbe la civiltà occidentale e la sua storia, anzi non ci sarebbe la Storia.

2. La nostra attuale situazione, quella di un Io staccato dal tutto, e perciò anche in opposizione ad esso
Staccati dall’Essere e dal suo Regno, (l’Eden, o l’età dell’oro, o il pleroma, o tutto è uno, perché così si è mostrato l’Essere a Parmenide) [7], è cominciata subito la contrapposizione, la lotta, la guerra. Contro il Regno, dunque, e le leggi che lo governano, ma anche contro il suo Proprietario. Nelle religioni del Libro il primo peccato è un omicidio: Caino che uccide Abele. All’inizio della civiltà occidentale, seguendo la direzione presa dalla filosofia, così Sofocle ha cantato le incursioni umane nelle terre del divino e le prese di possesso. “Di molte specie è l’inquietante, nulla tuttavia/ di più inquietante dell’uomo s’aderge./ Questi balza dal flutto schiumante/ per il vento del sud invernale/ e incrocia sulle creste/ delle onde furiosamente spalancantisi./ Anche la più sublime delle divinità, la terra,/ l’indistruttibile infaticabile, egli l’estenua,/ rivoltandola d’anno in anno,/ passandovi e ripassandovi con i cavalli/ gli aratri./ Anche il leggero volitante stormo d’uccelli/ egli irretisce e caccia, / e la frotta d’animali di località selvagge/ e ciò che si muove e risiede nel mare,/ l’uomo sagace./ Con astuzie sopraffà l’animale/ che sui monti pernotta ed erra,/ e al cavallo dalla ruvida criniera/ e all’indomito toro/ circondando il collo col legno/ impone il giogo./ Anche nel risuonare della parola/ e nel tutto comprendere leggero come il vento/ si ritrova, ed altresì nell’animo/ di dominare città./ E anche come sfuggire, ha pensato,/ l’esposizione ai dardi/ delle intemperie e degli spiacevoli geli”. [8]
Sono passati più di ventiquattro secoli da allora e l’Occidente, sia pure in modo non continuo e uniforme − vedi, per esempio, la lunga parentesi medievale −, ha seguito quel metodo d’invasione e conquista: con la filosofia per cogliere e manifestare la varietà e vastità del mondo; con la scienza per misurarlo, numerarlo, ordinarlo; con la tecnica per percorrerlo, delimitarlo, penetrarlo, conquistarlo. Per prima la Terra, costruendo strade, ponti, gallerie, viadotti; tracciando rotte sui mari e nei cieli; e poi inventando e realizzando carri, navi, treni, automobili, aerei. Oggi uscendo anche dal pianeta natale con le stazioni spaziali e le astronavi, diretto ai pianeti del sistema solare e puntando alla conquista delle stelle. Trasformando vegetali e animali in laboratorio mediante la mescolatura di geni di specie diversa: i tanti odiati e combattuti OGM. Impedendo la normale procreazione con l’uso della pillola; fornendo alle donne il telecomando del concepimento dei figli; realizzando tecniche e strumenti d’inseminazione artificiale; iniziando la via della fecondazione in provetta e di sviluppo in uteri artificiali, scoprendo la clonazione, ecc.

Visto sotto l’aspetto scientifico e tecnico oggi tutto il mondo ha il marchio Occidente, anche l’India, che era la più vicina agli dei. Tutti vogliono sedersi alla tavola della grande abbuffata, imbandita non soltanto di piante e animali da mangiare a sazietà, ma anche delle fonti di energia da sfruttare, delle miniere di metalli da usare, degli alberi delle foreste da tagliare.

3. Però la lotta, la guerra, sta già causando le sue vittime anche fra gli uomini, e per molti non appare ragionevole continuare in tal modo
Chi sembra maggiormente soccombere in questa guerra è la natura che appare sempre più trasformata: acque inquinate − perfino quelle dei mari, aria irrespirabile nelle città, cieli offuscati, foreste distrutte, specie animali e vegetali che scompaiono continuamente dalla faccia della terra, ghiacciai che si sciolgono, calotte di ozono che si bucano. Ma in realtà, per la parte dell’uomo che è natura, vale a dire il suo corpo, quello che lo sostiene e lo mantiene vivo e cosciente in questo mondo, il disastro che egli sta provocando si ritorce su di lui, e di ciò ha cominciato ad accorgersi. Dopotutto la natura ha vita lunga, quasi eterna, per riprendersi e guarire, perciò può accadere che la guerra che l’uomo gli ha dichiarato abbia alla fine una sola conseguenza: la scomparsa dell’aggressore, la fine del figlio degenere che gli è sfuggito di mano. Poi passeranno i secoli e i millenni e quando lui non ci sarà più tutto ritornerà come prima, come sempre.

Di tutto ciò gli uomini, almeno i più avveduti, stanno accorgendosi. Perciò il ripensamento attuale e gli innumerevoli tentativi che si stanno facendo per rientrare nel seno della grande madre e trovare un accordo con il padre celeste. Sono esempi di questo riavvicinamento i tentativi di molti di vivere secondo natura e di opporsi ai loro simili troppo violenti, che stanno esercitando sulla casa comune la volontà di usare e di abusare. Questo significa, in qualche modo, anche un ritorno all’origine, ad una vita che non sia una guerra di distruzione. Da questo stato di cose sorge pressante la domanda: tutto è uno?, la quale, alimentata ai nostri giorni dalle nuove conquiste della scienza e dalla diffusione di molte dottrine che hanno dato ad essa risposte positive, ci pone in qualche modo in una posizione di ripensamento e alcuni sulla via del ritorno e del rientro.

4. Ritorno alla natura: solo un rientro da figliolo prodigo e pentito, oppure in modo nuovo?
Per le religioni del Libro, come si è detto, il motivo del distacco è stato il desiderio e la volontà di conoscere il bene ed il male, i due opposti nel campo della morale. L’abbiamo conosciuto? Ritorniamo da sconfitti o come chi ha sciolto l’enigma?

Per il mito si è trattato d’uscita da una situazione subalterna, dove l’uomo era soggetto agli dèi, non meno di quanto gli animali lo sono all’uomo. Ci siamo liberati dal giogo?
Per la filosofia la liberazione è avvenuta dalla “caverna” platonica per seguire, appunto, la via della conoscenza, fino all’immutabile ed eterno mondo delle idee, di cui le cose proiettate sul fondo della caverna sono le loro ombre innumerevoli e fuggevoli. È stata realizzata questa conquista?
La filosofia ha poi indicato il luogo di provenienza e la direzione presa anche con altre parole. Ne citiamo alcune.
Quelle dello stesso Parmenide, nonostante che la sua indicazione principale, come s’è detto, fosse rivolta all’Essere: “Tu conoscerai la natura dell’etere – vale a dire tutte le stelle fisse che sono nell’etere, e l’avvampante realtà della pura face del sole splendente e la loro origine – e verrai a sapere la realtà e la natura del tondo occhio lunare nel suo giro errante; poi comprenderai anche donde ebbe origine il cielo che da una parte e dall’altra divide e come Necessità lo guidò e lo avvinse perché fissasse il limite delle costellazioni” [9]. Abbiamo realizzato questa conoscenza del mondo che, uscendo, abbiamo visto da fuori?
Quelle di Pascal: il cammino delle scienze ha “due estremi che si toccano. Il primo è la pura ignoranza naturale, in cui si trovano tutti gli uomini alla nascita, L’altro estremo è quello cui giungono le grandi anime che, dopo aver percorso tutta la strada del sapere accessibile agli uomini, riconoscono di non sapere nulla e incontrano nuovamente l’ignoranza da cui erano partiti” [10]. Siamo giunti all’altro estremo?”.
Quelle del pensiero filosofico del ventesimo secolo, che ha terminato la via della conoscenza diurna illuminata dalla ragione ed è entrato nel buio del sonno, dell’inconscio e della morte. Ha finito tutto il suo giro?

5. I risultati che sono stati ottenuti seguendo le vie indicate: la risposta alle domande
− La risposta alla prima domanda: abbiamo raggiunto la conoscenza del bene e del male?

Certamente conosciamo il bene e il male, ma separati: nel Paradiso solo il primo, perché non c’era l’altro. Dopo l’esilio dal luogo di delizie, o dall’Età dell’oro, o dal Tutto è uno, o dal Mito che era prima del Logos, tutte le Storie che da quei luoghi iniziano sono state esperienze e conoscenze soprattutto del male e una lotta infaticabile con il suo opposto. I quali sono solo una delle tante copie che si trovano in ogni cosa od aspetto. Luce e tenebra, giorno e notte, veglia e sonno, conscio e inconscio, uomo e donna, freddo e caldo, alto e basso, davanti e dietro, volto e nuca, testa e croce, vita e morte sono alcune delle altre. Per cui c’è allora da chiedersi: siamo riusciti a conoscere le due metà assieme? perché solo questa è la scienza del bene e del male, vale a dire quel che si cercava, e non quella di ciascuna delle due prese nella loro distinzione e separazione. Se poi, come si è appena detto, ogni cosa e aspetto è unità dei due opposti, uomo compreso, la domanda diventa più precisa e suona così: abbiamo raggiunto la scienza di noi stessi, ci conosciamo? Ebbene, sembra proprio di no. Sembra che a questa sapienza, la quale, appunto, è conoscenza delle due parti unite, non si sia giunti. In tanti secoli e millenni, dopo il bene iniziale, abbiamo allora conosciuto e fatto esperienza, a quanto pare, soprattutto del suo opposto. Specialmente nel secolo scorso sono state raggiunte profondità tenebrose come forse non è mai accaduto, o mai in modo così vasto: due guerre mondiali, i campi di sterminio, l’inizio della distruzione atomica, la minaccia della guerra nucleare totale che da quel giorno incombe sull’umanità intera. E forse non è stato ancora toccato il punto più basso sotto il quale non si può più risalire: i tempi attuali stanno fornendo esempi che sembrano preparare quest’evento. Perciò, per davvero, la conoscenza del bene e del male non è stata raggiunta ed oggi c’è solo quella del male che s’impone.
− La risposta alla seconda domanda: ci siamo liberati dal giogo?
Rispetto alle pene e ai castighi inflitti all’uomo dopo il peccato originale, progressi ne sono stati fatti sulla via della liberazione da quella misera sorte. Non si lavora più la terra con le braccia e il sudore della fronte: ci sono gli aratri, i buoi, i trattori, i carri e i camion per i trasporti. Anche i dolori femminili del parto sono stati ridotti e la scienza medica ha pressoché eliminato i pericoli di morte in tali eventi.
Però non è stata vinta la morte. Il coro dell’Antigone di Sofocle, che abbiamo citato nelle pagine precedenti, continua infatti così: “Dall’incombere solo, della morte/ con nessuna fuga può giammai difendersi, / pur se ad un male tenace gli sia riuscito/ abilmente di sfuggire” [11]. La morte, dunque, non è stata vinta anche se la lotta ingaggiata fin dall’inizio contro di essa ha registrato qualche progresso. È stata allungata la vita, sono state debellate tante malattie che conducevano alla prematura scomparsa, c’è la clonazione che promette la ripetizione di ciò che è destinato a finire. La lotta continua, ma l’oscura megera con la falce in pugno è ancora sovrana e domina. E la morte è il male più grande. Perciò noi non conosciamo il bene e il male se quest’ultimo ci ghermisce e ci trascina nell’abisso.
− La risposta alla terza domanda: abbiamo ottenuto la conoscenza del mondo?
Da quando il grande Parmenide − il sapiente che più di ogni altro sta a fondamento della conoscenza dell’Occidente −, ha indicato la via, molto cammino è stato fatto e molto è stato conosciuto. Oggi ci troviamo di fronte ad un mondo di cui gli scienziati dicono di aver scoperto l’origine − il famoso big – bang; di averlo misurato − circa tredici miliardi di anni luce; di sapere come si è evoluto e cosa ne sarà di esso. Così nella direzione del cosmo. Ma anche verso il più piccolo la strada già percorsa non è minore. Si è giunti all’atomo, alle particelle che lo costituiscono, alla loro nascita dall’indistinto e indeterminato, alle leggi che lo governano. E non si tratta solo di parole, ma anche di possesso e uso. Si conoscono con precisione i giri dei pianeti, si prevedono le eclissi, si conosce come si formano le perturbazioni e come si spostano, si sa come produrre la luce, si usa l’atomo per ricavare energia atomica, ecc. Insomma l’antica previsione ha avuto il suo corso.
Tuttavia la conoscenza del mondo non è stata raggiunta e sembra che non la raggiungeremo mai. È la scienza stessa che negli ultimi decenni si è scoperta senza fondamenti, simile a un pallone gonfiato non trattenuto, che veleggia nel vuoto, e ha manifestato apertamente i suoi limiti invalicabili. Si chiamano soglie quei limiti: la soglia differenziale, quella assoluta, il principio di indeterminazione in fisica, quello di incompletezza esistente nei sistemi formali in matematica, ecc.
D’altronde, come può la via di “ciò che appare alle mortali”apparenze paragonabili al samsâra − condurre al sapere apodittico, che è ciò che ha fondamento e sta fermo in se stesso? L’apparente c’è solo se c’è luce: gli occhi vedono se c’è il sole o lampade accese, mentre l’altra parte è invece profonda e tenebrosa. Ecco perché le stesse scienze nate nella ragione, dopo il suo tramonto sono giunte anch’esse al limite e hanno cominciato, ciascuna a suo modo, ad indicarlo, e ad affermare che non c’è fondamento, che perciò esse non stanno in piedi da sole, e quindi che non c’è verità. Come si poteva scoprirla d’altronde percorrendo la via dell’apparenza?
Allora, quella cominciata venticinque secoli fa dall’Occidente sarà sempre una strada così, interrotta da confini invalicabili che si possono anche spostare ma mai superare? Certamente sì, finché la ricerca riguarda soltanto uno degli aspetti del tutto, il conscio in questo caso. Succede perciò all’uomo occidentale, anche se su un piano più alto, quel che accade ad ogni altro vivente, vegetale e animale: misteriosamente appare, si svolge nel suo cielo fino al declino, poi cade e scompare. Perché la nostra scienza, dunque, è conoscenza soltanto di una parte del totale, il quale invece è ciò che appare assieme a quel che non appare, ma non perciò l’altra metà è inesistente o assente. Ecco perché anche le più grandi scoperte e realizzazioni sono armi a doppio taglio. I ponti possono cadere, le dighe crollare, l’energia atomica è anche bomba atomica, le centrali nucleari possono esplodere, ecc.
Con ciò si ritorna al problema principale: la scienza dell’apparente è sempre un sapere dimezzato e non è quello richiesto per diventare simili a dei. Da questa posizione si può capire inoltre che seguendo la via dell’apparenza mai si arriverà alla scienza richiesta. Allora perché è stata iniziata e seguita tanto da essere percorsa da un’intera civiltà che si chiama Occidente, che oggi ha nelle sue file la maggior parte degli abitanti del pianeta, che si sono convertiti alla scienza e alla tecnica per ciò che esse danno a loro? I quali però potrebbero essere tutti coinvolti nelle immense distruzioni che tale genere di sapere ha reso possibili. Ma ci può essere stato all’inizio uno sviamento siffatto, che dopo venticinque secoli di sviluppo potrebbe diventare fatale per l’umanità?
Allo stato attuale e continuando così, con la scienza e la tecnica che dominano e continuano nell’opera di conquista e d’assoggettamento della natura, la risposta è sì. Tuttavia, come si è detto precedentemente, sono stati raggiunti limiti che la scienza stessa, che li ha scoperti in sé, vorrà superare, e in alcune direzioni sta già facendolo, per esempio con le introspezioni, come la psicanalisi. Ma la risposta più importante verrà dalla filosofia che da circa due secoli, giunta anch’essa, prima della scienza, al limite del pensiero razionale, ha cominciato poi ad affrontare la parte tenebrosa, l’altra metà del tutto è uno.
− La risposta alla quarta domanda: siamo giunti all’altro estremo della conoscenza, quello del cammino circolare delle scienze descritto da Pascal e non solo da lui, perché è il cammino e la meta indicata dalla sapienza dalla poesia, dalla filosofia, e dalla Storia dell’Occidente intero?
Si può rispondere a quest’interrogativo presentando alcuni di quei cammini, perché hanno in loro stessi gli esiti.
− C’è quello di Gilgamesh, l’eroe che per primo ha seguito il percorso del sole nella notte, fino a rivederlo il mattino dopo. Da allora la paura che il sole non sorgesse ad iniziare un nuovo giorno ha cominciato a svanire dalle menti degli uomini. La prima grande avventura era riuscita e la prima conoscenza dell’altra parte ottenuta. In seguito Gilgamesh, cui era morto il più caro amico, volle andare dov’egli era stato portato: nel regno dei morti; ed ebbe inizio una nuova avventura che si presentò subito molto più grande e difficile della prima. Per vincere quella tenebra l’eroe doveva rimanere sveglio non una sola notte come nella prima avventura, ma sette giorni e sette notti ininterrotte. Infatti, non riuscì, e Gilgamesh ritornò sconfortato e vinto ad Uruk, un’antica città sumera situata sulle rive del fiume Eufrate dove era re. Questa è stata la prima sconfitta lungo la via della conoscenza del bene e del male, della luce e delle tenebre.
− Non diversamente da Gilgamesh, anche Ulisse volle sfidare i misteri e i pericoli della parte tenebrosa della via. Lasciato il mondo abitato, con la sua nave e i fidi compagni d’avventura superò le Colonne d’Ercole, che il figlio di Zeus aveva elevato sul confine della terra e del mare “acciocché l’uomo più oltre non si metta” [12]. Un divieto divino di superarle, perciò. Cinque mesi durò la navigazione. Le stelle dell’altro polo, giorno dopo giorno, come un esercito invasore avevano scacciato dall’oscura volta celeste quelle conosciute. Lo scenario, fluttuante e informe sotto la nave, anche in alto non aveva più nomi, ordine, misura: era lo smarrimento. Quand’ecco apparire all’improvviso una montagna bruna per la distanza e alta più d’ogni altra conosciuta nell’altro emisfero durante le innumerevoli avventure di gioventù. Si riempirono i cuori dei naviganti di gioia e di speranza per quella terra in vista; ma tosto esse mutarono in pianto, perché dalla nuova terra un turbo nacque all’improvviso: si erano mosse le potenze dell’Oceano – le acque di morte che già Gilgamesh aveva visto e affrontato inutilmente −, e s’avventarono vorticosamente ghermendo la nave e i suoi abitanti. Tre volte ruotarono nello spaventoso gorgo che s’erra formato e al quarto furono succhiati nell’Abisso. “Infin che il mar fu sopra noi rinchiuso”, “com’altrui piacque”. [13] Così Ulisse ha raccontato a Dante la sua sconfitta e la sua morte.
− Anche la scoperta dell’America di Cristoforo Colombo è da porre fra questo genere di imprese. Egli è partito dalle coste dell’Atlantico, il confine estremo raggiunto a quei tempi dall’Occidente, per cercare l’Oriente, e non solo quello della seta e della Grande muraglia. La meta era la terra dell’inizio, dove è partita la grande avventura umana, e le carte di viaggio per raggiungerla erano quelle di Paolo dal Pozzo Toscanelli, valente cartografo certamente, ma anche astrologo. Perché esistono relazioni e inferenze fra il giro della terra e quello della mente ed era quest’ultimo che Colombo perseguiva − il ritorno in Patria. Ma alla fine solo l’America, che ha scoperto lunga la rotta Occidente-Oriente, è rimasta del grande Sogno. Tuttavia, quel continente a metà strada è stato provvidenziale per il navigatore genovese e i suoi compagni d’avventura. Senza di esso sarebbe toccata loro la stessa sorte di Ulisse.
− Anche la poesia ha cantato la grande avventura del ritorno al punto di partenza dopo un intero giro attorno alla terra e alla memoria e superando la metà tenebrosa. Dimora della maternità l’ha chiamato il poeta Walt Whitman. Così il suo poema. “Dai lidi della California, guardando verso Occidente,/ investigando, infaticabilmente,/ cercando ciò che non è ancora trovato,/ io fanciullo, molto vecchio, guardo lontano al disopra delle onde,/verso la dimora della Maternità, verso il paese delle migrazioni./ Guardo lungi dai lidi del mio mare occidentale:/ il circolo è ormai quasi compiuto./ Poiché, partendo dall’Indostan, dalle valli del Kashmire,/ in direzione dell’Occidente, dall’Asia, dal Nord,/ dal Dio, dal Saggio e dall’Eroe,/ dal Sud, dalle fiorite penisole e dalle isole degli aromi,/ sono andato errando per lungo tempo, errando intorno alla Terra./ Ora sono diretto nuovamente al ritorno in patria,/ molto contento e lieto./ Ma dov’è ciò, in cerca di cui sono partito tanto tempo fa?/ E perché non è ancora trovato?”
− Ma il cammino più organizzato e continuo, compiuto da molti che si sono dati il cambio sulla scena, è stato quello della filosofia lungo quasi venticinque secoli, tanto che si può parlare di storia di un’impresa. La quale però, ufficialmente, non è ancora giunta alla meta. Le notizie pubbliche più recenti, peraltro ancora avvolte in tanta parte nell’incomprensione e nel mistero, parlano di Tramonto dell’Essere, di inconscio, di Notte, di linea di Mezzanotte … Il Tramonto è stato avvertito da molti circa un secolo fa. I racconti di esso sono contenuti in molte opere che sono state scritte lungo l’arco di alcuni decenni. Ne citiamo alcune.
Tramonto dell’Occidente ha intitolato Spengler il suo libro, ed è la definizione che meglio si addice a quanto è accaduto, ma esso ha anche tante altre formule. Molte sono titoli d’opere filosofiche, poetiche e letterarie che hanno occupato la scena ininterrottamente per decenni. Per Sigmund Freud si è trattato di disagio della civiltà. Per Jhoan Huizinga di crisi della civiltà. Per Edmund Husserl di crisi delle scienze europee. Per Karl Kraus di ultimi giorni dell’umanità. Per Benn di smalto sul nulla. Per Karl Jaspers di situazione spirituale del nostro tempo. Per Horkheimer di dialettica dell’illuminismo. Per Adorno di eclisse della ragione. Per Ernst Jünger d’Oltre la linea (di Mezzanotte), che è anche il confine del nichilismo. Per Martin Heidegger di questione dell’essere, del suo nascondimento, da cui dipende l’oscurità dove l’Occidente è immerso. Per Albert Caraco di breviario del caos. Cui si può aggiungere, senza tema di esaurire l’interminabile elenco, La montagna incantata di Thomas Mann, L’uomo senza qualità di Musil, i romanzi di Kafka. Anche dalla lontana America, nel 1914, è giunta la voce tremante di paura di Henry James che ha visto dissolversi le speranze dell’Ottocento e l’Occidente trascinato dalla corrente impetuosa verso il Niagara.
Dopo il Tramonto e la sua descrizione, alcuni filosofi, partendo dall’ultimo campo base impiantato dalla filosofia sul confine con il nulla, hanno affrontato la Tenebra che subito dopo s’è aperta con i suoi terrori e misteri. Nomino qui alcuni di loro.
Jünger che è giunto assieme a Heidegger fin sulla linea di Mezzanotte, e a lui è anche parso di averla superata. Già la Tenebra, per il fatto stesso che è stata affrontata, aveva cominciato a mutare nome, a chiamarsi Notte, e sono stati i poeti i primi ad accorgersi di ciò: Hölderlin, Novalis, Rilke. Poi i filosofi hanno impresso ad essa il sigillo di tenebra limitata e superabile.

6. La conoscenza del bene e del male − vale a dire i primi due opposti che compaiono nella storia umana, ma ciò vale anche per tutti gli altri compreso vita e morte −, non è stata ancora raggiunta, o essa finora è solo fede di alcuni ed esperienza di pochissimi.
Come si può arguire da tutte queste storie, nessuna è davvero arrivata alla conclusione.

A Gilgamesh non è riuscita l’impresa più grande, quella di raggiungere l’amico morto superando le acque di morte” che lo dividevano da lui.
A Ulisse non è stato dato di compiere il giro della terra e conoscere l’altro polo, ed è perito nella folle impresa.
La stessa cosa sarebbe successa a Cristoforo Colombo se non fosse approdato in America. Si sarebbe perso nell’oceano assieme ai suoi compagni d’avventura.
Anche il poeta Walt Whitman non riuscito ad arrivare al luogo da cui è partito, a rientrare in Patria, a congiungere la fine con l’inizio.
Similmente si sono bloccati nella Notte Jünger, Heidegger, Freud, e la sua completa conquista è rimasto un sogno e un desiderio.
Chi di più si è avvicinato alla meta è stato Nietzsche, ma la sua è una visione simile a un sogno. Inoltre il “portone carraio” che egli ha visto alla fine del giro dell’eterno ritorno era chiuso e così per lui è rimasto. All’Uscita, o al Risveglio, la filosofia finora non è arrivata, o se qualcosa è accaduto in seguito che ha concluso l’avventura, ufficialmente ancora l’Occidente non lo sa.
Tuttavia queste avanguardie che si sono spinte così avanti sulla via della conoscenza hanno espresso anche la loro fede sulla riuscita dell’impresa.
Ecco alcune delle loro voci che finora hanno gridato nel deserto.
Per Heidegger ci sarà un lungo sonno, ma verrà il momento improvviso del Risveglio. Risveglio simile a quello di Buddha.
Per Freud dove c’era l’Es doveva subentrare l’Io. Si tratta cioè di portare alla coscienza il cammino notturno, la tenebra (un nome anch’essa del male) che può diventare notte e legarsi al giorno.
Per Jünger la Mezzanotte era “un’ora di morte”, − perché lì, come già per Paolo di Tarso, l’uomo vecchio finisce −, “ma anche un’ora di nascita”, [14] quella che sarebbe diventata visibile allo spuntare della nuova Aurora.
Per Jung si doveva realizzare il “Selbst”, cioè l’Io luminoso dei filosofi − quello che va da Cartesio a Hegel −, ma con di più la parte inconscia. Per arrivare a questa totalità era necessario un patteggiamento con l’altra metà, quella oscura e misteriosa. [15]
Nietzsche è arrivato fino a vedere l’uomo che arriva alla fine del lungo cammino della conoscenza, ma come in un sogno, e l’ha chiamato superuomo.

C’è poi chi è arrivato fino alla porta e l’ha trovata aperta e ha cominciato a comunicarlo, ma queste sono notizie recentissime e misteriose per i più.
Saranno sentite queste flebili voci nel fracasso universale prodotto dalla pubblicità delle conquiste scientifiche e realizzazioni tecniche, e quella dei prodotti ricavati per gli usi comuni e dagli utilizzi che di esse si fanno?

7. La tendenza attuale dell’Occidente
Ci sono innumerevoli motivi per credere che, almeno in questa nostra epoca, prevarrà l’aspetto scientifico, tecnico, industriale, commerciale, pubblicitario, che è la conoscenza del bene e del male separati. Per molto si continuerà così, forse fino alla fine completa dell’Occidente e alla sua sepoltura nelle ceneri del tempo, com’è accaduto a molte civiltà che l’hanno preceduto. Il tal caso la via filosofica delle avanguardie che abbiamo citato: Heidegger, Freud, Jünger, Jung, Nietzsche, e il più recente arrivo alla meta dove inizio e fine coincidono e con essi tutti gli altri opposti, ma che ancora non appare, diventerà la via di pochi. Aperta a tutti, essa è però stretta e disagiata in confronto all’altra: un erto e faticoso sentiero rispetto ad un’autostrada a numerose corsie, lunga, diritta, percorsa da innumerevoli mezzi di trasporto. Essa però si perde nel nulla eterno e verso di esso è diretta la maggior parte dell’umanità occidentale.

8. Oltre alla via della conoscenza dell’Occidente, quelle delle religioni, dei misticismo, della poesia
Però, per chi persegue la salvezza, oltre all’erto sentiero dell’Occidente percorso da pochi perché è difficile e faticoso, ci sono anche altri metodi per giungere alla conoscenza degli opposti e all’unità con il tutto. Quelli indicati dalle religioni per esempio. Sono le vie dell’Oriente, ma anche quelle dell’Occidente che fanno capo a tradizioni non legate al successivo prevalere della scienza e della tecnica e al dominio che stanno ora esercitando. In tal caso però non sarebbe un’intera civiltà ad arrivare alla meta, ma solo alcuni, come è sempre stato d’altronde. Di quelle vie, diverse dalla sapienza e filosofia occidentali, si riporta qualche esempio.

Secondo i miti, le religioni e le esperienze dei mistici, esiste qualcosa di comune fra uomo e Dio, una somiglianza che in qualche luogo nascosto e segreto diventa identità.
Tale identità è suggerita anche dal testo del manifesto di questo convegno intitolato Tutto è uno?, dove si dice che “superato lo schermo mentale che ci impedisce di accedere alla totalità, l’universo appare come un’infinita miriade di vibrazioni multicolori dove l’osservatore è un punto ‘senza circonferenza’ partecipe a tutta l’esistenza”. Ebbene, una definizione così ideata per l’uomo, è uguale a quella che è stata coniata per la divinità lungo i secoli e i millenni. Così l’ha ricuperata il teologo francese Alain de Lille, alla fine del secolo XII, dal Corpus Hermeticum o dall’Asclepio, attribuito anch’esso Hermes Trismegisto: “Dio è una sfera intelligibile, il cui centro sta dappertutto e la cui circonferenza in nessun luogo”. E l’hanno ripetuta, non si sa se riscoprendola in loro stessi o nelle pagine dei libri, Giordano Bruno e Pascal. Il primo scrisse: Possiamo affermare con certezza che l’universo è tutto esso centro, o che il centro dell’universo sta dappertutto e la sua circonferenza in nessun luogo” (De la causa, principio ed uno, V). E il secondo: “La natura è una sfera infinita, il cui centro sta dappertutto, e la sua circonferenza in nessun luogo”.
Potrà essere raggiunta davvero questa coincidenza per ciò che è comune fra creatura e creatore? Che l’uomo sia un dio in potenza l’hanno detto in molti lungo la storia umana. Un pensiero così si trova, per esempio, nei Vedânta, in Meister Eckhart, Scelling. Quindi perfino in filosofia, perché quest’ultimo è un grande filosofo.
Nei Vedânta l’Atmâ è identica a Brahman. In Eckhart l’anima esiste eternamente in Dio ed egli giunge perfino ad affermare: “se io non esistessi neppure Dio esisterebbe”. Per Schelling, con “l’intuizione intellettuale” “si percepisce in noi la più pura e assoluta eternità, per cui si può dire che non è altro che l’auto-percezione dell’Assoluto in noi”.
Gli esempi potrebbero continuare, innumerevoli, ma qui per ora ci fermiamo e concludiamo dicendo che anche così si potrebbe arrivare al tutto è tutto. Scienza e tecnica permettendo, però, perché attualmente, e chissà per quanto ancora, il mondo è in mano ad esse. È diventato il dominio pressoché esclusivo di un Occidente volto alla conquista e allo sfruttamento e che impone la sua forza e le sue leggi di produzione, di pubblicità, di mercato. Perciò, forse, queste parole del più grande filosofo del secolo scorso, Martin Heidegger, pronunciate poco prima della morte: solo un Dio ci può salvare.

9. Conclusione
Tutta la lunga storia dell’umanità, vista sotto molteplici aspetti, porta al risultato, sia pur provvisorio, che l’uomo, se raggiunge la “conoscenza del bene e del male” o “conoscenza della coincidenza degli opposti”, non è sostanzialmente diverso dalla divinità, o i due hanno almeno qualcosa in comune. Questa conoscenza, per le religioni del Libro, è cominciata dalla cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre, dopo che hanno mangiato il frutto dell’albero della scienza del bene e del male ed è cominciato da quel momento il cammino faticoso e doloroso verso la somiglianza con Dio.

Una somiglianza, tuttavia, anzi nei casi estremi un’identità, che è sempre stata intuita e insegnata dalle religioni stesse e dai mistici che l’hanno vissuta.
In Oriente, come s’è visto, l’Atmâ è identico a Brahman.
In Occidente, l’uomo è stato fatto ad immagine e somiglianza di Dio.
Oltre ad Eckhart già citato, molti altri hanno sperimentato Dio in loro. Ne nominiamo alcuni.
Ha detto Gesù, che per molti non è Dio ma un profeta: “Io e il Padre siamo una cosa sola”, e per aver pronunciato queste parole è stato crocefisso. Dopo novecento anni, un grande mistico sufi si è espresso quasi con le stesse parole; “Io e il mio amato siamo una cosa sola”, e anche lui è stato crocefisso.
Ha detto Caterina da Genova. “Ma l’amor puro e netto non può dire voler da Dio alcuna cosa (per buona che esser possa) la quale abbia nome di partecipazione; perché vuole esso Dio, tutto, puro, netto, e grande, siccome è: e quando gliene mancasse un minimo puntino, non si potrebbe contentare, anzi gli parria esser nell’inferno”.
Ha detto Janne-Maire Bouvier. “Al principio della nuova vita, vidi chiaramente che l’anima era unita al suo Dio, senza mezzi né cose in mezzo; ma ancora non era del tutto perduta. In lui si perdeva ogni giorno, come si vede di un fiume, che si perde nell’oceano, versarsi nel mare e poi sciogliersi in esso, ma in modo che il fiume si distingue dal mare ancora per un po’, finché alla fine, ma solo per gradi, si muta nel mare stesso, che rendendolo partecipe a poco a poco delle sue qualità, lo converte a tal punto in sé da far si che da ultimo non ci sia più nient’altro che un unico mare”.
Ha detto Ramakrishna. “La conoscenza di Dio può essere paragonata a un uomo, l’amore di Dio a una donna. La conoscenza accede soltanto alle sfere esterne di Dio, mentre nessuno può entrare nei profondi misteri divini se non come amante, perché per lui, come per la donna, si aprono le stanze più segrete”.
Ha detto Simeone il nuovo teologo. “Dimoro in te come il profumo nella rosa. Dimoro in te come il nitore nel giglio. Io, nobile frutto, sono sbocciato da te”.
Perfino la filosofia ha posto in luce ciò che l’uomo e Dio hanno in comune: sono entrambi creatori del loro mondo. Così si è espresso Schelling, già citato, e come lui gli altri idealisti: Hegel, Fichte, Schopenhauer, Gentile e molti altri. Perfino Kant, che ha affermato che il mondo è una rappresentazione del soggetto conoscente, perciò senza il soggetto non c’è il mondo, quello almeno che comunemente e universalmente appare quando ci svegliamo. Un pensiero non diverso di ciò che si dice di Dio nei Veda, dove Egli è “unità e differenza simultanee. Non si può dire che le cose siano differenti da Dio perché senza di lui niente può esistere (sono manifestazioni della sua energia), ma allo stesso tempo non si può adorare qualsiasi cosa pensando così di adorare Dio”, perché ciò è Mâyâ (parola che significa “energia” oltre che “illusione”) e solo “le persone sciocche scambiano l’energia con la sua sorgente”, [16] i raggi di luce, per esempio, con il sole.

Perciò, soprattutto alla fine della via della conoscenza, tutto è uno: l’uomo e la sua rappresentazione e Dio e il suo mondo. Forse solo questa è la differenza fra l’uomo e Dio: che non si può affermare che il mondo dell’uomo sia il tutto è uno definitivo e assoluto. Infatti, si susseguono e mutano le sue immagini: nella breve storia dell’Occidente ce ne sono state tante ed altre continuamente si formano ed entrano in scena, fra cui la visione olistica di cui si parla in questa conferenza. Differenza di grado, perciò, quella fra l’uomo e Dio, su cui molti non sono d’accordo, ma che per noi sembra chiara e distinta. Sembra davvero che non si possa affermare che l’uomo e Dio sono lo stesso, ma neppure si può sostenere che sono completamente diversi e separati.
In entrambi i casi però tutto è uno.


[1] A. Schopenhauer, “Die Welt als Wille und Vorstellung, II, pag. 534.
[2] La poesia così ha espresso questo distacco: Tutte le cose sono carte di un gran gioco/ che ha anche l’imprevedibile: la Matta,/ e da poco è entrata anch’essa in giro./ È l’uomo l’imprevedibile, l’ente vagante ed inquietante,/ la carta scombinata che si allaccia a tutte quante./ Ma ora appare che la vita l’ha giocata.
[3] Esiodo, Le opere e i giorni, vv. 112-119

[4] Platone, Politico, 271 e-272b
[5] Parmenide, Sulla natura, fr.1.
[6] La deviazione dalla “rotonda verità” è raccontata dallo “Straniero di Elea” nel dialogo platonico Sofista, 258 c-d:
Lo straniero: Abbiamo disubbidito a Parmenide e oltrepassato di molto i limiti del suo divieto.
Teeteto: Perché?
Lo straniero: Egli aveva posto un limite alla ricerca e noi lo abbiamo oltrepassato, siamo andati oltre argomentando contro il nostro maestro.
Teeteto: Come?
Lo straniero: Vedi, egli dice, me ne ricordo bene: ‘non costringere ciò che non è ad essere, mai; ma, cercando, evita questo sentiero, e lontano ne sia il tuo pensiero’.
Teeteto: Certo, dice proprio così.
Lo straniero: E noi invece abbiamo dimostrato che il non-essere è.”
[7] L’Essere “Ingenerato e indistruttibile, è, infatti, un tutto nella sua struttura, immobile, privo di fine temporale, poiché non fu, ne sarà un tutto di parti unite, ma è soltanto nella sua natura un tutto”; è “Simile alla massa di sfera rotonda, ugualmente pesante dal centro in ogni sua parte”. (Parmenide, Sulla natura)
[8] Dal coro dell’Antigone di Sofocle, v. 322-366.
[9] Ibidem, frammento 9.
[10] Egli però subito dopo aggiunge: “Ma si tratta di un’ignoranza saggia, consapevole di sé”.
[11] Dal coro dell’Antigone di Sofocle, v. 362-366.
[12] Dante, Inferno, canto ventesimosesto v. 108-109.
[13] Ibidem, v. 141-142.
[14] Ernst Jünger, Al muro del tempo, Adelphi 2000, p. 90.
[15] Lo scopo immediato del patteggiamento con l’inconscio è il conseguimento di una condizione nella quale i contenuti inconsci non restino più inconsci e non si esprimano più indirettamente come fenomeni dell’anima o dell’animus. (Carl G. Jung, L’Io e l’inconscio, Einaudi, p. 145)
[16] Cultura vedica, Incontro con il maestro spirituale Swami Prabhupâda, pag. 10.

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L’esame | Seconda parte

2 dicembre 2012
Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attese (1959)

Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attese (1959)

Nel frattempo nella sala dell’esame sono state date altre risposte che riportiamo.
“Siamo una terra quasi pronta per il nuovo fiore. Si crede di trovare alla superficie, fra le cose del mondo, per le sue vie, e invece ciò che cerchiamo è solo in noi. Non è in quel piccolo uccellino, batuffolo di penne arancione, su cui mi sono soffermato all’improvviso ed è cresciuto invece in noi. Quali i suoi orizzonti, la sua forma, la sua vita? Sono aldilà oltre i nostri limiti attuali”.
“Qui non abbiamo conquistato tutto. Ci siamo arricchiti di un po’ di tempo: dalla nascita alla morte. Ma da molto conosciamo questo nostro limite, da quando l’anima è spuntata in noi”.
“Qui finché il mondo in noi non avrà continuità, manifesteremo con parole il nostro stato e il nostro desiderio. Oppure con colori, pietre lavorate. L’arte è il racconto di questo straordinario che si sta manifestando in noi”.
“Nella nostra storia abbiamo innumerevoli racconti, innumerevoli reliquie. Ed ognuna esprime la conquista del mondo interiore, quello che ci rende trasparente il passato e ci invita all’avvenire. Grave inganno è quello di usare di tali manifestazioni per adornarsi e ottenere vantaggi. Tutta la nostra vita abituale si svolge quasi sempre staccata dalla nostra vita interiore e si usa del materiale affiorato, delle idee espresse, delle costruzioni eseguite, per apparire”.

E le domande a cui queste risposte sono state date?
Sempre la stessa domanda: “Chi sei?”.
Appariva perfino chiaramente che neppure gli esaminatori sapevano le risposte.
La nostra sconfitta non dipendeva da loro, non dipende da nulla.
Improvvisamente, in un momento che non appariva neppure più prestabilito, ci trovavamo di fronte ad un limite, limite dell’essere nostro. Nel nero vuoto che improvvisamente si spalancava, si cadeva.
Alla domanda solo noi potevamo rispondere.
Ora che ci appariva possibile non aspettare l’ultimo momento, la domanda non ci veniva neppure più posta ma diventava la nostra domanda, quella che ognuno aveva in serbo per sé e a cui ognuno avrebbe dovuto rispondere.
“Portare avanti la vita oltre il suo limite”: questo l’impegno e nella conquista la gloria.

Ponendo attenzione  alle risposte sopra riportate, colpiva la realtà e consistenza che aveva acquistato il mondo in noi. Un mondo che si andava formando facendo tesoro dell’esperienza di qui, delle innumerevoli vite vissute.
E quel mondo possedeva delle dimensioni nuove, straordinarie, nel confronto con questo.
Questa realtà immensa che ci contiene e di cui facciamo parte, si presentava all’osservazione con i suoi limiti. Si tiene continuamente alla ribalta in un continuo immenso movimento, nel continuo eterno presente, ma i suoi giorni andavano persi irrimediabilmente.
Fantastico viaggio, dunque, lasciando continuamente nel tragitto le morte spoglie. Un continuo tenersi alla ribalta nell’attimo di vita, ma pure una continua sconfitta nella morte.
E noi come essere del mondo andavamo soggetti a quella sconfitta.
Ma da molto s’era aperta in noi la coscienza di questa situazione e ciò aveva avuto potere di mutarci rispetto all’ambiente.
Così da molto erano sorte in noi dimensioni nuove: il passato e il futuro. Il passato ritornava nel ricordo, non come morta spoglia ma vivissimo a volte, con un’intensità maggiore del lontano avvenimento vissuto. L’avvenire viveva in noi, nei nostri sogni, nelle nostre aspirazioni, nella certezza infine di un mondo migliore, più libero, più giusto, più vero. E libertà, giustizia, verità appartenevano al mondo in noi.
Sembrava proprio che con la coscienza del mondo in noi, un mondo meraviglioso che salvava il passato e sognava l’avvenire, la breccia fosse diventata aperta porta. E noi lì sulla soglia della turrita, oscura muraglia e davanti una strada meravigliosa, di luce avvolta, senza ostacolo alcuno nell’immenso piano.
Così come si presentava alla coscienza, sembrava un lontano sogno, già apparso, ma che non aveva potuto restare.

La lotta per superare il nostro limite sembrava bene avviata.
Nulla era stato ancora raggiunto, ma molti elementi nuovi erano affiorati e facevano bene sperare. Fra questi il mondo in noi, con le sue dimensioni, con le sue estensioni nel tempo. Là dovevamo rivolgere la nostra attenzione e fiducia.
Quel mondo è sempre stato considerato senza fine da tutte le religioni, ma era un sogno disperso, una lontana promessa.
Si trattava ora di ottenere qui la nostra vittoria.

Con l’aprirsi del mondo in noi ci veniva l’impegno: tenerci in comunicazione con esso.
Ciò significava anche sollevarci a quel livello, posizione ideale librata sulla realtà costituita.
Ciò che costituiva quel mondo non aveva volto di cosa quaggiù. Lo avrebbe avuto dalla nostra vita, qui impegnata per esso.
Ci dovevamo impegnare quindi per una realizzazione lontana, forse, con la sola certezza che ci veniva dal cuore.
Ma dovevamo salire. Questo nostro essere doveva conquistare il suo sogno, trasformarsi per esso, diventare esso stesso. E il nostro sogno alimentava la nostra carne, diventava il nostro aspetto.
Qui noi potevamo trasformarlo in volto e conquista: questo era il potere del nostro essere nel mondo e della nostra realtà corporea.
Ci troviamo qui con altri corpi vegetali e animali nello stupendo scenario del mondo e solo noi uomini continuiamo a salire, conquistando. Gli altri si sono fermati, in aspetti stabili, in dimensioni costanti a costituire la realtà del mondo.
Ciò di cui ci arricchiamo è nuovo alla luce del sole e se anche fosse racchiuso in forzieri nel profondo delle cose solo per noi diventa figura nella luce, nello spazio aperto delle stelle.

La rinuncia all’utile immediato per la conquista di un sogno non avviene mai senza lotta. Ci troviamo in un continuo stato di rottura con il mondo in noi. I nostri padri dicevano che siamo nella continua condizione di peccare.
Le cadute sono numerose e ci avvisa ogni volta la voce della coscienza.
Una volta attendavamo che ci assolvessero dai nostri peccati e ci facevano espiare le colpe. Oggi alla caduta fa seguito la nostra fredda determinazione a non ricadere. Siamo soli di fronte a noi stessi per ogni nostro atto, per ogni nostra decisione.
I nostri padri dicevano che non si può non peccare.
Il nostro peccato è la nostra stessa vita nel confronto con il mondo in noi. Importante è che la comunicazione non si spenga.
Se la comunicazione si spegne allora ci resta solo il corpo animale. Quella è una vita colpevole ed è resa ancora peggiore dell’uso che si fa delle parole dell’anima per nascondersi e ingannare.
La comunicazione si spegne quando non si ascolta più la voce della coscienza. Il corpo ha vinto. I suoi desideri, le sue necessità, sono diventate abitudine e vizio.
Possiamo ben comprendere questo nostro stato se consideriamo la differenza esistente fra il corpo e l’anima.
L’anima è spuntata in noi come un fiore dalla terra. Un tempo non era così. Ancor prima era un seme nascosto, o forse non era neppur come seme.
Fuori abbiamo esperienza degli innumerevoli corpi animali.
Rimanendo in comunicazione con la nostra anima essa ci impegna a manifestarla.
Noi diventiamo il suo mondo, la sua terra dove il novello fiore si mostra. Appare sul nostro volto, si esprime con le nostre parole, si muove nelle nostre azioni.
Vivendo in comunicazione con la nostra anima possiamo ascoltarne le voce.
L’amore per essa è misurato dall’impazienza con cui l’attendiamo.
Si può però acquistare saggezza anche in ciò: aspettare se il corpo è stanco.
Al mattino, dopo il lungo sonno, la voce è stata sentita, la parola è pronta sulle labbra. O si può attendere, stesi nel riposo, con i sensi chiusi al mondo. E la voce giunge da remote profondità. Strana voce, mai completamente nuova, ma che arriva ora perché è attesa, per restare nel nostro mondo.
I momenti in cui lo spirito affiora li chiamiamo ispirazione e rivelazione.
Specie quest’ultima era ben nota agli antichi. Voci ed immagini giungevano ad essi da remote profondità e dagli abissi del sonno. La chiamavano la voce di Dio. Alla luce della nuova esperienza possiamo comprendere i nostri predecessori. I loro sogni non erano illusioni e son fiorite nel mondo le loro opere e le grandi civiltà.
E questa nostra proviene da esse.
Non eravamo del tutto sprovveduti quando abbiamo cominciato a ribellarci al nostro destino.
Abbiamo in noi un mondo con poteri straordinari rispetto a quelli del mondo dei corpi e con esso potevamo comunicare. Quando ciò avveniva, esso mutava però il nostro aspetto e la nostra vita.
Certo, molti appetiti dovevano essere messi a tacere, ma questo era il prezzo che si doveva pagare per tentare la via della vittoria.
Proprio qui ciascuno sarebbe stato chiamato a rispondersi e a impegnarsi. Non c’erano altre vie da seguire.
Da una parte si partecipava alla lotta e si poteva sperare nella vittoria, dall’altra si viveva nel mondo rivolti alle sue ricchezze, ma la sconfitta non avrebbe mai cessato di giungere.
Ciò che si chiedeva era di non rompere col mondo in noi, di ascoltare la voce della coscienza, di mostrare costantemente la nostra anima nelle nostre azioni.
Quando ciò non avveniva la vita dell’anima era sospesa. I nostri padri dicevano che si cadeva nel peccato e quando il peccato era grave si spegneva la comunicazione, si decretava per propria volontà la morte dell’anima nostra.
Questa nuova considerazione, che la nostra sconfitta poteva essere da noi decretata, ci apriva un nuovo spiraglio. Il momento della sconfitta non solo aveva perso la sua eccezionalità in quanto poteva venire riprodotto e sperimentato, ma si trovava ora che la sconfitta stessa la decretavamo noi, a noi stessi.
Innanzitutto dovevamo provvedere noi che ciò non accadesse, finché ne avevamo la possibilità, ciò finché eravamo al mondo. Poi la perdita della vita del corpo. Ma sarebbe bastata questa perdita a far smarrire il mondo in noi, lungamente e con tanta fedeltà tenuto acceso! E se, come sembrava, ciò era sempre accaduto, dovevamo credere che avrebbe continuato così?
L’uomo è abituato a superare gli ostacoli. Egli poi non si pone le domande inutilmente. La sua impossibilità, la sua incapacità, sta solo nel suo ristagnare per la mancanza di un ideale, perché non ha una via da iniziare a percorrere. Ma le sue soste non sono mai troppo lunghe. Se non si muove lui, si muoveranno i suoi figli.
Ognuno di noi è una strana pianta, che non ha mai smesso di crescere e non si fermerà mai forse, perché il nostro fiore s’alimenta dei nostri corpi e delle nostre vite.
Il nostro corpo non appartiene solo alla terra se la terra è legata al cielo. E il fiore che dentro ci cresce, ama la terra, desidera il cielo, vuole tutto il mistero.
Se anche lo smarrimento del mondo in noi fosse sempre accaduto, dovevamo credere che sempre dovesse accadere?
A questa domanda rispondiamo di no. Il nostro avvenire è illuminato dai nostri sogni. Tentando assecondiamo la nostra natura.
La perdita della vita nel mondo poteva causare lo smarrimento del mondo in noi?
Non smarrire il mondo in noi significa conservarlo e ritrovarlo ancora così, ricco delle immagini raccolte, com’è ora: con i volti dei nostri genitori, la nostra casa, strade tante volte percorse, luoghi cari al ricordo, la giovane moglie, la piccola figlia, le albe, i tramonti, il cielo stellato e tutto quanto potevamo ancora raccogliere.
Poteva tutto ciò essere salvato?
Non possiamo rispondere sì.
Ma c’è qualche cosa in me, come un segno col significato di “sì” e che m’appare sempre davanti. Sì che non svanirà, sì che resterà sempre così.
Ciò mi significa il segno.
Non so di preciso dove sia ma è pronto alle labbra, s’accende nel pensiero.
Ma pure il suo posto deve essere più in giù, oltre la gola, nel petto. Là pare si dilati assieme al respiro e scorre nel sangue spandendo dolcezza quando il mondo s’apre bello alla vista.
Non si tratta neppure di una fede, anche nuova, perché il suo oggetto non rimane nascosto.
Ma piuttosto è simile ad una misura, nuova, della vita del mondo, con cui tanto si potrebbe ottenere.

POI, SEGUENDO UN CAMMINO LUNGO CINQUANT’ANNI CHE AVEVA OSTACOLI IMMENSI NEL SUO GIRO E SEGRETI DA SVELARE, SIAMO GIUNTI DOV’ERA LA RISPOSTA: ALLA FINE CHE COINCIDEVA CON L’INIZIO. L’INTERO PERCORSO SI CHIAMA ORA “VIA FILOSOFICA” O “VIA DELL’ETERNO RITORNO DELL’UGUALE” E DOMANDA E RISPOSTA INCISE NEL PUNTO D’ARRIVO SUONANO COSI’:
CHI SEI?
SONO L’ETERNO RITORNO DELL’UGUALE.

L’esame | Prima parte

18 novembre 2012

Rembrandt , Lezione di anatomia del dottor Tulp (1632)

All’esame non si può sfuggire.
Si può non prepararsi o prepararsi malamente. Ma allora al momento dell’esame ci prenderà la paura. Perché non si fa distinzione fra quelli che sanno e quelli che non sanno. C’è un’unica commissione d’esame, uguale per tutti.
Chi è preparato è incoraggiato in cuor suo a sostenere la prova. Ma chi non è preparato lo coglie timore profondo.
Tuttavia non si può dire che chi è preparato supererà la prova, perché ciò mai non avviene né si hanno prove che sia accaduto. Ma tuttavia chi è preparato è almeno incuriosito di quali saranno le sue reazioni e le sue effettive possibilità.
C’è in questo atteggiamento, oltre all’amor proprio stimolato, anche un po’ di spavalderia. Ma chi non la comprende in simili casi!
Per ciò che riguarda l’esame, essendomi toccato di assistere ad alcune interrogazioni, vi posso dire come avviene.
In una di esse hanno chiesto all’esaminando chi fosse.
Lui disse il suo nome, il nome e cognome dei suoi genitori, la sua data di nascita e il luogo dove abitava, come comunemente si risponde a tale domanda.
E quelli cominciarono a sorridere ironici.
L’esaminando era preparato e seppe destreggiarsi. Molti altri, a quell’atteggiamento dei giudici, precipitavano nella paura e per loro era finita.
Egli disse: “Se mi fate delle altre domande vi darò ancora notizie di me. Sapevo che la mia risposta non vi avrebbe soddisfatti”.
E quelli ripeterono la stessa domanda: “Chi sei?”.
“Ho una vita tutta mia, un’anima immensa che s’apre alla gioia, all’amore, alla vista del mondo, una coscienza che la vita arricchisce e un volto che mi raffigura”.
E quelli sorridevano ironici.
“Ma so che la vita si sostiene per poco, dalla nascita alla morte e ogni notte si ferma per prendere forza. So che l’anima mia qui dalla mia vita è accesa e la vita poco dura e so che il volto è un sogno breve, un tentativo. Ma un giorno potrei avere un volto che dura”.

Ho descritto una scena dell’esame perché possiate avere un’idea delle domande che vengono poste e dei tentativi che si fanno per rispondere. Dovete però tenere presente che l’esame non è mai un gioco di parole. Esso prima impegna tutta la nostra vita e poi decide la nostra fine. La sconfitta sarà inevitabile, ma se sapremo rintuzzare le domande insidiose ci salveremo dalla paura cieca, dall’angoscia senza fondo.
Tutto può ancora risolversi, tenendo testa ai giudici, in un atto baldanzoso, fine a sé stesso. Ma insistendo si potrebbe forse un giorno ottenere dei risultati.

Mi direte che a domande come quelle dell’esame raccontatovi è sempre possibile rispondere. Quel “chi sei?” si presta ad un’infinità di risposte e gli esaminatori avrebbero avuto di volta in volta il loro daffare a rintuzzarle. Poi, su quanto essi avrebbero detto, si poteva costruire una nuova difesa.
Conosciamo bene noi uomini tutti gli artifici della lingua. Ne abbiamo accumulato una riserva inesauribile. Le verità rivelate, la catena delle cause e degli effetti, la dialettica, la retorica, il relativismo, l’eternismo, il pensiero debole, l’ermeneutica…
Dall’immenso magazzino di parole bastava scegliere le più adatte al momento opportuno, e questo del resto ci veniva spesso insegnato.
Ma non accadeva mai così.
Quell’esame non era come tutti gli altri.
Inutile mandarvi gli esperti della lingua.
Là, quando la domanda era posta, era come se venisse dal cuore e si riconosceva improvvisamente che ad essa non si sapeva davvero rispondere.
C’era quindi da pensare che gli esaminatori indovinassero appieno il momento della domanda, momento rarissimo, forse unico nella vita dei più.

Le discussioni si svolgevano fuori della sala d’esame, ma allora fra esaminandi. Lì sopportavamo a vicenda i nostri discorsi nonostante vi riconoscessimo spesso l’esibizione, lo sfoggio della cultura.
Peggio ancora, le parole spesso coprivano gli atti degli uomini, inaccertabili, diventando menzogna, ipocrisia.
Tuttavia in genere si poteva dire che le discussioni là fuori servissero a passare il tempo, quello che ci separava dall’esame, anche se molti si impegnavano a fondo traendone il maggior vantaggio possibile.
Ciò avveniva perché l’esame e la sconfitta che l’accompagnava, toccava di volta in volta ad uno solo, in un momento eccezionale.
Gli altri non erano presenti, non li riguardava.
Ciò naturalmente finché non fosse giunto il loro momento o non fosse toccato ai vicini con cui avevano tante volte discusso.
Tuttavia i più attenti non potevano non accorgersi che il fallimento era continuo e totale e così sarebbe stato anche per loro.
Ma per il fatto di trovarci così numerosi ad attendere e tutti nella sala, non si poteva fare a meno di parlare, di discutere.
In un certo senso poi le discussioni servivano. Ne era prova la possibilità di rispondere all’esame con fermezza e coraggio. Non per ottenere la vittoria ma per andare coscienti verso la sconfitta anziché precipitarvi atterriti.
Sembrava che le discussioni a questo servissero: ad accorgersi che non c’era soluzione.
E chi arrivava a questo punto, cambiava strada, si rivolgeva a sé stesso. Anche così non si arrivava alla soluzione ma c’era un vantaggio: si anticipava in un certo modo il momento dell’esame. Si ricreava in noi la situazione che sarebbe affiorata il momento prima della domanda e non ci avrebbero colto di sorpresa.
Si trattava quindi di sperimentare in anticipo quel momento vivendo gli smarrimenti, le paure, le angosce.

La possibilità improvvisamente sorta di riprodurre il momento dell’esame ci apriva ad inattese considerazioni. Esso non era più in mano agli esaminatori e perdeva così la sua eccezionalità ed anche la sua assurdità nei nostri confronti e inoltre togliere la possibilità della sorpresa di mano agli esaminatori non era forse un segno della loro vulnerabilità?
E se erano vulnerabili non si poteva, a lungo andare, risolvere l’esame a nostro favore?
Queste domande sorgevano improvvise e ci aprivano uno spiraglio da cui scorgere possibilità di vittoria.

Soffermandoci a riflettere, e ne abbiamo bisogno perché le possibilità improvvisamente apparse ci hanno in parte sorpreso, possiamo notare che a renderle attuali è stato il nostro atteggiamento di fronte all’esame.
Abbandonate le mille astuzie della lingua, le mille costruzioni erette su morte fedi, abbiamo assunto un atteggiamento deciso: la paura, lo smarrimento, l’angoscia, non ci avrebbero annientati, anche se la sconfitta giungeva inevitabile. Ciò perché paura, smarrimento, angoscia, che tutto invadevano il nostro essere al momento della sconfitta, venivano sperimentate in noi.
Alla sconfitta non partecipavamo più inerti ma la incontravamo in aperta ribellione.
Senza la nostra succube partecipazione, ad essa non rimaneva che la vuota crudeltà, l’assurda cecità.
E questo determinava la fredda determinazione in noi a resistere.
Si scopriva poi che il nostro atteggiamento non datava da molto.
L’angoscia era entrata nella nostra vita specialmente negli ultimi anni e negli ultimi tempi ci ha profondamente impegnati a sperimentarla. La sua presenza nella nostra vita aveva ora il valore di un antidoto.
Al momento della sconfitta non ci avrebbero colto di sorpresa, anzi essa poteva addirittura svanire lasciando il posto alla cosciente visione della situazione eccezionale.
In passato ci si abbandonava completamente alla sconfitta atterriti o ci si lasciava tranquillizzare da sogni lungamente tenuti per veri.
Nella maggioranza dei casi accadeva ancora così.

Con l’immaginazione, all’aprirsi di questo spiraglio, ci siamo subito rivolti agli uomini. Si poteva formare un fronte compatto e aprire e costruire la via della nuova avventura.
Ma ciò era difficile da ottenere, impossibile forse.
Là, nel mondo degli uomini, ognuno aveva già i suoi problemi da risolvere nei rapporti con i suoi simili.
E non si trattava sempre di dispute a parole.
Spesso si volgevano gli uni contro gli altri in feroci conflitti che terminavano con orrendi massacri.
Come poteva accadere ciò fra gli uomini, tutti soggetti ad un’uguale sorte, ad una stessa fine?
Forse perché si tentava là fuori ciò che non riusciva all’esame: ottenere la vittoria.
Ma erano tutti tentativi nel mondo di cose.
Ci restano di essi, e li conserviamo con cura e amore, i grandiosi monumenti di pietra. Strane forme, sogni di allora, ancora più irreali dei sogni se non ci ricordassero la strada percorsa e non ci testimoniassero il nostro desiderio nei secoli e insieme il nostro fallimento.
Abbiamo cercato, continuamente, di dar vita qui sulla terra ad un sogno, che è dentro di noi, per quella lieve immagine che traspariva, e lo abbiamo reso di sasso con alte torri, chiese splendenti, grandiose città, lasciando sempre tutto a ricordo.

Tuttavia quell’avvenimento nuovo, la sorpresa che abbiamo tolto di mano agli esaminatori, bisognava almeno tentare di farlo conoscere anche se apparivano chiare le difficoltà che fosse compreso.
Comprenderlo significava viverlo, immedesimarsi nello stato del momento d’esame, precipitare nella situazione eccezionale provando la paura, lo smarrimento, l’angoscia.
Cosa molto difficile da ottenere, ma tuttavia non più impossibile.
Perciò dovevamo comunicare quella possibilità, descrivere quella situazione, invitare ad essa come alla più viva e originale.

[continua]

Alle fonti di “La via d’uscita dal nichilismo”

4 novembre 2012

Edward Hopper, Ryder’s House (1933)

3.
Casa mia, io so cosa significa essere così lontano, quando la vista vince l’immaginazione e l’immaginazione penetra allora dove non può la luce degli occhi.
Sono entrato in casa mia ma non ho visto nessuno dei miei cari per quanto mi guardassi attorno. Così ho aperto la porta della cucina e ho guardato, sono salito per le scale e ricordo ogni gradino e il piede che vi appoggiava e ho gettato un rapido sguardo dalla finestra sul verde delle piante e su un lembo di cielo azzurro. Ho aperto la porta di una stanza e mi sono affacciato alla finestra e ho guardato nel cortile. Era il cortile dove giocai fanciullo. Pure mi parve strano, ma nulla vi era di cambiato. Ecco, mi sembrava vuoto, muto. Vuoto di persone e senza voci e grida liete. Forse mancava la mia voce. Si, mancava la mia voce e le grida di quando giocavo ed ero felice, ed ero tanto giovane che quel cortile era il mio mondo.
Gettai l’ultimo sguardo nel cortile e ancora mancava qualcosa.
Entrai in un’altra stanza e mi affaccia alla finestra. Guardai il piccolo giardino. Mi sarebbe piaciuto vedere il vecchio nonno che vangava la terra e curava le piante, ma non lo vidi. Pure non c’era il fratellino che si divertiva a farsi rincorrere e si nascondeva fra il verde sicuro che non lo vedessi. Guardai pure la strada: era deserta.
Perché non c’è nessuno in casa? – dissi fra me, e dopo essermi voltato verso l’interno della stanza mi senti improvvisamente solo e abbandonato. Allora chiamai, gridai, corsi pieno d’affanno per tutta la casa.

Alle fonti di “La via d’uscita dal nichilismo”

28 ottobre 2012

Claude Monet, Il giardino dell’artista a Giverny (1900)

2.
Il giardino incantato.
L’ho visto questa mattina all’alba, mentre ero di guardia.
Sono pochi fiori in mezzo a un deserto d’erba. Quante volte ci son passato vicino senza degnarli di uno sguardo! Ma questa volta li guardai mentre l’alba era in cielo. Erano tanti fiori, tanti colori sostenuti da steli invisibili. C’era il color rosa come in un ramo di mandorlo, il colore azzurro su un gambo alto e sottile, il colore giallo, arancio, bianco, rosso, lilla… e tutti con diverse forme e toni adornavano il breve tratto di terreno fino alla siepe di piccole rose rosa selvagge. Tutte quelle forme colorate penetrarono in me, si vendicarono per essere state tanto tempo trascurate. E io entrai nel piccolo giardino e quella luce sfumava i contorni e tutto intorno a me era vago ed incerto. Guardai ogni fiore. Non sapevo di molti i nomi ma li riconoscevo  e li avevo sentiti nominare. Ma quei nomi si perdevano negli anni della mia fanciullezza ed era la mamma che li nominava e la sorella. Passai su ogni fiore e di ciascuno osservai il colore, la forma e cercai il profumo.
Uscii dal giardino e ancora, all’incerta luce, tutti i contorni si persero nell’aria che imbiancava e i colori erano tenui in mezzo ad essa. Pensai: questa è l’ora che festeggiano i fiori e tutto mi sembrò in festa. Una strana festa silenziosa con il cielo bello ad oriente e un grande mistero: la luce e i colori.

Alle fonti di “La via d’uscita dal nichilismo”

21 ottobre 2012

Claude Monet, Mare presso Antibes (1888)

1.
Nella lunga spiaggia d’oro antico spuntano a tratti i giocattoli dei bimbi.
Si notano da lontano. Sono gialli, rossi, azzurri, verdi.
Lontani sono punti. Punti gialli, rossi, azzurri, verdi. M’avvicino. E il punto diventa una paletta, uno stampino, un motoscafo, un’automobile.
È tanto che cammino su questa spiaggia, da quando i bimbi l’han lasciata. E ancora si trovano i loro giocattoli.
Perché dipende dal mare.
Sono dentro al mare.
Ho raccolto una pallina bianca e rossa. Vedo un punto arancione e mi avvicino. È una paletta.
Non c’erano l’altra volta. Il mare li ha portati. L’onda che si alza sulla riva. L’onda li ha deposti sulla spiaggia.
E anche la pioggia che li lava, che li scioglie dalla sabbia.
E il vento che li scopre.
Allora dipende dal cielo, dalla luna, dal sole e dalle stelle se ci sono, se appaiono i giocattoli.
Ed io per vederli, per trovarne di nuovi vengo qui quando il mare è in tempesta, quando è notte di luna, quando è giorno di vento.
Sono i giocattoli dell’anima mia che vengo a cercare, che trovo, per questa spiaggia deserta, ogni giorno, ogni notte.
E penso a chi li ha perduti perché io li trovassi. Penso a chi ha pianto e sofferto perché li ha perduti.
Penso agli uomini, a tutti gli uomini che già sono stati e che tutto hanno perduto perché possiamo trovare.
C’è luce di sole nel mare, la luce di un occhio di nube che illumina un cerchio di mare. Fra poco svanirà. Ma non si perde nulla. Il mare non perde nulla. Nulla perdono il cielo, il sole, il mondo.
Noi solo perdiamo. I bimbi e gli uomini perdono.
Perché si possa trovare.
Per ricominciare un giorno.