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Le indicazioni del destino. Rivoluzione

2 ottobre 2010

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Hieronymus Bosch, Ascesa all'Empireo (1500-1504)


La tredicesima indicazione del Destino

C’è stato un mutamento di visione,
una specie di rivoluzione copernicana:
la chiesetta sperduta
non è quella che sembrava ubicata
in altre terre e in altri cieli
ma l’altra di legno e di sasso
dove sono arrivato per caso
la prima volta.
Da allora un avvenimento
di questa vita ha acquistato
la consapevolezza
della sua immortalità.

1.
Questo cartello indicatore, intitolato anch’esso Destino − Rivoluzione, è l’ultimo della serie ed è giunto qualche giorno dopo gli altri. Pensavo che le sorprese fossero finite dopo i primi dodici, invece no e questa è ancora più grande. Perché da esso si evince che “la chiesetta sperduta/ non è quella che sembrava ubicata/ in altre terre e in altri cieli”, ma la gemella che si trova nel piccolo paese del Cadore. Per cui c’era contraddizione fra quanto risultava finora e quest’ultima informazione.
Se le cose stavano davvero così, cosa ho cercato allora per tanto tempo: quel che da decenni m’era davanti agli occhi e toccavo con le mani? Cinquant’anni di ricerca per arrivare a scoprire ciò che sapevo fin dall’inizio, vale a dire dov’era e com’era?
Ero perplesso. Forse la mia traduzione è difettosa, mi son detto; o forse un demone maligno vuole confondermi insinuando in me il dubbio sul risultato ottenuto. Cosa non difficile d’altronde perché a quello stato d’incertezza ero arrivato anche da solo dopo che, piantata la bandiera dell’immortalità dell’amore nella chiesetta celeste quando l’ho trovata, sono poi ritornato fra le cose ovvie e scontate d’ogni giorno. E in tale adattamento non sono mancate le domande: quando ritornerò nell’Abisso come sempre accade ad ogni mortale, riuscirò davvero a non precipitare come il solito e quindi ad attraversarlo e rimettere piede sulla sponda opposta dove splende la luce che non tramonta mai? Davvero il mio ritorno dalla morte assomiglierà a quella dal sonno ed io ricorderò la vita di prima come ora il giorno precedente?
E le risposte? Certamente confuse, incerte, contraddittorie, trepide, quelle della carne la cui condanna è sicura: nessuno che sia sano di mente può dubitare della fossa nella terra che tocca al corpo a conclusione del viaggio terreno. Viva invece l’immagine della chiesetta, ormai faro di luce intramontabile, un’idea che dal piano del sentimento era giunta al grado di conoscenza chiara e distinta. Ma ora m’era apparso quest’ultimo segnale che introduceva il dubbio, perché indicava che il faro celeste davvero non c’era e senza di esso tutto sarebbe ripiombato nell’oscurità. Anzi il segnale affermava che la chiesetta sperduta e ritrovata era quella di Grea e non l’altra.
Ma se l’avevo perduta, quando era accaduto? Inoltre era la prima volta che la vedevo, perciò come potevo aver smarrito quel che non avevo mai avuto? Perché una cosa era certissima: fra quelle montagne, in quel paese, non ero mai stato prima. Neppure di passaggio, né portato a mia insaputa, come oggi a volte può accadere se si monta in auto con amici senza chiedere dove si va e ci si lascia trasportare.
A meno che non l’abbia vista in una precedente esistenza e l’ho perduta quando essa è terminata
: ecco il pensiero che improvvisamente è sorto per una domanda altrimenti destinata a rimanere senza risposta. Un’idea questa qui che non era la prima volta che si presentava, anzi mi ha spesso accompagnato specialmente nei momenti difficili e nelle prove più ardue. Ora però non era più una comparsa ma entrava nella scena e la occupava come protagonista. A questo punto mi sono fermato a riflettere. Lo esigeva la nuova configurazione che mi suggeriva il Destino.
Ma sono passati alcuni giorni da allora ed io non sono ancora venuto a capo di questa misteriosa rivoluzione.

2.
Avevo buoni motivi a rimanere perplesso di fronte a quel mutamento che il Destino mi presentava: perché la chiesetta luogo d’appuntamento perenne è sempre stata l’altra fin dal suo apparire, e non quella del piccolo paese del Cadore. Quella che poi ho cercato e trovato aldilà dell’Abisso e dopo la scoperta del segreto della Porta. Inoltre la chiesetta di Grea, anche se era di lunga durata − è stata costruita nel quindicesimo secolo e non mostrava segni di decadimento −, non era tuttavia come la voleva l’amore, vale a dire perenne. Perciò non solo le mie perplessità ma anche le mie resistenze al cambiamento. Non potevo, sulla base di una sola segnalazione, anche se era la più recente, rinnegarla, dopo aver dedicato ad essa tanti anni di ricerca.

3.
In seguito però le mie certezze hanno cominciato a vacillare. Non era facile liquidare come erroneo o ingannevole il segnale, o considerare il suo significato frutto di una cattiva traduzione. Nel primo caso avrei dovuto dubitare del Destino, ed esso non mi aveva mai ingannato e non c’erano ragioni di credere che l’avesse fatto ora; né potevo non fidarmi della traduzione mettendo improvvisamente in dubbio il lavoro di una vita e la mia ormai collaudata esperienza.
Inoltre, a guardar bene, anche la chiesetta di Grea c’era fin dall’inizio ed anzi è stata la prima ad apparire, e da essa è sorta l’altra. Perciò doveva ben contare ed ora il Destino l’aveva posta in primo piano.
A meno che, mi son detto, con il suo ultimo segnale il Destino non abbia voluto farmi tornare sull’argomento perché io scoprissi ciò che ancora c’era d’inesplicato o nascosto. Inesplicato era ancora il rapporto fra le due chiesette: cosa le legava assieme, perché una è nata dall’altra e perché le due si completano a vicenda come le due facce di una moneta. Senza la prima la seconda sarebbe un’idea pura in una dimensione inaccessibile. Senza la seconda sarei passato vicino alla chiesetta di Grea senza mai sapere cosa significava per me, o solo provando un brivido e un sospetto.
Doveva essere l’indirizzo giusto quello che ho preso dopo queste considerazioni perché dopo qualche giorno mi è giunta la seguente spiegazione: fra le due chiesette intercorreva lo stesso rapporto che normalmente e comunemente esiste fra una cosa e la sua idea, fra l’amante e l’amato, fra il luogo del primo incontro e il ricordo di esso quando si è lontani. Niente di diverso, dunque, da ciò che è sempre stato il rapporto fra il soggetto e l’oggetto. Soltanto che questa volta fra le due chiesette non c’erano distanze di giorni, mesi anni, che segnano lo scorrere di un’esistenza. Questa volta a separarle c’era una vita intera o più d’una e s’era stabilito un rapporto fra di loro. Questa volta fra l’oggetto e il ricordo di esso c’era l’abisso della morte e il segreto della Porta, ma ora il primo è stato valicato e il secondo svelato.
Ecco la differenza.

4.
Espresso nel linguaggio della filosofia il problema suona così: non c’erano due chiesette, sia pure somiglianti o gemelle, una in una specie d’Empireo − e così sola, come ha detto Kant, sarebbe stata il sogno di un visionario − e l’altra sulla Terra, ma soltanto una. O una con due facce: la prima colta dai sensi e l’altra dall’intelletto. Oppure due, se così piace, ma solo nel modo in cui lo è ogni cosa di questo mondo che si vede e si tocca, vale a dire una negli occhi e nella mente quando è vicina e la guardiamo o nella memoria quando è lontana e si torna ad essa con il pensiero, e l’altra come cosa là fuori sulla cima di un monte. Ciò che ha fatto dire ai filosofi idealisti che una delle due è superflua e per loro è quella con il titolo di oggettiva.

5.
Sulla base dell’ultimo segnale e delle novità da esso introdotte, ecco come è cambiato il senso dell’avventura.
Si cercava la chiesetta per sposarci, mossi da amore.
L’abbiamo trovata. È la chiesetta che chiamerò reale, vale a dire quella di sasso e legno che si trova in un paesino del Cadore.
Poi essa si è come specchiata, o un’altra ne ho visto come in uno specchio. Non più nello spazio oggettivo quest’ultima ma in un interno. Nello specchio della mente, io direi, o così si può chiamare quella dimensione per distinguerla dalla prima; oppure in un luogo di essa che si chiama memoria.
Fin dal suo apparire io ho cominciato a cercare quel sogno lontano e sperduto. Ne fa fede il poemetto che ho scritto in quel tempo intitolato, appunto, La chiesetta sperduta.
Le due chiesette avevano lo stesso aspetto, come l’hanno sempre una cosa e la sua immagine negli occhi e nella mente quando la guardiamo, o il suo ricordo quando non è presente e la pensiamo.
Nel caso delle due chiesette però non sembrava esserci questo collegamento, perché non poteva esistere il ricordo di ciò che non avevo mai visto in vita mia.
Appariva però che la seconda, a differenza della prima, era luogo d’appuntamento perenne per un amore che il sentimento vuole immortale, mentre la chiesetta di Grea era si il luogo d’appuntamento come l’altra ma non perenne, perché terminano gli incontri quando finisce la vita e perché, caso più raro ma sempre possibile, il luogo stesso può sparire se una catastrofe lo distrugge o se viene demolito. Inoltre tutte le cose di questo mondo non durano sempre.
Sembravano perciò due le chiesette, perché esistenti in dimensioni diverse e staccate, e il titolo di sperduta è andato a quella interna perché l’altra era presente, anche se in luogo e tempo limitati e brevi che confinavano con il vuoto, e anche se là ero arrivato per caso.
Perciò mi son messo alla ricerca della seconda.
Chi mi ha seguito fin qui un po’ conosce la mia odissea, più lunga di quella d’Ulisse, e che, ancor più che sulla rotonda terra, si è svolta nelle altezze e profondità della mente. Nelle altezze è stato seguito in tanta parte il tracciato della filosofia, dalla sua Aurora al suo Tramonto. Nelle profondità, per superarle e arrivare dall’altra parte, ho adottato l’acrobatico metodo che ho raccontato nel capitolo intitolato L’attraversamento dell’Abisso. In tal modo sono arrivato alla chiesetta celeste. Ma anche alla coincidenza degli opposti, alla fine che coincide con l’inizio, vale a dire al punto da cui sono partito. Quindi alla chiesetta terrena. E soltanto dopo è giunto il segnale Destino – Rivoluzione, che mi ha detto che la chiesetta sperduta era quest’ultima.
Però a questo punto ben si capisce perché: perché la prima è diventata il ricordo dell’altra. Da solo, sperduto era perciò anche l’aspetto sensibile, anche se visto e toccato. Perché era stato trovato per caso, e trovare una cosa per caso non significa che non sia sperduta. A meno di non riuscire a determinare dopo l’inaspettata scoperta le sue coordinate che la renderebbero rintracciabile sempre, ciò che è stato fatto nel corso di una lunga ricerca. Inoltre il caso era allora l’incerto e difettoso appellativo del Destino. In altre parole come l’avevo trovata l’avrei anche perduta, come accade di solito in questo mondo, dove si arriva senza sapere, si passa e si sparisce, tutto abbandonando ogni volta, nulla ricordando ad ogni passaggio.

6.
Dopo queste conclusioni, sono giunti altri segnali o li ho cercati e visti. Ma diversi dai soliti questa volta. Non giungevano più dal nascosto come lampi nella notte che m’affrettavo a tradurre prima che scomparissero, ma erano già parole e idee in tanta parte. Di tal natura sono quelli che qui riporto.
− La chiesetta sperduta è stata il luogo d’appuntamento di una precedente esistenza. Quando ho ritrovato il suo aspetto sensibile in cima al pendio in fiore, vale a dire la chiesetta di Grea, è quel ricordo che si è acceso, ma era ignoto allora il collegamento fra le due, quel che esiste invece quando ciò avviene nel corso di una vita. Ci ho messo tanto tempo a collegarle perché le divideva l’abisso della morte e il segreto del passaggio.
− La chiesetta dispersa era il ricordo di una precedente esistenza, che per cause sconosciute o per imperscrutabili disegni del Destino s’è acceso in questa dopo che ho incontrato il suo aspetto sensibile, e sono dovuto andare a cercare dov’era. Era, come ho detto, in ciò che si chiama passato. Ma non di giorni, mesi e anni di una vita si trattava in questo caso, ma d’intere esistenze, e per trovarla c’era l’Abisso da valicare e il segreto della Porta da svelare.
− Cos’era allora la chiesetta sperduta che s’è accesa dopo che ho visto quella di Grea? Era la memoria della prima ma un Abisso le separava e un Segreto. E perché le due diventassero una sola ho attraversato l’Abisso e svelato il Segreto.
− Si è acceso un ricordo di una vita precedente sulla base di un casuale incontro con il suo oggetto – la chiesetta di Grea −, e poi sono riuscito a trovare il collegamento fra l’uno e l’altro nonostante l’Abisso e il Segreto che le dividevano, perché ho attraversato il primo e svelato il secondo.
− Dov’è la chiesetta che era sperduta? Nella memoria. Ma il suo ricordo che s’è acceso alla vista della chiesetta di Grea era quello di una vita precedente che dopo il superamento dell’Abisso e la scoperta del segreto della Porta si è congiunto ad essa ed ora c’è continuità, e la morte è diventata un lungo sonno.
− La chiesetta sperduta è il ricordo della chiesetta di Grea. Che era sperduta perché le separava un Abisso e un Segreto: un ricordo perciò staccato e isolato dal suo oggetto sensibile. E per congiungerli nel modo in cui normalmente lo sono dentro una vita, ho dovuto superare l’Abisso e svelare il Segreto.
− La chiesetta di Grea è l’aspetto sensibile di un totale di cui era ignoto l’altro aspetto, quello sperduto e misterioso ma suscitato dal primo tuttavia, cioè dalla chiesetta di pietra e legno trovata per caso
.
− Dei due aspetti in cui si divide ogni cosa: quello percepito dai sensi, considerato esterno, e l’altro nella mente, nel caso della chiesetta uno l’avevo trovato per caso e l’altro, suscitato dal primo, era disperso.
− Si connettono le esistenze dopo l’attraversamento dell’Abisso e la scoperta del segreto della Porta.
− La strada che va da un’esistenza all’altra e le collega: quella ho cercato e trovato.
− Perché il ricordo era di una precedente vita, ho dovuto superare l’abisso della morte che è quello che divide un’esistenza dall’altra e svelare il segreto della Porta, cioè conoscere che da dove sono uscito si poteva anche entrare. Come avrei trovato altrimenti la chiesetta sperduta!
− Il ricordo di una precedente vita l’ho collegato al suo aspetto sensibile scoperto in questa. Il collegamento è la via circolare che ho descritto nella parte seconda del presente volume.

7.
Cosa è accaduto dopo che le due chiesette sono diventate aspetti di una sola? È accaduto che ora tutto torna.
Era solo un sospetto che non fosse la prima volta che vedevo la chiesetta di Grea quando l’ho incontrata in cima ad un pendio in fiore durante una gita, ma ora è una certezza.
La prima volta sono arrivato lì per caso, ma caso era allora l’incerto e difettoso appellativo del Destino, mentre oggi conosco la sua trama.
Oppure è stato amore a condurmi in quel luogo, in quella chiesetta, ma Amore in quel tempo era immortale solo per il sentimento. Ora anche per la conoscenza.
Tutto torna perché è l’eterno ritorno dello stesso, ma la consapevolezza è diventata più grande, ha superato il confine di una vita.
D’altronde cosa significa il ritorno dello stesso dopo quest’avventura giunta a conclusione? Quel che ho sempre inteso con queste parole: che sarei ritornato, che avrei ricordato, in modo uguale o ad esso collegato, come s’inanellano e concatenano i giorni di una vita anche se interrotti dal sonno e dall’inconscio. Ecco ciò che è accaduto. Anche la prima volta. Condotto in quel caso dal Destino ancora sovrano, ma che qualche occasione di scampo ogni tanto la lascia a chi percorre i suoi ferrei giri; vale a dire prima che rinunciasse ad un po’ del suo potere in mio favore. Così la prima volta che ho visto la chiesetta è accaduto in forza di quell’amore che volevo immortale. D’altronde non è ciò che ho sempre sospettato fin da quando siamo partiti per la sconosciuta località di montagna, per andare a rendere indissolubile un legame d’amore? E non lo dice anche il poemetto scritto in tempo lontano che là la prima voltasono arrivato per caso” ma che volevo fosse l’amore a riportarmi!
Inoltre è qui che io ritorno dopo la prima volta, e voglio forse qualcosa di diverso? No, lo stesso. Perciò gli ultimi versi del segnale suonano così:

Da allora un avvenimento
di questa vita ha acquistato
la consapevolezza
della sua immortalità.

[Fine]

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Le indicazioni del destino. Capitolo 2: Cinquant’anni dopo (terza parte)

20 settembre 2010

Leggi qui il primo capitolo
Leggi qui la prima parte del secondo capitolo
Leggi qui la seconda parte del secondo capitolo

Il Rebis raffigurato sul Codex Monacensis (XV secolo)

Nona indicazione

 

La parte più nera e profonda
dell’abisso superato
era la morte.
La cosa più riposta
del segreto rivelato
era la chiave
della Porta d’uscita
dal ciclo dell’eterno ritorno.

Visto il nome dell’Abisso, la cui natura era nota ma che ora appare inciso in questo cartello in lettere indelebili e inconfondibili, e cosa ha comportato la scoperta del segreto della Porta: l’uscita dal ciclo dell’eterno ritorno, ben si capisce perché le imprese erano sovrumane e non potevano essere compiute dall’uomo com’era “fino a quel momento”. Era una metà dell’intero, o in tale stato si trovava per la maggior parte della sua vita che solo qualche volta era illuminata da Amore. Una metà separata dall’altra metà, o una appariva e l’altra no. Una metà, maschio o femmina, staccata dall’altra metà, femmina o maschio, o unita soltanto per brevi periodi, spesso esclusivamente per gli incontri e gli scopi dettati o imposti dalla natura.
Per il superamento di quelle prove, lo stato richiesto era invece l’unità delle due parti. Le più grandi imprese è Amore che le fa compiere, che è uomo e donna assieme, quindi si è in due. È quest’essere nuovo che è potuto uscire dal cerchio dell’eterno ritorno e vederlo da fuori.
Dunque, è venuto in luce in modo chiaro e preciso per quali prove era necessario essere in due per riuscire a superarle e ciò non era neppure una novità: le religioni, il mito, le dottrine esoteriche, l’hanno da molto previsto e nei loro domini forse anche realizzato. Ed ora quella possibilità si è aperta anche alla filosofia
Nel mito − come ha raccontato Platone −, c’erano gli ermafroditi, fusioni ognuno di un uomo e di una donna, autosufficienti in tutto e, per questa loro duplice natura, immuni dalla morte perché ripetevano se stessi. Ma per quelle loro qualità hanno fatto paura agli dei, e per sventare la temuta minaccia Giove li ha divisi in due e ha disperso ai quattro venti le metà separate. Ha potuto farlo perché le vittime in quell’inizio non conoscevano ancora i loro poteri, ma la via poi seguita sarà quella della ricerca della metà perduta e la meta la ricomposizione dell’unità originaria.
Alla fine dei tempi, per Paolo di Tarso ci sarà la riconciliazione dei contrari: “Non vi è né schiavo né uomo libero, né uomo né donna”.
Nel Vangelo di Tommaso è detto: “E quando farete del maschio e della femmina una cosa sola in modo che il maschio non sia più maschio e la femmina non sia più femmina…, allora entrerete nel regno”.
“Ogni anima e ogni spirito,” si legge nello Zohar ebraico, “prima di penetrare in questo mondo, è composto da un maschio e una femmina uniti in un solo essere. Quando discende su questa terra, le due parti si separano e si animano in due corpi diversi. Al momento del matrimonio, il Santo, li unisce di nuovo come prima, e di nuovo essi costituiscono un solo corpo e una sola anima, formando così la destra e la sinistra di un individuo… Questa unione, tuttavia, è influenzata dalle azioni dell’uomo e dal modo in cui si comporta. Se l’uomo è puro e la sua azione è gradita a Dio, egli viene unito alla parte femminile della sua anima, che faceva parte di lui prima della nascita”.
In un frammento da un testo apocrifo, chiamato Il vangelo degli Egizi, conservato da Clemente Alessandrino ci viene detto che il Redentore, interrogato su quando sarebbe venuto il Suo regno, avrebbe risposto: “Quando quei due (maschio e femmina) saranno uno solo, nell’esterno come nell’interno, e il maschio con la femmina non sarà né maschio né femmina”.
Nell’ermetismo alchemico uno dei simboli principali era Rebis (letteralmente “due cose”), l’androgino cosmico, rappresentato iconograficamente sotto la forma di una creatura umana bisessuale. Rebis nasceva dall’unione del sole con la luna o, in termini alchemici, tra lo “zolfo sofico” e il “mercurio sofico”. Chi poteva ottenerlo, si trovava di fatto in possesso della pietra filosofale; poiché la pietra si chiamava anche Rebis o “l’androgino ermetico”.
In filosofia, specialmente la più recente, c’è l’attesa dell’uomo nuovo. Nietzsche l’ha chiamato oltre uomo o superuomo. Per Heidegger dopo il lungo sonno ci sarà “il momento improvviso del Risveglio”. Per Jünger si tratta di superare la “linea di mezzanotte” dove l’uomo vecchio finisce e comincia il nuovo.
Uomo nuovo
, oltre uomo, superuomo, Svegliato, Risorto, cominciano ora ad avere un aspetto diverso da quello espresso da un recente passato: dal guerriero nazista, dal cow-boy americano, dai forzuti e dalle forzute che popolano le innumerevoli palestre dell’Occidente e che hanno Rambo fra i loro modelli. Ora l’uomo nuovo è unità d’uomo e donna, fusione. Una fusione d’amore, il nuovo evento; un ritorno all’inizio e contemporaneamente alla fine dei tempi. In due uniti per compiere insieme il cammino che valica l’abisso e scopre il segreto dell’uscita.
Perciò se m’è riuscito il superamento di tali prove è ormai certo che qualcosa di nuovo aveva cominciato ad agire. Nei momenti più difficili sono stato quel Sé, unità di conscio e inconscio di cui molto si è parlato anche in tempi recenti e che è esprimibile con disegni. Uno di essi è il simbolo del Tao; un altro quello che appare sulla copertina di questo libro: il cerchio metà giallo e metà grigio iscritto in un campo bianco e nero. In tale cerchio, il centro non si trova più nel giallo − che rappresenta la metà maschile −, ma sulla linea di divisione fra le due metà uguali. Questo sarebbe il punto del nuovo equilibrio, una nuova centratura della personalità complessiva, che offre alla personalità, per la sua posizione centrale fra coscienza ed inconscio, una nuova sicura base.
Solo un’unità siffatta poteva arrivare fino alla chiesetta.

Decima indicazione

Credo di aver contribuito in modo consistente
allo svelamento del segreto dell’amore
carpendo notizie al Destino.
Esso ci porta dove siamo già stati,
dove abbiamo visto e conosciuto,
ma non ci dice tempo e luogo dell’arrivo.
Agisce con noi come con le piante e gli animali,
anche se da alcuni millenni
è in corso il tentativo di riscatto.

 

Quasi una medaglia al merito questo cartello: dice che ho “contribuito in modo consistente/ allo svelamento del segreto dell’amore”. Sembra tuttavia un’auto elogio dal modo in cui è scritto, cioè sembro io il suo autore, ma questa è una caratteristica di molti segnali. D’altronde ognuno inizia come impulso, ma poi sono io che li traduco, che do ad essi l’aspetto di verbo e si vede che questa volta ho calcato la mano a mio favore, mi sono messo in prima fila. Però è il Destino che detta ed io ho solo esagerato con la traduzione.
Perciò se ho carpito notizie al Destino è stato perché lui l’ha voluto. Neppur ci provo a prendere iniziative solitarie, anche perché io e lui in quest’impresa siamo una cosa sola, come con Amore, e sono piccolo e breve al suo cospetto. Per chi mi guarda da un colle sono solo un punto, e se si trova un po’ più in alto non mi vede più, mentre il Destino muove l’universo con i suoi input. Vediamo gli altri versi.
Il Destinoci porta dove siamo già stati, dove abbiamo visto e conosciuto”. Ed io dico: mi riporterà “alla chiesetta”, quello è ormai il posto dell’arrivo ed io dovrò svegliarmi in quel momento. Ecco perché è fatta di pietra e di legno: perché duri a lungo per ritrovarla. Ecco perché ci sono monumenti ed opere d’arte: sono come fari sulla riva del mare immenso e misterioso, messi lì perché il navigante li veda e riconosca e si diriga sicuro nel suo porto.
D’altronde questi punti di riconoscimento e di ritrovo erano già indicati nel poemetto d’inizio (la chiesetta sperduta, 39) dove si dice che “per non perdere luce, luce siamo riusciti a ripetere; per non perdere immagini, immagini abbiamo segnato e inciso con luce e spazio attorno, volti d’esseri cari, corpi armoniosi; immagini tutte che non volevano cessare in noi e che non volevamo lasciare. E son lì conservate con cura ed amore, non vive ma neppure senza vita, non durevoli sempre ma conservate e tramandate nei secoli”.

Undicesima indicazione

Il destino domina ancora
soprattutto sui cammini oscuri,
quelli del sonno e dell’inconscio,
ed è sovrano assoluto
su quello della morte.

 

Quasi una constatazione quest’undicesimo segnale. Dopo aver trovato nei precedenti l’affermazione che gli ostacoli più grandi sono il sonno, l’inconscio e la morte, qui si afferma che gli uni e l’altra sono ancora domini del Destino e sulla seconda la sua sovranità è assoluta. Ciò vuol dire che anche il mio tentativo rientra nelle eccezioni di cui c’è stato qualche altro esempio in passato e alcuni li ho riportati, ma si tratta sempre di conferme di una regola indiscussa, vale a dire si continua a morire come sempre è accaduto finora; e io devo riconoscere che le cose stanno davvero così, che sul piano della natura nulla è cambiato e forse può cambiare.
Allora tutto è come prima, si dirà.
No, anzi nulla è come prima ormai. Perché ora ci sono tante cose che prima non c’erano: la chiesetta sperduta, i tanti segnali che portano ad essa, il ponte sull’Abisso, la coincidenza degli opposti, l’uscita dal ciclo o il Risveglio, la chiesetta aldilà, meta della ricerca. Un’opera cui non ho posto mano io solo ma anche il Destino ed è stato proprio lui a incominciare facendomi vedere la chiesetta, luogo d’appuntamento perenne. Lui voleva di più dalla vita umana e l’ho accontentato e ho chiesto in cambio l’eternità dell’amore e, com’era stabilito, me l’ha concesso. Ha scritto nel suo libro “che immagini raccoglie senza data né luogo”, data e luogo di quelle che gli ho indicato, che perciò non andranno perdute. Perciò se tutto è come prima se si guarda solo alla natura, nulla lo è invece per ciò che è avvenuto nella cultura e se ora c’è un patto fra le due e continuità fra l’una e l’altra.
Si può approfittare di quest’undicesima indicazione per sviluppare ancora un po’ il problema che qui è sorto: che dopo che si lascia questo mondo c’è solo il Destino che può riportare fino al campo base, cioè fino alla nascita. Com’è sempre avvenuto finora, d’altronde. Finora qui si arriva per le vie naturali che si conoscono: uomo, donna, amore, congiunzione fisica, famiglia, gestazione, uscita nella luce del sole e in quella della ragione. Ciò che si aggiunge è il cammino che ho compiuto fino alla chiesetta e la sua scoperta, descritto in questo libro. Era perduta ed è stata ritrovata.
Non si può escludere tuttavia che anche la cultura − quella che si occupa del mondo e delle sue cose , cioè la scienza − sia chiamata a collaborare per progettare e costruire cammini artificiali fino al campo base, un po’ come già avviene per i tratti più difficili e pericolosi delle vie della terra. Sulle montagne ci sono impianti di risalita che portano fin presso le cime; ci sono ponti che attraversano i fiumi collegando le due rive; gallerie che forano le montagne e si passa da un paese all’altro. La più direttamente interessata in quest’opera è l’ingegneria genetica e il traguardo che si prefigge è la clonazione, di cui esistono già esperimenti e risultati parziali. Si tratta allora di ripetere dei corpi, che appartengono al mondo fisico e obbediscono alle sue leggi, per un “” che appare imperituro, e non sembra che ci sia disaccordo con il Destino.

Dodicesima indicazione

Il Destino è come una rete ferroviaria
che certamente ha percorsi e orari
perché molti sono stati decifrati:
i giorni, i mesi, gli anni,
le fasi della luna e le stagioni,
la precessione degli equinozi,
i cicli delle piante e quelli
degli animali e dell’uomo.
Ma molti sono ancora nascosti e segreti
e fra essi i percorsi dei viventi nella vita.

 

I cicli e orari finora decifrati sono la scienza. Una puntata sulla scienza perciò quest’ultimo segnale intitolato Destino, su quella che è giunta a risultati stabili e sicuri, ma anche sull’altra delle ipotesi e delle teorie, perché la ricerca continua. Una rete ferroviaria non solo in funzione e che si può usare, ma anche in continua espansione ed evoluzione. Fra i risultati già ottenuti, quelli indicati in questo segnale.
Il giro del giorno − che comprende anche la notte ma ha preso il nome dalla parte che veniva considerata la più importante −, fino a pochi millenni fa era incerto, incompleto, misterioso. Non si sapeva, per esempio, dove andava il sole dopo il tramonto e perciò non c’era la certezza che sarebbe tornato si offrivano sacrifici per rivederlo. È stato Gilgamesh, re di Uruk, un’antica città sumera situata sulle rive del fiume Eufrate, a scoprire tutto il cammino seguendo il sole nelle tenebre. Ad occhi aperti lo ha pedinato, contando le ore e arrivando con lui fino al suo sorgere. Così un suo giro completo e le instancabili ripetizioni dello stesso, perché di un cammino circolare si trattava, è stato scoperto e misurato e ha fatto il suo ingresso nella cultura.
Multipli del giorno i mesi e gli anni per la cui determinazione e misurazione hanno posto mano tanti rami della scienza. Il risultato è l’attuale calendario gregoriano, dove i giorni sono raggruppati in settimane, mesi, anni, e c’è accordo fra essi e i cicli astronomici principali: posizione del sole e conseguente ritmi stagionali, e fasi lunari.
La Precessione degli equinozi, vale a dire il loro avanzamento sulla volta celeste, dipende dal moto della Terra attorno al suo asse, che non è verticale rispetto al piano dell’eclittica su cui gira ma inclinato di 23°27”. La sua rotazione perciò è simile a quella di una trottola quando rallenta il suo movimento e s’inclina, e in tal modo l’asse traccia un cerchio in alto, la base di un cono rovesciato. Su quel cerchio girano gli equinozi e le costellazioni, ed essendo la rotazione assai lenta ci vogliano 25.760 anni per compierla tutta. Dopo tale periodo i cieli ritorneranno al punto di partenza e tutto riprenderà da capo, nello stesso modo.
Anche gli uomini, hanno detto gli antichi e alcuni moderni, perché se i periodi planetari sono ciclici, non si può escludere che lo sia anche la storia universale. Di questi eterni ritorni dello stesso che fanno capo alla precessione degli equinozi o ad altri movimenti celesti, ci sono molti esempi nella vasta e numerosa letteratura.
Per Lucilio Vanini, al termine di quel vasto periodo cosmico “di nuovo Achille andrà a Troia; rinasceranno le cerimonie e le religioni; la storia umana si ripete; nulla c’è adesso che non sia stato; ciò che è stato sarà; ma tutto questo in generale, non (come determina Platone) in particolare”.
Per Emanuele Severino “ogni ente (stella, fiore, animale, uomo…), ogni suo aspetto e ogni suo atto, sono eterni e nell’eterno ciclo dell’apparire e scomparire, se scompaiono riappariranno, se appaiono scompariranno, in un ininterrotto su e giù”.
Anche se immaginata, non era però facile includere anche i singoli uomini nei ciclici ritorni, per cui alcuni hanno osato fino a quel punto senza poterlo dimostrare, altri no. Non si poteva a causa dell’Abisso io dico ora, dove ogni uomo precipitava e veniva inghiottito − poche le eccezioni come si è visto −, e perché non si conosceva il segreto della Porta: perciò chi arrivava al punto di coincidenza ma non trovava l’uscita, riprendeva il cieco girotondo. Ma ora l’abisso è stato attraversato e il segreto svelato, e dell’Occidente e di ognuno di noi si può dire qualcosa di nuovo: dell’Occidente, che non è precipitato tutto intero nella voragine perché le sue avanguardie l’hanno affrontata ed è apparso almeno un caso di superamento, e perciò potrebbe non sparire o lasciare di sé solo impronte e tracce: e del singolo occidentale, che il suo giro appare ormai completamente e potrebbe ritornare in tempi che si potranno calcolare. Credo che si misureranno i percorsi degli uomini nella vita come oggi quelli delle stelle e delle costellazioni dentro il cielo, che come loro appaiono e scompaiono.
Questo sarebbe l’uomo nuovo e la civiltà che risorge dalle sue ceneri.

[Continua]

Le indicazioni del destino. Capitolo 2: Cinquant’anni dopo (seconda parte)

12 settembre 2010

Leggi qui il primo capitolo
Leggi qui la prima parte del secondo capitolo

Ensō (il cerchio), Kanjuro Shibata XX

Quinta indicazione

E sembra che ci siano state
poche eccezioni a quest’andare.
Pochissimi quelli che si sono risvegliati,
e non sono di più, io credo,
quelli che si sono accorti
delle partenze e degli arrivi
e sono saliti o scesi nel momento propizio.

Di informazioni che sono giunte ad alcuni sufficientemente chiare, tanto da svegliarli e da farli scendere all’arrivo, ce ne sono state tuttavia, e sono eccezioni a una regola che è sempre tenacemente in uso.
Di esse ho scritto in varie occasioni lungo la via di ricerca, la quale come ho già ricordato è durata alcuni decenni, ma è il caso che qui ne faccia cenno ancora, perché servono come base ad una considerazione probabilmente mai espressa prima.
Buddha la notte prima del Risveglio ha richiamato alla memoria le precedenti vite vissute e le ha raccontate.
Pitagora ha ricordato d’essere stato Euforbo, milite nella guerra di Troia, e di aver perso la vita per mano di Menelao re di Sparta.
Ermete Trismegisto, per tre volte filosofo in Atene, la terza volta gli sono venute in mente le due precedenti esistenze condotte in tal modo e si è liberato dalla ruota dei ciechi ritorni.
Empedocle è stato uomo e donna ed anche vite non umane.
Se ci sono questi personaggi che hanno ricordato in modo chiaro e distinto − ne ho nominati alcuni di celebri ma ci sono anche innumerevoli persone comuni o poco note che hanno avuto ed hanno questa capacità −, vuol dire che qualcosa ha funzionato alle stazioni. Qualcuno ha percorso tutto il cammino ad occhi aperti o s’è svegliato, o qualcuno ha avvertito dell’arrivo o della partenza.
Si potrebbe perciò concludere che tutto è già avvenuto, e che quel che sto raccontando − vale a dire La chiesetta sperduta − è stato già scritto e insegnato e che perciò è soltanto una ripetizione. Solo un’eccezione che conferma la regola, la quale afferma che dai cerchi del Destino non si esce; e che così sia lo dimostra continuamente la morte che domina incontrastata. Morte come opposto di vita, caduta nel nulla. Ma se di un’eccezione si tratta, essa è di tipo nuovo, perché inferisce sulla regola con l’intento di renderla permeabile ai ricordi d’altre vite più di quanto è stata finora. Chi s’intromette è l’uomo. L’inquietante l’hanno chiamato gli antichi. È l’Io dei filosofi, il dell’Oriente e di Jung. E il metodo seguito è quello della conoscenza prodotta dalla civiltà occidentale: via della filosofia, della sapienza che l’ha preceduta, e per certi aspetti anche della scienza. Questo metodo si distingue da quelli che son venuti prima e anche il risultato ha aspetti inusitati. Vediamoli un po’.
Certamente la maggior parte dei ricordi d’altre vite di chi si trova in questo mondo senza sapere da dove è arrivato e dove è diretto e non si pone il problema, sono pure e semplici eccezioni alla regola. Sono tutte quelle in cui gli interessati, di fronte ad uno spettacolo che li colpisce per la prima volta in modo inaspettato e profondo, dicono: mi sembra d’averlo già visto; o quando c’è il colpo di fulmine esclamano: mi sembra d’averti sempre conosciuta. In questi casi i ricordi sono certamente dettati dal Destino. È lui che avvicina e allontana, che dà e toglie. E per la semplice ragione che in lui c’è da sempre ogni cosa ed aspetto − il passato e il futuro, la vita e la morte −, tutti insieme, tutti in una volta; ma indistinti e indeterminati . E di quel che c’è in tal modo, più o meno misteriosamente, qualcosa trapela anche di qua. Perciò si dice che “non c’è nulla di nuovo sotto il sole”: perché quel che non si vede non è inesistente, ma segreto e nascosto, e appare solo quando esce dalle quinte di questo teatro che si chiama Mondo. Similmente nel punto materiale che ha preceduto il Big Bang che, come affermano gli scienziati, prima di quella deflagrazione aveva le dimensioni del punto geometrico, era raccolto tutto il tempo, che poi si è diventato passato, presente, futuro; e tutto ciò che si è dispiegato nel corso di quattordici miliardi d’anni luce: polveri cosmiche, galassie, stelle, buchi neri, il Sole, la Terra, le piante, gli animali, gli uomini, i pensieri, le fantasie. Perciò eccezioni ad una regola immutabile ed eterna quelli che hanno ricordato e ricordano in tal modo: viventi che hanno sognato e sognano, e fra i loro sogni anche lampi di luci eterne, brani di vite immortali.
Diversi invece arrivi e partenze di Buddha, Pitagora, Ermete, Empedocle, perché hanno percorso la via tenebrosa ad occhi aperti o si sono “svegliati” nel momento propizio. In quel punto di coincidenza dove c’è anche l’uscita dal giro hanno visto contemporaneamente di là e di qua: il sonno e la veglia, la morte e la vita; e perché sono arrivati dalle tenebre, hanno anche indicato e insegnato la via. Però si è trattato finora di un percorso insuperabile senza l’aiuto di una guida e in Oriente ci sono i Maestri che insegnano e accompagnano.
Poi c’è questo mio caso: la meta è la stessa dei personaggi celebri che mi hanno preceduto, perciò fino al Risveglio o all’arrivo al punto di partenza nulla di nuovo. Nuovo è invece il modo in cui sono arrivato ora. Ho percorso una via millenaria, segnata sulle carte fino ad un certo punto, e perciò pubblica, anche se non si sapeva dove fosse diretta, o c’erano solo vaghi indizi: quello d’Anassimandro, per esempio, che ha detto che tutte le cose ritornano al punto da dove hanno avuto inizio. Poi, come ho raccontato nella seconda parte di questo volume, capitolo tredicesimo, l’ho continuata da solo: dalla Mezzanotte, dov’era arrivata negli ultimi decenni del ventesimo secolo, fino all’Alba del giorno successivo. Ma anche in questo caso con l’aiuto della filosofia e della sapienza che l’ha preceduta. Perciò se qualcosa di nuovo c’è ora rispetto al passato è la planimetria che sono riuscito a descrivere, dove spiccano le due grandi arcate, una nella luce e l’altra nelle Tenebre. La prima si svolge dall’Alba al Tramonto, la seconda dal Tramonto fino all’Alba del giorno successivo, e l’Abisso attraversato comincia dopo i battiti della Mezzanotte.

Sesta indicazione

È il destino che ci porta e ci riporta.
Noi dobbiamo soltanto rimanere svegli
durante il viaggio,
specialmente dove la tenebra è più fonda
se non si vuole rientrare nel suo vortice.

Com’è già capitato ad alcuni i cui nomi sono apparsi nell’indicazione precedente, “dobbiamo rimanere svegli/ durante il viaggio” se si vuole uscire dalle cieche ripetizioni − così afferma questo cartello. Non bisogna essere presi dal sonno com’è capitato a Gilgamesh, l’eroe mesopotamico che voleva ritrovare l’amico Enkidu che l’aveva preceduto nel regno della morte ed è partito per quella destinazione. Ma ha chiuso gli occhi in un sonno incontenibile fin dalla prima notte, mentre per superare la prova doveva rimanere sveglio per sette giorni e sette notti consecutive. L’impresa perciò non è riuscita, ma essa era impossibile e tale si è dimostrata, perché rimanere svegli tutto quel tempo non si poteva sul cerchio della veglia e del sonno che appartiene agli dei in modo esclusivo, come ogni altra cosa di natura d’altronde: come la stella, il fiore, la luna e il loro apparire e sparire. Essi hanno già la loro storia e il loro corso non modificabile, e alle partenze e ritorni provvede il Destino, o, appunto, la natura, come si è soliti dire, che poi è un altro dei suoi appellativi. Si ritorna in altre parole solo perché portati. E anche dall’abisso più profondo si emerge in tal modo, ma da un giro così lungo non si salva il singolo. Perciò se gli dei avevano vincolato l’esito dell’avventura di Gilgamesh a quella lunga prova del sonno chiedendo perciò l’impossibile, c’è da supporre che è stato un inganno il loro. Il motivo, forse quello espresso da Hölderlin: “Perché è detestata dal dio previdente l’intempestiva crescenza”. Era prematura quella conquista perché non si poteva superare l’abisso da soli seguendo le vie della natura che sono percorse soltanto dalle specie. Il momento propizio sarebbe giunto molto tempo dopo, con la nascita della filosofia. Da lì è cominciata la via della conoscenza razionale progettata e svolta da singoli, che si è posta anche contro la natura e i suoi limiti. Contro le malattie, i dolori, la vecchiaia: questi i limiti. Contro la morte soprattutto, il confine estremo dell’individuo nell’ambito della natura. La strada della conoscenza è costellata di successi: quelli conseguiti dalla medicina che ha trovato rimedi contro le malattie e i dolori, ha allungato la vita, sostituisce parti non funzionanti del corpo, e con la clonazione si prefigge la produzione di corpi uguali a quelli che si consumano e periscono per sostituirli. Poi le conquiste della filosofia nel campo della conoscenza. La sua nascita è l’inizio del cammino che porta verso l’immortalità del singolo, e questo mio lavoro è una continuazione di quel progetto e di quell’opera fino alla meta. Non ci poteva essere impegno e lotta contro i limiti se si escludeva il più grande.
Dopo venticinque secoli il cammino è terminato e la filosofia, nata dalla sapienza, nella sapienza sta confluendo. Ora chi vuole, chi si prepara in modo adeguato, ha a disposizione la via per andare dal mutevole dove si trova all’immutabile. Per me esso è la chiesetta, luogo d’appuntamento perenne.

Settima indicazione

Il Destino ti riporta sempre
perché è il girotondo
della natura e della vita.
Allora spetta a te
conoscere il cammino
che ha un abisso e un segreto
nel suo circolo
impenetrabili per chi va da solo.

La caratteristica principale del destino, vale a dire il suo aspetto circolare rotante e il suo potere di attrarre ogni cosa nei suoi giri, ormai tutti i cartelli la presentano e insegnano; anche quest’ultimo che l’esprime così: “Il Destino… è il girotondo/ della natura e della vita”. Perché, allora, non si sa da dove si viene e dove si va se è così semplice e chiaro tutto il percorso e se continuiamo a ripeterlo? Perché dipende da te continua l’indicazione; e pensando alle altre già incontrate e commentate, si può anche sapere da cosa dipende: perché ti addormenti durante il viaggio o ti spegni, perché non ti fermi alla stazione d’arrivo che è la stessa da cui sei partito e quindi ti è sconosciuto anche l’inizio.
Una sorpresa certamente, almeno per la stragrande maggioranza, questo rovesciamento delle parti, questo “dipende da te”. Vuol dire che non c’è un divieto assoluto imposto da altri, la qual cosa invece è sempre stata creduta e accettata come ineluttabile.
Ma − si ribatterà − siamo costretti a dormire e a morire e non c’è modo di sfuggire a questi passaggi oscuri e misteriosi e alle loro conseguenze. Però una soluzione a questo punto potrebbe essere questa: non rimanere soli, mettersi in due nell’impresa, perché allora uno sta di guardia e l’altro riposa e poi il cambio. Quel che d’altronde è accaduto finora e così continua. Finora pur siamo svegliati dal sonno e svegliamo, e anche in questo mondo si continua a ritornare perché si è in due. Da padre e madre nascono i figli, soltanto che si riappare nell’ambito della specie, confusi e provvisori. Quindi l’identità personale non si può raggiungere riandando i sempiterni giri della natura a causa di quel che c’è in essi di misterioso e sconosciuto.
Perciò finora non è “lo stesso” che ritorna ma solo qualcosa di lui: gli occhi cerulei come quelli della madre o il naso aquilino uguale a quello del padre o anche caratteri e tendenze, ma quasi mai l’intero. Il ruolo principale d’ogni nuovo nato è quello che gli assegna la natura: rappresentare la specie e continuarla, il resto è secondario. Però sono cominciate le registrazioni anche sul libro della cultura che ha aspetti che riguardano il singolo, anzi è scritto soprattutto per lui. Ma per ora è solo un’appendice a quello della natura, o un organo la cui funzione era in tanta parte ignorata, come gli occhi, i piedi, le mani del bimbo che non è ancora nato. A cosa servono tutte quelle cose nel grembo materno! Lo sanno solo i già nati e bisogna nascere per saperlo, e così sta accadendo per le idee e le opere della cultura. Però il ruolo di rappresentante della specie un vantaggio lo dà, perché è un incarico continuo, necessario, incessante in seno alla natura e in tal modo si gode della sua immortalità o lunga vita.
Se l’individuo non è separato dalla specie, o non in modo evidente come sembra stia avvenendo per l’uomo, allora non c’è distinzione e distacco e quindi non c’è morte. “Essere immortale è cosa da poco:” ha scritto Borges “tranne l’uomo, tutte le creature lo sono, giacché ignorano la morte”. La foglia che ritorna sull’albero in primavera è la stessa che è caduta nell’autunno, e l’usignolo che John Keats ha udito in un giardino di Hamstead, all’età di ventitré anni, in una notte del mese d’aprile del 1919, è lo stesso che nei campi d’Israele, un’antica sera, udì Ruth la moabita. Similmente si è espresso Schopenhauer: “Chiediamoci con sincerità se la rondine di quest’estate è un’altra da quella dell’estate passata e se realmente fra le due il miracolo di trarre qualcosa dal nulla si è verificato milioni di volte per essere smentito altrettanto dall’annientamento assoluto. Chi mi oda affermare che il gatto che sta giocando lì è lo stesso che saltava e scherzava in quel luogo trecento anni fa, penserà di me quel che vorrà, ma la pazzia più strana è immaginare che fondamentalmente sia un altro”.
Diverso è invece il caso dell’uomo che ha cominciato a diventare un io distinto e determinato, e sta avanzando sempre più in questa direzione seguendo la via della cultura. Egli non è più soltanto un obbediente e, infatti, s’inneggia alla libertà umana che è considerata la conquista più importante. Ma cosa gli serve ad essere un Io solo da mattina a sera e dalla nascita fino all’orlo della tomba, perché ci sono il sonno e la morte che interrompono la veglia e la vita? Essere qualcuno e qualcosa solo per un po’, dunque, singoli a tempo determinato e poi più nulla? Non era meglio rimanere come prima, vale a dire immortale nella specie perché non si sapeva di morire e non si viveva nell’angoscia e nella paura della fine?
A meno che non ci troviamo in una fase di completamento dell’opera e non si riesca a finirla, attraversando il sonno, l’inconscio e la morte ad occhi aperti e mente sveglia, ciò che infatti è accaduto e sto raccontandolo. Ma − dice l’indicazione − si tratta di prove che uno non può compiere da solo, mentre io ho sempre raccontato d’averle superate in tal modo. C’è perciò contraddizione fra le mie parole e l’indicazione del Destino, o così sembra.
Oppure non è vero che ero solo.

Ottava indicazione

Valicare l’Abisso
e svelare il segreto della Porta
sono state le due prove
più difficili, anzi sovrumane,
per ciò che era l’uomo
fino a quel momento.

In quest’ottava indicazione il Destino conferma che le due prove più difficili: valicare l’Abisso/ e svelare il segreto della Porta, sono state compiute. Perciò sembra che il segnale precedente, che come ho già detto è giunto dopo il compimento dell’impresa che comprendeva quei passaggi, non voglia porre in dubbio la sua riuscita e validità, ma sia piuttosto un invito a risolvere una contraddizione esistente: perché dell’Abisso e del Segreto che si trovano nel suo giro il Destino indica che erano prove sovrumane insuperabili per chi le affrontava da solo, e io invece ho spesso affermato che non c’era nessuno con me. Questa è la contraddizione.
Ma, a ben pensarci, essa è solo apparente, perché è nella dimensione dell’amore che quell’impresa mi è stato possibile compierla e lì si è sempre in due anche se non sembra, perché non si vede quando i corpi sono separati. Non ci sono dubbi in proposito perché anche quando la chiesetta è apparsa la prima volta, la sua causa è stata l’amore e poi, sia pure con alterne vicende, anche tutto ciò che è venuto dopo, vale a dire la ricerca di quel luogo d’appuntamento perenne, il cammino verso di esso, le indicazioni, la loro traduzione spesso lungamente cercata e sofferta, il superamento degli ostacoli, l’attraversamento dell’Abisso, lo svelamento del segreto della Porta, la sua apertura e la visione della chiesetta al di là. Perciò siamo sempre stati assieme io e amore, e soltanto perché non c’era l’altra materialmente accanto nelle prove più ardue ho quasi sempre creduto d’essere solo.
Quasi sempre, tuttavia, perché in qualche momento eccezionale chi era con me s’è fatto apertamente conoscere. Quando, per esempio, ho scoperto il segreto della Porta, la prova più difficile e pericolosa che mi è capitata. C’era un fanciullino accanto e la sua presenza, come ricorderà chi ha letto il racconto di quell’avventura, l’ho avvertita chiaramente. E non ha Amore l’aspetto di un fanciullo, non è così che è raffigurato!
Dunque ha ragione il Destino: era necessario essere in due.
Non era la prima volta, in ogni modo, che un’impresa è stata inspirata e sorretta da amore, anzi è sempre avvenuto così quando essa comprendeva il lato oscuro da superare e l’uscita dal cerchio dell’eterno ritorno. Molte sono prove già iscritte nel gran libro della natura; poi la ripresa in altri modi e in altre forme sull’altro volume, quello della cultura.
Nel primo libro, c’è la cellula femminile che attende lo spermatozoo alla fine del suo viaggio solitario e pieno d’insidie e di pericoli, e dopo averlo accolto comincia la fusione e il cammino fino a nuova vita.
Per congiungersi con l’ape regina che in un mattino luminoso si lancia nel volo nuziale, ebbra d’altezza, ben diecimila fuchi l’inseguono levandosi da tutte le arnie del luogo. Ma uno solo la raggiunge e la feconda, quello che riesce a seguirla fin sopra le nubi, oltre il volo degli uccelli.
Per raggiungere le acque sorgive che è la meta della loro avventura, i salmoni, che vivevano nelle acque profonde e tranquille dell’Atlantico lasciano quella pace e sicurezza. Maschi e femmine migrano a migliaia, salgono in superficie, si dirigono verso le foci dei grandi fiumi e superando rapide e cateratte li risalgono, fino alle sorgenti montane. Per essi l’acqua dolce è irrespirabile e molti muoiano prima di riuscire a modificare il loro apparato respiratorio, molti cadono nelle secche, altri sono trascinati da improvvise piene, altri ancora sono fermati dalle chiuse, sbranati dai lucci, dalle lontre, dagli uccelli rapaci, dagli orsi che li attendono ai varchi. Ma quelli che raggiungono la meta si congiungono e depongono le uova.
Anche nel secondo libro, quello della cultura, ci sono storie simili. Per ritornare dalla sua sposa, nella sua casa e nella sua isola, Ulisse ha attraversato l’isola dei Latofagi dove l’insidia era l’oblio; quella dei Ciclopi, i mostri figli della Notte; quella di Circe che tanti anni lo ha trattenuto con le catene della seduzione; quella dei Feaci dove l’attrazione si chiamava Nausicaa, ed era la gioventù e la bellezza; ha percorso il paese dei Cimmeri dove il giorno non appare mai, ed è sceso nell’Ade per trovare Tiresia e avere da lui le indicazioni della via ritorno. Non c’è aspetto del lato oscuro che non abbia affrontato e superato per amore.
Per arrivare a Beatrice e incontrarla nel luogo, simile alla chiesetta, dove l’amore è immortale, Dante ha attraversato l’Inferno e il Purgatorio e poi è salito con lei per i gironi celesti fino a Dio, coincidenza degli opposti e amore supremo.
I cavalieri della Tavola rotonda penetravano la foresta dove l’oscurità era più fitta, scegliendo i punti dove non c’erano vie e sentieri, e combattevano i mostri che essa nascondeva, li vincevano e liberavano l’amata che tenevano prigioniera.
Il poeta Novalis ha scritto il poemetto Inni alla notte, entrando nei segreti di quella metà oscura e in quelli più profondi della morte, dopoché la giovanissima fidanzata Sophie ha lasciato questo mondo e lui si è messo per quel cammino tenebroso e misterioso per seguirla e ritrovarla.
Faust
è stato salvato dall’Inferno, dove il patto con Mefistofele l’aveva fatto precipitare, da Margherita. È lei − eterno femminino – che lo soccorre e incaricata dalla Madonna di fargli da guida, l’accompagna fino al regno celeste.
Nietzsche ha scritto Così parlò Zarathustra dopo la rottura della relazione con Salomé. Egli ha percorso il ciclo dell’eterno ritorno fino al punto dove il passato e il futuro s’incontrano, compreso quindi il lato oscuro, e gli è apparsa l’uscita. Però la porta era chiusa e non si è aperta. Forse gli è mancato l’amore corrisposto − il suo non lo è stato. Come ha detto lui stesso, aveva bisogno di una donna per portarlo più in là di quanto non abbia potuto fare da solo. E si è spento nell’oscurità della pazzia.
Dunque, per attraversare l’Abisso e uscire dal ciclo dell’eterno ritorno è necessario che uomo e donna non siano separati ma uniti. Anzi una cosa sola, ciò che in questo mondo numeroso e mutevole si realizza qualche volta nell’amore, ma che di solito ha durata limitata, o non è vissuto nella luce della consapevolezza. La fusione tuttavia era prevista da tempo immemorabile, dal mito, dalle religioni, dalle dottrine esoteriche, ed ora essa è entrata a far parte della conoscenza chiara e distinta.

[Continua]

Le indicazioni del destino. Capitolo 2: Cinquant’anni dopo (prima parte)

2 settembre 2010

Leggi qui il primo capitolo


Nel lungo frattempo, seguendo le vaghe e incerte notizie della mappa, sono riuscito a trovare la chiesetta che era sperduta. A quel punto s’è fatto avanti il Destino, quasi a esigere la sua parte, perché è stato lui a dettarmi la mappa tanti anni prima.  Seguono le indicazioni del Destino, le sue parole e svolgimenti, preceduti dalla seguente presentazione.

M.C. Escher, Circle Limit III (1959)

Questi segnali intitolati Destino sono giunti dopo la scoperta della chiesetta sperduta, dopo che in un cammino circolare come quello che ho compiuto, la fine è giunta quando sono arrivato nel punto da cui tanti anni prima sono partito, e l’ho riconosciuto. Se avessi continuato avrei ripetuto la strada percorsa, ciò che sempre accade se non ci si accorge di nulla, vale a dire quando si arriva con gli occhi chiusi e la mente spenta.
Perché sono giunti quei segnali non l’ho capito subito all’inizio, o non avevo sul loro conto idee chiare e distinte. Poi, però, seguendoli e cercando di scoprire cosa volevano dirmi e dove volevano ancora condurmi, dal momento che l’arrivo era ormai avvenuto, qualcosa ho cominciato a dedurre da quelle parole: il Destino voleva entrare anche lui in quel finale o veniva a riscuotere la parte di merito che gli spettava, o era necessaria la sua presenza in quell’avvenimento. Dopotutto era lui il protagonista dell’inizio, io semmai della fine, e ciò che era stato raggiunto era la coincidenza dell’uno e dell’altra: come poteva perciò mancare! Ecco allora perché si è presentato e non con una sola indicazione con il suo nome, ma in modo continuo e numeroso. Ad una sola, forse, non avrei badato più di tanto, tutto preso a festeggiare la scoperta della chiesetta dopo tanti anni di ricerca. Perciò il suo farsi avanti insistente: parecchi segnali in un solo giorno, uno di seguito all’altro, o meglio non facevo in tempo a tradurne uno che un altro si presentava. Era una di quelle giornate in cui sono tornato, com’è ormai mia abitudine, in quei luoghi cari dove ora inizio e fine stanno assieme, dove la chiesetta sperduta è stata trovata e l’amore è diventato perenne non solo per il sentimento ma anche per la ragione. Ed io in quel giorno votato ad altro, a seguire invece i segnali, ma non di malumore come chi è distolto o costretto suo malgrado, ma anzi interessato, felice, perfino colmo d’entusiasmo. Aspettando dopo il primo che apparisse il secondo; fiducioso, anzi sicuro, che un altro ancora l’avrei visto di lì a poco, pronto a decifrare l’impulso che già sentivo arrivare.
Così camminando e pensando, ne ho ricevuti dodici e li ho tutti tradotti. Alla fine ero più da quella parte che in questa; o ero dove coincidono inizio e fine. Io e il Destino assieme dove il passato e il futuro convergono in un punto: il presente eterno.

Prima indicazione

Il mio Destino
era segnato fin dall’inizio:
l’apparizione di
un’immagine sacra
− la chiesetta sperduta −,
simile ad un sogno
e il poemetto
che descrive quell’evento
e indica come trovarlo,
dove tutto è detto
ma enigmaticamente.

Il Destino si è presentato anche dopo il mio arrivo alla chiesetta ed io ho tradotto quell’incontro con le parole che appaiono in questo primo segnale. Si è trattato di una traduzione pressoché istantanea questa volta, dove chi ascolta sente arrivare la voce nella sua lingua o in una simile che dopo tanti contatti un po’ conosce, anziché in quella dello straniero che tiene la lezione. Indice anche questo che passi d’avvicinamento e reciproca comprensione ce ne sono stati fra me e il Destino in quasi cinquant’anni di rapporti, a volte di convivenza. Ricordo che in passato, specialmente nei primi tempi, ce ne voleva per riuscire a decifrare. Gli input giungevano e mi muovevano, ma non sapevo in quale direzione né perché. Verso la chiesetta − sembrava ovvio −, ma per molto tempo mi ero perfino scordato che c’era; e perciò il mio procedere, anziché deciso e sicuro, è stato per tanti anni un vagare senza meta, nave senza nocchiero in gran tempesta. Ora, invece, ecco la differenza: il Destino si è presentato nel suo solito modo, bussando sempre dalla parte dove io non ero presente perché intento a festeggiare l’arrivo alla meta, però non dal sonno, inconscio, morte, da dove giungeva in passato. Perciò non mi ha trovato impreparato: ho sentito e ho subito aperto all’immagine sacrala chiesetta sperduta − e al poemetto che, come dice il segnale, fin dall’inizio hanno segnato il mio destino. Nulla da eccepire, io direi, perché è quanto davvero è accaduto: non avrei cercato la chiesetta se non fosse apparsa misteriosamente, né l’avrei trovata seguendo un cammino lungo quasi cinquant’anni se non avessi ricevuto le pur vaghe e misteriose indicazioni dell’inizio.
Però se sapevo cosa cercare, perché la chiesetta era simile a quella che avevo appena visto nel piccolo paese del Cadore e perciò l’avrei riconosciuta fra mille, altrettanto non potevo dire del posto dove si trovava, anche se lo immaginavo in altre terre e in altri cieli, perché era luogo d’appuntamento perenne e qui non ci sono ritrovi di tal genere.
Nient’altro credevo di sapere, ma ora qui si afferma invece che nel poemetto tutto era detto fin dalla partenza e ciò costituiva una sorpresa. A ben pensarci, tuttavia, non potrebbe essere altrimenti se la fine ha coinciso con l’inizio, ma io un presentimento che il poemetto fosse la mappa del tesoro l’ho avuto soltanto quando l’ho scritto. Allora, davvero la mia ricerca era diretta alla chiesetta e credevo di poterla trovare in quel tempo, ma in seguito ho perso ogni contatto con essa e per tanti anni non l’ho avuta più in mente, anche se qualche volta sono andato a riguardare il racconto della sua apparizione e delle prime indicazioni per cercarla.
Solo dopo il superamento dell’Abisso, i contatti sono diventati più frequenti, e le previsioni dell’inizio e le scoperte hanno cominciato a coincidere. Ma non immaginavo che tutte le scoperte erano state precedute da previsioni. Si tratterà ora di vedere se davvero è accaduto così dal momento che è ciò che vuole anche il Destino.

Seconda indicazione

Il Destino mi ha dato in visione
una chiesetta misteriosa
luogo d’appuntamento perenne
e un enigmatico piano per trovarla
per non smarrirci ancora
fra le cose effimere e vane,
ed io non mi sono tirato indietro.
Ho accettato la sfida del Destino,
ma era quanto anch’io volevo:
scoprire dell’amore il regno eterno.

Nei primi tre versi del secondo segnale è ripetuto ciò che è detto nel primo: che ho seguito un destino i cui segni iniziali sono stati “una chiesetta misteriosa/e un enigmatico piano per trovarla”, e io ho già riconosciuto che è vero, che sono partito proprio da quelle indicazioni. Nelle cose di qui, a questo punto di solito si obbedisce seguendo i comandi ricevuti, senza chiedersi il perché, come fanno i pianeti che seguono orbite fisse e immutabili, i semi nella terra che si schiudono ad ogni primavera, le rondini che ritornano nello stesso nido. Ma in questo caso, che forse è raro, la mia idea di un luogo d’appuntamento perenne per un amore che volevo immortale corrispondeva a quanto m’indicava il Destino. In altre parole io cercavo quel luogo per un tale amore e il Destino mi presentava la chiesetta che aveva le caratteristiche richieste. Perciò ho preso quella direzione non solo perché comandato o spinto, ma anche perché “era quanto anch’io volevo: scoprire dell’amore il regno eterno”.
Qui si dà il caso che ci sia stato accordo fra chi comanda e chi normalmente obbedisce: non ha nulla dell’imposizione, infatti, ciò che ti fa necessariamente andare dove anche tu vuoi. Cos’era allora? Una casuale coincidenza? Ma si può definirlo così questo rapporto dopo che ho affermato che il “caso è soltanto l’incerto e difettoso appellativo del Destino?”. Perciò è da escludere il caso, e se coincidenza c’è stata e c’è fra quanto volevo e quel che doveva necessariamente accadere, allora essa è fra Amore e Destino. Fra l’amore che era sbocciato in me e mi faceva cercare il luogo d’appuntamento perenne, e il Destino che m’aveva mostrato quel luogo che aveva l’aspetto di una chiesetta montana.
Destino e Amore, dunque, i due con cui ho avuto a che fare contemporaneamente: e se io spinto da amore sono andato verso la chiesetta, mai si potrà affermare che mi sono là diretto perché dovevo, o che si trattava di un comando diverso da quello dell’altro. Da cui si potrebbe inferire che Amore e Destino non sono due ma uno, che sono due nomi del medesimo. Non ha scritto Dante che è “amor che muove il sole e le altre stelle”! E tutto gira anche secondo destino, seguendo le sue immutabili leggi: vanno le cose della terra e del cielo dove devono andare, sono quello che devono essere.

Terza indicazione

Era tutto predisposto fin dall’inizio,
vale a dire fin dal manifestarsi
della chiesetta sperduta
e delle enigmatiche indicazioni per trovarla.
Poi io ho trasferito nella coscienza
quel sogno immenso
che giungeva dal profondo.

La terza indicazione comincia anch’essa ricordando quel che il Destino ha predisposto fin dall’inizio per me: la chiesetta sperduta e le enigmatiche indicazioni per trovarla. Abituato ai sempiterni giri e ritorni, sembra che il misterioso suscitatore di visioni e di segnali non riesca a liberarsi di questo ritornello: così ho pensato quando l’ho visto per la terza volta consecutiva. Ma poi m’è venuto il dubbio che non fosse soltanto una sterile ripetizione. Può darsi che questi cartelli siano posti ad arte, mi son detto, e che vogliano indicare qualcosa d’importante, come accade anche per le vie della terra in prossimità di qualche pericolo o svolta inattesi. Perciò mi son messo a riflettere è il risultato suona così: se la fine coincide con l’inizio come mi è stato dato di scoprire quando sono giunto alla chiesetta, c’è corrispondenza fra i due, o meglio l’una e l’altro coincidono, sono la stessa cosa. Però in due stati diversi: l’inizio nella veste d’enigma, la fine in quella di soluzione di esso. Il primo era un libro chiuso visto come in sogno, il secondo lo stesso, ma aperto, con le pagine che si possono voltare e leggere. Ecco di cosa il Destino voleva che mi accorgessi, mi sembra: di quest’identità. Ed io perciò ritorno a guardare, sotto la spinta di questo nuovo segnale e con maggiore attenzione, se davvero il piano era tutto in potenza fin da quella prima apparizione.

a.
C’era la chiesetta sperduta, (La chiesetta sperduta, 1) luogo d’appuntamento perenne, nella quale si può trovarsi ancora quando gli incontri di qua finiranno. (Ibidem, 2) Essa era simile o eguale a quella di un piccolo paese di montagna, con il tetto a due falde molto inclinato: perciò si trattava di una meta inconfondibile che avrei riconosciuto a prima vista se mi riusciva a trovarla.

b.
C’era un tratto di sentiero che portava fino ad essa, ma era breve e spariva nella fitta nebbia. (Ibidem, 2) Là finiva la visione e cominciava la parte tenebrosa e misteriosa che poi diventerà notte ed Abisso.

c.
Anche se la chiesetta era dispersa, però qualcuno arrivava. Com’era capitato anche a me d’altronde. Come avrei potuto altrimenti vederla, descriverla, entrare in essa, osservare altri che giungevano, aspettare e indicarla alla persona amata “sapendo che ci saremmo lasciati” (Ibidem, 2) come sempre accade in questo mondo! Ma nessuno sapeva da dove arrivava, quindi per caso o in modo inspiegabile. (Ibidem, 1) O si presentava ogni volta che spunta l’amore, come sembrava si potesse dedurre dalle parole: “Mi sembra di averti sempre conosciuta” e “ti amerò per sempre”, che non mancano mai quando si ama davvero? In tal caso era la via indicata dall’amore che bisognava percorrere, come d’altronde era scritto fin dall’inizio. (Ibidem, 30) Però l’amore non era meno enigmatico e misterioso della chiesetta e della via che portava ad essa, ma a differenza delle altre due era qualcosa della cui esistenza non si poteva dubitare.

d.
Dopo l’apparizione della chiesetta sperduta e l’attenzione posta ad essa, c’era il ritorno nel mondo (Ibidem, 3) dove l’incontro d’amore era avvenuto e dove si trovava la chiesetta terrena da cui l’altra era sorta, ma il mondo non aveva più lo stesso aspetto di prima; non appariva più isolato e muto alle domande eterne: da dove vieni, dove vai? Non era più il luogo da cui si usciva senza sapere per dove, oppure si diceva che c’era il nulla aldilà e quindi si precipitava in esso. Ora era diventato il campo base, vale a dire il punto più avanzato di partenza verso la chiesetta celeste, da cui essa appariva come la cima di una montagna prima nascosta da nubi perenni, o solo qualche volta intravista in momenti eccezionali. E dal mondo così mutato nel suo senso sono cominciati i miei tentativi di raggiungere la cima, (Ibidem, 4) anche se immaginavo e prevedevo abissi e misteri nel vuoto immenso e tenebroso che mi separava da essa. Tale vuoto o nulla era chiaramente segnato nel poemetto con le parole: “Una sera ho visto come immagini sciogliersi le cose e svanire, farsi drappo luminoso la luce e svanire, nero manto raccolta tenebra e svanire, e cominciava lo smarrimento infinito. Così si poteva restare senza più nulla, né volti, né forme, né luce; così si poteva restare per nulla, senza più fine”. (Ibidem, 40) Era soprattutto quell’abisso che era necessario superare per raggiungere la chiesetta e il primo tentativo è avvenuto quasi subito. (Ibidem, 4)

e.
Ma esso ed altri di quel tempo erano prematuri e vani. Ben più completa e profonda si sarebbe dimostrata la preparazione: era necessaria, per esempio, la conoscenza di tutto ciò che è stato ideato e ottenuto precedentemente in questo campo, quel che dopo alcuni decenni di studi e ricerche è avvenuto.
Però quel primo tentativo di raggiungere la chiesetta non è rimasto del tutto infruttuoso. Dopo di esso il mondo si è scoperto per ciò che è: luogo d’errori, (Ibidem, 6) accecamenti, compromessi, sconfitte, fallimenti. (Ibidem, 9,10) Perché “non certamente qui, nella città umana, si poteva arrivare a trovare”. (Ibidem, 10) E “questo stato di cose portò ad una soluzione sconfortante anche se prevedibile: cominciarono le conquiste in quel luogo di raccolta di beni comuni a tutti, come per tutti splende il sole e l’acqua li disseta e l’aria gli alimenta. S’impadronirono delle terre, delle ricchezze del suolo e cercarono il potere” (Ibidem, 11). E il mondo, anziché trampolino di lancio verso l’eterno, divenne per i più “tomba” di esso.

f.
Pur tuttavia non c’era altra base di partenza, perché solo su questo mondo si trovava tutto il necessario per iniziare l’avventura e portarla avanti e ogni progetto e tentativo erano cominciati. Qui abbiamo un volto, un corpo per vedere e vederci. Qui si poteva incontrare, (Ibidem, 12) e conoscere e riconoscere. (Ibidem, 13-24) Si poteva tornare in luoghi già visitati e ritrovare. (Ibidem, 22) E perché ciò avvenisse sono state costruite strade d’andata e ritorno e ad ognuna, per rintracciarla facilmente, è stato un nome o un numero. (Ibidem, 27)

g.
Infine c’era la meta in quel poemetto scritto cinquant’anni fa, vale a dire la chiesetta, luogo d’appuntamento perenne. Quella per la quale ogni preparazione qui sulla terra era avvenuta, dove l’amore immortale poteva trovare accoglienza e residenza.
A conclusione: se il Destino voleva che confrontassi il sogno che mi ha mandato con il risultato raggiunto dopo tanti anni, eccolo accontentato. È vero: c’era già tutto fin dall’inizio. L’uno e l’altro sono la stessa cosa. Sono l’enigma e lo svolgimento e scioglimento di esso, la potenza e l’atto, il seme e la pianta. Ma perché il primo acquistasse cittadinanza in questo mondo, ho dovuto dargli aspetto, nome, collocazione, trasferendolo nella coscienza, vale a dire nella parte luminosa di me e in quella dell’Occidente, nella sua Storia e come conclusione di essa, mi pare, o almeno come fine del ciclo che è cominciato in Grecia più di venticinque secoli fa ad opera d’Erodoto e Tucidide.

Quarta indicazione

Il Destino ti riporta sempre
nel posto da dove sei partito,
ma non ha voce chiara e distinta per avvertirti.

Non capita mai come nei viaggi di qui
che si sente annunciare:
arrivo alla stazione di…,
treno in partenza per…,
e anche chi dorme si risveglia e scende,
oppure si riscuote e continua
se non è ancora arrivato.
Invece nei viaggi circolari della vita
si passa oltre inconsapevolmente
e si ripete ancora il giro.

La quarta indicazione svela aspetti del Destino − della sua natura e del suo modo di agire −, che normalmente e comunemente non arrivano fino a noi, o non in modo chiaro e distinto come invece qui si legge. Dice che “Il Destino ti riporta sempre/ nel punto da dove sei partito” e da ciò si deduce che si muove in tondo come una ruota che gira o un vortice. Che poi riporti sempre quel che si muove nei suoi cerchi lo si vede bene: ritorna il sole ogni mattina, riappaiono le costellazioni dentro il cielo a periodi fissi e costanti, sboccia il fiore ad ogni primavera.
Ma in questo segnale c’è qualcosa di nuovo che si mostra. Il Destino non riporta soltanto le cose che tu vedi come da fuori o dall’alto e di cui conosci il riandare, ma anche tu che non ti vedi e non sai dove e come si svolge tutto il tuo cammino − quello prima di nascere e quello dopo la scomparsa da questo mondo.
Poi il segnale spiega perché siamo a noi stessi in tanta parte oscuri e perciò non sappiamo da dove veniamo e neppure dove andiamo: perché siamo presenti soltanto ad una parte del percorso, quello che compiamo ad occhi aperti e mente sveglia nella luce del sole e della ragione. Non alle altre perciò. Non a quella del sonno dove si entra senza sapere come, e da cui si esce spesso a seguito del sole che spunta o come se ci fosse una sveglia invisibile che suona. Né a quella che si chiama morte, dove tante volte si precipita all’improvviso e senza avvertimento e ancora non è stabilito quanto si va giù e se c’è modo di risalire. Sembra in ogni modo che il Destino ci riporti anche da quel fondo: da dove si arriverebbe altrimenti! Così esso ci rivela: rivela cioè che riporta sempre al punto di partenza, quindi nel caso del sonno fino al risveglio, e in quello della morte fino alle luminose spiagge della vita. Però non c’è “voce chiara e distinta” che avverte il singolo degli arrivi e delle partenze, non c’è il controllore che le grida e neppure dalle stazioni giunge l’annuncio. Allora si passa e, inconsapevoli, si continua e si ripete l’instancabile ritornello.
Senza informazioni sufficienti perciò il viaggio della vita umana, che quindi ignora da dove viene e dove va e anche cos’è se tanta parte di se stessa non appare.
Però queste cose io già le sapevo, perché sono arrivato alla stazione di partenza dopo un intero giro e l’ho riconosciuta e perché in quel punto, dove la fine coincide con l’inizio, ho visto la Porta e dopo averla superata ho trovato la chiesetta che cercavo: perché, allora, il Destino con questo segnale giunto dopo l’arrivo, si è presentato a ricordarmele?
Una domanda spuntata all’improvviso questa qui, che però mi ha fatto capire quel che c’è sotto. Il quale suona così: fino alle spiagge dorate del sole, della vita, della ragione è il Destino che conduce. Poi ha preso me per continuare, ma anche in quest’ultima avventura fino al campo base ha portato lui e solo da lì sono potuto partire verso la vetta, raggiungerla e impiantare la bandiera. Perciò non si sfugge mai al Destino, non si può farne a meno. Un avvertimento quindi il suo, per farmi rientrare nei limiti stabiliti dopo l’euforia dell’arrivo alla chiesetta. Ma a ben guardare non ce n’era bisogno: infatti, da molto un segnale m’aveva indicato che “Il Destino è il dio che lascia/ e che dispone,/ e se qualcuno di noi/ ora propone,/ deve collaborare con il Destino”, e io mi sono sempre attenuto a quell’avviso.

[Continua]

Le indicazioni del destino. Capitolo 1: La chiesetta sperduta

29 agosto 2010

La chiesetta sperdutaluogo d’appuntamento perenne o mappa del tesoro − contiene le prime enigmatiche indicazioni per trovare la chiesetta che mi sono state misteriosamente comunicate quando, poco dopo la sua apparizione, ho cominciato a cercarla

Francisco de Goya, Atropos (o Las Parcas), 1819-1823

Dal regno eterno
È venuto questo Sogno,
Ma io allora non sapevo
Da dove giungeva.
Però era così bello
Che non l’ho più lasciato,
E lui alla fine mi ha portato
Dove l’amore non è fuggevole
Ma immortale.

1.
Luogo di raccolta nella chiesetta sperduta. Si arriva da un lungo sentiero, ma nessuno sa quando arriva. Incontrando l’altro che sta per entrare si guarda, ma non lo conosciamo. S’attende persona lontana, ma invano, e si dovrà ripartire. Non capita mai che l’uno s’incontri con l’altra che una volta ha lasciato, ma forse si spera. Perciò si cerca il luogo d’appuntamento, ma anche là si giunge per caso e si attende. Arriva un altro visitatore ed entra nella piccola chiesa, finché potrà rimanere. Potranno sorgere nuove amicizie, ma per poco, forse solo per ridestare un’immagine.

2.
Avevo provato a dirglielo, sapendo che ci saremmo lasciati: c’è una chiesetta sperduta, luogo d’appuntamento. Si arriva da un sentiero montano, ma vedo soltanto un tratto di esso. Altri pellegrini vi giungono, ma di rado, e la chiesa è piccola, con il tetto a due falde molto inclinato, simile a quelli delle chiesette di montagna. Altro non so dirti, perché c’è nebbia attorno. Non so la strada per arrivare né in che paese si trovi. Eppure solo in quel luogo potremo trovarci ancora. Tienilo a mente: una piccola chiesa, un tratto di sentiero, qualche pellegrino che arriva solitario e buio attorno. Potresti arrivarci un giorno e lì pensare di trovarmi, anche se strade e date non abbiamo potuto indicarci. Potrei arrivare anch’io ed entrerò e attenderò, finché sarà possibile rimanere. Ma non dimenticare: serba l’immagine di quel luogo d’appuntamento.

3.
Mi chiesero se valeva la pena di custodire così lieve speranza e attendere una persona quando, su ogni strada, quasi con lo stesso volto, a mille se ne presentavano. Bastava sapersi adattare, immaginare di aver trovato. A volte, anzi, maschere identiche si mostravano e bastava partecipare all’inganno, all’inizio. Lieve inganno, del resto, e dopo le prime titubanze ci saremmo convinti d’aver trovato, e saremmo vissuti nell’illusione di non perdere e di non perderci mai. Le chiese a mille si sarebbero presentate e tutte simili, e i pellegrini, con un po’ di fantasia, si sarebbero tutti assomigliati. È capitato ancora così, mi dissero, e chi ha accettato si è trovato bene. E mi mostrarono un grande spazio pieno di chiese e di folla e le chiese non sembravano neppure più tali e formavano paesi e città.

4.
Non volevo smarrirmi ancora nelle città, fra la folla, e serbavo l’immagine della chiesetta sperduta. Una volta mi parve d’aver trovato il sentiero e m’incamminai per esso. Il primo tratto aveva un forte pendio e faticai a salire. Ma poi si fece meno ripido e cominciò a girare attorno alla montagna. Più avanti l’impressione che fosse quello tanto cercato divenne più viva, perché sui due lati cominciarono ad apparire verdi arbusti fioriti, simili a lilla, ma con foglie e fiori più piccoli e più profumati. Camminavo spedito ormai, quasi senza accorgermi del lieve pendio, mentre ai lati del sentiero s’infittivano gli arbusti fino a diventare siepi sempre più folte, sempre più alte. M’appariva ancora l’azzurro del cielo ma non mi riusciva più di vedere, attraverso la variopinta barriera, il bel declivio del monte e il grande orizzonte d’alte vette montane. Ancora più avanti, anche il tratto di cielo si chiuse con il verde delle foglie e gli sfumati colori dei fiori dei rami che s’intrecciavano formando un’arcata; ed io camminavo leggero, quasi sospeso, perché al dolce profumo una musica soave mi sembrò che s’unisse. Ma più avanti cominciò a riapparire il cielo, si sfoltirono le siepi sui lati e si ripresentò alla vista sulla destra lo spazio attorno. Avevo girato attorno al monte ed ora mi s’apriva davanti un ampio pianoro. C’era un cimitero poco lontano e dopo un piccolo paese. Passai accanto al cimitero ed entrai nel paese. La chiesetta era posta nella parte più alta ed era bella così stagliata nel cielo. Ma non era certamente quella che cercavo. Questo però già lo sapevo, perché l’illusione da un po’ s’era spenta.

5.
Lì si son raccolte a mille e puoi trovare, e riconoscevo che poteva essere vero. Fatte con volti che all’immagine assomigliano, si poteva trovare il volto come l’immagine in quel luogo; fatte a cose e lì raccolte, quasi fermate in un punto ad attendere. E ancora di più ci adunavamo nei luoghi di raccolta, le vie della città, le piazze, a guardare i volti, a guardare i corpi. Qualche volta ho avuto la sensazione di incontrare. Forse assomigliavano soltanto all’immagine bella ma io da molto non la rinverdivo. Improvvisamente mi sembrava di riconoscere dallo sguardo, dall’aspetto e forse ero riconosciuto, e proseguivo felice. Avrei anche voluto dirle: mi pare di averti già visto, ma temevo di sbagliarmi e non mi fermavo, cercando delle prove più sicure. Anche se gli incontri di rado avvenivano.

6.
C’era un pericolo in quel luogo di raccolta, dove si vedevano volti e corpi innumerevoli, ed era quello di sbagliarci, di credere di riconoscere ed accettare. Per la maggior parte dei casi appariva evidente la differenza con ciò che cercavo, ma altri erano così simili che sembravano l’apparizione dell’immagine bella. Volti gentili che sembravano portare la tristezza di un amore lungamente aspettato. Forse io cerco te, avrei voluto dire, ricevendo un muto consenso. E questo poteva anche accadere e, di fatto, avveniva, anche se non si era sicuri d’aver trovato veramente, ed anzi pareva inverosimile. Ma allora interveniva mutua stima, mutua comprensione e ci si consolava a vicenda, e poteva spuntare anche l’amore, forse non il vero amore ma somigliante, e non era neppure escluso che fosse quello vero. Nessuno poteva saperlo e si restava nel dubbio.

7.
In quell’oasi, quasi fermati in un punto, ciò avveniva ormai abitualmente. S’incontravano, credevano di conoscersi e forse si conoscevano, e restavano assieme, anche se per breve tratto, cercando amore e consolazione, per non restare senza fine dispersi, forse per non rimanere senza amore.

8.
Il luogo di raccolta forniva dolci momenti di sosta, con luce e giardini di fiori, volti belli, soavi forme. E là volentieri si sostava e si temeva il partire. Potevi vedere la gente raccogliersi per stare assieme e formare famiglie, paesi e città, e ridere sentendosi parlare e gioire e piangere per gli altri.

9.
Un particolare cenno meritava quel trovarci fermi, nel luogo di raccolta, nella vita dell’oasi. Fermi con forme raccolte, modellate. Non si sapeva come fosse avvenuto.
Ad una prima considerazione, certamente superficiale, sembrava trattarsi di una caduta, caduta di luce di sole, caduta di luce di stelle. A voler anzi cercare con amore, ciò appariva evidente, anche se di caduta senza fine doveva trattarsi e da luoghi senza nome. Ma a parte come fosse potuto avvenire, meravigliavano quei corpi armoniosi, dal colore di luce, forme colme di dolcezza. Si guardavano e sorgeva il desiderio. Era nato anzi un secondo amore, certamente effimero, ma che largo seguito aveva: attaccamento ai dolci corpi rotondi, bramosia. Doveva trattarsi di un errore, un accecamento, forse di una sconfitta. Si accettava la vita facendo vivere i corpi. Si accettavano le tiepide carni, la dolcezza alla bocca, la bellezza agli occhi, nutrendoci. Dopo la sazietà, si cercava subito altro nutrimento. La città terrestre poteva mostrarsi così con la sua faccia d’inferno.

10.
Doveva trattarsi di un accecamento, forse di una sconfitta. Non di una sconfitta definitiva, sembrava, ma di una delle tante nella lunga ricerca. Si credeva di arrivare, ma ciò mai avveniva davvero; si credeva di trovare ma poi sorgevano dubbi, smarrimenti e si continuava la ricerca. Non certamente qui, nella città umana, si poteva riuscire ad incontrare. C’era soltanto una possibilità, del resto molto vaga, offerta appunto dal luogo di raccolta, ma in quanto a credere davvero di trovare, a ben riflettere, sembrava addirittura inverosimile. Si credeva di risolvere, di giungere a conclusione, e la fede alimentava la vita. E forse quanto si cercava non esisteva neppure nel luogo di raccolta. Non si poteva, forse, neppure immaginare che esistesse. Ma gli uomini continuavano a sperare, fino all’inevitabile sconfitta. Molti fino al fallimento.

11.
Questo stato di cose portò ad una soluzione sconfortante anche se prevedibile: cominciarono le conquiste in quel luogo di raccolta di beni comuni a tutti, come per tutti splende il sole e l’acqua li disseta e l’aria gli alimenta. S’impadronirono delle terre, delle ricchezze del suolo e cercarono il potere. Diventarono grandi fra i loro simili, si nominarono con titoli sfidanti l’eterno, innalzarono templi di pietra che dura. E la dolce oasi, il paradiso terrestre, luogo divenne di ciechi simboli, tomba d’eterno. Qui sulla pietra si effigiò l’anima morta perché durasse, l’anima di dura materia, il sogno infranto.

12.
Sembrava che ciò che s’era fatto fin qui, corpo e volto, fossero proprio quelli che ci spettavano, forse covati nel sogno, forse un po’ accaduti così, fortuitamente. Ma erano corpo e volto che ci toccavano, perché immagini con forme e aspetti così comparivano e altrimenti, forse, niente poteva mostrarsi. Per conoscerci e poterci ritrovare ci occorreva un volto, un corpo. E allora si doveva convenire che essi, sia pure in piccola parte, erano dovuti all’antico desiderio ed erano un indizio del lungo cammino. Così potevamo incontrare e conoscere e se un giorno arriveremo, forse ancora così ci apparirà il volto e il corpo che cerchiamo.

13.
Questo non significava certamente possedere una carta da puntare con probabilità di vittoria, ma anzi, tenendoci all’esempio della carta, essa apparteneva ad un gioco strano, inestricabile, segno di qualcosa d’esistente, ma che appena s’intravedeva. Oppure ciò che appariva era sempre piccolo, era soltanto un indizio vago, e di là altro ancora, dopo altro ancora.

14.
Eppure, anche se non si poteva pensare a vittoria, era bello vedere fiori nella luce, volti nel sogno. Potevamo vederci, speranza grande e gioia grande, e pensavamo di meritare quella gioia.

15.
Mi apparve una notte, dispersa nell’ombra, oltre un vasto piano, in una lieve luce che appena la tratteggiava ma che non bastava a farla vera, ma lontano sembrava smarrirsi, lievemente sembrava svanire, la forma di una chiesa simile all’immagine. Rimasi sorpreso per la somiglianza, forse perché più veloce dei sensi era stato il desiderio. Ma poi m’avvidi, avvicinandomi, che della chiesa del mio paese adottivo si trattava. Lo spazio davanti era un vasto prato, colmo di sole al mattino, poi c’era la strada, tanto viva di folla al mattino, e più in là la chiesa, alla fine di un breve viale, da tanta luce avvolta. Non ero mai entrato nella chiesa ma passando dalla parte in ombra, era la prima volta, mi giunse immagine di cosa a me simile, sotto l’alta muta oscura, nell’attesa di salire alla ricerca di luce. Ma di una chiesa di recente costruzione si trattava ed io ero arrivato a quel paese da poco.

16.
Vorrei parlarti di un luogo che ho incontrato e che ricorderai sentendone parlare: il vasto pendio del colle che dai piedi del lago saliva, ed era ricco di pini e larici ed ammantato di soffice muschio e fili d’erba. Avevi raccolto un mazzo di ciclamini, ma poi sono andato anch’io a cercarne e durante quel tempo lontano da te ho annotato qualcosa per ricordarla. “Brillavano al sole, d’altro colore vestiti, su profondo prato in pendio. Scivolando la luce incontrava il loro colore ciclamino. Costellato il prato di colore ciclamino, stelle del prato andavo a raccogliere. Lassù sul versante, come nube di stelle, nube di fiori. Stelle dal colore ciclamino”.

17.
La vita sfugge e più non si trova, anche se si vorrebbe non perderla, e allora s’inventano tante cose: ricordi, segni, nomi. E ripetiamo nomi continuamente, quasi che possano così rimanere, e segniamo e incidiamo sulla carte e nel marmo, perché possano di più restare, e ricordiamo.

18.
Sono più vivi i ricordi e possono durare molto, ma dopo tanto non sai più se son tuoi o strani segni che affiorano da profondità lontane. Andiamo smarrendo, anche se non si vorrebbe, e quando partiremo sogno lontano diverrà la vita, a cui un altro giorno si tenterà di credere.

19.
Potrei arrivare alla chiesetta sperduta, luogo d’appuntamento, dove tanto m’aspettavo, e parermi di ritornare, senza che alcuna cosa m’assicuri.

20.
Qui, forse presagendo, cerchiamo di lasciare segni sulla pietra più dura, nella roccia più grande, negli archi istoriati e colonne, nei templi e città, senza sapere di poter ritrovare, senza contare d’avere ritorno.

21.
Finché siamo qui, in questo luogo di raccolta, possiamo però ritornare. Non sempre e non dappertutto, tuttavia, perché innumerevoli luoghi e cose li lasciamo per sempre, anche se di tutti serbiamo speranza di rivederli. Ma non si può sempre ritornare per le vie percorse, nei luoghi visitati, dalle persone conosciute, e anche se lo volessimo ci mancherà un giorno il tempo per farlo. Pensiamo allora di serbare le immagini, ma anche quelle sfuggono e si spengono, anche se non tutte o per sempre, forse, perché ne compaiono a volte improvvisamente: lembi di cielo, tratti di strada, densi di vita improvvisa, quasi ultime scintille d’amore, se possono morire i ricordi.

22.
Certi luoghi e persone care andiamo invece frequentemente a ritrovare, finché benigno è il tempo. E ogni volta si lascia e diventa triste il partire. E ci si rallegra un po’ se si pensa di ritornare. Finché finirà. In questo luogo di raduno c’è concesso questo dono, anche se breve e limitato: poter ritornare, poter rivedere, prezioso dono come quello di poter apparire. Forse una conquista grande, anche se non si poteva pensare a vittoria.

23.
Sembrava così farsi strada, a poco a poco, un’idea singolare, ma che pareva meritare un accenno: che in un punto si fosse fermato il desiderio, che l’inconoscibile avesse acquistato un volto, una voce l’andare dispersi. E sembrava anzi di avvertire quando ciò era avvenuto e cose irruppe nello spazio cieco e voce chiamò rompendo il silenzio di sempre. Ma anche se davvero era accaduto così, non poteva però significare molto, anzi sotto un certo aspetto, non poteva essere successo che così. Solo che ora qualcosa sembrava spostarsi, un centro, un interesse: nel luogo dove si è cominciato a trovare e ritrovare dovevamo continuare la nostra ricerca.

24.
Si doveva convenire che il luogo di raccolta offriva dei vantaggi considerevoli che sembrava diventassero sempre più evidenti più ci occupavamo di esso. Potevamo vederci e potevamo incontrarci e ciò assomigliava al desiderio. Molto vagamente, è vero, e sembrava perfino azzardato pensare a somiglianza se non fosse stato per l’amore che spunta improvviso incontrando, per il dolore senza fine che sconvolge perdendo e per la bellezza che non ha misura.

25.
Da chiome d’albero bagnate da pioggia recente, si staccavano le gocce quando lo scuotevo, e cadevano sulla mia bambina che fuggiva festante sentendole. Ma subito correva sotto l’albero appresso indicandolo: quello. Ma io temevo di bagnarla troppo, e lunga era la fila di alberi. Anzi nella sera che scendeva non riuscivo a vederne la fine, che pur immaginavo lontana, oltre l’ultima ombra. E mi dispiaceva di dover interrompere quella gioia dopo d’averla suscitata.

26.
Non era escluso che si potesse trovare la via giusta se il mondo era vero, anche se denso e pesante e frammentato in parti innumerevoli che finivano. Perciò si prendeva una via lunga per seguirla, ma ci si accorgeva dopo un lungo cammino, appena dopo una curva, che essa improvvisamente finiva, oppure si perdeva in un vasto piano nebbioso, dal terreno infido, o s’interrompeva su un abisso. Quand’anche si riusciva a rimanere sul ciglio o non ci si perdeva nella palude, ciò che poteva capitare a chi procedeva guardingo, più non bastavano però le forze per ritornare e più non era sufficiente il tempo. Ciò, veramente, capitava ai più tenaci che avevano scelto la via con fede e la percorrevano fino in fondo. Ma anche per gli altri la sorte non era diversa. Prendevano una via, dubbiosi ritornavano dopo i primi passi e prendevano un altro cammino, e sempre così, fino a trovarsi dopo tanto vagare sulla via per prima iniziata, vecchi e stanchi, senza più desiderio di procedere ancora. Ormai erano innumerevoli i fallimenti, anzi di nessun cammino intrapreso si conoscevano sorti migliori di precipitare nell’abisso, perdersi nella palude, o vagare incerti fino allo stremo delle forze.

27.
Allora si era pensato, nelle città, almeno finché andar si poteva, di dar nome alle vie, e per ognuna che portava lontano, altre costruirne, per ritornare ai luoghi di partenza, in un intreccio vario, sicuro e spesso divertente. Si poteva smarrirsi ancora, tuttavia, ma chiedendo si trovava sempre chi c’indicava la strada da seguire. Se si dimenticava il suo nome, allora diventava più difficile trovare, ma non impossibile tuttavia, perché si conoscevano altri nomi di città e di luoghi vicini, o indirizzi di amici e conoscenti che ci avrebbero aiutato. Nonostante ciò poteva ancora lo smarrimento prenderci, specie se non si era abituati ai lunghi viaggi o se dai raccolti luoghi familiari ci si recava nelle grandi città, dalle tante vie che s’intrecciavano quasi a labirinto. O ancora se da poco datava il nostro arrivo nella luce, o se d’anni pieno era ormai il cammino.

28.
Forse perché pensavo di dovermi smarrire, persa ogni via, m’era apparsa la chiesetta sperduta. Ma sempre che potessi là giungere e fermarmi ad attendare, non solo te vorrei incontrare, che pur sei così cara, ma anche le altre persone care che mi son state vicine e a cui devo molto. E vorrei che m’apparissero luoghi come questi e albe nel cielo e tramonti, notti di stelle, forme belle e gentili. E vorrei che la vita s’aprisse ancora una volta, lassù, come questa, e la chiesa nel mezzo, a segno e ricordo che là ero arrivato per amore e non per caso.

29.
Ma era tanto difficile trovare, anzi sembrava impossibile. Si poteva forse pensare che l’immagine della chiesetta lontana salvasse un po’ dall’angoscia, ma era anche quella un pallido segno che poteva svanire appena si fosse arrivati alla fine della via conosciuta.

30.
Si poteva anche immaginare d’aver trovato una strada, quella che segna l’amore, ma allora assieme dovevamo rimanere, per mano andare. Avevo tentato da solo, varie volte, vie nuove, paesi mai visti, ma come scendeva la sera m’affrettavo da te o se lunga strada ci separava, rivolto a te il pensiero, aspettavo il mattino per raggiungerti. Insieme invece era diverso: sceglievamo fra la via nota e quella mai percorsa la seconda, e proseguendo per essa, fra aspetti nuovi, vagavamo senza meta. Come se insieme ci preparassimo. Vorrei ora dirti di venire con me per quella via che alla chiesetta conduce. Ma non l’abbiamo mai percorsa fino alla fine. Forse non porta neppure alla chiesa. Potrebbe essere stata tracciata per là arrivare, e poi lasciata interrotta, perché non si sapeva da che parte continuarla. Ho cercato di informarmi e quando andavo via da solo, era proprio per chiedere notizie e provare. Ma nessuno sapeva dirmi qualcosa di certo e deluso ritornavo da te. Qualche volta mi sembrò di udire parole e immagine cogliere di quel che cercavo e tornavo felice. Ma già immagine si spegneva e parola svaniva e l’una non sapevo mostrarti né l’altra ripeterti. Tu però non chiedevi certezza e ti bastava rimanermi vicino. So che non chiedi certezza e possiamo insieme tentare la via mai percorsa.

31.
Come sempre sei usa, anche per brevi viaggi che hanno ritorno, portare cesta di vivande e ristorarci per via, anche ora sei stata prudente. Vieni come fiore e frutto ed io ti guardo e s’allevia e s’allieta il cammino. Stanchi, possiamo fermarci per via e tenerci stretti in riposo, per poi assieme continuare ancora.

32.
Se vuoi, però, là dove stanchi ci siamo fermati, possiamo anche rimanere e farci una casa ed attendere i figli. Molti hanno fatto così. La via che percorriamo ha case ai lati, vecchie abitazioni di chi è dovuto partire, ma anche tante case nuove, ridenti, con grida di bimbi, voci di giovani donne. Non mi trovi contrario se mi dici di fermarmi, perché so di farti felice e perché la strada è tanto lunga se fino in fondo si apre. O potremmo arrestarci per forza, un po’ più avanti, se s’interrompe questa che stiamo seguendo. Io intanto approfitterò per chiedere ancora notizie, per cercare ancora di sapere, ma non so con quanta fortuna.

33.
Potrei scoprire un segnale che m’indica una direzione, ma ad un crocicchio più in là fermarmi, perché non si trovano più indicazioni del cammino. Ma anche se tante notizie acquistassi per tutta intera la via, non saprò mai se son vere se vere le troveremo andando. Così ci toccherà di partire senza poterti dare certezza e sicurezza.

34.
Restiamo allora, mi dicevi, tanti non parlano mai di partire. Ti rispondevo che è difficile parlare di partire, tentando vie senza nome, quando si sta così bene su chiaro luogo accogliente con te. Ma d’altronde era meglio parlarne, per non essere colti di sorpresa, all’improvviso. Chi taceva o dimenticava, o s’era da tanto tempo adattato all’inevitabile distacco e rassegnato aspettava. Ma quando giungeva improvvisa quell’ora fatale, incolmabile era il dolore di chi restava e spenta ogni loro speranza. Invece parlandone, poteva farsi il miracolo: che un lume di speranza rimanesse acceso e un’immagine viva.

35.
Il volto, gli incontri, la via, potevano essere preziose conquiste in un eterno vagare senza meta in seno all’angoscia. Un vagare senza volto, senza strada, senza luogo d’appuntamento. Non si poteva affermare che fosse davvero così, ma forse neppure escluderlo. L’angoscia era in noi, anche se non sempre affiorava, assieme a smarrimento e a terrore senza fine. E poi c’era l’amore, che aveva disegnato i visi, permesso gli incontri, aperto un mondo di luce, fatto volto e figura in te, e c’era la gioia di tutto ciò. L’amore pareva avesse ottenuto il miracolo e anzi per esso si veniva alla luce, quasi a conferma.

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Ed ora l’amore pareva aver posti due segni nel vuoto: una chiesa e un tratto di strada, per là ritrovare il tuo volto e riconoscerlo, per là poterci ritrovare.

37.
Qui si appare, bellezza affiora per poco, l’amore per poco dura, ancor più presto scompare la gioia, frequentemente bussa il dolore, scompaiono i giorni con volti e sole e amore e più non ritornano, e sempre sconfitto è l’uomo.

38.
Eppure non eravamo rassegnati del tutto e forse mai lo siamo stati, anche se inevitabile giungeva la sconfitta, anche se mai, forse, avrebbe cessato di giungere. Ma ugualmente cercavamo, forse solo per nutrirci di sogni. E tanti ce n’erano stati e nessuno può dire che non fossero veri se con essi un po’ la paura abbiamo vinto e un po’ di conforto trovato. Se sogni di vita che dura giungevano, non era vano nutrirci di sogni, e se veri li credevamo, forse erano soltanto eccessive le nostre speranze.

39.
Per non perdere luce, luce siamo riusciti a ripetere; per non perdere immagini, immagini abbiamo segnato e inciso con luce e spazio attorno, volti d’esseri cari, corpi armoniosi; immagini tutte che non volevano cessare in noi e che non volevamo lasciare. E son lì conservate con cura ed amore, non vive ma neppure senza vita, non durevoli sempre ma conservate e tramandate nei secoli. Teniamo le immagini fattesi forme e colori che erano voluto restare, che erano potuto restare quando s’era scoperto la luce, lo spazio, la bellezza, l’amore. Serbiamo l’immagine di volti non vivi, ma vicini, forse, a non essere mai dimenticati.

40.
Anche se puntuale giungeva la sconfitta, la nostra rassegnazione non era intera. Una sera ho visto come immagini sciogliersi le cose e svanire, farsi drappo luminoso la luce e svanire, nero manto raccolta tenebra e svanire, e cominciava lo smarrimento infinito. Così si poteva restare senza più nulla, né volti, né forme, né luce; così si poteva restare per nulla, senza più fine. E allora anche un’immagine poteva salvare, a patto che non fosse mai persa, e l’amore poteva salvare, se un briciolo non fosse mai spento.

41.
Laggiù disperso nel vuoto c’è un sogno felice: una mano che incontra una mano per insieme salire.

[Continua]