Archive for the ‘L’Ente’ Category

L’Ente – Sesta parte

24 gennaio 2011

Dalla circonferenza verso il Centro e ciò che accade dopo l’arrivo.

 

J.M. William Turner, Lago d'Averno: Enea e la Sibilla Cumana (1814-1815)

Premessa

Io sono arrivato in Centro giungendo da fuori. Precisamente da un paese del Cadore, dalle cime montane, dai pendii in fiore, dalla chiesetta alpina che abbiamo cercato per sposarci e l’abbiamo trovata in cima ad un erto sentiero in un luminoso mattino di settembre: questi i luoghi della partenza [1]. Soprattutto la chiesetta, che quando l’ho vista la prima volta si è come sdoppiata ed io ho cercato la seconda. Che pareva in cielo, allora, perché non era solo apparenza che muta e c’è e non c’è, ma era immobile, immutabile, senza inizio e fine. Così si è presentata la prima volta o così ho capito che era. Un luogo dove l’amore che io volevo “per sempre” [2] poteva essere protetto e conservato in tal modo. Come, diversamente?
L’ho chiamata “chiesetta sperduta” per distinguerla dal suo sosia sulla terra, di cui ormai conoscevo l’ubicazione. Anche “chiesetta celeste” è stato un altro dei suoi nomi perché, appunto, è apparsa nel cielo terso, sopra le montagne che circondavano quel luogo.
Cinquant’anni è durata la ricerca della chiesetta sperduta, durante i quali ho compiuto il giro della terra e del pensiero, superando il giorno e la notte, la luce e la tenebra, la veglia e il sonno, il conscio e l’inconscio, la vita e la morte; finché non sono giunto alla fine che coincideva con l’inizio, dove l’una e l’altro sono “lo stesso”, e in quel punto l’ho trovata. Poi, lasciando la circonferenza e seguendo il raggio − la Via Maestra della sapienza −, sono giunto nel Centro, la meta più agognata da ogni mortale che si emancipa dalla sua finitudine.

Questa la premessa. Ma cosa c’entra con L’ente – e in che modo si può dire che è eterno, che è il titolo di questo post?
C’entra, perché il sottotitolo suona così: dalla circonferenza verso il Centro e ciò che accade dopo l’arrivo, ed è stata quella la partenza. Dalle apparenze verso l’immutabile, perciò. Ed ora si fa avanti in modo chiaro e distinto anche il perché dell’immane avventura. Perché fra le innumerevoli apparenze che sono l’aspetto e la trama di questo mondo, una ne ho incontrata che aveva le caratteristiche del Centro, che come esso era immobile, immutabile, eterna. Era la chiesetta apparsa in quel lontano mattino di settembre contemporaneamente in due parti: sulla terra e in cielo, vale a dire nel tempo di una vita che è un tratto con inizio e fine e nel ciclico ritorno che mai si ferma [3]; e quando alla fine dell’avventura l’ho trovata, si è presentata per ciò che era: una memoria antica ammantata di regalità [4].

Ora un ulteriore passo in avanti sulla via del L’ente – e in che modo si può dire che è eterno: la via della cultura perciò, che sta sopra la natura e la vede come da fuori e dall’alto. Ecco cosa accade con l’arrivo in Centro [5].
− Fino a poco prima, le apparenze sono contingenti, passeggere, effimere, e finiscono nelle fauci della morte; apparizioni e sparizioni anche noi nel giro della vita. Infatti, si diceva di noi: non si sa da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo.
− Dopo l’arrivo, invece, un legame si stabilisce fra il Centro e le apparenze o fenomeni, e per questa ragione essi s’iscrivono nell’eternità, diventano aspetti dell’eterno ritorno dello stesso, (quindi ritornanti eternamente).
− È il Centro il custode di ciò che è. Anche le apparenze sono eterne se le ha in cura il Centro
− Raggiunto il Centro, ti appare da quel punto l’intero giro della vita. Se collegato ad esso, ogni cosa od aspetto della circonferenza non si perde.
− Quando arrivi nel Centro, una scena sulla circonferenza può diventare presente eterno se la colleghi. Di questi punti, lungo il giro che ho compiuto, ne ho fissati molti, che già torno a rivedere anche in questa vita. Per ora sono aspetti di una singola esistenza, ma l’Abisso è stato varcato e perciò non sono più in mano al cieco destino, ora c’è un patto [6].
− Quando arrivi nel Centro del mondo che gira, sotto attenzione è tutto il percorso, quindi ogni avvenimento di esso se si vuole. È ciò che già c’è come ricordo, soltanto che non si occupa il Centro in modo stabile, anzi soltanto in qualche momento eccezionale. Oppure non si sa nemmeno di occuparlo anche in quei casi, perciò anche il ricordo non ha stabilità – s’accende, si spegne, scivola via, o sembra che giunga da profondità lontane e sconosciute.
− Posizione immutabile ed eterna è il Centro della ruota che gira. Poi io ho fissato posizioni lungo la circonferenza. La prima è la chiesetta. Poi tante altre. Ne ho già nominate alcune [7]. Ma dopo l’arrivo in Centro quel che si svolge fuori dove c’è movimento e mutamento, può acquistare anche le caratteristiche del Centro.
− I collegamenti hanno un nome antico, si chiamano ricordi, ciò che c’è già, insomma, ma finora apparivano e sparivano, erano brevi ed effimeri e isolati fra loro come stelle nella notte buia, perché il Centro non era presidiato, anzi raramente frequentato.
− Come perle di una collana si dispongono, dopo che sono giunto nel Centro, tempi ed aspetti della vita che conduciamo quassù fra canti e pianti. Dovrebbe mutare il pianto in un sorriso ora che la conoscenza della via è completata e la meta è stata raggiunta.
− Solo il collegamento con il Centro muta l’apparenza: solo in questo modo quel che è mutevole acquista l’immutabilità. Ritorna “lo stesso”, è l’eterno ritorno.
− Dopo che l’intero cammino è stato compiuto ad occhi aperti e mente sveglia, con l’arrivo in Centro, l’apparire viene ricuperato, specialmente i punti e i tratti più difficili e segreti e le imprese più ardue. Per me, fra i primi l’Alba, il Mezzogiorno, il Tramonto, la Mezzanotte, l’Abisso, la coincidenza degli opposti, la Porta. Fra le imprese, soprattutto le conquiste dell’Io e del Sé [8] la scoperta del segreto della Porta e la costruzione del Ponte sull’Abisso. Ciò ha richiesto a questo punto lo sviluppo di quel processo che si chiama ricordo, che è collegamento fra il Centro e le apparenze. Quel che è nella circonferenza diventa imperituro anch’esso a questo punto.
− Lungo il cammino della cultura ci sono opere d’arte cui assegniamo il titolo di eterne. Ora si può capire perché, perché sono opere sorte lungo la via che porta all’immutabilità ed eternità, e nascono già con queste caratteristiche.
− Quando avviene il ritorno voluto e cercato, vale a dire quando la via della conoscenza arriva fino al Centro, mutano le apparenze e muta l’Essere. Si scambiano le loro doti le due parti: il Centro dà l’immutabilità, l’immobilità, l’eternità, e riceve colori, forme, sapori, odori, suoni.
Eterno ritorno è essere e divenire assieme. Stanno in un rapporto come il mozzo e il cerchio esterno della ruota: il primo è immobile e l’altro gira.
− Il giro della conoscenza è conoscenza degli altri giri: quelli degli astri in cielo e delle piante e animali sulla terra. Ma è anche giro a sé.
− Con l’arrivo in Centro portiamo a compimento ciò che siamo stati e siamo, perché il Centro c’era anche prima e così le apparenze, anche se in modo provvisorio e instabile. Prima che l’intero ente si mostrasse in modo chiaro e distinto siamo stati un po’ questo e un po’ quello. Apparenza per il tempo di una vita, Centro in momenti particolari. Tempo per la maggior parte, vale a dire passato, presente e futuro, con una voragine prima e dopo; eternità soltanto in qualche lampo e scintilla.
− Devi acquistare la consapevolezza di ciò che sei, e tu sei un ciclo. Non solo un ciclo della natura che si chiama uomo, ma anche della cultura e il suo nome è Sé.
− Il tempo lineare sta all’eterno ritorno, come le apparenze al loro ciclo intero. Essendo poi eterno ritorno e ciclo la stessa cosa, o uno è un caso particolare dell’altro, anche tempo lineare e apparenze sono la stessa cosa, e le seconde sono forme e colorazioni dell’altro.
− Dopotutto, l’eterno ritorno dell’uomo, come quello della rosa a maggio, del gatto di Schopenhauer, dell’usignolo di Keats [9] è ciò che è sempre avvenuto ed avviene. Ma non era noto il cammino, si percorreva ad occhi aperti e mente sveglia soltanto un tratto della strada. O non si conoscevano i collegamenti fra veglia e veglia interrotte dal sonno e dal letargo, né quelli fra vita e vita interrotte dalla morte.
− Fuori della conoscenza umana è tutto in mano ad altro (alla Natura, a Dio, al Destino…)
− Momenti eterni quelli che vado ad incontrare. Non lo erano prima, appartenevano al cerchio. Anche ora, ma ora c’è il Centro che li vede. Stanno nel modo delle cose in sé: sotto l’occhio di Dio.
− A questo punto però, per il ritorno, dipendiamo dal corpo, perciò dalla natura. Allora chiamiamo a sostegno la scienza perché ci fornisca il mezzo che ci porta in questa dimensione che chiamiamo mondo e per mantenerci in essa. Finora il corpo ce lo da solo la natura nel modo che si sa, con l’unione di un uomo e di una donna, e sarà ancora così per molto. Ma non per sempre o soltanto così. C’è già e ci sarà sempre più anche la scienza in gioco, ora che sta impadronendosi velocemente della parte fisica. D’altronde fino a Galileo e Newton, vale a dire fino a qualche centinaio d’anni fa, la scienza è stata una parte della filosofia, quella che si occupava, appunto, dei corpi e del loro ambiente, ciò che qui chiamiamo apparenza, ed è giunta l’ora che ritorni al suo ruolo e rango. In ogni modo sta già procedendo in questa direzione.
− Siamo come gli altri enti che hanno dimora in cielo e in terra: come le stelle, i pianeti, le piante, gli animali. Com’essi percorriamo il nostro giro instancabilmente: è l’eterno ritorno dello stesso. Ma rispetto ad essi, c’è una novità: conosciamo la via di questo riandare [10]. Nell’ente che si chiama uomo, non essenzialmente diverso da ogni altro essere nel mondo, è cominciato da alcuni millenni un processo d’individuazione, che ora è giunto a conclusione.
− Nella specie, finché si appartiene ciecamente ad essa, è lo stesso che ritorna ma non sa di ritornare. Nel giro della Conoscenza avviene la stessa cosa, ma chi ritorna sa da dove arriva e dove va e vede esempi di quei giri in cielo e in terra. In cielo i pianeti, sulla terra piante e animali.
− Le rotazioni compiute dagli enti, dico i loro percorsi circolari, non li conosce chi li compie. Vengono eseguiti sotto dettatura (leggi della natura), sotto comando (gli input della specie). Soltanto ad uno fra gli innumerevoli esistenti in cielo ed in terra è riuscito a conoscere il suo percorso per intero: all’uomo, e ciò in modo chiaro e distinto è avvenuto da poco. È questa l’immensa conquista dei nostri giorni, il risultato del cammino dell’intero Occidente.
− Superare la Notte e l’Abisso e arrivare in Centro, significa anche non essere più sudditi del dominio delle apparenze vale a dire di questo mondo continuamente in movimento e mutamento, dove infaticabilmente si è gettati e tolti, in lotta fra noi per mantenerci in esso il più possibile, spinti a sopravvivere. Significa ritornare ma a delle condizioni: dove e quando si vuole, a trovare chi ci è caro, a vedere quel che ci piace.
− Ho scoperto il Centro del mondo delle apparenze o mondo per noi. È l’Io, il Sé. Di quello delle cose in sé, si dice che è Dio.
− Siamo lo svelamento del giro misterioso dell’ente di natura, che ritornava eternamente ma non sapeva.
− Perciò soggetti ad un avvicendamento che era sempre lo stesso. A turni si andava di guardia al mondo ed erano sempre gli stessi fantaccini che entravano ed uscivano dalla garitta.
− Circonferenza e Centro hanno linee che li collegano ma finora esse hanno funzionato in modo chiaro e distinto soltanto entro i limiti di una vita, vale a dire dalla nascita alla morte. Ma c’è anche qualcosa che va oltre, che supera quei confini che sembrano invalicabili: sono i ricordi di altre vite, ciò che si chiama metempsicosi. Sono come messaggi nella bottiglia gettati nell’oceano delle esistenze, dove navigano sperdute. Di tal genere la chiesetta celeste, di cui ho cercato la provenienza e l’ho trovata.


[1] Ci sono arrivato anche dalla Storia della filosofia, dal suo inizio (per la coincidenza delle due vie e la necessità di seguirle entrambe per riuscire ad arrivare alla meta, vedi L’antica via dei Miti e dei Misteri).
[2] Vedi il post Per sempre.
[3] Vedi Il tempo lineare e l’eterno ritorno. Anche la sapienza che si riscopre quando si arriva in Centro è la stessa dell’inizio: vedi Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica
[4] Vedi Le indicazioni del Destino. Rivoluzione. La presenza di un’apparenza come la chiesetta sperduta, che a differenza di tutte le altre era immobile, immutabile, eterna — quindi un’eccezione, non è stata cosa unica nell’esperienza umana. Anzi i casi sono innumerevoli, tutti quelli registrati sotto la voce “metempsicosi”, e noi nei nostri post l’abbiamo visitata varie volte. Ma nel mio caso, ho voluto cercare la strada che conduceva ad essa, e questo sì è forse unico. È la prima volta, in ogni modo, che una via viene tracciata fra il mondo delle apparenze e il Centro. Quest’apparenza eterna, ormai si sa, era la chiesetta sperduta, e l’indicazione verso di essa si è poi sviluppata in una mappa e in tante tracce sulla terra e in cielo, fino alla meta: fino al ritrovamento della chiesetta con quanto ha significato e significa. Ha significato che qualcosa di perituro, di caduco, d’effimero, era sfuggito dalle mani della morte, ed io per mezzo suo sono poi giunto a stabilire il suo collegamento con la fonte.
[5] Altri nomi del Centro sono Principio, Essere, Logos, Ápeiron, Tao
[6] La prima stesura del patto suona così: Mi pareva di poter fare quel Patto/ ma dell’altro nome non conoscevo/ né immagine sapevo fingermi./ “Chiedo sia salva la strada di sasso nel sasso tracciata/ che alla mia casa conduce,/ il volto di mia moglie e la mia bambina/ così preziosa ai miei occhi e cara al mio cuore”./ E tacqui per non chiedere ancora,/ per non chiedere troppo./ Finché voce mi parve di udire:/ “Senza misura sono i sassi laggiù/ e i volti e i corpi e passano./ Perché proprio quelli dovrebbero restare?/ Son segni, son segni,/ trascorrono verso l’oblio”./ “Ed io voglio che restino”, gridai,/ e mi pareva d’aver voce potente atta al comando./ “In cambio ti darò ciò che vorrai:/ ancora luce che dagli occhi trascorre/ e suoni e danze di immagini/ e qui ancora per te cercherò./ Ma lì nel tuo libro che immagini raccoglie/ senza tempi né luoghi/ scrivi per me questa data/ e le immagini qui del mio cuore”.
[7] Vedi L’ente – seconda parte.
[8] Vedi L’ente – prima parte.
[9] Vedi L’ente – prima parte.
[10] Vedi L’antica via dei Miti e dei Misteri, percorsa ora con la lampada della conoscenza filosofica.

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L’Ente – Quinta parte

8 gennaio 2011

L’Ente che è coincidenza di natura e cultura, cioè l’uomo,
e in che modo si può dire che è eterno

M.C. Escher, Autoritratto su una sedia (1920)

Con i post intitolati L’Ente
abbiamo raggiunto il Centro
della conoscenza filosofica
da cui si può vedere il girotondo
delle stelle e dei viventi.

Dei molti che ci seguono su questo blog, crediamo che ai più attenti sia apparso in modo chiaro e distinto che soprattutto ad un ente, fra gli innumerevoli che compongono l’illimitato universo, qui ci rivolgiamo. Tal ente è l’uomo che si trova nel giro della conoscenza, quindi ogni uomo; ma specialmente quello che ha seguito e segue la via filosofica, e ancor più chi è vicino alla sua conclusione, o chi l’immenso girotondo l’ha già percorso tutto ed è uscito occupando il Centro. Ci rivolgiamo, in altre parole, all’ente che noi stessi siamo, all’uomo in carne e ossa. Similmente l’astronomo ha occhi e mente per le stelle, il botanico per le piante, l’etologo per gli animali eccetera.
Ma una differenza salta subito agli occhi: gli altri enti stanno fuori nel gran mondo, mentre qui giochiamo in casa. Nella nostra indagine non guardiamo dalla finestra ma in noi stessi.
E cosa abbiamo scoperto dell’ente che noi stessi siamo, indagandoci così? Che apparteniamo al mondo animale e ci troviamo a capofila dei mammiferi, con tutto ciò che questa posizione comporta. Ma siamo noi stessi che ci siamo classificati in tal modo come enti di natura; ma poi, appunto, c’è la cultura che s’è aggiunta e ci distingue ulteriormente. Per questa combinazione, essa, inoltre, è diversa da quella rivolta agli altri enti che stanno fuori: perché la stella nulla riceve dalla conoscenza che noi abbiamo di essa e così la pianta e l’animale, mentre ciò non è per l’uomo che guarda in sé.
Enti là fuori e conoscenza di essi sono distinti e separati – l’ente materiale nel mondo, la sua conoscenza nell’uomo –, ma nell’uomo no. In lui la cultura si forma, s’impone e diventa una cosa sola con ciò che conosce. Risultato: siamo due cose in una. Natura e cultura assieme, coincidenza delle due.

Cosa sappiamo delle altre cose? Che ritornano – questo è il dato che qui c’interessa di più –, e son sempre le stesse che girano (“Tutto ciò che il potere del mondo lo fa, lo fa in circolo. Il cielo è rotondo ed ho sentito dire che la terra è rotonda come una palla e che così sono le stelle. Il vento, quando è più potente, gira in turbini. Gli uccelli fanno i loro nidi circolari, perché la loro religione è la stessa nostra. Il sole sorge e tramonta sempre in circolo: la luna fa lo stesso e tutti e due sono rotondi. Perfino le stagioni formano un grande circolo, nel loro mutamento, e sempre tornano al punto di prima. La vita dell’uomo è un circolo, dall’infanzia all’infanzia, e lo stesso accade in ogni cosa dove un potere si muove”. Alce Nero).
Mentre finora la cosa della natura che noi siamo, vale a dire il corpo, ritornava anch’essa in tal modo ma non sapeva d’essere già stata e che sarà (vedi L’Ente e in che modo si può dire che è eterno – prima parte), mentre la cultura sapeva, ma non abbastanza, o non si credeva e si restava nel dubbio, o aderiva soltanto chi aveva ricordi di vite precedenti. Lo sapeva dalle altre fonti della conoscenza – miti, religioni, misteri, poesia – ma non dalla filosofia, vale a dire in modo chiaro e distinto. Fino a prima di La via d’uscita dal nichilismo il ciclo non era ancora terminato e l’uscita non era indicata; e anche il suo inizio, che pur aveva il posto nella Storia, non era ancora una sola cosa con la fine e perciò anch’esso oscuro e sperduto. È diventato chiaro e distinto quando è avvenuta la coincidenza e da qual punto è stata presa la via maestra, diretti al Centro (vedi Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica). Dal Centro tutto il cammino è apparso in uno sguardo (vedi L’Ente e in che modo si può dire che è eterno – seconda parte). Prima di questa conclusione c’erano solo parti del percorso che cominciavano ad e finivano, apparivano e sparivano. Si vagava nell’ignoto e la situazione era riassunta nel celebre detto “non si sa da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo”.

Dunque, della via circolare della filosofia noi ora conosciamo l’intero giro. Sappiamo quando è cominciata, come si è svolta, il tempo impiegato a percorrerla la prima volta, quando è terminata e come. E a questo punto c’è eterno ritorno sapendo di tornare dell’ente di natura che ha sposato la conoscenza di sé, diventando una sola cosa con essa. Perché, lo ripetiamo, in questo caso non si dà l’esistenza d’enti materiali esterni, come la stella, la rosa, il gatto, e la conoscenza di essi si trova invece nella mente dell’uomo. Non c’è questa divisione e separazione. La luce del sapere che rivolgiamo a noi stessi ci fa essere due cose in una. Enti a tutto campo perciò, diversi da tutti gli altri, vale a dire contemporaneamente e indissolubilmente natura e cultura, apparenza ed essere. Siamo contingenti ed eterni, brevi ed entra il mondo intero, recitanti una parte e aperti a tutte (di ciò che ho scritto qui, come di un luogo raggiunto, ci sono state indicazioni lungo la via. Una di esse suona così: “Io mi trovo a sapere delle cose,/ delle loro forme, limitazioni, tempi, colorazioni, come accade e perché, / che cosa cade perché resti la cosa./ E si sa quando cosa s’aggiunge a ciò che in fondo giace./ Ecco che cosa mi dà pace: essere e non essere,/ essere già stato e aver dimenticato,/ essere un tutto e vedermi breve,/ recitare la mia parte e amare Iddio”. Vedi Vocabolario alla voce “cosa”).

L’Ente – Quarta parte

4 dicembre 2010

Un’anticipazione

Il centro

Se raggiungi il Centro, quello è immobile, immutabile, eterno.  È il centro del mondo che gira e vedi anche il tuo riandare a cose e luoghi che non vuoi dimenticare. Il passato ha il suo posto nel futuro e si raggiunge il primo andando avanti.
Se lasci il Centro ritorni alle apparenze, in quel punto comincia un’altra vita.

(Si raggiunge il Centro dalla via della conoscenza filosofica, uscendo nel punto dove essa finisce e c’è il passaggio. Per conoscere la via vedi il post Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica o il libro L’antica via dei Miti e dei Misteri percorsa ora con la lampada della conoscenza filosofica. Ma tutto il blog è indicazione e spiegazione di questo cammino e della meta).

L’Ente – Terza parte

14 novembre 2010

Si prospetta il grande distacco dal mondo di natura

 

...i fiori che spuntano a primavera...

Ora che la rotonda via della conoscenza è giunta a fine e chi la percorre tutta e arriva in Centro può fregiarsi dei titoli di Io e (vedi specialmente L’ente, e in che modo si può dire che è eterno), il distacco dal mondo di natura già in qualche modo è avvenuto. Nel cielo della cultura l’Io e il Sé già circolano. E ci sono molti che hanno già visto e vedono questo movimento, che l’hanno seguito e seguono: tutti quelli che vengono a visitare questo blog. Forse nessuno finora l’ha colto nel suo insieme e percorso da inizio a fine, ma ci saranno. È già importante, intanto, che un’idea nuova si sia insinuata e stia prendendo piede.
Dunque, qualcosa già si muove nel cielo della cultura, con movimento circolare, di moto proprio. Come gli astri in cielo, come le piante e gli animali in terra, ma con una fondamentale differenza. Questa: l’Io e il Sé sanno di sé stessi, sono l’eterno ritorno dello stesso che sa di ritornare (vedi specialmente Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica, Nietzsche e l’uscita dal cerchio dell’eterno ritorno, L’antica via dei Miti e dei Misteri percorsa ora con la lampada della conoscenza filosofica). Non sono come i pianeti che circolano nel sistema solare ma essi non si vedono e non si pensano e c’è l’uomo che sa. Non sono come i fiori che spuntano a primavera e io sono andato tante volte ad aspettarli nello stesso posto dopo un anno, perché sapevo che sarebbero ritornati. Io e Sé sono contemporaneamente la cosa e la coscienza della cosa. Sono l’ente che è circolo e centro assieme, movimento e immobilità, tempo ed eternità, apparenza ed essere.

L’Ente – Seconda parte

1 novembre 2010

L’Ente,
e in che modo si può dire che è eterno

Seconda parte

Michel Eugène Chevreul, Il cerchio cromatico (1839)


L’ente della filosofia è l'”eterno ritorno dello stesso”
.
Qui s’insegna la rotonda via
della conoscenza
che rende consapevole
della sua eternità
chi, alla fine del corso,
arriva dove ha cominciato
e lo riconosce.

 

1.
Il risultato cui siamo giunti alla fine della via filosofica e dopo l’uscita da essa dal punto dove coincidono gli opposti e l’arrivo nel Centro è, dunque, l’eterno ritorno dello stesso. Questo è il nome dell’ente della filosofia, del più importante. A questo punto si sa esattamente cos’è, soprattutto ciò che noi stessi siamo, perché la filosofia più d’ogni altra cosa ha in cura l’uomo.
Una conoscenza diversa da quella della scienza che i suoi enti – stelle, piante, animali – li vede da fuori e diventa la loro voce: osservando i loro moti e trasformazioni, il loro apparire e sparire, il loro farsi e disfarsi, le potenze e gli atti. Ma dall’esterno, dunque.
Noi invece ora ci vediamo dal Centro. Non gli altri, ma noi stessi. Non siamo solo osservatori e conoscitori dei cicli altrui come finora è accaduto, ma del nostro, o anche degli altri ma in rapporto ad esso.
A questo punto, dopo il lungo cammino dell’Occidente, ecco cos’è l’ente che s’aggiunge a quello che già siamo occupando il primo posto.
– È il lungo giro della filosofia – circa venticinque secoli –, da un inizio fino alla fine che coincide con l’inizio.
– È punto di coincidenza, non soltanto di fine e inizio, ma d’ogni altra coppia d’opposti.
– Lungo il camino circolare è giorno e notte, sonno e veglia, conscio e inconscio.
– Lungo la rotonda via della filosofia, è semicerchio diurno di essa, cioè Aurora, Mattino, Mezzogiorno, Pomeriggio. Poi Tramonto, Notte, Mezzanotte, ponte sull’Abisso, tratto notturno fino alla nuova Aurora.
– Nel semicerchio diurno è stato “Io”, nel giro completo ha nome “Sé”.
– Dopo l’arrivo è coincidenza degli opposti e uscita dal giro, per chi vuole, per raggiungere il Centro e occupare quel soglio diventando spettatore di tutta la ruota che gira. Oppure è eterno ritorno dello stesso per ripetere consapevolmente l’avventura; non nel modo che lo portava il Destino perciò, vale a dire ciecamente e indistintamente, ma in accordo con esso. Io, infatti, perché tutto avvenisse com’era nel desiderio, ho lasciato pietre miliari, segni, strutture, la prima volta che il cammino oscuro ha cominciato ad illuminarsi e l’ho percorso ad occhi aperti.
– Nel circuito terrestre c’è la chiesetta di Grea, un piccolo paese del Cadore, un rifugio alpino che si chiama Chiggiato, un torrente che scende da quelle montagne e un punto preciso del suo corso, il lago di Pieve di Cadore e la diga, una casa di Calalzo dai grandi balconi fioriti, la stazione ferroviaria che lì termina e torna indietro, la chiesa parrocchiale … e su tutti questi aspetti fissi ed immutabili in primo piano c’è la ragazza che li ha resi così, senza più fine.
– In quello della cultura c’è il poemetto intitolato La chiesetta sperduta che è stato la mappa di quella ricerca; ci sono innumerevoli indicazioni e fra esse quelle dell’Aurora, del Giorno, del Tramonto, della Notte e Mezzanotte, del Ponte sull’Abisso, dell’arrivo che è stato punto di partenza, della coincidenza degli opposti, della Porta, della Strada Maestra e del Centro; poi i libri: Il ritorno a casa, Compendio, La metà nascosta, L’antica via dei Miti e dei Misteri, Coincidenze, Il tempo lineare e l’eterno ritorno, Nietzsche e l’uscita dal cerchio dell’eterno ritorno, Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica… Tutto quello che della sovrumana avventura ho segnato sulla carta, insomma, e che non andrà perduto se il Destino vuole che si continui, o che non scompariranno almeno alcuni metodi adottati per superare le difficoltà più grandi, perché difficilmente potranno essere ripetuti. Tali, per esempio, l’attraversamento dell’Abisso e la scoperta del segreto della Porta.

2.
Ecco cos’è ente, dunque: un Centro e la via circolare delle apparenze che gli gira attorno. Le apparenze non sono – e non saranno mai – le stesse per tutti. A me sono toccate quelle che ho prima elencato, la chiesetta ecc. Ad altri, altre apparenze: dipende dalle vie che si prendono e dai luoghi e persone che s’incontrano. Perché se uno solo è il senso del cammino, la direzione principale prefissata, appena si devia da essa attratti da altre cose si vaga come in un labirinto, prendendo vicoli chiusi e ritornando, seguendo indicazioni che sorgono all’improvviso, figure sempre nuove e senza fine. Com’è capitato a me, insomma quando, anche la mappa in mano dove la meta era la chiesetta solitaria, mi sono invece ritrovato di nuovo nella città tra la folla. Inoltre d’apparenze ne sorgono sempre di nuove in una fantasmagoria senza fine. Così ognuno ha o avrà le sue quando condurrà il suo cammino lungo la circonferenza e fino al Centro. Fra esse ci saranno anche i monumenti celebri e le terre lontane ed esotiche. Tutto il gran giro del mondo è apparenza e i monumenti sono fari e pietre miliari per chi intraprende il viaggio dell’eterno ritorno, e ognuno poi racconterà a suo modo, nel suo diario, ciò che ha incontrato di prezioso e caro e non vuole più lasciarlo.
Invece sono simili o variano di poco, o addirittura sono uguali per tutti, le apparenze della cultura. La stessa per chi la percorre da inizio a fine è la via filosofica. Le stesse la partenza, l’arrivo, il Mezzogiorno, il Tramonto, la Mezzanotte, il Ponte sull’Abisso, la coincidenza degli opposti, la Porta, la Via Maestra che porta in Centro. Gli stessi i nomi dei grandi filosofi che hanno posto i punti fermi, le indicazioni sugli incroci, gli avvisi di vicolo cieco, gli avvertimenti di non andare oltre a quel che ci è dato di sapere dalla nostra condizione. Alle quali ora s’è aggiunto l’eterno ritorno tanto cercato e voluto, ma non l’onnipotenza, la perfezione, l’onniscienza, che da antichissima data sono state assegnate a Dio (dovrebbe interessare a Mario Graffiati questa ulteriore distinzione fra privato e pubblico, lui che nell’ultima sua mail ha scritto che il racconto della nostra avventura gli è apparso “un viaggio che ogni persona deve compiere per sé, del quale poi è quasi impossibile parlare e fornire una descrizione”. Ma ciò, invece, è stata soltanto la molla della ricerca, l’“amor che muove il sole e le altre stelle”. Nel caso mio, l’amor che mi ha fatto cercare e trovare La chiesetta sperduta, luogo d’appuntamento perenne. E per trovarla, il cammino privato, nel punto dove l’Abisso l’interrompeva, si è “alleato” per superarlo con la via comune e generale giunta anch’essa in quel punto: la via della filosofia, tracciata e costruita da tutto l’Occidente in millenni di ricerche e lavori, che io ho poi continuato fino ad un punto che è l’ultimo perché è stato il primo).

3.
L’eterno ritorno
è cosa antica, dunque, il risultato di un cammino millenario. Noto anche con il nome di metempsicosi, abbiamo scritto di esso varie volte nei precedenti post (vedi Per sempre, Nietzsche e l’uscita dal cerchio dell’eterno ritorno, ecc.), ma qualcosa aggiungiamo anche qui per non lasciare un po’ zoppo questo scritto.
Sappiamo che sono tornati, perché l’hanno affermato loro, personaggi famosi: Pitagora, Buddha, Ermete Trismegisto, Empedocle …
Ma, se è cosa antica, se ci sono racconti di esso innumerevoli, se è l’aspetto principale di varie religioni, se fa parte di tante dottrine segrete ed è alla base dei Misteri, perché ci siamo messi anche noi ora: solo per aggiungere una testimonianza alle innumerevoli già esistenti?
Anche per questo, certamente, ma non solo. Il motivo principale è un altro: per ripresentare l’eterno ritorno nei modi della filosofia, con delle novità che non sono mai state scritte prima d’ora.
Una premessa: nella filosofia la metempsicosi non è assente, anzi non l’ha mai lasciata fuori del suo campo. Molti filosofi hanno aderito ad essa. Ne citiamo alcuni: Platone, Plotino, Böhme, Swedenborg, Giordano Bruno, Campanella, Kant, Schelling, Schopenhauer, Lessing, Cudsworth, Hume, Mazzini, Nietzsche.
Ma soprattutto la metempsicosi è nel fondamento in tanta parte ancora nascosto e segreto da cui la filosofia è sorta: nella sapienza che l’ha preceduta, specialmente nelle parole di Parmenide ed Eraclito. Ha detto il primo: “Indifferente è per me/ il punto da cui devo prendere le mosse; là, infatti, nuovamente dovrò fare ritorno” (Frammento 5). Ha detto il secondo: “La stessa cosa sono il vivente e il morto, lo sveglio e il dormiente, il giovane e il vecchio: questi infatti mutando son quelli e quelli di nuovi mutando son questi” (Frammento 88).
Ma ora – lo ripetiamo – c’è qualcosa di nuovo anche rispetto alla sapienza delle origini: è diventata visibile ed esperibile tutta la strada dell’eterno ritorno. Quella che collega le vite precedenti all’attuale. Ora conosciamo quanto è lunga, le sue tappe, le pietre miliari che la segnano, gli innumerevoli cartelli che la indicano, le sue strutture principali. Tale strada è la filosofia dalla partenza fino all’arrivo. Ovvero, conosciamo il percorso della filosofia ed uno dei suoi nomi ora è eterno ritorno.

4.
Questa è la novità che s’aggiunge alla mitica metempsicosi o al misterioso eterno ritorno: la conoscenza della strada.
Che una strada ci fosse era indubbio: come sarebbero tornati altrimenti i tanti viaggiatori da vita a vita, o come sarebbero giunti a quel punto da cui poi sono partiti per ritornare!
C’era, dunque, ma non era conosciuta.
Un caso, allora, i loro ritorni che sono avvenuti prima della sua scoperta?
No, un procedere ad occhi chiusi e trasportati: come accade continuamente e instancabilmente alle stelle del cielo, alle piante della terra e agli animali. Seguendo le vie della natura, perciò.
In quanto a ricordare avvenimenti di vite precedenti prima che la via filosofica ci fosse e fosse portata a compimento, ciò è dovuto al fatto che c’erano e ci sono altre fonti del sapere più antiche della filosofia. Prima di essa, i miti, i misteri, le religioni, la poesia, che avevano l’eterno ritorno fra i loro temi principali. Filosofia, perciò, lo ripetiamo è soltanto l’ultimo nome e l’ultimo sviluppo perché a quell’eterno riandare illuminato soltanto da fari nella notte ora s’è aggiunta la conoscenza della strada.

5.
Ma la via della filosofia espressa con il tempo impiegato a percorrerla è lunga venticinque secoli – l’abbiamo dichiarato tante volte nei nostri post –, e da ciò si potrebbe dedurre che si ritorna ogni venticinque secoli. Ma le cose non stanno così, perché venticinque secoli è stato il tempo impiegato la prima volta ed in esso sono comprese la progettazione e la costruzione. La prima volta che una strada di tal genere appariva sulla scena. “Di tal genere” qui significa opera progettata ed eseguita dall’uomo, in una luce che si chiama ragione che egli può usare quando vuole perché dispone di essa. “La prima volta” significa che non ce n’è un’altra uguale in cielo e in terra. Una strada costruita per molti ma che può essere usata anche da uno solo, ciò che finora non era mai accaduto. Finora solo le specie vegetali e animali ne percorrevano un tratto da singoli. Solo un tratto però, e perciò non sapevano da dove venivano e dove andavano. In un punto di essa erano gettati e da un altro un po’ più avanti tolti. Prima di loro la specie, dopo di loro la specie. Prima di loro i genitori, dopo di loro i figli. Solo così la continuità, anche per l’uomo.
Perciò ora che è stata costruita, segnalata, illuminata, quanto è la lunghezza della strada espressa con il tempo impiegato a percorrerla?

6.
La strada della conoscenza, dunque, non è lunga venticinque secoli, e neppure i cinquant’anni che ho impiegato io, dove è compresa anche la mia progettazione e rudimentale costruzione del ponte sull’Abisso e l’arrivo al punto di coincidenza degli opposti, tratto che finora è solo impronte di passi, un cammino che si è formato camminando. Quanto, allora?
Solo il tempo di uno sguardo. Sta in una palla, come il mappamondo. Sta in una volta, come la Via lattea. Sta in una mappa, che si srotola e tutta appare. Poi però si farà nei modi che sono già in uso quando un ricordo s’accende, e si va per le vie della terra e le rotte sui mari e nei cieli, fin dove ci porta il cuore e la mente. Sarà la chiesetta alpina ad attirarmi o un’altra delle pietre miliari che ho posto lungo la via, fisse ed immutabili: il rifugio alpino, il lago … Soprattutto la chiesetta, però, già ora meta d’incontri e ritrovamenti. Come è già avvenuto, così accadrà ancora.
Oppure, se s’imbocca la via pubblica, ci saranno aspetti della filosofia a richiamare, quelli che si trovano lungo la sua storia e che di più siamo ritornati a rivedere e studiare anche durante il primo percorso compiuto a mente sveglia. Il viaggio di Parmenide per esempio, o l’eterno ritorno di Nietzsche.
Storia della filosofia che, giunti a questo punto, è da ordinare e interpretare nei modi che abbiamo già indicato: come perle di una collana i filosofi e come diamanti splendenti nei punti più esposti ed importanti i più grandi.
Un faro Parmenide, che ha visto Notte e Giorno, l’Essere e le apparenze.
Un faro Platone, che ha indicato e seguito la via delle apparenze nella luce della ragione da poco spuntata.
Un faro Aristotele, che ha colto nell’ente l’entelechia, vale a dire la capacità di passare dalla potenza all’atto.
Poi Cartesio, cui dobbiamo l’Io penso. Kant che ha che ha posto i limiti della ragione, perché non si ritorni a cadere nei sogni da visionari. Schopenhauer e gli altri filosofi della Notte che hanno continuato il cammino dopo il Tramonto. Nietzsche che la via l’ha percorsa tutta fino al “portone carraio” e ha superato l’Abisso nel dormiveglia. Heidegger che è giunto fin sulla linea di Mezzanotte e ha previsto l’Aurora.
Infine io ho ideato e costruito il Ponte sull’Abisso che si può superare a mente aperta e dove si metterà, io spero, un diamante a illuminare.
Dunque, saranno le apparenze a risvegliare, come sogni lucidi che compaiono quando finisce la notte e mutano in visioni diurne. Un rapporto chiaro e distinto riprenderà con il Centro, e inizierà così un’altra vita.

L’Ente – Prima parte

11 ottobre 2010

Nella nostra risposta del 29 luglio 2010 a Profeta, intervenuto con un commento sul post “La filosofia dell’assurdo”, si legge: “Daremo la nostra versione (già presente nel post “Il tempo lineare e l’eterno ritorno”) di come gli enti sono contemporaneamente apparenti ed eterni, divenenti e immutabili, in movimento e immoti. E di questo apparire e scomparire si dimostrerà che si possono conoscere i tempi e i modi delle entrate e delle uscite. Si dimostrerà in altre parole l’Eterno ritorno dello stesso e le vie di questo riandare”. Ora, a distanza di qualche mese, siamo in grado di tenere fede alla promessa, presentando la prima parte di un nuovo post intitolato L’Ente.

Maurits Cornelis Escher, Spiral (1953)

L’Ente,
e in che modo si può dire che è eterno

La strada della conoscenza è circolare,
se la conosci tutta puoi tornare.

1.
Cos’è l’ente (in greco ón e in latino ens), parola che designa ciò che è?
È ciò che appare di volta in volta in tempi e luoghi prestabiliti o sconosciuti, o è il ciclo intero e il suo infaticabile ritornare?
Un esempio: è la rosa che comincia a fiorire a maggio e da pompa di sé nei giardini, o è il seme, la radice, il germoglio, la pianta, il bocciolo, il fiore, il frutto e il ritorno a seme, vale a dire l’intero ciclo da cui poi prende l’avvio un altro uguale?
Per noi che siamo arrivati a questa visione che comprende noi stessi non solo come corpo, vale a dire dopo il giro della conoscenza da poco ultimato, ora è indubbio: l’ente è l’intera manifestazione. Certo, è anche il fiore – ci vorrebbe altro! Anzi esso è ciò che appare di più e come tale è anche il più cercato e visto, ma il fiore è solo un aspetto del totale, solo una piccola parte dell’intero.
Dunque, ente è contemporaneamente quello che si vede e ciò che non si vede, la sua presenza nella luce del sole e il nascondimento nella terra, il suo essere tutto e apparire breve, perché la rosa è circolare come il cielo.
E il fiore che sboccia nel mese più bello dell’anno e ha tanti spettatori che la guardano, allora cos’è? È apparenza, cioè quel che appare, non ciò che è. È uno dei tanti aspetti di ciò che è. In tal caso non è l’ente che si scompone, si scioglie e scompare, dopo aver raggiunto la sua acme, seguendo le leggi della natura, ma l’apparenza. In ciò d’accordo con la grande tradizione dell’Oriente che da tempo immemorabile afferma che il mondo visibile è velo di maya, fantasmagoria che nasconde l’essenza delle cose.
Inoltre ente non è soltanto il giro, vale a dire apparizioni e sparizioni illimitate, ma anche qualcosa che mai avremmo conosciuto se non fosse arrivata la scienza con i suoi metodi e strumenti a scoprirlo nei corpi vegetali e animali. Ha visto il gene, vale a dire l’unità ereditaria fondamentale degli organismi viventi, eterno, immutabile, immobile. Per cui ora l’ente è il ciclo ed è quel centro con i suoi multipli e sviluppi: il DNA, il genoma, ecc.

2.
Perché solo ora possiamo affermare che l’ente è il ciclo e non uno dei suoi innumerevoli aspetti, e che ha un centro? Perché finora sono stati solo aspetti anche gli uomini, partecipanti al grande giro della vita come comparse che non sapevano da dove venivano, chi erano, dove andavano, e ognuna ogni volta l’abbiamo chiamato ente. Perché bisognava arrivare alla fine della via della conoscenza, alla coincidenza degli opposti, alla porta che è ingresso e uscita dal circolo, e al centro di esso, perché ci fosse apertura ad una visione dell’ente così. Tutte cose recentissime come sa chi ci ha seguito fin qui. Chi invece ci trova ora, lo invitiamo a rivolgersi ai precedenti post. Ognuno dice qualcosa dell’immensa avventura e fra essi specialmente L’antica via dei Miti e dei Misteri – percorsa ora con la lampada della conoscenza filosofica, Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica, Nietzsche e l’uscita dal cerchio dell’eterno ritorno.
Tuttavia per i più nuovi fra i visitatori, ecco un breve schema della via della conoscenza che è stata percorsa e delle pietre miliari che la segnano e l’illustrano.
L’hanno aperta e posta in luce Parmenide e gli altri sapienti dei secoli VI e V a.C.
L’ha iniziata Socrate.
La parte diurna si estende per ventitré secoli della storia dell’Occidente: da Socrate fino a Hegel se si guarda ai progettisti.
Poi il Tramonto e la continuazione nella Notte, e si arriva fino alla Mezzanotte. Schopenhauer, Nietzsche, Jünger, Heidegger, i maggiori continuatori fino a quel punto.
Mezzanotte è la sponda di qua dell’abisso dove il percorso finora conosciuto s’è fermato.
Ma ora l’Abisso è stato valicato con un ponte, e i mezzi e il metodo impiegati nell’impresa sono raccontati specialmente nei capitoli 16, 17, 18 del libro L’antica via dei Miti e dei Misteri.
Pietre miliari della via. Certamente l’inizio, quello che vide Parmenide, che si trova dove la Notte finisce e comincia il Giorno, e lì c’è una Porta che divide i due sentieri.
Oltre alla pietra d’inizio, Parmenide ha posto anche le indicazioni della via maestra, quella che anche lui ha percorso, che porta all’Essere, il centro del ciclo, e di quella dell’apparenza, che è il rotondo confine dell’ente, la sua parte sulla scena. Via che sarà seguita dalla maggior parte dell’Occidente e che dopo un giro intero si è chiusa nel punto da cui è partita.

Altre pietre miliari scritte da filosofi e scienziati.
La scoperta dei cicli della natura e delle leggi che li regolano.
La scoperta dell’Io.
L’arrivo alla fine del Giorno.
L’ingresso nella Notte.
La Mezzanotte, o “linea zero”.
Infine in questo nostro blog, intitolato La via d’uscita dal nichilismo, l’ultima parte del cammino che l’Occidente non ha ancora percorso, con i cippi dalla Mezzanotte in poi: quelli dell’Abisso, della sponda di qua, del Ponte, dell’altra sponda, della fine della via, della coincidenza degli opposti, della Porta d’ingresso e uscita che si trova in quel punto − la stessa che vide Parmenide venticinque secoli fa, quando è entrato nella parte diurna del cammino giungendo dalla “casa della Notte”, la scoperta del Sé.

3.
Contemporaneamente alla via filosofica è iniziata anche quella sulla terra.
Il luogo di partenza, la Grecia antica.
Il tempo, l’Aurora di venticinque secoli fa: anche con questo nome è stato chiamato e chiamiamo l’inizio della filosofia e della civiltà greca.
Direzione prevalente l’Ovest, perciò ci chiamiamo Occidentali.
Verso l’Italia, da essa in Europa fino alle rive dell’Atlantico e da lì, con Colombo, in America. Poi la conquista del continente americano fino alle spiagge del Pacifico e l’attraversamento di esso in vista del collegamento con l’Oriente, che sulla terra è già avvenuta.
Un viaggio che si è dimostrato anch’esso circolare perché non solo si è svolto sulla rotonda terra, ma ha anche pietre miliari lungo quel corso che lo disegnano in tal modo. Ne citiamo alcune: Atene, la Magna Grecia, Roma, l’attraversamento delle Alpi, l’Europa fino alle spiagge atlantiche del Portogallo, l’attraversamento dell’oceano, l’America, le coste del Pacifico, la rotta verso l’Oriente com’era nelle intenzioni di Cristoforo Colombo.

4.
Il centro.
Percorrendo l’intero giro si arriva alla fine che coincide con l’inizio e, in generale, alla coincidenza di tutti gli opposti, e da lì, uscendo dalla Porta e seguendo la via maestra, si raggiunge il Centro.
Cos’è il Centro? Nelle piante e negli animali da alcuni anni è sulla bocca di tutti. È, come abbiamo già accennato, il DNA, il tutto in una volta da cui tutto si squaderna. Nella volta celeste uno di questi centri è il sole che illumina i pianeti che gli girano attorno, e sulla terra apre i semi, solleva i germogli e li fa apparire. Dante ha visto anche Dio così: “Nel suo profondo vidi che s’interna,/ Legato con amore in un volume,/ Ciò che per l’universo si squaderna”. (Paradiso, canto XXXIII, vv. 85, 86, 87).
Ma ora dobbiamo dire cos’è nella cultura dopo che il ciclo filosofico è terminato e abbiamo raggiunto quella meta eccelsa. Cos’è?
Se si guarda solo alla parte a giorno della filosofia, quella che va da Socrate a Hegel, esso è il centro del semicerchio giallo (vedi il nostro simbolo costituito da un cerchio a due colori giallo grigio di pari superficie, posto dentro ad un quadrato metà bianco e metà nero). Cartesio ha chiamato quel punto “Io penso” che poi con Kant, Fichte, Schelling, Hegel è diventato “Io trascendentale”, “Io assoluto”, “Identità di Io e Dio”, o “Dio è l’idea più alta e sublime che l’uomo ha di sé stesso”. Questo però fino a circa duecento anni fa.
Poi c’è stato il tramonto, l’ingresso nella notte, e il girotondo è continuato in essa fino alla fine che coincide con l’inizio. Si è trattato dell’annessione di una zona d’inconscio − il semicerchio grigio del simbolo −, quel tanto che è servito per costruire la via del ritorno fino all’antico punto di partenza.
In psicanalisi Freud ha paragonato questa occupazione della parte oscura all’opera di prosciugamento e bonifica dello Zuiderzee, il mare interno che invadeva l’Olanda. Così egli ha descritto quella conquista: “L’intenzione degli sforzi terapeutici della psicanalisi è in definitiva di rafforzare l’Io, di renderlo più indipendente dal Super-io, di ampliare il suo campo percettivo e perfezionare la sua organizzazione, così che possa annettersi nuove zone dell’Es. Dov’era l’Es, deve subentrare l’Io. È un’opera della civiltà, come ad esempio il prosciugamento dello Zuiderzee”.
Dopo l’annessione del semicerchio d’inconscio, ecco cos’è e dov’è il Centro: lo dice in modo chiaro e distinto un altro fondatore della psicanalisi, Jung.
“Se s’immagina la coscienza, con l’Io al centro, come contrapposta all’inconscio, e se ci si rappresenta il processo d’assimilazione dell’inconscio, quest’assimilazione può essere pensata come una specie d’accostamento fra la coscienza e l’inconscio, dove il centro della personalità totale non coincide più con l’Io, ma è un punto situato in mezzo fra la coscienza e l’inconscio. Questo sarebbe il punto del nuovo equilibrio, una nuova centratura della personalità complessiva, un centro forze virtuale, che offre alla personalità, per la sua posizione centrale fra coscienza ed inconscio, una nuova sicura base” (C.G. Jung, Von den Wurrzeln des Bewusstseins, 1954, p. 133).
Coincidenza di conscio e inconscio
, o personalità integrale, perciò il nuovo Centro, che Jung ha chiamato Selbst () e l’ha così distinto dal precedente: non va assolutamente confuso con l’Io per la metà di inconscio che ha in sé.

5.
Con il pensiero di Jung del capitolo precedente, si può confezionare una nuova veste di parole per il nostro simbolo, dopo quella del mito (vedi nel blog L’origine del nostro simbolo).
La parte anteriore, vale a dire il semicerchio di colore giallo, ora si chiama “coscienza”.
La parte di “inconscio assimilato” è l’altra metà del cerchio, quella grigia.
Il totale – il cerchio giallo grigio – che risulta dalla conoscenza filosofica giunta alla sua conclusione, è il simbolo dell’uomo nuovo, ma il suo Centro a questo punto non è più nella metà gialla dove è stato per tanti secoli nel pensiero dell’Occidente, ma è situato fra la coscienza e l’inconscio, esattamente nel mezzo.
Esattamente nel centro del cerchio a due colori del nostro simbolo, dunque, e ciò è diventato visibile anche nella dimensione fisica dopo il completamento della via della conoscenza.
Prima dell’arrivo, non era conosciuto in Occidente un giro così e perciò l’uomo apparteneva soprattutto alla circonferenza, a spazi e tempi limitati di essa (vedi Il tempo lineare e l’eterno ritorno), partecipava alle innumerevoli e mutevoli forme ed era perciò sconosciuto a se stesso in tanta parte.
Dopo l’arrivo, invece, egli è fine che coincide con l’inizio, perciò ecco le differenze e le aggiunte rispetto a prima:
giunge da dove è già stato e là ritorna;
è fine che coincide con l’inizio e perciò sa da dove viene e dove va;
lasciando la circonferenza in quel punto, perché lì è anche la Porta, può uscire in altre terre e altri cieli o portarsi al Centro.
Questo è l’uomo dopo la conclusione della via circolare della conoscenza e dopo che si è assiso sul suo trono.
Dunque una nuova veste s’è aggiunta, ma il vestito della festa, l’ultimo confezionato ed indossato, è però quello filosofico, e per ottenerlo ora il gioco è facile e breve: basta sostituire “coscienza” con “filosofia del giorno” e “inconscio” con “filosofia della notte”. E così c’è giorno e notte, conscio e inconscio, sonno e veglia, vita e morte, in quel totale.

6.
Dunque, nel migliore dei casi non era chiaro cosa intendevamo per ente quando si diceva che esso è il fiore, l’albero, la casa, la stella, il cane, l’uomo. Non era ben chiaro perché, per esempio, di questi aspetti o apparenze si affermava che sono eterni, immutabili, immobili. Si affermava cioè che sono essere a pieno titolo (vedi Severino); o che non sono più quando più non appaiono: la rosa dopo la fioritura, per esempio, e dopo che i suoi petali li ha dispersi il vento. Invece no: seguono la via dell’apparenza. Se sono uniti all’ente e poi si staccano, in modi segreti e nascosti sono però anche sempre conservati, aspettati, indicati: dal rosaio si aspetta la rosa, per esempio. Perché il loro modo d’essere è, appunto, apparenza, che è, come dice il vocabolario, manifestazione esteriore priva di reale sostanza. Le apparenze sono come le immagini geometriche formate dai piccoli oggetti colorati del caleidoscopio, posti in fondo al tubo: gli oggetti son sempre, ma le forme che assumono sono in continuo mutamento e movimento. Perciò, lo ripetiamo, eterno e immutabile non è ciò che si presenta alla vista ma l’ente.
La stessa rosa nel caso della rosa? Un’altra sembra ai più, perché hanno visto la precedente sfiorire, cadere e scomparire. “La stessa” hanno invece intuito filosofi e poeti e ciò vale per tutti i cicli delle piante e degli animali.
Nel secondo volume del Il mondo come volontà e rappresentazione, al capitolo 41, Schopenhauer ha espresso così quell’intuizione: “Chiediamoci con sincerità se la rondine di quest’estate è un’altra da quella dell’estate passata e se realmente fra le due il miracolo di trarre qualcosa dal nulla si è verificato milioni di volte per essere smentito altrettanto dall’annientamento assoluto. Chi mi oda affermare che il gatto che sta giocando lì è lo stesso che saltava e scherzava in quel luogo trecento anni fa, penserà di me quel che vorrà, ma la pazzia più strana è immaginare che fondamentalmente sia un altro”.
Nella sua Ode ad un usignolo John Keats ha scritto che l’uccello che ha udito in un giardino di Hamstead, all’età di ventitré anni, in una notte del mese d’aprile del 1919, è lo stesso che nei campi d’Israele, un’antica sera, udì Ruth la moabita. Non un altro usignolo, dunque, ma lo stesso dopo migliaia d’anni: l’eterno ritorno dell’usignolo, uguale all’eterno ritorno del giorno e delle stagioni e dello stesso (uomo) appena questo ciclo entrerà nel patrimonio comune.
Leibniz, così ha formulato quel pensiero: “Gli animali, al contrario di quanto crede il popolo, propriamente non hanno inizio” (perciò non hanno fine, il loro ciclo continua ininterrotto – nota mia); e ha fatto il caso del baco da seta che si trasforma in farfalla, o della metamorfosi dei bruchi, dove la morte dell’animale trasformato si prolunga in vita nel nuovo uscito dalla metamorfosi.
La stessa cosa Hegel, che ha ripreso gli stessi esempi e ha aggiunto quello della mitica Fenice. Se la morte viene dalla vita, a sua volta la vita nasce dalla morte. Ai quattro appena citati, si è unito in seguito un quinto, Borges, che nel suo L’immortale ha scritto: “Essere immortale è cosa da poco: tranne l’uomo, tutte le creature lo sono, giacché ignorano la morte”. (E l’uomo lo è quanto gli animali, perché è un animale anche lui; ma non lo è per quanto ha in più di essi: la conoscenza della morte, e quella dell’immortalità non è ancora idea chiara e distinta – nota mia)
Immortali, dunque, le piante e gli animali nei loro cicli. E noi siamo mortali come singoli solo perché nel giro che c’è stato dato di compiere, quello della conoscenza chiara e distinta, non siamo ancora giunti a fine. Fino a poco tempo fa, però, ora non più.
Un’avanguardia è arrivata. La notizia può essere diffusa.
Ci sarà festa un giorno in terra e in cielo.

7.
Tutto il ciclo della conoscenza è registrato ora nella cultura, e quest’ultimo post, redatto in modo conciso, vuol essere una specie di DNA di esso.
Per vedere le sue apparenze, è necessario però guardare a tutta l’opera, che in tanta parte è già esposta in questo blog. In esso c’è il racconto di un’odissea che attende il lettore che vuole sapere, o, meglio ancora, che vuol conoscere cos’è eterno in lui e cosa rimarrà dopo l’uscita dal mondo e fino a nuovo richiamo, dopo che la sua apparenza in questa vita finirà.
Il racconto dell’odissea è cominciato con l’apparizione della chiesetta sperduta.
C’è poi la mappa ricevuta in modo misterioso che conduceva ad essa, ma per trovarla non sono bastate le sette fiasche colme di lacrime cantate da Carducci nella poesia Davanti a San Guido, le sette verghe di ferro logorate per appoggiarsi nel fatale andare, né i sette lunghi anni trascorsi in quella ricerca. Cinquanta sono stati i miei.
Ma alla fine i punti sul terreno e nel pensiero hanno coinciso con quelli della mappa di quando sono partito, quella che la mano del Destino m’aveva preparato (vedi specialmente il precedente post intitolato Le indicazioni del Destino).