Archive for the ‘L’Eterno ritorno dello stesso’ Category

Pasqua 2017

12 aprile 2017

Ferdinand Hodler, Lake Thun, Symmetric reflection (1905)

Non sono le cose tutte delle apparenze, o fenomeni, o percezioni, che formano coppie rispettivamente con Essere, Idee, Sostanza estesa, Cose in , Spirito?
Lo ha detto Parmenide che ha chiamato Essere l’altra parte e ha avvertito: “È pertanto necessario che tu apprenda tutto, tanto il cuore immobile della Verità rotonda (l’Essere), quanto le opinioni dei mortali, in cui non si trova verace certezza. Tuttavia anche questo apprenderai, come sia necessario che chi percorra incessantemente tutto il dominio delle esperienze ammetta l’esistenza di ciò che appare (il Mondo)” (frammento 1).
Lo ha affermato Platone, per il quale ci sono il Mondo delle Idee (Iperuraneo) e quello Sensibile.
Per Cartesio i nomi delle due parti sono Sostanza estesa e Sostanza pensante.
Per Kant ci sono Fenomeni e Cose in sé (Noumeni), e Cosa in sé è anche Dio.
Lo ha ribadito Berkeley, per il quale “ci sono verità talmente chiare che per vederle basta aprire gli occhi: una di esse è l’importante verità: tutto il coro del cielo e quanto è sulla terra – tutti i corpi che compongono l’enorme fabbrica dell’universo – non esistono fuori di una mente; non hanno altro essere che l’essere percepiti (esse est percipi); non esistono quando non li pensiamo, o esistono solo nella mente di uno Spirito eterno” (Principi della Natura umana, 6). E ha chiamato le due parti Percezioni e Spirito.

Allora da cosa si esce quando si muore?
È chiara e distinta la risposta che la filosofia ha dato nel corso della sua storia, lunga venticinque secoli: si esce dalle apparenze, o fenomeni, o percezioni, o corpi.
Allora muoio nel senso che i più danno alla morte, cioè scompaio per sempre se esco da tale mondo?
Sembra proprio di no se c’è l’altra parte inseparabile. E uscendo da questa entro necessariamente nell’altra: nell’Essere, nel Mondo delle Idee, nello Spirito, nella Cosa in , nella Sostanza pensante.
Ecco cosa mi capiterà fra non molto, essendo io arrivato alla fine della Via dell’eterno ritorno dello stesso. Ma con questa conoscenza mi sembrerà, io credo, meno orrido il passaggio, meno incomprensibile il mutamento, meno affidato alla sola fede, meno dipendente dalla speranza.
Poi il ritorno consapevole per chi vuole.

PS: Per il passaggio dall’una all’altra parte si veda anche Valico del confine fra Apparenza ed Essere, che sono i due modi dell’uguale.

Natale

8 gennaio 2017
Marc Chagall, Resistance (1937)

Marc Chagall, Resistance (1937)

1.
Vita autentica per la filosofia è “vivere per la morte” e oggi siamo arrivati allo scontro finale. Un inizio di questo scontro è anche il Natale. Nasce l’uomo che per primo ha vinto la morte.

2.
Nei miti e nei misteri, nelle religioni, nella poesia e nella filosofia, ciò che si è soprattutto cercato è la vittoria sulla morte (vedi Compendio. Il cammino misterioso che attraversa il sonno, l’inconscio, la morte).

3.
Per la filosofia la soluzione del problema della morte si chiama ora Eterno ritorno dello stesso.

Principio e fine

10 ottobre 2016

uroboro

La civiltà occidentale sta finendo là dove è cominciata, perché il suo cammino è un cerchio.
È cominciata nella Grecia antica e nell’Italia meridionale, e dopo un giro sta finendo negli stessi luoghi a opera soprattutto delle invasioni dall’Africa.
Chi la vuole in declino e caduta è il Destino – destinazione Occidente – che si serve di tanti buonisti, relativisti e universalisti, ignari d’esser pedine del grande gioco.
Si poteva ritardare e in parte evitare la catastrofe con la cultura, seguendo la via dell’Eterno ritorno dell’uguale.

Reincarnazione ed Eterno ritorno dello stesso

22 agosto 2016
Salvador Dalì, L'enigma senza fine (1938)

Salvador Dalì, L’enigma senza fine (1938)

Giunti alla fine del cammino, appare chiaro cos’è la Via dell’eterno ritorno dello stesso, che all’inizio è stata chiamata Via d’uscita dal nichilismo: è la Via dell’eterno ritorno da cui molti sono tornati perché ricordavano le precedenti vite vissute ma non sapevano come, perché lungo il percorso c’erano la Tenebra, l’Abisso, l’Enigma, gli opposti separati.
Ora tutto ciò è stato affrontato e vinto. Il cammino è diventato un cerchio dove la fine coincide con l’inizio, l’Abisso è stato valicato (vedi Quattromila cinquecento anni dopo – Seconda parte), il segreto
della Porta svelato.
Ora “lo stesso che ritorna” può compiere da solo tutto il cammino.

I tempi, i luoghi, le circostanze, di quando la chiesetta è apparsa

23 maggio 2016


Il Destino mi ha dato in visione
una chiesetta misteriosa
luogo d’appuntamento perenne
e un enigmatico piano per trovarla
per non smarrirci ancora
fra le cose effimere e vane,
e io non mi sono tirato indietro.
Ho accettato la sfida del Destino,
ma era quanto anch’io volevo:
scoprire dell’amore il regno eterno.

 

Non so che parte abbia avuto il Destino nella scelta della località montana verso cui siamo partiti, un lontano mattino d’agosto per andare a sposarci: forse nessuna o forse i suoi segni erano ancora illeggibili. Quel che posso dire ora dopo quasi cinquant’anni anni da quel giorno è che il paese dove eravamo diretti non era noto a nessuno di noi due e non c’erano motivi per essere scelto. O forse uno solo, ma molto vago: c’era il treno che portava fin là. Partendo da Padova, siamo giunti a Calalzo dopo circa tre ore di viaggio e abbiamo preso alloggio alla pensione “Il Cavallino” di Pieve di Cadore.
Qualcosa dell’ignoto Destino, ma lo posso affermare solo ora che ho potuto affrancarmi almeno in parte dalla sua cieca necessità, ha cominciato invece a trapelare anche prima che il nostro amore fosse santificato dal matrimonio religioso. Il soggiorno in montagna, prima a Pieve e poi a Calalzo, era diventato più lungo del previsto perché i documenti e i permessi per il matrimonio non arrivavano e in quei giorni d’amore e d’attesa il mio pensiero dominante era questo: se l’amore è eterno – così lo vuole il sentimento –, deve esserci un luogo per esso che lo custodisca per sempre, per poterci ritrovare quando questa vita finirà. Altrimenti si spegne nella morte, e non poteva, io non volevo. Una volontà chiara e precisa che ho manifestato varie volte durante la lunga ricerca del luogo immortale e l’ho espressa anche in forma poetica.

La chiesetta sperduta

Poi un giorno, durante una gita nei dintorni, salendo per sentieri alberati e prati in fiore, abbiamo visto una chiesetta in cima al pendio e ci siamo affrettati a raggiungerla. Aveva il tetto di legno a due falde molto inclinate, i muri di sasso, il portale ad arco acuto in pietra sagomata e le finestre intonate ad esso. Da quel momento è iniziata la ricerca della chiesetta sperduta, perché assieme a quella che avevo da poco visto e raggiunto e che ora toccavo con mano, n’era apparsa un’altra, simile o forse uguale, ed essa era “il luogo d’appuntamento perenne”. Voleva dire che là ci saremmo trovati per sempre, nella prima invece solo per poco: per l’incontro d’amore di questa vita e la ripetizione dello stesso finché essa dura. Varie volte, infatti, siamo ritornati nella chiesetta sopra il pendio, in quei luoghi, in quell’inizio d’eternità, e lo faremo ancora finché sarà possibile.
Poi nell’altra, se non era soltanto un’illusione.

2.
Non ci siamo sposati nella chiesetta in cima al pendio in fiore, immagine sensibile di quella con caratteristiche celesti: non si poteva, o forse si doveva attendere l’autorizzazione che richiedeva tempo e denaro, e noi ormai eravamo giunti alla fine di entrambi. Ci siamo sposati nella chiesa parrocchiale di Calalzo. Ma non abbiamo contravvenuto al Destino, mi sembra, perché per uno strano caso, nonostante ci sia una distanza in linea d’aria d’alcune migliaia di metri fra loro, le due chiese non sono isolate ma sempre unite, perché si guardano a vicenda dai versanti opposti di un torrente. Così quando io sono presso ad una o vado a trovarla, alzando gli occhi vedo l’altra; o viceversa devo abbassargli se mi fermo in quella più alta come perlopiù accade, perché arrivando in Cadore dal Passo della Mauria o da Casera Razzo delle due è quella più vicina.
Una coincidenza questo collegamento immutabile e immobile oppure un destino anch’esso? Non mi sono mai pronunciato in tanti anni, o forse non ci ho mai pensato, ma ora voto per il secondo caso. Il Destino, che nel corso della ricerca ho chiamato anche “caso”, “inconscio”, “fato”, “Essere”, “Logos”, “Dio”, sapeva. Sapeva che non potevamo sposarci nella sua casa più piccola e posta più in alto e ha provveduto lui a collocarle, perché dall’una si entri nell’altra come dalla sala dei ricevimenti in quella delle udienze. Oggi so che è così perché dopo che ho valicato l’Abisso, attraversato la Porta e si è presentata la chiesetta che era sperduta, insomma dopo che l’avventura è terminata con quel ritrovamento, tutte le indicazioni che giungevano da Lui sono diventate più chiare e distinte.

3.
La cerimonia delle nozze è avvenuta il sette settembre. Sono arrivati anche i testimoni e gli invitati quella mattina dalla lontana Este, il mio paese natale. Tre in tutto: mio padre, mia sorella e suo marito; poi c’era il prete e poco dopo è arrivato anche il fotografo. Non ricordo molto di quel cerimoniale, ma le fotografie hanno fissato i momenti più importanti: la sposa entra in chiesa a braccetto di mio padre, tutti inginocchiati davanti all’altare con il sacerdote di fronte, lo scambio delle fedi, la firma dei registri, poi il piccolo gruppo davanti alla chiesa, la sposa con il suocero ai piedi del campanile, gli sposi da soli con un bambino che gioca e le montagne sullo sfondo, gli sposi assieme al padre.

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Oltre a questi ricordi fissati in immagini fotografiche e che in cinquant’anni sono rimasti immutati sulla carta e nel pensiero, ce n’è uno affidato solo alla memoria. Durante la cerimonia, a nostra insaputa, s’era radunata una piccola folla davanti alla chiesa, e quando la sposa è apparsa sulla porta, bianco vestita e splendente di bellezza, c’è stato un battimano che non finiva più. Eravamo fratelli per gli abitanti di quel paese, e forse questo titolo di parentela era stato pronunciato la prima volta dall’ostessa che ci ospitava e s’era diffuso, ma non li abbiamo delusi se sono scrosciati gli applausi in quel modo, se ci hanno amabilmente e generosamente perdonato. O forse già appariva nei nostri volti qualcosa che andava al di là di quell’avvenimento, forse erano già segnati dal Destino.

4.
E se non avessimo avuto con noi le fedi da scambiare durante la cerimonia? Perché siamo stati ad un passo dal non possederle e quindi la domanda non è oziosa. Eppure, a pensarci bene, tutti si scambiano le fedi in una cerimonia nuziale e quindi non dovevano esserci dubbi sulla loro necessità, ma il loro acquisto incideva troppo sul nostro bilancio, forse fino alla bancarotta. Perciò le lunghe discussioni davanti al negozio del gioielliere a guardare i prezzi degli anelli esposti e i giri attorno alla piazza di Pieve di Cadore dove c’è il monumento al pittore Tiziano Vecellio aspettando chissà che consiglio. Mai acquisto, io credo, è stato così sofferto.
Infine hanno prevalso le ragioni del cuore portate avanti da Isabella, ma anche le altre che sono uscite da me e avevano il sostegno di numeri e misure, non suonavano convincenti neppure alle mie orecchie; perciò alla fine siamo entrati nel negozio e abbiamo acquistato il tipo più leggero.
Ma ora di nuovo mi chiedo: se non c’erano gli anelli nuziali si poteva sposarsi? Perché se non si poteva, è stato di nuovo il Destino ad intervenire; infatti, alla fine i motivi che hanno avuto la meglio sono stati solo quelli del sentimento, un territorio dov’egli è ancora sovrano e detta legge.

5.
La spesa degli anelli nuziali non è rimasta però senza conseguenze sul piano economico e ci ha costretti ad ulteriori risparmi. Ma io ero già preso dagli sviluppi della visione della chiesetta sperduta e a lei bastava poco per tirare avanti: il torrente per lavare i panni, un minuscolo fornello ad alcool per cucinare, il davanzale della finestra come piano di cottura, un ferro da stiro preso in prestito dalla padrona di casa. Si raggiungeva il torrente seguendo la strada che portava al rifugio Chiggiato e ci fermavamo in un punto dov’era facilmente accessibile. Quel posto c’è ancora, immutato, e quando ritorno a rivedere la chiesetta, passo anche di là.

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Finito il bucato, si mettevano i panni ad asciugare al sole, distesi su grossi macigni dove la corrente non arrivava. Ma un giorno è scesa all’improvviso un’onda di piena che li ha portati con sé nella sua corsa. E noi ad inseguirli e cercarli.
Alla fine però siamo stati fortunati perché l’onda come improvvisa è giunta similmente se n’è andata, abbandonando quanto aveva proditoriamente carpito sul fondo delle fosse e negli anfratti. Così cercando in ogni nascondiglio siamo riusciti a ricuperare quasi tutto.
In seguito abbiamo saputo cos’era successo. C’era a monte una piccola centrale elettrica che catturava l’acqua del torrente e dopo averla usata la lasciava andare. Il pericolo era segnalato.

6.
Siamo usciti quel mattino per la solita passeggiata, ma un tacco dei sandali d’Isabella s’è staccato e siamo dovuti ricorrere al calzolaio. Il lavoro richiedeva un po’ di tempo che lui non aveva in quel momento, né poteva ospitarci in bottega, perciò, noi consenzienti, ha attaccato il tacco provvisoriamente con dei chiodini – precisamente tre –, e dopo averci chiesto dove alloggiavamo, si trattava di poche centinaia di metri di strada, ci ha rassicurato con le parole: fino a lì ci arrivate. Se me lo riportate domani – ha aggiunto – lo fisso in modo definitivo.
Non siamo ritornati a cambiare i sandali come il calzolaio ci aveva suggerito, ma presa la via che portava al torrente siamo arrivati fino al posto del bucato e per la prima volta l’abbiamo superato. Giunti poi ad un bivio, c’erano numerose indicazioni ma una di esse con la scritta rifugio chiggiato appariva su entrambi i sentieri. In quel momento abbiamo deciso di andarci e abbiamo scelto quello a sinistra.
I primi chilometri li abbiamo percorsi agevolmente e siamo così giunti fino ad un ristorante. Lì la strada carrabile finiva e diventava un viottolo che si svolgeva su un ghiaione, fra un torrente e la montagna che si ergeva sul lato destro. Alzando gli occhi non si vedeva la cima ma solo l’interminabile parete e il sentiero puntava decisamente da quella parte. La raggiungemmo poco dopo e cominciammo a salire.
Avevo anch’io problemi di scarpe che avevano già cominciato a manifestarsi lungo la carrabile e poi per il sentiero sulla sponda del torrente. Le suole erano di cuoio e camminando sull’erba e sui sassi erano diventate lucide e scivolose. E come si slittava! Come sul ghiaccio d’inverno da bambino. C’erano da superare più di mille metri di dislivello in quel modo – da quota novecento si arrivava a duemila: lei con un tacco insicuro, camminando sulle punte come molto tempo dopo mi ha detto, io cadendo e rialzandomi continuamente. Ma siamo arrivati, dopo più di due ore dall’inizio della ripida salita.
Siamo entrati nel rifugio. C’erano escursionisti che si ristoravano al bar e nella piccola sala da pranzo, ma noi il cibo l’avevamo portato da casa e anche i mezzi per cucinarlo: il fornello ad alcool, la pentola, il tegamino per il sugo, lo scolapasta. Perciò siamo usciti presto dal rifugio a prepararci il pranzo: spaghetti con il pomodoro, formaggio, frutta.

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Poi giù verso valle seguendo l’altro cammino, quello che c’era stato suggerito perché meno impervio.
E il tacco? Non si è staccato neppure in discesa e non siamo ritornati dal calzolaio.
Due giorni dopo ci siamo sposati.

7.
Dopo la cerimonia nuziale siamo andati a pranzo in un ristorante vicino. Poi la via del ritorno. Padre, sorella, cognato, in auto e noi in treno, perché la macchina era troppo piccola e non ci conteneva tutti in modo sufficiente e il viaggio lungo. Un piccolo vantaggio l’abbiamo avuto tuttavia, perché ci hanno accompagnato fino alla stazione, mentre quando siamo arrivati fino al paese siamo saliti a piedi portando la valigia a mano perché non c’erano ancora ruote o carrellino.
Sono passati tanti anni da quel pomeriggio di mezza estate e non ricordo più i pensieri e i sentimenti che hanno affollato quella partenza, ma uno ce n’era che da allora non mi ha più abbandonato: la chiesetta sperduta. Era cominciato anche lo svolgimento di quel tema che incomincia così: “Luogo di raccolta nella chiesetta sperduta. Si arriva da un lungo sentiero ma nessuno sa quando arriva…”. Comunque più avanti è riportato tutto il poemetto la cui stesura mi ha tenuto occupato per alcuni mesi dopo il ritorno, perché le parole non le cercavo ma arrivavano da sole quando volevano ed io le aspettavo; poi perché, preso dal lavoro, potevo dedicare ad esso poco tempo che perlopiù sottraevo ad Isabella, vale a dire all’amore in carne ed ossa. Dunque la rinuncia al limitato, al contingente, per seguire il sempiterno come accade a chi sceglie la vita mistica o religiosa al posto di quella profana? Non proprio, perché non mi sono mai dedicato ai celesti o solo a quello che si chiama Destino, anche se credo in loro, ma qualcosa che assomiglia a quelle scelte è accaduto anche a me. Anch’io sono passato dal noto all’ignoto, ho attraversato l’Abisso, sono giunto dall’altra parte dove inizia il Regno eterno e c’è la Porta, ho scoperto il suo segreto e sono entrato.
Ma la scelta, se scelta c’è stata, non credo d’averla voluta io. Credo sia stato il Destino a tirarmi di più dalla sua parte, quasi ad obbligarmi. Anche perché l’amore terreno da cui è sorta la chiesetta e lo stesso che me l’ha fatta ritrovare. Come si può dire, allora, che c’è stata una scelta come se si fosse trattato di due percorsi diversi?
Perciò la risposta esatta suona così: ho dovuto seguire le due vie nello stesso tempo. Quella dell’amore in questo mondo d’apparenze dove tutto arriva, si trasforma e scompare, ma che tuttavia ha fondamento nell’eterno; e quella che puntava direttamente sul fondamento, percorrendo l’immenso fiume della vita che in seguito ha cominciato ad avere un nome chiaro e distinto anche per me. Occidente quel nome, la civiltà nata in Grecia più di venticinque secoli fa e che ora scorreva nel suo sottosuolo come un fiume carsico. E se non avessi percorso anche questa seconda via, come si vedrà più avanti, mai sarei riuscito a trovare la chiesetta sperduta.

8.
Non si può dire però che la ricerca dell’immutabile ed eterno, seguendo anche la via della nostra civiltà che ha la filosofia fra i suoi passi più alti, non sia stata causa di conseguenze sull’altro cammino; quello privato di due esseri umani che uniti da sentimenti profondi e sacri vincoli percorrono assieme sulle vie della terra e in mezzo agli altri, badando al lavoro, alla casa, ai figli. Quel che succede insomma normalmente e quasi sempre.
Invece dall’altra parte, oltre certi limiti, si va da soli e a volte non potevo farne a meno come se fossi chiamato dalla voce potente di chi sa comandare o spinto inesorabilmente. Ho capito in seguito che si trattava degli stessi impulsi che muovono tutte le cose in terra e in cielo, ordini ai quali perlopiù si obbedisce ciecamente ma che io dovevo tradurre nel nostro linguaggio, quello che serve ad intenderci qui sulla terra e nella nostra civiltà, se volevo sapere dove andavo, mentre di solito si è come trasportati o condotti per mano.
I comandi giungevano a volte improvvisi anche quando Isabella ed io eravamo assieme in gita o in vacanza. Così è capitato, per esempio, quando si è svelato il segreto della Porta. Lei è rimasta nel rifugio alpino ed io sono uscito una mattina d’inverno diretto ad un passaggio fra le cime. Quel giorno c’era qualcosa di particolarmente importante in palio, che non conoscevo ma che in qualche modo percepivo se il segnale era così forte, se ho lasciato sola la persona più cara e ho obbedito a quell’impulso. Infatti, poi è accaduto che una delle due prove più grandi si è presentata e l’ho superata. Il racconto di quell’avventura si trova più avanti.
Questo è anche un esempio di come le due vie d’amore, quella solitaria alla ricerca della sua immortalità e l’altra da percorrere insieme sulle vie della terra, sono inconciliabili nelle loro esigenze estreme anche se normalmente non si contraddicono. Non potevo dirgli allora: vado a svelare un segreto perché non sapevo dove andavo né quel che mi sarebbe accaduto. Non potevo portarla con me perché l’ascolto in quei casi richiede concentrazione, solitudine e silenzio, altrimenti non arriva la comunicazione o non si sente.
Non so i pensieri che hanno agitato lei durante la mia lunga assenza ma uno lo posso immaginare perché l’ho sentito varie volte: quel tempo lo togli a me. Infatti, anche quella volta è rimasta sola in un modo che gli sarà sembrato incomprensibile e crudele, ciò che oggi è la causa più frequente di separazioni e divorzi. Né avrei potuto addurre a mia giustificazione o difesa che per amore mi sono allontanato: allora non potevo dimostrarlo. Oggi invece un po’ di più: c’è una vita dedicata a quella ricerca e dei risultati. Incredibili certamente ma ho portato molte prove a sostegno che non dovrebbero passare inosservate.

9.
Una volta che l’amore è davvero per sempre non solo per il sentimento ma anche per la conoscenza, allora quello che si vive nel corso di una vita diventa un episodio di una storia senza fine, letta a puntate. Ma perché ritornare al contingente dopo che si è raggiunto l’eterno? Una risposta filosofica suona così: perché quando si giunge alla fine del cammino lì c’è l’inizio, e l’immutabile e perenne è la coincidenza dei due. Ma non su questa formula, nonostante sia stata sviluppata ampiamente e dimostrata, io ora m’appoggio.
La risposta sta piuttosto in questo ritorno ai luoghi e ai tempi di quando la chiesetta sperduta è apparsa. Ho anche delle fotografie di quel tempo e in tutte c’è Isabella come una luce. Mi hanno già fatto intendere che è la nostalgia che mi riporta lassù e questo non lo nego. Mi chiedo però e chiedo a loro: perché lì e non in altri? O anche negli altri a volte, quando capita, ma non c’è uguale attrazione e la stessa necessità. Essi mi sono cari ma non nello stesso modo, e non ci vado di proposito, ripetutamente e come per un rito. Dunque c’è dell’altro che mi porta quassù, che a questo punto non è più misterioso come all’inizio, vale a dire prima che percorressi il giro completo della ruota del Destino. In quei posti perciò non c’entra solo il sentimento o non gioca lui solo: c’è anche quel che l’ha reso più lucido di prima; ed io qui vengo come in allenamento, raccogliendo immagini che mi serviranno a ricordare.
Perché tutto accada ancora così, com’è già stato.

10.
Ecco allora cos’è successo a quei luoghi dopo che la chiesetta sperduta, immagine intelligibile di quella sensibile che si trova nel piccolo paese del Cadore che si chiama Grea, è stata scoperta: hanno preso quella luce o il suo riflesso. E siccome è luce che non tramonta mai, si può capire la continuità di quel fascino. Simile certamente a quello d’ogni luogo bello e caro cui ci riconduce il sentimento, ma non ho già detto che di sentimento sempre si tratta anche in questo caso! Cioè è sempre amore, ma ora la certezza è diventata più grande. Ha superato il cuore, si è estesa alla mente.
Tutto scorre, ma è “lo stesso” che scorre.
La stessa è l’acqua del torrente, senza mutamento il suo rumoreggiare. Gli stessi, i massi del greto e delle rive. Se avessi gli anni di quando l’ho visto la prima volta, lo ripercorrerei in su e in giù a balzi come allora, mettendo i piedi sugli stessi.
Sono sceso alla diga. Prima di raggiungerla c’è una breve galleria scavata nella roccia che percorrevamo in fretta perché era quasi buia e cadevano grosse gocce d’acqua dal soffitto. Non ho notato nulla di diverso da allora. Immutati anche il posto di sorveglianza e il gran dipinto murale sotto il portico dove sono raffigurati il lago, la diga, il fiume e i torrenti che l’alimentano, e un’ampia zona circostante con gli altri bacini, corsi d’acqua, sbarramenti, impianti. Subito dopo la grandiosa barriera di cemento e ferro, dove Isabella è fotografata appoggiata al parapetto con il lago alle spalle.

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Nulla è mutato: il parapetto, le sponde, i profili delle montagne, il vento che soffia dalla gola a valle e che agitava le sue vesti e i suoi capelli, l’acqua che s’increspa, il sole che la fa brillare. Camminando sulla diga sono passato dall’altra parte e ho costeggiato il lago fino allo chalet, dove c’erano barche a noleggio e una volta su una di esse ci siamo avventurati fin presso la diga. C’è ancora quel noleggio, ma a quel tempo non avevano i pedalò, cose di mare, e questo è stato il primo mutamento che ho cominciato a vedere da lontano. Anche lo chalet di legno non c’è più. Al suo posto una costruzione di cemento armato adibita a bar e ristorante. Cambiamenti di poco conto, tuttavia, in quel totale.

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Sono ritornato in paese e ho preso la via della chiesa dove ci siamo sposati. Alcuni piccoli mutamenti sono avvenuti in punti cruciali: i gradini d’ingresso, il portone principale, il tetto del campanile a forma piramidale e il manto di copertura di scandole di legno, il restauro dei muri di pietrame in alcuni punti; che però non hanno inciso sull’aspetto generale. All’interno invece tutto è rimasto esattamente come la prima volta: l’altare maggiore con le due statue ai lati, il guerriero con l’elmo in testa e la lancia e il santo o vescovo con la tiara e il pastorale; la madonna con il bambino nella cappella a sinistra verso cui mi dirigo subito quando entro e accendo un cero votivo; il dipinto sul soffitto raffigurante la stessa chiesa e una teofania di figure angeliche e divine che parte dal cielo azzurro sopra di essa e sale fino ad una volta di luce; i quadri di uno dei figli di Tiziano Vecellio sulle pareti del presbiterio.
Ma a questo punto ho smesso di guardare perché è arrivata improvvisa la solitudine.

11.
La chiesa era deserta ma la solitudine che mi aveva preso non giungeva da essa, perché quasi sempre l’ho trovata così nelle ore in cui di solito arrivo, le prime dopo mezzogiorno. Il vuoto s’era aperto in me stesso e saliva. Poi sono arrivate le parole che un po’ lo spiegavano: la scena è rimasta pressoché immutata ma gli attori dove sono?
Il prete era morto. L’ho saputo per caso un giorno lontano perché c’erano avvisi affissi in paese e sulla porta della chiesa che ricordavano l’anniversario della sua scomparsa avvenuta un anno prima. Dopo di lui, a distanza d’alcuni anni, per quella via l’ha seguito mio padre. Poi mia sorella. Di mio cognato non sapevo più nulla.
Restiamo ancora noi due sulla scena – mi son detto –, Isabella ed io, ma non è “la stessa cosa”. Siamo due e non sei. Perciò “lo stesso” non si può più fare, vale a dire quel che è accaduto una mattina di settembre di tanti anni fa. Quindi “tutto non ritorna” è stata l’amara conclusione. Quel che è stato non è più e non sarà e andrà perduto anche il ricordo.
Ma subito mi sono riscosso: non è proprio il ritorno di ciò che si dice che non torna quel che ho lungamente cercato? E l’ho trovato dopo il cammino circolare, il superamento dell’Abisso, la coincidenza degli opposti, la scoperta del segreto della Porta, il passaggio dall’altra parte e il ritrovamento della chiesetta sperduta nella luce che non tramonta mai.
Così è scritto nella Via d’uscita dal nichilismo, diventata alla fine Via del ritorno dello stesso.
Fino a quel punto mi ha portato una lunga convivenza con il Destino.

L’inizio

23 aprile 2016
Yves Klein, People begin to fly (1967)

Yves Klein, People begin to fly (1967)

Sono riuscito a collegare un oggetto al suo ricordo, cosa normale quando i due stanno in una vita e lungo il suo corso. Nel caso che descrivo, però, il ricordo era in un’esistenza prima o dopo di questa, e solo il suo oggetto, ciò che viene colto dai sensi, stava qui e l’ho trovato per caso.
Qui c’era e c’è la chiesetta con i muri in sassi e il tetto in legno di un piccolo paese del Cadore che si chiama Grea; là la chiesetta sperduta, luogo d’appuntamento perenne, ma che quando è sorta dalla prima come un sogno non sapevo dove fosse. Era, appunto, sperduta, e per trovarla ho dovuto percorrere il cammino che le separava. Fra questa vita e le altre, perciò, e c’era un labirinto da cui uscire, un abisso da attraversare, un segreto da svelare e una soglia da varcare.
La cosa m’è riuscita e l’ho raccontata, anche perché quel sentiero, ora isolato e deserto, può diventare un via pubblica ed essere percorsa da tutti quelli che vorranno.
In termini di tempo l’avventura è durata più di cinquant’anni.
La via ora si chiama Eterno ritorno dello stesso.

*

PS: L’Eterno ritorno dello stesso vale per questa nostra vita, per aumentarla e migliorarla, non per passare a un’altra. Perché questa vita com’è ora non si può continuare ad accettarla così, senza che si aggiunga l’Eterno ritorno dello stesso. Così è assurda.

Quattromilacinquecento anni dopo – Seconda parte

8 febbraio 2016
Odilon Redon, Il ragno sorridente (1881)

Odilon Redon, Il ragno sorridente (1881)

Tutto è stato coinvolto
nell’impresa di scoprire
la via che collega
vita e morte
e illuminarla e segnalarla.
La Storia dell’uomo:
miti, misteri, religioni,
poesia, filosofia,
sono la narrazione
di quest’avvenimento.

 

Si sa che anche Gilgamesh non ha seguito solo il sole dopo il tramonto, ma anche l’uomo dopo la sua morte. Quest’uomo era Enkidu, compagno inseparabile di Gilgamesh, simile a lui in vigore e valore. Insieme compirono memorabili imprese. Uccisero leoni sui valichi dei monti; sconfissero e decapitarono il gigantesco e mostruoso demone maligno Humbaba, custode della Foresta dei Cedri; immobilizzarono e uccisero il Toro celeste inviato contro di loro da Ishtar, dea dell’amore e della guerra. Ma queste loro imprese sovrumane suscitarono l’invidia e il timore degli dei. Soprattutto l’ultima era un’aperta sfida e perciò gli dei si riunirono a consiglio. Assieme i due eroi erano invincibili, conclusero, e perciò decretarono la morte di uno di loro: Enkidu. Una malattia lo colpì e lo uccise. Gilgamesh si trovò perdutamente solo: “Per sei giorni e sette notti lo pianse e non permise che lo seppellissero, per vedere se il suo amico si fosse levato ai suoi gemiti finché i vermi non gli caddero dal naso”. Allora “penetrano nel suo cuore” l’angoscia e la paura della morte e decise di cercarla e affrontarla a viso aperto, prima che fosse lei ad aggredirlo alle spalle all’improvviso, come aveva fatto con Enkidu.
Un pelago sconfinato era davanti ai suoi occhi quando cominciò la ricerca e il suo centro era “le acque di morte”, uno dei nomi dell’Abisso. Verso di esso Gilgamesh si diresse per conquistare l’immortalità, perché da quando era morto Enkidu anche lui non aveva “più visto la vita” e non voleva essere vinto dalla morte. E perché la sua paura non aveva mai posa egli con frenesia si gettò ad affrontarla: come sempre accade a chi ha coraggio. Riuscì, dopo fatiche sovrumane ad attraversare l’oceano fino alle acque di morte, ma per vincere anche quelle doveva rimanere sveglio per sei giorni e sette notti. Per sei giorni e sette notti, ininterrottamente, doveva valicare ad occhi aperti in entrata e uscita la porta fra la veglia e il sonno, e questo era l’ostacolo da superare. Ma l’impresa non gli riuscì. “Il sonno come una densa nebbia si stese su di lui” fin dalla prima notte. La prova era fallita, il sogno infranto.

Passeranno quattromilacinquecento anni prima che le acque di morte siano di nuovo affrontate e questa volta superate. E non per opera di uno solo, anche se eroe, ma di un’intera civiltà, quella greca, diventata poi Occidente, e con un metodo che si chiama filosofia.
Dai tempi dell’inizio, vale a dire da circa venticinque secoli, la filosofia è stata Aurora, Giorno, Mezzogiorno, Tramonto, Notte, fino alla linea di Mezzanotte. Così in modo manifesto. Poi, nascosta e in tanta parte ancora segreta, è nichilismo, Abisso, attraversamento dell’Abisso, coincidenza degli opposti, Porta d’ingresso e d’uscita.
Per la parte nota, che è nei libri, negli insegnamenti, nelle conversazioni, in tante manifestazioni, si conoscono anche i progettisti e costruttori. Ne citiamo alcuni fra i più celebri. All’inizio Socrate, Platone, Aristotele, e con loro si entra nel Giorno. Poi, il cammino nella luce di Cartesio, Kant, Hegel, e si arriva al Tramonto. Questa è tutta l’illuminazione. L’ingresso nella Notte lo compie soprattutto Schopenhauer. Fino alla linea di Mezzanotte, o linea zero, corrispondente alle acque di morte raggiunte da Gilgamesh, sono sicuramente arrivati, perché ce l’hanno detto e dimostrato, Nietzsche, Heidegger, Jünger. Ma ancora non si passa aldilà. Però ci sono progetti e tentativi:
Per Nietzsche c’è l’oltreuomo. Per pervenire ad esso l’uomo deve compiere un passaggio. Questo passaggio è pensato da Nietzsche come un ponte. Un aspetto dell’oltreuomo è il pastore che con un morso stacca la testa del serpente che s’era infilato in bocca e stava strozzandolo; e così liberato “balzò in piedi. . Non più pastore, non più uomo, – un trasformato, un circonfuso di luce, che rideva. Mai prima al mondo aveva riso così un uomo, come lui rise!”.
Per Heidegger “l’unico passaggio possibile è il salto. Il luogo dove il salto ci conduce non è solo l’altro lato dell’abisso, ma una regione totalmente diversa”. “Il salto, a differenza del cammino (d’ogni cammino dell’Occidente: scientifico, filosofico, poetico…) porta il pensiero, senza ponti, cioè senza che vi sia un procedere continuo, in un altro ambito e in un’altra maniera di dire”. Oltre al salto, Heidegger ha pensato anche ad un lungo sonno cui seguirà il momento improvviso del risveglio.
Per Jünger non era sufficiente una normale evoluzione. “Conta piuttosto la metamorfosi nel senso di Ovidio, la mutazione nel senso dei contemporanei”.

Questi progetti e tentativi di superamento dell’Abisso sono stati preceduti da un ritorno ai presocratici: a Parmenide ed Eraclito soprattutto. Esso è cominciato più di un secolo fa ed è continuato fino ai nostri giorni. Si trattava di percorrere la filosofia del Giorno a ritroso, e arrivare dove si è cominciato. Dove inizia la filosofia, a Socrate, anzi un po’ più in giù: per arrivare alla sapienza da cui la filosofia è nata, quella che suona specialmente nelle parole di Parmenide ed Eraclito.
Pionieri del “ritorno a Parmenide” filologi e filosofi, diventati famosi per quest’opera di riscoperta delle fonti. Fra essi Hermann Diels, Nietzsche, Heidegger, Severino.
Diels ha cercato, raccolto, ordinato tutti i Frammenti dei presocratici. Un’opera immensa. Ha dovuto trovarli in una massa di libri antichi e adoperarsi poi, in un lavoro di comparazione delle fonti e d’attenzione per quelle più attendibili, per scegliere e separare le autentiche dalle spurie. Operazione indispensabile, anche perché alcune di esse erano state manipolate dagli autori che le avevano incluse nei loro scritti per sostenere o corroborare un personale pensiero, che spesso nulla aveva a che fare con quello del sapiente citato. Perciò alla fine l’opera che è risultata, anche per l’immenso lavoro che ha richiesto, è andata ad occupare uno dei posti più alti delle grandi imprese della filologia classica tedesca degli ultimi due secoli.
Nietzsche, partito per quelle lontane plaghe del passato, là giunto si è dedicato alla ricerca con la mentalità del filologo. Come Diels, anche lui lo era davvero. La sua laurea l’aveva conseguita in filologia, un indirizzo e una preparazione non si sa quanto da lui voluti e quanto invece preparati dal destino per il compito che l’attendeva: decifrare quel passato antico in vista di quanto si andava preparando nel presente e nel vicino futuro. Si andava preparando il superamento dell’Abisso e l’arrivo alla fine del viaggio, dove Inizio e Fine coincidono, “sono lo stesso”, e lui è stato uno dei protagonisti dell’impresa.
Opera di filologo e di grande interprete dei sapienti dell’Inizio l’ha svolta anche Heidegger. Là giunto, ha poi dedotto che quel cammino a ritroso non è stato “naturalmente un ritorno ai tempi trascorsi per tentare di restaurarli in una forma artificiosa. Ritorno significa la direzione verso quella località dalla quale la metafisica ha ricavato e continua ad avere la sua provenienza”.
Infine, Emanuele Severino ci ha detto che prima della filosofia si è aperto lo spazio luminoso dove è apparsa e con essa tutto ciò che poi è diventato civiltà greca ed Occidente.

Ma perché questo ritorno all’inizio, cioè alla sapienza da cui la filosofia ha avuto origine?
Perché ormai appariva chiaramente la rotondità del cammino e si stava andando dove si era già stati: dove la Fine coincide con l’Inizio, e si trattava allora di cercare, ricordare, riconoscere, e di usare queste conoscenze per vincere l’Abisso e raggiungere la meta. Ciò che è riuscito agli autori di questo blog. Ecco come.
Giunto sulla sponda dell’Abisso non ho neppure provato a scendere per poi risalire dall’altra parte, perché l’Abisso è senza fondo: ciò significa anche la parola. Perciò ho cercato di passare con uno stratagemma: tornando indietro come già avevano fatto i filologi e filosofi citati, ma appeso con un filo a quella struttura, vale a dire alla Filosofia del Giorno, come un ragno. E ciò anche prima della linea di Mezzanotte, anzi subito dopo la svolta del Tramonto. In questo movimento da funambolo, quando sono arrivato a Mezzogiorno in alto, sotto era Mezzanotte e l’Abisso veniva superato, quando sono giunto all’Alba di venticinque secoli fa c’era la fine della Notte nello stesso punto. Allora sono diventati indistinguibili fine della Notte e Alba del nuovo Giorno.
Ecco, dunque, com’è andata: solo un lavoro di ragno che si lascia dondolare nel vento nell’attesa del soffio più forte delle correnti circolari. Solo un vincere l’Abisso approfittando degli eterni ritorni della ruota che gira: non è evidente che essa continua a girare anche se ci sono punti morti per i singoli! Un vincere la morte ruotando nella giostra della vita, perciò; opera di trapezista ora che è fatta, ora che l’Abisso è stato valicato.
C’è anche un altro aspetto di questo cammino da porre in evidenza, che suona così.
Dunque, mi tenevo appeso all’arcata diurna avanzando verso Levante dopo la svolta del Tramonto, e in tal modo procedevo nella Notte, passo dopo passo, Non mi risulta che prima di me qualcuno abbia camminato contemporaneamente nel passato e nel futuro come ho fatto io, diretto ad un’unica meta, l’Alba, quella vista da Parmenide e quella che avrei riscoperto di lì a poco se riuscivo ad arrivare sano e salvo dall’altra parte: in tempi diversi si, o distinti, o non con la stessa consapevolezza. Io, invece, per l’una e per l’altra arcata nello stesso momento, e sapendo in cuor mio che non era possibile separarle neppure nel pensiero, che non era possibile muovere un passo per una delle due che non fosse anche un eguale avanzamento nell’altra. (Si veda anche La via dell’eterno ritorno dello stesso).

In tal modo sono state superate le “acque di morte” del mito e l’Abisso dell’attuale stato dell’uomo. Così è iniziato l’eterno ritorno dello stesso per un cammino illuminato e segnalato.

Quattromilacinquecento anni dopo – Prima parte

3 gennaio 2016
Enkidu muore tra le braccia di Gilgamesh

Enkidu muore tra le braccia di Gilgamesh

Prima di Gilgamesh nessuno sapeva dove andava il sole dopo il tramonto e quindi nessuno poteva avere la certezza che sarebbe tornato a illuminare e risvegliare. Perciò gli uomini compivano sacrifici al dio Sole, perché ricomparisse, perché la notte non diventasse senza fine.
Poi venne Gilgamesh, che seguì il sole nel suo cammino notturno e seppe che esso continuava fin dove iniziava il giorno a cui era congiunto.
Si capì allora che la via è circolare e che il sole sarebbe sempre ritornato, come infatti è sempre accaduto e accade.

Quattromilacinquecento anni dopo la stessa cosa è stata ripetuta, ma non per seguire il sole nella notte, ma l’uomo nella morte. E si è scoperto, come per il sole, che la via è circolare e che c’è perciò ritorno: l’eterno ritorno dello stesso.
La via d’uscita dal nichilismo è il racconto di quest’avvenimento e dei risultati raggiunti.

Iperfilosofia

1 novembre 2015
Ivan Kudrjasev, Luminescenza (1926)

Ivan Kudrjasev, Luminescenza (1926)

“Leopardi si addolora e piange sulle cose perdute e sulle esistenze sparite”: e questi sono i fatti da cui si parte.
Di fronte ad essi c’è la filosofia di Emanuele Severino che è una risposta a questo perdere e sparire immensi e continui, e ha cercato di superarli, e a modo suo lo ha fatto, dicendo che le cose ed esistenze sono eterne, immutabili, immobili. Cioè ogni cosa e ogni esistenza è l’Essere.
Ma ciò che dice, soprattutto la sua conclusione, si rivela subito a chi sa, ma anche a chi usa il buonsenso e la ragione, iperbolico e assurdo. Che sia di tal natura lo dice anche, e in modo chiaro e distinto, Alfonso Berardinelli nell’articolo Contro Severino, l’iperfilosofo, pubblicato lo scorso 12 ottobre su «Il Foglio». Il quale però critica la filosofia di Severino ma nulla espone di suo “sulle cose perdute e le esistenze smarrite”, per cui Berardinelli non si può annoverare certamente fra i filosofi, almeno in questo caso. Qui è un giornalista, un critico, uno scrittore. D’altronde è questa la sua parte e l’ha svolta bene.
Anche noi abbiamo criticato aspramente Severino, ma l’abbiamo fatto opponendo al sua pensiero il nostro pensiero, alla sua soluzione la nostra, che non è iperbolica e assurda. È l’Eterno ritorno dello stesso, un pensiero e una prassi antichi quanto l’uomo, che si son fatti avanti imponendosi e dominando la filosofia dei nostri giorni, quella che più conta: di Nietzsche, di Heidegger, di qualche altro (vedi Severino e Parmenide, Severino e la favola, Emanuele Severino: ha immortalato la morte di una civiltà, ha dato un volto al nulla eccetera).
In quanto a Leopardi, che è un po’ il pomo della discordia, egli è il grande poeta che tutti conosciamo, ma non altrettanto grande filosofo (si veda quanto abbiamo scritto a proposito del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia e L’infinito). Non c’è in lui la soluzione alla perdita delle cose e allo sparire delle esistenze, ma solo dolore e pianto. E la natura, egli dice, inganna, è un potere che impera a comun danno, è infinità vanità. E l’ha dimostrato con la poesia. Ma questa è la natura che bada alla specie e non ai singoli che, finite le loro funzioni di riproduzione, vengono abbandonati alla dissoluzione e alla morte.
Dopo l’Eterno ritorno dello stesso questi aspetti della natura nella loro assolutezza e inacessibilità non ci sono più e si tratta solo di andare a verificare.

Tutto ritorna e sempre

16 ottobre 2015
Alexander Rodchenko, LInearism (1920)

Alexander Rodchenko, Linearism (1920)

 

Io non accetto supinamente
la dolorosa e triste sorte dei mortali
e ho combattuto e combatto la morte
e il tempo lineare che l’accompagna:
lo scavafosse io lo chiamo.
Il risultato finora è l’idea
dell’Eterno ritorno dello stesso
e già c’è la strada illuminata e segnalata
che porta ad esso.

 
 

Tutto ritorna e sempre. Di questi giri completi e ripetuti ne conosciamo molti: quelli della terra, della luna, delle costellazioni, delle stagioni, delle piante, degli animali …
Ma di uno non abbiamo una visione completa, né chiara e distinta: quello del nostro Io o Sé, o anima, o mente; per cui si dice: “Non sappiamo da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo”. Per cui di ogni uomo si afferma: “ è nato il … ed è morto il …”, le due date che segnano il suo breve cammino sulla scena del mondo e che riportate ora sull’intera via circolare segnano un piccolo arco di essa, che ai più sembra la parte di una retta: il tempo lineare di cui sempre si parla.
Ebbene, è proprio il nostro giro – il tratto conosciuto dalla nascita alla morte e quello sconosciuto –, che abbiamo indagato e manifestato in La via d’uscita dal nichilismo. Risultato: l’Eterno ritorno è diventato Eterno ritorno dello stesso. Il segmento o arco della vita cosciente d’ognuno, dopo la scoperta di tutta la via, è diventato un cerchio dove la fine e l’inizio sono insieme raccolti, sono lo stesso, e perciò si ricomincia, sapendo che è un ritorno, andando dove si vuole o dove ci porta il cuore.
La rotonda via ora si chiama anche Via filosofica, perché quel che l’illumina e indica è la filosofia, dal suo inizio fino ai nostri giorni.
Nell’eterno giro, lo stesso che ritorna  sa perché. È come quando ci si sveglia al mattino dal sonno della notte e si riprende dalla memoria del giorno prima, da ciò che era rimasto in sospeso, a cercare, rivedere, riconoscere, completare, e da antiche memorie. Perché nulla di ciò che è stato può non esserci più, perché anche le apparenze sono eterne nel loro eterno ritornare.
Così io andrò alla ricerca di mia moglie che è morta. La troverò dove ci siamo detti di cercare.  L’aspetterò nella piccola stazione ferroviaria dove siamo arrivati un giorno lontano e da cui è incominciata l’avventura. O la cercherò nel paese vicino dove abbiamo soggiornato la prima volta. O in quelli dove siamo nati e dove abbiamo vissuto. O guarderò se è nei boschi e sui prati in fiore di cui conosco i limiti ed i pendii.
O l’aspetterò nella chiesetta, che  è il centro della ricerca, è visibile da tutta la valle e come un faro getta la sua luce fin sulle terre del Signore.
E un giorno la troverò, come già è capitato, ed è molto più facile che accada questa volta perché si conosce tutto il percorso e perciò tutto avverrà per Amore e non per caso.
In questo sviluppo della conoscenza volta ad illuminare e segnalare l’intero cammino umano nel suo Cielo eterno, il primo attore è l’Io. Io è pronome antico, mentre quello che qui intendiamo è formazione piuttosto recente. È l’Io che è spuntato con la filosofia moderna con il nome di Io penso (Cartesio), è diventato Io trascendentale con Kant, Io assoluto con Schelling, Fichte, Hegel; e ha raggiunto il titolo di , unità di conscio e inconscio, con Yung. È lui che ora sa di sé stesso fino a tal punto.
Si è trattato, in altre parole, di dar vita ad un Io capace di percorrere anche la parte a Notte della vicenda umana (vedi La via dell’eterno ritorno dello stesso). È lui l’attore dell’eterno giro che è cresciuto fino a percorrerlo tutto, valicando l’Abisso, scoprendo il segreto della Porta che s’apre e chiude e lascia passare dalle apparenze all’Essere e dall’Essere alle apparenze . È lui che è arrivato fino alla fine ad occhi aperti, illuminando e segnalando la via che ha percorso.

Ed ora c’è attesa in me per quanto dovrà avvenire o è già in corso, attesa di andare dall’altra parte dove le cose sono ma non appaiono, per riportarle alla visione  e alla distinzione, per riportare alla luce ciò che è già stato, la parte più bella, quella che si vuole rivedere.
Perciò spesso mi dico che devo andare, che quel che mi trattiene è minore di ciò che mi aspetta. Ma per uscire dal mondo delle apparenze c’è il legame con il corpo da sciogliere e non esiste un modo naturale di staccarsi che ci dispensi dai grandi patimenti che quasi sempre l’accompagnano. A meno che non intervenga la medicina nei modi della “morte assistita”, ciò che sta già avvenendo. Ma la medicina appartiene al mondo delle apparenze e deve fare i conti con le altre: con le leggi vigenti e soprattutto con la morale. Infatti, e ciò che sta accadendo e a questo punto la questione diventa: può l’Io scegliere di staccarsi prima della naturale conclusione da un corpo quando esso diventa simile a una macchina da rottamare e non gli serve più, anzi lo imprigiona e lo tortura?
Sì, se la macchina è del proprietario, no se è di altri – della natura, di Dio. Sì se l’Io è Signore di sé stesso, no se è dipendente o servo.
Questi i fondamenti di un dibattito che è già in corso e su cui, forse, ci soffermeremo ancora anche noi, perché ad esso e alle soluzioni che saranno date siamo direttamente interessati (vedi anche il Testamento biologico).