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Occidentali e musulmani a confronto (visti dalla filosofia e dalla sapienza che l’ha generata) — Terza parte: l’attentato

1 giugno 2017

Charles De Steuben, Bataille de Poitiers en octobre 732 (1834-37)

L’abbiamo già scritto: l’uomo è Essere e Apparenza, o appartiene all’uno e all’altra. Ma andando per la via dell’eterno ritorno si può trovare più da una parte che dall’altra.
È quello che sta capitando attualmente a occidentali e musulmani, e i primi stanno in maggior misura dalla parte dell’Apparenza o Mondo e i secondi da quella dell’Essere o Dio.
Sono perciò, gli uni e gli altri, delle metà separate e disperse che non si incontrano, o quando accade non si riconoscono e si scontrano. Questa è l’origine della tragedia che stiamo vivendo, di cui l’ultimo atto è la strage di giovani a Manchester.
Non si può non vedere, dunque, che ciò accade perché gli uni e gli altri sono manchevoli entrambi, e quel che manca ad uno è quel che l’altro è. Manca l’Essere agli occidentali e l’Apparenza ai musulmani, manca cioè la metà di sé a ognuno, o essa è nascosta.
E se questo loro distruggersi non fosse che un disperato desiderio di volersi, per completarsi a vicenda? Allora si farebbe davvero un passo avanti. Verso l’integrazione reciproca sarebbe quell’andare, e non verso la distruzione.

Un modo di volersi anziché distruggersi lo può offrire la filosofia. C’è quella occidentale, che sta riportando all’Essere dopo il giro del mondo. Ma anche i musulmani hanno una tradizione filosofica non indifferente: nel loro splendido passato ci sono Al-Kindi, Al-Farabi, Al-Ghazzali. Ci sono soprattutto Avicenna e Averroè.

Perciò ecco che comincia ad apparire la soluzione, che è una destinazione.
Per gli occidentali è quella espressa qui, vale a dire continuare la via filosofica fino alla fine del giro e attraversare il Ponte sull’Abisso da cui si accede all’Essere, per diventare Essere e Apparenza assieme.
Per i musulmani è riprendere la via filosofica, che è la stessa dell’occidente, ma per loro ferma in terra di Spagna, da quando Carlo Martello li affrontò e vinse a Poitiers, nel 732 d.C. Una vittoria che lasciò l’Occidente da solo sulla via filosofica, a continuarla fino al punto da dove è partito. A continuarla, cioè, anche oltre l’Europa, fino all’America, alle sponde dell’Oceano Pacifico, e all’Oriente dove avviene la coincidenza degli opposti. Partiti dall’Oriente, in Oriente si ritorna. Questo è il vero modo di essere mondani: compiendo l’intero giro sul terreno e nel pensiero.

Accadrebbe ai musulmani ciò che è già avvenuto in Occidente dopo il Medioevo, dove i contendenti erano la Chiesa e lo Stato. Si avrebbe cioè il confronto fra un pensiero e l’altro, fra teologia e filosofia, e poi il faticoso l’accordo: a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio.

Andrà ad ovest

27 giugno 2009

Robin Robertson, Andrà ad ovest

Robin Robertson

Robin Robertson

Andrà ad ovest
e ancora ad ovest,
salpando per conto proprio
sul mare aperto.
Cucendo la superficie,
un quarto uomo,
tre quarti verbo,
adattando la sua turbolenza
al verso delle onde.

Chi andrà ad ovest e ancora ad ovest?
Hanno già incominciato, da molto, e alcuni di loro sono già apparsi su queste pagine delle “coincidenze”.
È già andato Whitman, un poeta. Anche Aurobindo, dall’India in Inghilterra, ed è poi ritornato nella sua patria con l’intento di realizzare l’unità delle due culture.
Perciò ad ovest vanno i poeti, e c’è l’autore della poesia fra loro, io credo, perché certamente parla anche di sé.
Ma è già andato anche Gilgamesh che ha seguito la via del sole e voleva rivedere l’amico morto prematuramente. Ed Ulisse, che ha volto la poppa della sua nave “nel mattino”, e la prua perciò a sera, sempre più a sera, per seguire virtude e conoscenza.
Perciò ad ovest vanno anche gli eroi.
Poi è già andato Colombo, che è partito dalle coste portoghesi dell’Atlantico, diretto verso Occidente, per arrivare a “buscar” l’Oriente seguendo anche lui la rotonda via della terra e del sole.
Perciò ad ovest vanno anche i navigatori.
E i sapienti e i filosofi?

Di Lao–tzu ho già detto: dopo aver scritto il Tao ha preso la via dell’Occidente e non ha più fatto ritorno. E Parmenide ha iniziato il suo viaggio dalla “casa della Notte”, superando la “porta che divide le vie della Notte e del Giorno” e seguendo l’astro nascente, l’Essere, lucente anch’esso come il sole.  E se si guarda bene, contemporaneamente con gli occhi di carne e con quelli della mente, si vedono l’uno e l’altro e la loro coincidenza.
In quanto ai filosofi, si sa che hanno cominciato la loro opera nell’Aurora di questa nostra civiltà, vale a dire più di ventiquattro secoli fa, e che da più di cent’anni parlano di Tramonto cui è seguita la Tenebra, il nichilismo diventato condizione normale.
Ad ovest, dunque, anche i sapienti e i filosofi.

E ci va l’Occidente tutto intero, vale a dire la civiltà dove ancora ci troviamo. Da millenni esso segue questo cammino senza averne coscienza, ma infaticabilmente. Partito dalla Grecia antica ora si trova in America, vale a dire sempre più ad ovest, ma anche sempre più verso l’Alba che potrebbe sorgere improvvisa dalla Notte quando Occidente e Oriente coincideranno. E la Luce ritornerà solo da quel momento. Perciò anche per tutti noi occidentali il gran viaggio è in corso, tant’è vero che ora ci troviamo nella parte tenebrosa del viaggio, dopo che è passato il Giorno.
Ma non alla folla, che l’Occidente come una nave porta in sé, il poeta si riferisce, ma a colui che va da solo “sul mare aperto”. Non imbarcato cioè, ma “salpando per conto proprio”.
Sono già andati cosi – l’abbiamo appena visto – il poeta, l’eroe, il navigatore, il sapiente, il filosofo. Ma Robertson il suo non lo chiama con nessuno di questi nomi, ma afferma che è “un quarto uomo,/ tre quarti verbo”. Uno nuovo perciò, non classificabile sotto uno dei titoli in uso? Sembra proprio di sì.
Non ha nomi noti , ma sappiamo che il “verbo” in lui è sovrabbondante rispetto all’uomo. E il Verbo, ha detto Giovanni nel suo Vangelo, “era presso Dio”, e Dio era il Verbo”. Un semidio, dunque, colui che “andrà ad ovest/ e ancora ad ovest”.
A guardar bene, c’è già in queste pagine di coincidenze che sto scrivendo qualcosa di simile: è l’arcangelo in potenza nell’uomo d’Aurobindo, che batte alla porta perché si apra. Per uscire da essa non più uomo ma, appunto, più che angelo.
E il semidio di Robertson, che cosa lo distingue dall’umano? Per quel cucire la superficie del mare, io affermo ora.
Un lavoro che ha per me lo stesso senso del “ponte sull’abisso”, quello che sono riuscito a gettare fra le due sponde, quella della morte e l’altra della vita e viceversa, dopo che sono uscito dalla comune rappresentazione che chiamiamo mondo, universo, cosmo. Quello che ho anche chiamato labirinto (Vedi L’antica via dei Miti e dei Misteri, pagg. 7-8) quando si è trattato di trovare la via di fuga. Quel collegamento delle onde fra di loro con una cucitura, è simile alla corda che ho lasciato andare alle mie spalle quando ho attraversato la prima volta l’abisso, la prima esile traccia del ponte sospeso, il primo segno concreto di un passaggio nuovo per qualcuno e qualcosa che sta nascendo o che da poco è nata.
Ma ciò che distingue il semidio di Robertson anche dal poeta, dall’eroe, dal navigatore, dal filosofo, forse anche dal sapiente, è detto negli ultimi due versi. Egli procede “adattando la sua turbolenza/ al verso delle onde”.
C’è un accordo col Destino in queste parole, perché il gioco delle onde è immutabile ed eterno: è dettato. E il semidio, allora, nel suo andare non rema contro corrente. Anche a me è accaduto qualcosa di simile. Quando ho cominciato la mia avventura, uno dei primi segnali che ho visto e seguito suonava così: “Il Destino è il Dio che lascia e che dispone/ e se qualcuno di noi ora propone/ deve collaborare con il Destino”. D’altra parte, come il verso delle onde non era già segnato anche il mio cammino! L’ho detto in modo chiaro e distinto nella presentazione di queste coincidenze: non si tratta di una strada che non esisteva e su cui non si è mai stati prima, ma c’è anzi un via vai continuo per essa. È il cammino infaticabilmente percorso e ripetuto da ogni vivente, che viene al mondo, ci cammina per un po’ e poi sparisce: la fatica di Sisifo del vivere. La novità sta nel modo in cui ora si può procedere: ad occhi aperti e non chiusi, a mente funzionante e non spenta. Come ho detto, insomma, in quell’occasione.

Similmente il semidio di Robertson non si oppone alle onde, non le contrasta, ma anzi le asseconda, collabora. Perché certamente, come ha scritto Sofocle all’inizio della civiltà dove ancora ci troviamo, l’uomo è un inquietante (“Di molte specie è l’inquietante, nulla tuttavia/ di più inquietante dell’uomo s’aderge./ Questi balza dal flutto schiumante/ per il vento del sud invernale/ e incrocia sulle creste/ delle onde furiosamente spalancantisi./ Anche la più sublime delle divinità, la terra,/ l’indistruttibile infaticabile, egli l’estenua,/ rivoltandola d’anno in anno,/ passandovi e ripassandovi con i cavalli/ gli aratri./ Anche il leggero volitante stormo d’uccelli/ egli irretisce e caccia, / e la frotta d’animali di località selvagge/ e ciò che si muove e risiede nel mare,/ l’uomo sagace./ Con astuzie sopraffà l’animale/ che sui monti pernotta ed erra,/ e al cavallo dalla ruvida criniera/ e all’indomito toro/ circondando il collo col legno/ impone il giogo./ Anche nel risuonare della parola/ e nel tutto comprendere leggero come il vento/ si ritrova, ed altresì nell’animo/ di dominar città./ E anche come sfuggire, ha pensato,/ l’esposizione ai dardi/ delle intemperie e degli spiacevoli geli./ Dappertutto aggirandoli, tutto esperendo per via, senza scampo, inesperto/ perviene al nulla./ Dall’incombere solo, della morte/ con nessuna fuga può giammai difendersi, / pur se ad un male tenace gli sia riuscito/ abilmente di sfuggire”, dal coro dell’Antigone di Sofocle, v. 322,366).
Lo era allora e non ha cambiato, come ho trovato scritto anch’io su un segnale della via che ho percorso, quasi a farmelo ricordare: “Tutte le cose sono carte di un gran gioco/ che ha anche l’imprevedibile: la Matta,/ e da poco è entrata anch’essa in giro./ È l’uomo l’imprevedibile, l’ente vagante ed inquietante,/ la carta scombinata che si allaccia a tutte quante./ Ma ora appare che la vita l’ha giocata”. Ma oggi, più di allora, le parti si sono avvicinate e accordate, perché è aumentata la somiglianza con il divino.

N.B.
Sto cucendo le poesie nel nuovo gran disegno della vita, come si fa con i gioielli sulla veste regale. O anche l’unico gran disegno sta attirando a sé e unendo fra loro le perle della letteratura mondiale, prima dispersi e sparsi. Così quel manto incastonato apparirà e splenderà, io dico ora, e molti andranno verso quella luce.
Nulla sarà più come prima quando le coincidenze cominceranno ad apparire e a diventare patrimonio comune.

Una poesia di Satprem*

21 marzo 2009
* ERRATA CORRIGE
Su gentile segnalazione della nostra lettrice Namaskar, provvediamo a correggere l’errore commesso attribuendo a Sri Aurobindo la poesia Siamo gli arcangeli dolorosi di un mondo che cambia che invece è di Bernard Enginger, meglio noto come Satprem, suo continuatore nel pensiero e nell’opera.

Sri Aurobindo

Sri Aurobindo

Siamo gli arcangeli dolorosi di un mondo che crolla,
siamo i figli di una nuova razza non ancora nata,
ma che vive attraverso di noi
come un vento carico di minacce e di polline nuovo.
Non sappiamo cosa vogliamo dire,
il nostro oracolo è sigillato,
i nostri sogni oscuri, i nostri segni contraddittori.
Non abbiamo la chiave,
ma siamo fermi davanti ad una nuova soglia,
a battere alla porta,
a batterla come dovette farlo nella foresta
il primo antropoide, che volle essere uomo.
E invece ci perdiamo nella rivolta,
ci perdiamo nell’orgoglio dei ricchi
o nel fascino del rifiuto.
Ci perdiamo nella seduzione del governo o dei sogni.
Ma il nostro senso non è essere vittime, né fuggire,
il nostro senso è al di là della rivolta,
Il nostro senso è bussare a questa porta,
gridare come i bambini nella notte finché la porta si apra.

È la poesia solo un modo diverso di scrivere, in versi e rime, per esempio, anziché in prosa, e solo questi aspetti sensibili costituiscono la sua diversità? Indubbiamente è anche questo, vale a dire apparenza, ma se non ci fosse anche altro che la distingue, per quella sola, per quanto bella e preziosa, non varrebbe la pena di tenerla in tanta considerazione e di occuparsi intensamente di lei, come sto facendo io su queste pagine. Invece è anche altro; è suono che sale dal profondo dov’è tenebra e mistero e ogni volta illumina e svela.

È voce del tramutare la poesia, o – come ha detto Dante – del trasumanare; come ben mi hanno avvertito alcuni segnali che si trovano lungo la via filosofica che collega la vita alla morte. Due di essi suonano così: “Soltanto la poesia segue la vita/ o gli abbraccia il collo/ come un fanciullino.” “Se non è vita la poesia/ lasciala andare./ O è voce, se vuoi, del tramutare”.

Bernard Enginger Satprem (1923-2007)

Su tale piano, di parola d’inizio e fine assieme, di vita e morte assieme, si colloca anche la poesia di Bernard Enginger, meglio noto come Satprem, che ho scelto per presentare qui un’altra figura, quella di Sri Aurobindo, suo maestro e guida.

Sri Aurobindo è nato a Calcutta il 15 agosto 1872. Nel 1879 il padre lo invia in Inghilterra, dove compie studi classici e nel 1890 viene ammesso nel prestigioso King’s College di Cambridge. Durante i quattordici anni di soggiorno in Inghilterra egli acquisisce una vasta conoscenza della cultura europea antica, medievale e moderna. Poi nel 1893 ritorna in India dove si dedicherà alla letteratura e alla politica.
Nella letteratura, che è ciò che qui interessa, egli ha illustrato la propria visione del mondo e dell’evoluzione realizzando quella che Romain Rolland ha definito “la più vasta sintesi mai realizzata tra il genio dell’Asia e quello dell’Europa”, mentre Aldous Huxley parlerà di lui come del “Platone delle generazioni future”. In quest’opera il posto preminente è occupato dalla poesia che è stata, come lo stesso Aurobindo ha affermato, il suo principale veicolo espressivo. In quanto al suo pensiero filosofico, il suo biografo lo ha condensato così: “Mentre la maggior parte dei percorsi mistici del passato portavano ad un aldilà che sboccava ineluttabilmente al di fuori della vita terrestre, l’ascesa spirituale compiuta da Sri Aurobindo costituisce il preludio di una discesa della luce e del potere dello Spirito nella Materia, allo scopo di trasformarla. Sri Aurobindo vede (proprio come gli antichi Rishi che composero i Veda) che il mondo manifestato non è un errore o un’illusione che l’anima dovrebbe rigettare per far ritorno al cielo o rientrare nel Nirvana: il mondo è la grande scena di un’evoluzione spirituale, un’evoluzione o avventura della coscienza per mezzo della quale dall’Incoscienza originaria si va sviluppando una manifestazione progressiva, in divenire, della Coscienza Divina, celata fin dall’origine o involuta nella Materia. La mente rappresenta la più alta vetta finora raggiunta dall’evoluzione, ma non è la più elevata in assoluto. L’uomo stesso, afferma Aurobindo, e soltanto un essere di transizione“.
Con queste notizie che avvicinano Oriente ed Occidente nel modo della filosofia, e che sono utili alla comprensione della sua poesia e alla traduzione di essa, mi accingo a svolgere questo compito.

Se la poesia di Satprem si colloca dove qualcosa finisce e altro incomincia, dov’è, cos’è quel punto?
È in noi, siamo noi: ma chi siamo noi?
“Arcangeli dolorosi”, recita la poesia. Quindi, in quella posizione, non uomini come siamo stati finora, ma ciò che saremo, o l’una e l’altra cosa assieme. Perché è normalmente e comunemente accolta l’idea, in chi crede nell’evoluzione, che l’angelo viene dopo l’uomo nella lunga strada di ciò che egli è stato, è e sarà. Siamo in movimento, perciò, e qui siamo colti in un tempo di trasformazione. C’è intuizione di quel nuovo stato e il poeta è già in essa e parla da quella posizione, e chi coglie le sue parole alza gli occhi, si muove a quel suono e va verso quella fonte.
Si abbandona, allora, il mondo della comune e universale concezione
. Si lasciano queste apparenze che sembrano rassicuranti a molti: c’è oggi la scienza, la tecnica, il dominio della natura, l’abbondanza di cibo. Ci sono le città, gli ospedali, case confortevoli, mezzi di comunicazione veloci. La dittatura è stata sconfitta, il colonialismo pure, c’è la democrazia e nei tempi in cui è stata scritta la poesia, molti credevano ancora alle “magnifiche sorti e progressive dell’umanità”. Invece le cose non sono così, o non lo sono più in maniera stabile e rassicurante. Nel punto dove siamo arcangeli, c’è il “mondo che crolla”, perciò “dolorosi”. Inoltre non ancora nati, o presenti come prototipi o come possibilità, perché la razza che può assicurarci la vita sicura e la continuità ancora non c’è. È solo in potenza – direbbe Aristotele – che distingue quel che c’è ma in modo nascosto e segreto, da ciò che invece appare. Potenza oggi, atto domani, dopo l’uscita nella luce e lo sviluppo. Ma così in potenza – o in seme se vogliamo collegare l’idea a qualcosa già esistente in natura –, non sappiamo come sarà la pianta. La razza non è ancora nata, dice il poeta. Non c’è, come in natura, per le cose che già sono e che continuano, i due aspetti assieme, vale a dire seme e pianta, uova e gallina, che si danno nascita fra loro, ma ciò che sarà “vive attraverso di noi/ come un vento carico di minacce e di polline nuovo”. Le minacce sono il mondo che crolla. Il polline nuovo, gli elementi fecondatori dell’angelo.
Giunto a questo punto, faccio un passo indietro: al mondo che crolla; perché?

Perché si è giunti ad una fase d’occultamento dell’Essere – dice la filosofia per bocca di Heidegger, uno dei suoi figli maggiori –, oggi sempre più evidente dagli effetti che produce, anzi non c’è più quella fonte illuminante perché è scesa sotto l’orizzonte umano, come il sole supera quello della terra quando muore il giorno.
Perché dopo un lungo sviluppo nella luce della ragione è sceso il Tramonto sulla filosofia del Giorno, quella che va da Socrate a Hegel. Sono cominciate le prime ombre più di cent’anni fa ed oggi è notte, anzi tenebra profonda per la maggior parte dei suoi abitanti. Questo stato del mondo l’Occidente lo chiama nichilismo, ed oggi esso è diventato condizione normale.
Oppure per l’Oriente il mondo crolla perché è giunta l’ora del Kali-Yuga o “epoca oscura”, di totale decadenza metafisica, in cui è possibile ogni specie di confusione spirituale e di crimine, ultima tappa di un ciclo che si conclude. Buddha e Parmenide sono contemporanei, perciò nello stesso tempo l’Essere si è manifestato in Oriente e in Occidente e dopo venticinque secoli è scomparso.
Arcangelo in potenza nell’uomo, dunque, l’umano d’oggi, come lo è stato l’uomo nel “primo antropoide” che volle compiere il salto per mutare. Ma così la voce umana è flebile e balbettante, egli sente, intuisce, sogna, ma non sa. E quella del nascituro ancora dentro la matrice. Perciò, afferma il poeta, “non sappiamo cosa vogliamo dire/ il nostro oracolo è sigillato,/ i nostri sogni oscuri, i nostri segni contraddittori”. Finché non si giunge davanti a una porta chiusa.

In queste grandi avventure della mente, volte a superare i confini dell’umana natura, e il più buio e misterioso è quello della morte, una porta che si è aperta c’è in ogni linguaggio. Ne presento alcune.
Nei cicli della natura che si vedono e si toccano, porta è il foro nella terra da cui entra il seme e spunta il germoglio a primavera. Oppure è l’alba, il momento e il luogo dove la notte finisce e nasce il giorno. O è la vulva, dove è introdotto il seme della vita animale e umana e poi esce il neonato nella luce del sole e della mente.
Nel mito è la porta degli Inferi, da cui sono entrati per compiere le loro più grandi avventure tanti eroi antichi: Ercole, Teseo, Orfeo, Ulisse. ed alcuni sono riusciti ad uscire. Per Giasone, il capo degli Argonauti diretti alla conquista del Vello d’oro, quel passaggio si chiamava Symplegades, ed era formato da due scogli rocciosi del Mar Nero che si muovevano l’un contro l’altro sotto l’azione di forze oscure. Giasone riuscì a passare in mezzo ad essi con la sua nave e da quel momento sono rimasti aperti ed immobili in quel mare .
Nelle religioni è la porta del Paradiso, che Adamo ed Eva hanno superato in uscita, quando sono stati cacciati da quel luogo di delizie. Oppure, per il profeta Giona, quel foro è stato bocca della balena. O è la Pasqua di resurrezione, che ha avuto per protagonista Gesù, ma è poi rimasta aperta per tutti i battezzati nel suo nome.
Nella poesia è la porta d’avorio. È nominata nell’Eneide e l’ha superata Enea il fondatore di Roma. Egli discese nell’Averno, attraverso lo spaventoso fiume dei morti. La Sibilla che l’accompagnava gettò una focaccia al cane guardiano, il tricefalo Cerbero, ed Enea poté alfine parlare con l’ombra del proprio padre Anchise. Molte cose gli furono rivelate laggiù: il destino delle anime, il destino di Roma, ch’egli stava per fondare, “ed in qual modo egli avrebbe potuto evitare o sopportare qualsiasi fardello .” Poi, attraverso la porta d’avorio, fece ritorno ai compiti che lo attendevano nel mondo. Oppure è la bocca di caverna, come nel caso di Parsifal, che è uscito da essa rinnovato e capace di conquistare il Graal.
Nella fiaba, per Pinocchio è ancora bocca di balena, da cui il burattino è uscito per mutare in un bambino.
Nella sapienza è la porta che divide i sentieri della notte e del giorno, e si è aperta a Parmenide dopo che è uscito dalla casa della notte. O è il Risveglio, così è stato visto e vissuto il passaggio da Buddha ed Eraclito. Oppure nel Tao Tê Ching è la “Porta di tutti gli arcani” , o “Porta della misteriosa femmina/ [che] è la scaturigine del Cielo e della Terra” .

Aurobindo certamente non ignorava l’esistenza di queste porte e cosa significavano, ma nella sua poesia la porta è chiusa. È quella di sempre che s’è rinchiusa oppure un’altra? È la stessa, ne sono sicuro, perché molte indicazioni della via circolare ne hanno sempre additato una sola; una sola porta su vari piani, lontana e vicina. Lontana come quella del mito, dove il passaggio è avvenuto come in un sogno, o più vicina come quella di Parmenide, che è stata superata davvero, come qui si dice per distinguere e separare nettamente. Superata da una razza però, da un popolo, da una civiltà, ed è nato l’Occidente da quel passaggio, questo dove ancora ci troviamo.
Se la porta di Aurobindo è chiusa, allora dovrebbe trattarsi di qualcosa ancor più vicino, quella dove può passare il singolo, questa volta, adatta a lui, che s’apre solo per lui.
E ai tempi in cui è stata scritta la poesia, era ancora chiusa la porta della filosofia, l’unica rimasta inviolata dopo secoli di ricerca. Sembra proprio, perciò, che si tratti di quella anche perché si era per strada e la parte finale del cammino, il più misterioso e tenebroso, era ancora da percorrere. Anzi non esisteva, si è fatto camminando. La porta è stata vista però, ma da lontano e, appunto, chiusa.
L’ha vista così Nicolò Cusano che l’ha chiamata “porta del Paradiso”, e divideva questo mondo di cose a metà e contraddittorie da quello dove gli opposti coincidono, dove c’è anche Dio.
L’ha vista Nietzsche e l’ha chiamata “portone carraio”, ma era chiusa e non è riuscito ad aprirla; o solo in sogno in una notte di luna piena, nel “più profondo silenzio di mezzanotte, quando anche i cani credono agli spettri”.
Heidegger e Jünger hanno calcato la sua soglia, hanno chiamato quel valico “linea di mezzanotte” e hanno discusso di esso, se si poteva superarlo e come.
Infine c’è la porta che ho raggiunto io percorrendo la via circolare della filosofia lunga venticinque secoli, e dopo cinquant’anni della mia vita dedicata ad essa per progettarla e seguirla. Sono giunto a quella porta circa quindici anni fa, seguendo molti cartelli che la segnalavano e indicavano.
E l’ha vista, dunque, Aurobindo, anch’egli nei modi della filosofia, io credo, o solo a quello qui mi riferisco, ed ha bussato, “sapendo che il nostro senso è bussare a questa porta/ gridare come i bambini nella notte, finché la porta si apra”. Ma non era ancora giunto il tempo propizio.
Anche per quel bussare ininterrotto in Occidente e in Oriente, la porta, io credo, si è ripresentata qualche decennio dopo, e quando tutto il percorso circolare che conduce ad essa è diventato chiaro e distinto. Quando, dopo il superamento dell’abisso con un ponte stabile, anche se per ora rudimentale, sono riuscito a raggiungerla in modo sicuro e continuo, e svelando il suo segreto ed aprirla.
Dovrebbe ora rimanere così.