Casa sul mare

Eugenio Montale, Casa sul mare
da Ossi di seppia, Mondadori 2003

Casa sul mare

Casa sul mare

Il viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido.
Ora i minuti sono uguali e fissi
Come i giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.

Il viaggio finisce a questa spiaggia
Che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
La marina che tramano di conche
I soffi leni: ed è raro che appaia
Nella bonaccia muta
Tra l’isole dell’aria migrabonde
La Corsica
dorsuta o la Capraia.

Tu chiedi se così tutto svanisce
In questa poca nebbia di memorie;
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l’avara mia speranza.
A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.

Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m’ode
salpa già forse per l’eterno.

Tutte le strade portano a Roma; similmente tutte le poesie conducono l’autore e il lettore attento e innamorato fin sull’orlo dell’Abisso o lo indicano. Alcune sono riuscite anche a superarlo, nei modi che abbiamo già visto nelle pagine precedenti, e andando avanti di questo passo altri ne troveremo. Sono arrivate fino a quel confine Novella Cantarutti, Whitman nella poesia Dai lidi della California, Eugenio Montale in Meriggiare pallido e assorto…, Cavafis.
Novella Cantarutti davanti alle incredibili e assurde “righe/ di muro, di ferro, d’asfalto/ senza appoggio”, impraticabili e senza meta.
Walt Whitman ai “lidi della California”, dopo venticinque secoli di cammino, e l’ha fermato l’oceano sulla rotonda terra, e sulla mente l’ancora indecifrabile solco che separa la fine di una vita dall’inizio di un’altra.
Eugenio Montale davanti all’insuperabile muragliache ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”.
Kostantinos Kavafis fino alle ultime candele accese e dopo finisce la luce e la riga della vita.
Le altre poesie della serie vanno oltre la linea, anche dopo l’altra sponda dell’Abisso, ma con voli pindarici o in modi sconosciuti.
Grazia Sacchi, “di là dal tempo/ e dello spazio” dov’è perciò l’eterno, il “per sempre” di un amore.
Novalis ha visto la morte tramutare, diventare notte gremita di stelle, e in quel chiarore ha ritrovato Sophie, la ragazza amata e prematuramente scomparsa da questo mondo.
Aurobindo ha bussato alla “Porta” perché si apra, per passare, com’era già accaduto a Parmenide d’altronde, come accade, secondo natura e perciò inconsapevolmente, a tutti i nati nella luce del sole; perché superandola, al di là avviene la metamorfosi, l’uomo diventa arcangelo. Ma la Porta, come ormai si sa, si trova dall’altra parte dell’Abisso, perché il cammino si snoda in quest’ordine: uscita dal labirinto, attraversamento dell’Abisso, scoperta del segreto della Porta, e solo dopo essa appare e si apre. Tuttavia si arriva lo stesso: c’è pure la metempsicosi, anche se chi ritorna non sa come ha fatto a giungere di nuovo alle sponde della vita. Però ricorda, sa di essere già stato, e questo basta, com’è capitato a me all’inizio della mia avventura quando ho visto una chiesetta montana che era la stessa di un ricordo. Ma non della vita che stavo conducendo, ero giovane allora e non potevo sbagliarmi, ma di una precedente più lontana nel passato. Però non mi sono poi accontentato di sapere che ero ritornato, ma ho cercato il cammino fra le due chiese, quella di questo mondo di cose e l’altra della mente, e l’ho scoperto e percorso. Collegando, dunque, fra loro esistenze diverse e non diversi tempi di una sola.
Perciò si arriva lo stesso, com’è accaduto ad Aurobindo e agli altri che hanno superato il confine, ma non seguendo una via nota e tempi stabiliti.
Anche Whitman della seconda poesia si trova in una posizione molto avanzata, perché una visione simile alla sua a me è giunta quando mi sono trovato sulla soglia della Porta, quindi dopo l’Abisso e quasi alla fine del viaggio. E da quel punto, volgendomi, ho visto tutto l’universo dentro ad una sfera di pensiero. Whitman, invece, in un abbraccio.
Infine Robertson, dove il navigante che va sull’oceano, che è dunque un appellativo terrestre dell’Abisso, è già “tre quarti verbo” e cuce le onde per trasformare quel cammino in una via stabile e sicura.
Tocca ora alla poesia di Montale intitolata Casa sul mare.

Eugenio Montale

Eugenio Montale

Il viaggio finisce qui”, dice il primo verso della poesia. Non di fronte alla muraglia questa volta “che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”, ma nella casa al mare e sulla spiaggia.
Il confine fra la terra e l’acqua diventa però subito l’aspetto visibile e tangibile di un altro sempre incombente ma nascosto e segreto, quello fra la vita e la morte. Si arriva, insomma su due limiti, quello fisico e l’altro psichico. Ed è inevitabile che da quella posizione si tirino delle somme, perché dopo quella linea c’è, appunto, mare e morte, che sono due appellativi dell’Abisso.
Nelle epoche geologiche vero abisso è stato anche il mare, quando c’erano solo animali acquatici nel mondo. Volti a occupare anche la terra dove chi vi saliva boccheggiava fino alla morte, mossi da segrete indicazioni, anch’essi non si sono tirati indietro, non sempre almeno e non tutti. Finché sono riusciti a trasformarsi e a conquistare. Come stiamo facendo noi ora, io credo, di fronte ad una nuova forma che ci aspetta. In due per sempre ha detto Grazia, l’arcangelo ha detto Aurobindo, il superuomo ha detto Nietzsche, l’uomo nuovo affermano in molti.
E ora vediamo cosa ha termine su quel duplice confine, del mare e della vita.

Finiscono le “cure meschine”, dice il poeta. O la “cura” in generale, e si sa cosa essa è per la filosofia. È vita inautentica, è il prendersi cura e aver cura per le cose vane ed effimere: del corpo, dell’abbigliamento, del cibo, degli ornamenti, degli addobbi, delle vacanze, dell’automobile, ed è la ripetizione continua e infaticabile di tutto ciò. Quella che il poeta paragona ai giri di ruota della pompa./ Un giro: un salir d’acqua che rimbomba./ Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio. In modo simile alla poesia, la filosofia chiama le cieche ripetizioni “eterno ritorno del medesimo” che per Nietzsche era “il peso più grande” (“Il peso più grande. Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: questa vita, come tu ora la vivi, e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere! Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: tu sei un dio e mai intesi cosa più divina? Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda per qualsiasi cosa: vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte? graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita per non desiderare più alcun’altra cosa di questa ultima eterna sanzione, questo suggello”, Nietzsche, La gaia scienza); per il mito, la fatica di Sisifo, e per Montale “l’anima che non sa più dare un grido”, ma rimbomba, cigola.
Il contrario filosofico della “vita inautentica” è il “vivere per la morte”, vale a dire di fronte all’abisso, dove si trova anche Montale, e si ritorna così alla poesia partendo dalla filosofia questa volta: la “coincidenza” che si compie nei due sensi.

Giunti a questo punto, nella poesia meriggiare pallido e assorto… il poeta tace, vinto dalla muraglia che impediva anche lo sguardo al di là, né egli suppliva con il pensiero e l’immaginazione a quell’impedimento completo della vista, come invece ha fatto Leopardi sul colle dell’infinito. Qui invece è diverso.
Anche qui è fermo sulla linea, ma c’è la casa al mare, che è anche quella dell’infanzia, e perciò il ritorno a casa, come già Ulisse, come Whitman diretto in patria, come la Cantarutti che rotola indietro/ nelle braccia della madre. Ed esso è sempre stato e sarà un ciclo che si chiude, dove la fine coincide con l’inizio. Inoltre, sia pure in modo confuso ed evanescente a causa della foschia, qualcosa s’intravede oltre la riva. Ci sono venti miti, lievi avvallamenti della superficie marina, pigre foschie che a volte qualcosa lasciano intravedere lontano, fino a “la Corsica dorsuta o la Capraia”. Ma soprattutto non è solo: c’è una donna con lui. Paola Nicoli, dicono le fonti, ed è lei che rompe il silenzio a questo punto.
Forse il sentimento che ha ispirato i versi precedenti egli lo ha in qualche modo manifestato, o Paola, che ben lo conosce, immagina i suoi pensieri, perché gli chiede se “tutto vanisce” anche nella memoria, come lì nella marina; se nel torpore e nel lieve rumore della vita, simile a quello delle onde sulla battigia, si “compie ogni destino”.
Ed egli a lei: “vorrei dirti che no”. Anche se per i più non c’è salvezza, forse c’è qualcuno che sovverte ogni disegno e passa il varco, perché così vuole. Lui no, non è di quelli. Però sembra saperne qualcosa di quella via di fuga perché dice alla sua compagna: “ Vorrei prima di cedere segnarti/ codesta via di fuga/ labile come nei sommossi campi/ del mare spuma o ruga”.
Ma perché, se qualcosa sa, si ferma e manda avanti da sola la donna cui è sentimentalmente legato e per di più per una via tanto insicura e vaga? A me è capitato diversamente, per esempio: di andare io davanti, come in avanscoperta, per sapere se l’esile traccia continuava e dove portava, e poi ritornavo a raccontare e a prendere per mano, e così è sempre accaduto. È nella tradizione: nel mito, nelle avventure dei cavalieri medievali, nei poemi, nel patto di divisione dei compiti. Tocca all’uomo di andare avanti e di condurre per le vie nuove, mai percorse prima.
Ma Montale no, perché? C’è la sua risposta: perché non vuole. Ma come: lascia andare la sua donna da sola e lui si ritira! Un pauroso, perciò, un vile. E anche la donna sembra colta da questo sospetto, perché anche se il suo cuore gli è vicino più non l’ode. In quel momento è sola e va da sola.
Ma può un poeta volgere le spalle all’amore, alla conoscenza, alla virtù, al mistero? No, non sarebbe un poeta, non della grandezza di Montale, almeno. Perciò, a questo punto c’è da indagare, c’è da scoprire perché si ferma, e il motivo già si fa avanti. Lo dico subito: ciò che lei sa e persegue e solo una speranza cui il poeta non può più cedere, è una fede cui non può più credere, ma non vuole neppure togliere alla sua donna queste due estreme consolazioni. Questo è il dramma che si sta consumando su quel confine della terra e della vita, vicino alla casa sul mare.
Ciò che la donna sa e su cui si appoggia è cosa antica, depositata nell’inconscio e nella cultura: le mitiche avventure degli eroi nei regni d’oltretomba, quelle dei cavalieri medievali nella foresta impenetrabile e misteriosa, gli attraversamenti degli Inferi degli iniziati nei Misteri, le immersioni dei mistici nella notte oscura e nella caligine, le memorie ancestrali di ciò che siamo stati, come quella del “primo antropoide/ che volle essere uomo”, i regni ultraterreni delle religioni. E c’è, alla fine, il superamento dell’Abisso in questi modi.

Anche Montale queste cose le sa ma non può più indugiare su di esse e continuare ad illudersi. Perché? Perché è poeta e nel mondo della poesia sta già soffiando il vento dello Spirito. Che all’inizio non può essere che estrema povertà e privazione: quella della poesia Meriggiare pallido e assorto…, per esempio, perché per prima cosa quel vento spazza via, libera la marina dalla foschia, e l’onda che solleva spiana la spiaggia, la rende tabula rasa per poterla riscrivere.
Parole nuove già ci sono. In filosofia l’arrivo davanti alla porta del Paradiso del Cusano, la scoperta dell’eterno ritorno di Nietzsche e del ponte fra l’uomo e il superuomo, l’arrivo sulla linea di Heidegger e Jünger. Nella poesia quel che abbiamo già visto anche in queste coincidenze: l’arcangelo in potenza nell’uomo di Aurobindo; l’uomo nuovo di Robertson, tre quarti verbo; perfino, l’ho appena detto, l’estrema indigenza espressa da Montale in tanti suoi versi, perché è sempre necessario arrivare alla fine di una manifestazione perché un’altra cominci.

L’epilogo è triste e sconsolato, perché il poeta e Paola sono arrivati assieme a quella spiaggia e ora si dividono: uno si ferma e l’altra “salpa”. Ma perché non gli ha indicato apertamente la nuova rotta e proposto di andare avanti in compagnia, tenendosi per mano? Un po’ ho già risposto a questa domanda: perché la via di fuga è appena una “ruga” nella sommossa superficie del mare: Ma non è il solo motivo: ecco gli altri. Perché c’è il “varco” da passare, ma cos’è e dov’è il poeta davvero non lo sa. È il mare, certamente, ma vale nel visibile e tangibile. Ma l’altro, quello nella vita? Domanda che non ha ancora, mi sembra, o per quanto ne so, una risposta della poesia. Certamente, invece, ci sono ora esperienze ed idee nel giro della conoscenza chiara e distinta, quelle che ho manifestate nel libro L’antica via dei Miti e dei Misteri. In esso il varco è l’Abisso, che non ha soltanto nome mare ma anche sonno, inconscio, morte. Inoltre varco è anche la Porta, e se per attraversare il primo era necessario costruire un ponte, per aprire la seconda e passare c’era prima un segreto da scoprire. Solo dopo si passa “di là dal tempo”, cioè nell’eternità; ma cos’è il tempo, cos’è l’eternità? Solo chi supera il duplice “varco” poi capisce, ma non il poeta se su quest’avventura non si era ancora messo. Infine l’altra grande esperienza esistenziale, un enigma, che la poesia da sola, forse non avrebbe mai risolto, quello che emerge dalle parole del poeta: “forse solo chi vuole s’infinita”, soltanto qualcuno passa il varco, sovverte ogni disegno e “qual volle si ritrova”. Ciò significa che non c’è più a questo punto l’accettazione rassegnata agli eterni ed immutabili giri della natura, alle ripetizioni cieche e infaticabili: come quelle dei pianeti e delle stelle, delle piante e animali, dell’uomo stesso, ma ora è anche l’uomo che lo vuole. Vuole anche lui, e ad uso proprio, l’eterno ritorno dell’eguale, che finora era in mano al Destino e che ha dovuto sempre subire.
Ma come possono necessità e libertà stare assieme? È questo il problema che ha fatto letteralmente ammattire Nietzsche, che all’eterno ritorno, cieco, insensato, crudele, quello che ti mena dove vuole e quando vuole e tu non sai da dove vieni, chi sei, dove vai, non intendeva più sottostare. Un pensiero abissale questo qui, che ha prodotto nel più grande pensatore dei tempi moderni una sorta di vertigine del pensiero, un cortocircuito che, forse, è stato la causa principale della sua pazzia.
Eppure, in seguito, una spiegazione è giunta: non si trattava di volere qualcosa di diverso da quel che mena il Destino, ma lo stesso che era solo in mano a Lui, e ciò è stato ottenuto con un patto.

Arrivo alla conclusione della poesia di Montale: perché le sue sono ancora intuizioni da svolgere, indicazioni di cui non esiste esperienza, misteri non ancora svelati, il poeta non parte, non può. Si dirà: anche se la nuova via era appena accennata, c’erano però già sufficienti indizi per parlarne e per convincere Paola a non andare da sola per le antiche vie, ma di tentare quella nuova assieme. Ma è capitato anche a me: spesso non si può. Se Paola aveva delle certezze, non si poteva sostituirle con dei dubbi, anche se d’ultima generazione, specialmente se non c’erano sufficienti elementi per convincerla, e Montale non li aveva. Così spesso ho lasciato andare anch’io le persone cui ero sentimentalmente legato, anche se avevo per il mio arco qualche freccia in più di Montale.
Allora si abbandona la persona amata ad antichi smarrimenti o, peggio, illusioni? Neppure questo è vero: le antiche vie non sono false o ingannevoli, ma continui avvicinamenti alla via della conoscenza chiara e distinta, quella che ora esiste in nuce. L’ho detto anche nella Prefazione a coincidenze: la via è una sola e il varco viene comunque superato: da chi ha gli occhi chiusi e dorme profondamente, da chi sogna, da chi vede nel sonno che è presso al risveglio, da chi alla sera va a letto e mette l’ora, o la fissa in sé e al mattino a quello scoccare interiore apre gli occhi, infine da chi prevede prima o riesce ad anticipare il gran viaggio.
Importante è che a fine cammino ci si trovi, e chi più sa quando si arriva e dove, cominci lui per primo la ricerca e la scoperta.

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2 Risposte to “Casa sul mare”

  1. Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] come ho già avuto modo di dire in una precedente coincidenza, considerava il peso più grande (vedi la decima coincidenza, Montale, Casa sul mare) e noia e tedio insopportabili. Leopardi invece dice: “ancor non sei tu paga” di questo […]

  2. angoissemetropolitain Says:

    Commento e pensiero oltremodo profondi. Mi ci sono tuffato a capofitto nella lett

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