Pasqua 2017

12 aprile 2017

Ferdinand Hodler, Lake Thun, Symmetric reflection (1905)

Non sono le cose tutte delle apparenze, o fenomeni, o percezioni, che formano coppie rispettivamente con Essere, Idee, Sostanza estesa, Cose in , Spirito?
Lo ha detto Parmenide che ha chiamato Essere l’altra parte e ha avvertito: “È pertanto necessario che tu apprenda tutto, tanto il cuore immobile della Verità rotonda (l’Essere), quanto le opinioni dei mortali, in cui non si trova verace certezza. Tuttavia anche questo apprenderai, come sia necessario che chi percorra incessantemente tutto il dominio delle esperienze ammetta l’esistenza di ciò che appare (il Mondo)” (frammento 1).
Lo ha affermato Platone, per il quale ci sono il Mondo delle Idee (Iperuraneo) e quello Sensibile.
Per Cartesio i nomi delle due parti sono Sostanza estesa e Sostanza pensante.
Per Kant ci sono Fenomeni e Cose in sé (Noumeni), e Cosa in sé è anche Dio.
Lo ha ribadito Berkeley, per il quale “ci sono verità talmente chiare che per vederle basta aprire gli occhi: una di esse è l’importante verità: tutto il coro del cielo e quanto è sulla terra – tutti i corpi che compongono l’enorme fabbrica dell’universo – non esistono fuori di una mente; non hanno altro essere che l’essere percepiti (esse est percipi); non esistono quando non li pensiamo, o esistono solo nella mente di uno Spirito eterno” (Principi della Natura umana, 6). E ha chiamato le due parti Percezioni e Spirito.

Allora da cosa si esce quando si muore?
È chiara e distinta la risposta che la filosofia ha dato nel corso della sua storia, lunga venticinque secoli: si esce dalle apparenze, o fenomeni, o percezioni, o corpi.
Allora muoio nel senso che i più danno alla morte, cioè scompaio per sempre se esco da tale mondo?
Sembra proprio di no se c’è l’altra parte inseparabile. E uscendo da questa entro necessariamente nell’altra: nell’Essere, nel Mondo delle Idee, nello Spirito, nella Cosa in , nella Sostanza pensante.
Ecco cosa mi capiterà fra non molto, essendo io arrivato alla fine della Via dell’eterno ritorno dello stesso. Ma con questa conoscenza mi sembrerà, io credo, meno orrido il passaggio, meno incomprensibile il mutamento, meno affidato alla sola fede, meno dipendente dalla speranza.
Poi il ritorno consapevole per chi vuole.

PS: Per il passaggio dall’una all’altra parte si veda anche Valico del confine fra Apparenza ed Essere, che sono i due modi dell’uguale.

Occidentali e musulmani a confronto (visti dalla filosofia e dalla sapienza che l’ha generata) — Seconda parte

12 marzo 2017

La battaglia di Lepanto, Paolo Veronese (1571)

Nella cecità si scontreranno
fino a trovar giusta misura,
e guarderà un angelo chi resta.

Ci vuole “più mondo per i musulmani e più Dio per gli occidentali” per evitare la guerra fra loro: con questa formula termina la prima parte di Occidentali e Musulmani a confronto. Inoltre è specificato che ciò appare possibile da quando “i musulmani stanno entrando in massa nel mondo dell’Occidente perché ciò non avviene senza conseguenze” – accoglienza e integrazione sono i nomi di questo fenomeno, di come si vorrebbe che fosse. In quanto all’Occidente, si afferma che “dal nichilismo si può uscire”, perché c’è già una via di fuga da esso.
Ma davvero l’attuale mondo dell’Occidente può andar bene ai musulmani? Non è quello di cui si è fatto cenno nella prima parte dove l’Essere più non appare perché tramontato?
E come può combinarsi, perciò, con Allah, che per i musulmani è luce e amore? tutte Tutte domande, allora, che hanno una risposta scontata: il mondo dell’ Occidente non farà mai coppia con Allah, non andrà mai bene, non ci sarà mai corrispondenza fra loro, sono inconciliabili le due parti.
D’altronde, dopo il tramonto dell’Essere, tale mondo è diventato vano e fatuo anche per gli occidentali che sono rimasti al buio. Nichilismo l’ha chiamato la filosofia quando è apparso, e ora è nichilismo diventato condizione normale.
In quanto all’Occidente, per uscire da tale mondo ci sarebbe oggi l’Eterno ritorno dello stesso di cui abbiamo tanto parlato, ma per ora esso è più simile a un sentiero montano che a una via, e il Ponte sull’Abisso (vedi Quattromilacinquecento anni dopo) ad un intreccio di corde sospese, attraversato finora soltanto da funamboli. Troppo poco, perciò, come valvola di sfogo. Troppo poco per poter evitare lo scontro di civiltà da lungo tempo previsto e che sembra ormai incominciato.

Occidentali e musulmani a confronto (visti dalla filosofia e dalla sapienza che l’ha generata)

21 gennaio 2017
Kamāl ud-Dīn Behzād, The construction of castle Khavarnaq (1494-1495)

Kamāl ud-Dīn Behzād, The construction of castle Khavarnaq (1494-1495)

Eraclito ha detto (Framm. 2):
“Bisogna dunque seguire ciò che è comune.
Ma pur essendo questo Logos comune,
la maggior parte degli uomini vivono
come se avessero una loro
propria e particolare saggezza”
(ognuno per sé, come ogni occidentale d’oggi).

E Parmenide, dopo aver parlato della Via dell’Essere, ha detto (Framm. 1):
“È pertanto necessario che tu apprenda tutto,
tanto il cuore immobile della Verità rotonda (L’Essere),
quanto le opinioni dei mortali,
in cui non si trova verace certezza.
Tuttavia anche questo apprenderai,
come sia necessario che chi percorra incessantemente
tutto il dominio delle esperienze
ammetta l’esistenza di ciò che appare (il Mondo).

Non sono gli uomini composti d’anima e di corpo! Oppure, si dice, di spirito e materia, fino ad arrivare, con la sapienza greca, che ha preceduto di pochi decenni l’inizio della filosofia cui ha aperto il cammino nella luce, alle idee chiare e distinte che si chiamano Logos e Mondo, Essere e Apparenze.
I maggiori testimoni di questo accadere sono stati Parmenide e Eraclito: dal primo ci sono giunte le notizie più numerose e dettagliate sull’Essere, mentre dall’altro ciò è accaduto per le Apparenze. Dell’Essere Parmenide ci ha detto che è eterno, immutabile, immobile, mentre da Eraclito sappiamo che le Apparenze sono multiformi, colorate, numerose, e stanno nel tempo – nel passato, presente e futuro – e perciò arrivano e partono, entrano ed escono, si formano e si sciolgono, appaiono e scompaiono.
Ma Essere e Apparenze non sempre sono presenti assieme sulla scena, o non lo sono in ugual misura, per cui l’uomo è spesso questo o quello, o prevalentemente uno dei due. Ai nostri giorni questo e quello si chiamano musulmani e occidentali.

I musulmani hanno, sopra ogni cosa, Allah, che in filosofia, dunque, ha nome Essere o Logos.
Gli occidentali, invece, non hanno più Dio, o sono pochi i seguaci e fedeli e poco impegnati, e comunque Dio con tutti i suoi dettami (tutte le sue leggi e precetti) è ufficialmente relegato nella sfera privata da cui non deve uscire, e ogni sconfinamento è sospettato di ingerenza e viene combattuto. Coltivano, invece, l’altro aspetto, cioè il Mondo o le Apparenze. Che sono, dunque, come diceva Parmenide, ciò che appare ai mortali. Sono tutte le cose del mondo, acqua, aria, terra, fuoco, piante e animali sulla Terra, pianeti, stelle, galassie, buchi neri in cielo. Poi anche quelle prodotte dall’uomo. Di queste ultime, fra le più vistose e frequentate oggigiorno, le palestre, le discoteche, le spiagge, le sfilate di moda, l’Isola dei Famosi, Il Grande Fratello, le cucine e i ristoranti dei cuochi famosi e le loro ricette, la chirurgia estetica con tutti i suoi apparati, ecc. Poi i rapidi mutamenti delle apparenze, ai nostri giorni quelli, per esempio, che hanno investito il matrimonio e la famiglia: matrimoni fra due dello stesso sesso, figli con due padri senza la madre, o con due madri senza il padre, uteri in affitto, strane alchimie per le fecondazioni e adozioni…
Ecco perché c’è squilibrio ai nostri giorni e da cosa dipende; mondo di squilibrati, questo nostro, e lo squilibrio genera la discordia e la contesa, oggi quella fra musulmani e occidentali. Perché, lo ripetiamo, essendo l’uomo sinolo di anima e di corpo, ecco che le due parti sono divise e contrapposte e perciò in lotta: musulmani contro occidentali, e viceversa.
Il motivo di quel che è accaduto e sta accadendo è tutto qui e la situazione generale è quella che appare continuamente per le vie e le piazze della città e nelle parole e immagini della TV, dei giornali, delle riviste.
Anziché assieme, in quell’ente che siamo, che si chiama uomo, Essere e Mondo sono perciò divisi e separati; e finora i musulmani sono fermi ai tempi dell’inizio della loro civiltà, alla luce che l’ha accesa, cioè all’Essere eterno, immutabile e immobile, mentre gli occidentali, che si trovano attualmente nella parte notturna del loro cammino nel mondo dove l’Essere non appare, vagano sperduti e isolati, non sanno più dove andare, non hanno più punti di riferimento.

Perché i musulmani sono rimasti fermi (o quasi) nella luce del loro Dio, mentre gli occidentali hanno lasciato quasi subito le dorate spiagge dell’Essere, hanno preso la direzione Occidente e la stanno percorrendo da più di venticinque secoli?
Perché subito dopo la sapienza, espressa soprattutto da Parmenide e Eraclito, è nata la filosofia ed è iniziato con essa anche il “divenire”, che è stato ed è ancora il cammino che ci ha portati fin dove ora ci troviamo. Sempre verso occidente il senso di marcia, o prevalentemente in tale direzione, seguendo l’Essere nel suo apparente cammino sulla Terra, e Occidente è perciò anche il nome della nostra civiltà. Così andando, siamo giunti al Tramonto e siamo entrati nella Notte dove ancora ci troviamo, accampati in essa. Nichilismo diventato condizione normale è il nome di questo stallo, dove le apparenze sono come lampi nel buio e lucciole nella notte, e l’Essere si trova nel punto più lontano e nascosto, come non lo è mai stato dall’inizio della filosofia dov’era Aurora. L’Aurora della civiltà occidentale.
I musulmani invece non hanno avuto filosofia, o solo la poca che è giunta loro dall’Occidente, ma non è bastata a farli muovere, o non abbastanza. Oppure, come si sa, sono stati fermati e vinti dagli occidentali, che sono partiti molto prima di loro. Ma ora che l’Occidente è immerso nel nichilismo, la parte più tenebrosa e misteriosa del viaggio, stanno riprovando.

Come conseguenza del ridursi degli occidentali in tanta parte all’apparenza, le loro norme e leggi sono prodotti di essa e non dell’Essere, e perciò sono mutevoli e spesso vane. In altre parole, i musulmani hanno un solo libro, il Corano, dove c’è tutto, per cui ogni altro dire è inutile o superfluo, o solo cornice; e gli occidentali innumerevoli.

Giunti a questo punto, cosa accadrà? Ciò che è già in corso: lo scontro armato fra i più violenti e determinati delle due parti, e sta aumentando, si sta estendendo, coinvolgendo anche gli altri. A meno che non ci siano altre soluzioni, e ci sono. I musulmani stanno entrando in massa nel mondo dell’Occidente e ciò non avviene senza conseguenze. Inoltre dal nichilismo si può uscire: c’è la via d’uscita da esso e si può percorrere. Più Mondo per i musulmani e più Dio per gli occidentali: ecco la formula.
Ma di ciò parleremo un’altra volta.

Natale

8 gennaio 2017
Marc Chagall, Resistance (1937)

Marc Chagall, Resistance (1937)

1.
Vita autentica per la filosofia è “vivere per la morte” e oggi siamo arrivati allo scontro finale. Un inizio di questo scontro è anche il Natale. Nasce l’uomo che per primo ha vinto la morte.

2.
Nei miti e nei misteri, nelle religioni, nella poesia e nella filosofia, ciò che si è soprattutto cercato è la vittoria sulla morte (vedi Compendio. Il cammino misterioso che attraversa il sonno, l’inconscio, la morte).

3.
Per la filosofia la soluzione del problema della morte si chiama ora Eterno ritorno dello stesso.

Vacanza […] Zoo

12 dicembre 2016
Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia (1818)

Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia (1818)

 

 

VACANZA
1.
Così com’è, la vita finora è soltanto una Vacanza/ su un pianeta che si chiama Terra,/ con arrivi da profondità abissali/ e partenze per destinazioni ignote/ o di cui non si hanno notizie chiare e distinte./ Non c’è insomma una dimora dopo la Vacanza/ che ci accolga in modo stabile e sicuro/ o non ci sono coordinate esatte per trovarla. Ebbene, queste io ho cercato/ e il punto è dove si trova la chiesetta.

VALICARE – VALICO
1.
Valicare, uscire, significa aumentare/ la visione, cioè il mondo.
2.
La vita è sempre stata un Valicare/ e quindi un aumento di visione.
3.
Da questa posizione/ il mondo è questo che ci appare:/ il cielo azzurro, l’albero spogliato,/ le bacche che rosseggiano nel rovo/ il sentiero che conduce al mio torrente/ e il lucente sole che m’allarga il passo.
4.
Il ventre della vita dove sei dentro/ diverrà nuova terra e nuovo cielo:/ terra sopra terra e luce sulla luce/ che appariranno alla vista dell’uscente.
5.
Tutta la vita è questo innalzamento/ di visione e di mondo dopo ogni uscita.
1a.
Superare la totalità della terra e del cielo/ Valicando la loro ultima proiezione e conformazione.
1b.
Io sono caduto dal cielo o emerso dall’abisso/ per trovare qui sulla terra il Valico sul confine/ della vita umana e per passare./ Non m’intendevo di nient’altro/ non perseguivo nient’altro.

VALLE
1.
Io salgo quel pendio verso la cima/ dalla parte del tramonto./ Dal versante dell’alba sono disceso/ un tempo ormai lontano/ e sono rimasto a lungo nella Valle/ dove soggiornano gli umani.
2.
È importante avere forza per salire/ e quindi si deve partire ancor giovani/ per l’aspra e lunga salita.
3.
Che Hades non ci aspetti quando si arriva/ e sorprendere il Dio con l’occhio umano.
4.
E sorprendere Fanes il luminoso/ quando si occulta.

VALORI
1.
Io so che è notte e che si perde/ la fioritura del giorno del Logos./ Li chiamano valori tutti quei fiori/ ormai appassiti e distaccati/ e c’è nei vecchi una grande nostalgia/ perché essi sono l’ultimo anello di collegamento/ fra la luce e l’oscurità di questi tempi.
2.
Ci troviamo sulla linea di mezzanotte/ – ha detto Jünger circa quarant’anni fa./ Nel vasto territorio attorno ad essa/ – ha commentato Heidegger un po’ meno ottimista./ Ma l’uno e l’altro collocamento sono posizioni d’avanguardia/ lungo l’avventura dell’attraversamento./ Il grosso sta più indietro. È l’estremo confine/ d’Occidente quella linea dove finisce il giorno.
3.
L’attraversamento della notte/ sarà per moltissimi solo sogni e incubi/ – come i sogni e incubi della realtà artificiale –,/ e un generale smarrimento dentro il marasma.

VARCARE
1.
Adesso andiamo, è tempo di varcare./ Questo sogno che chiamiamo vita/ può venire superato da un risveglio/ che ricorda il sogno.

VARCO
1.
Dall’albero all’uomo c’è il Varco di una luce./ Il mio compagno antico è dentro il sole.
2.
Un Varco della vita ed io lo vedo/ il mio compagno antico dentro il sole.
3.
Non mi riesce di sentirti estraneo/ perché passa per te questa mia vita/ prima d arrivare alla sua luce/ e di te si nutre.
4.
Non sono diverso ma più in alto/ e m’accorgo della strada dalla cima.
5.
Ed ora io ti dico che lascerò anche il Logos/ la luce mia che quella tua sormonta.
6.
Il mio destino è quello di Varcare/ strati di luce e sormontare terre.
7.
Una pianta questa mia/ che ha occhi per il tuo sole.
8.
Se esco ancora, quello che ora sono,/ rimane come te dentro una luce.
9.
Appartieni al sole tu./ Io mai più completamente./ Posso sopravvivere fuori o diversamente,/ ma non ho scampo se esco dalla mente./ Ecco la mia vita e la mia croce.
10.
E fino alla mente c’è una struttura/ che mi sostiene e mi alimenta.
11.
La parola è la mia strada verso l’uscita,/ Il Logos è la parola e io l’affronto./ m’inerpico se occorre e la sormonto.
1a.
Vorrei sapere se è rimasta in queste piante/ la speranza degli occhi per il sole.
2a.
Ma io so invece che si è chiuso il Varco antico/ quando la vita è uscita con occhio umano/ e più non s’apre. Nel rinchiuso è il vegetale.
3a.
E mi riporto al Varco dell’umano/ da cui si può uscire quando si arriva/ perché poi si chiuderà.
4a.
Il Dio che apre poi chiude e abbandona/ la traccia della vita che rimane./ Il mondo è l’intero abbandonato.
5a.
Luci abbandonate queste stelle/ e vite abbandonate queste piante.
1b
Su questo guscio d’uomo era arrivata/ tutta la vita dalle lontane stelle,/ e giaceva ormai finita ed ammucchiata./ Ma io su quel confine ho scoperto un Varco.
2b,
Così sono diventato terra di scorrimento.
3b.
Su di me passa il fiume della vita/ e ha già Varcato il limite dov’ero.
1c.
Aprire luce è un Varco della vita.

VEDENTI – CIECHI
1.
Siamo dei vedenti nel sole/ e dei Ciechi nel Logos./ Vedenti – Ciechi è la nostra condizione.
1a.
O gli occhi per il Logos/ hanno palpebre abbassate/ come nel sonno e nella morte.

VEDERE – SENTIRE – SILENZIO – INVISIBILE
1.
Il Silenzio è la voce che non senti./ L’Invisibile è la figura che non vedi.
2.
Ciò che Vedi e Senti dipende dalla capacità di percezione dei tuoi sensi/ e dalle possibilità di elaborazione del tuo cervello./ Ecco cosa Senti e cosa Vedi.
3.
Perciò ti ho invitato a una sortita/ oltre la Porta, nel regno del Silenzio.
4.
Se non ci trovassimo così, con un piede nel destino,/ non sarebbe così strano il nostro andare.

VEDERE – VISIONE
1.
Si portano strutture antiche/ alla luce della mente/ aprendo baratri di tempo.
2.
Vedere è discoprire antiche date/ ma c’è chi non conosce la sua storia/ ma solo alcune tappe raccontate.
3.
Il mio vedere è diventato archeologia.
4.
Vedere, comunque, è sempre storia/ il vissuto che riaffiora/ ma si può non sapere, non ricordare.
5.
Ma anche così le date ci son tutte/ scolpite nello stele della vita.
6.
Vedere è, appunto, volgersi al cammino/ ma il tracciato sta dentro ad una storia/ e questa nel paese e nella marca/ e la marca nel mondo./ Vedere è ciò che capita ogni giorno/ ma la visione intera è la mia vita.
7.
Dalla visione puoi Vedere.
8.
Aprire gli occhi è un salto nel destino./ Si poteva rimanere immersi ancora.
9.
Conoscenza applicata è anche l’occhio/ e il corpo tutto, cioè tecnologia,/ ed io ho colto il Vedere ma non l’occhio.
1a.
Vedere l’albero e ogni altra cosa/ significa coglierlo nel Logos/ usando la lampada del sole.
2a.
Si Vedono cose superate:/ le luci e le cose antiche delle luci.
3a.
E antico anche il corpo umano che si vede.
1b.
Quand’ero pianta io non lo Vedevo/ il sorgere del sole e il tramonto./ E da questa posizione della vita/ io la sento ma non la Vedo un’altra luce.
1c.
Nella luce del logos si Vedono antichi fondali/ che vengono sollevati dalla vita umana./ Si vede il sole, il cielo e le altre stelle,/ la terra e tutte le sue cose./ Ma prima c’è attraversamento del corpo e del cervello.
1d.
Siamo quelli che escono a Vedere/ e la Visione è una combinazione antichissima/ di chi ha già Visto e di chi Vede ancora.

VEGETARE
1.
La vita umana vegeta nel Logos/ come le piante e i fiori nella luce del sole/ e nella notte delle stelle.

VEGLIA – SONNO
1.
Io so che lo stato di Veglia/ è solo un Sogno lungo e ripetuto/ da cui si sta svegliandosi.
2.
Io parlo dal Risveglio a dei sognanti/ che non sono ancora usciti da quel sogno./ Ma sta arrivando l’ora del mattino/ ed essi sentiranno la mia voce.
1a.
Veglia e Sonno è un classico esempio di un intero,/ con le due parti contrapposte coincidenti/ che si sostengono a vicenda./ Non ci sarebbe la Veglia senza il Sonno e viceversa.

VEGLIA – SONNO, VITA – MORTE
1.
La veglia non c’è/ senza il suo contrario: il sonno./ E così non c’è la vita/ senza la morte./ Dal sonno normalmente/ si sa di svegliarci,/ finché almeno non accade/ il secondo spegnimento,/ che sembra definitivo./ Ma ora conosco il ritorno/ anche da esso.
2.
Dalla morte si ritorna/ come dal sonno:/ ormai so che s’è inserita/ questa conoscenza./ Dove? – si dirà./ Nell’eredità umana/ che segue la via dell’Occidente.

VENATURA
1.
Questo affioramento che si chiama fiore,/ frutto, volto femminile …/ lo compone la tua vita/ e non appartiene a nessun altro questa apparizione.
2.
Perciò questa vita è una Venatura dell’intero/ ma è distinta però da ogni altro strato.
3.
Sospetto che non c’è strato uguale a un altro/ e sono certamente illimitati.

VENTRE
1.
Siamo dentro ad un Ventre della vita/ – la sfera parmenidea, il Logos di Eraclito, l’idea di Platone,/ e quelle sono le notizie dell’ingresso.
2.
La vita umana razionale è un interno alimentato.
3.
L’involucro, quando sarà visto, sarà cosa,/ ma non c’è uscita ancora e manca l’occhio.
4.
So che nel Ventre del pensiero/ sono entrato per evolvermi ed uscire,/ da quando ho decifrato/ dagli antichi il segreto dell’ingresso/ e l’indicazione del cammino.
5.
È una sfera di tempo/ e una fucina di sviluppo temporale.
6.
Ingresso e uscita non sono distaccati/ ma si passa da vita a vita da una porta.
7.
Il Ventre che tu sei è un antico invaso/ che sviluppa la vita fino all’umano/ e sei bellezza dentro all’altra sfera.
8.
Il Ventre dove sei si chiama Logos/ e prima è nella terra e nella donna./ Tu provieni da Ventri di sviluppo e di maturazione,/ e dopo ogni passaggio ti appare il sormontato/ e la luce che solleva alla sua vita.
1a.
La vita: ingresso e uscita da un ventre continuamente,/ e il desiderio di entrare e uscire./ Poi la vita spirituale: uscire per entrare in un’altra spiaggia della luce/ ed ora anche ritornare in questa che si lascia/ se si conosce l’ubicazione della porta.
2a.
Gli uomini sono spermatozoi in un altro Ventre.
1b.
Cos’è la vita? È entrata e uscita da Ventri di sviluppo./ Quando credi d’essere uscito sei dentro a un altro.
1c.
Se la vita solleva immagini dal caos/ e le ordina in uno spazio vitale/ essa non mi sembra così disperata/ come spesso viene descritta.

VERIFICA
1.
La Verifica si ha nel mondo basso,/ su quello alto c’è vita, non ripetizione.

VERITÀ
1.
Bisogna raccontare cose/ che anche gli altri hanno visto/ perché qualcuno ci ascolti./ Ma io sto raccontando cose/ che nessuno ha mai visto/ e chi troverò che m’ascolti!
1a.
Se questo mondo è una presenza in questa vita/ esso è un’apparenza certamente/ perciò la sua Verità affonda e s’alza.
2a.
È una sezione del Vero questo mondo.

VERO
1.
Immagini innumerevoli si muovono nel pensiero:/ il Vero la chiamiamo questa scena di città affollata.
1a.
Il Vero è un’immagine più Vera,/ cioè specchiata nello specchio della vita.
1b.
Non potrò mai dimostrare/ che quel che sto raccontando è Vero,/ perché per davvero non c’è./ Non c’è Fine di giro se non t’accorgi/ che essa coincide con l’Inizio,/ non c’è superamento della Notte/ se dal più lungo sonno non ti Svegli,/ non c’è la Porta se non la raggiungi,/ non c’è la Luce al di là se non la varchi.

VERSANTE
1.
Se vuoi sapere di Dio guarda la cosa,/ ma poi ti devi rivoltare se ci vedi./ Cosa è il Versante illuminato,/ l’altro è la provenienza della luce.

VESTE
1.
Le cose hanno la Veste del Signore/ ora che giungo e me le porto appresso.

VIA
1.
La Via del sole – un nome della luce –, la vediamo:/ è giorno notte, aurora tramonto, estate inverno./ La via dell’Essere – un altro nome della luce –, l’abbiamo da poco intuita nel suo giro:/ ritorna anch’essa al punto di partenza,/ cioè è Giorno Notte, Aurora Tramonto./ Ma sole ed Essere sono solo aspetti della Via/ visibili e intuibili dall’umano.

VIA DELLA CONOSCENZA
1.
La Via della Conoscenza/ lunga più di venticinque secoli/ l’ho percorsa fino alla fine/ ed esso coincide con l’inizio.

VIA DELLA METEMPSICOSI
1.
Ho scoperto il cammino che collega/ la vita passata alla presente/ e a quella che verrà,/ che prima erano staccate/ e una non sapeva dell’altra./ In questo breve scritto/ esso appare solo per cenni e segni,/ come le frecce e numeri dipinti/ sui tronchi degli alberi e sulle pietre/ di un sentiero di montagna./ Ma credo che il continuo passaggio/ trasformerà l’esile e incerto tracciato/ in un sentiero sempre più largo,/ sempre più marcato.

VIA ETERNA
1.
Se non si trova la Via Eterna/ sarà sempre un breve viaggio questa vita.
2.
Se non si trova la Via Eterna/ questa è e sarà sempre/ solo un breve tratto del cammino.

VIA OCCIDENTALE PER USCIRE
1.
La Via dell’essere iniziata nell’aurora di venticinque secoli fa/ volge al tramonto e dov’essa finisce c’è una Porta da passare./ Numerose indicazioni che abbiamo già visto lungo quel cammino/ ci hanno comunicato che essa è la Porta del giorno e della notte,/ cioè la stessa che è stata superata per entrare.
1a.
Il grande giorno del pensiero Occidentale è arrivato al tramonto/ ed io ho attraversato la semisfera luminosa da inizio a fine.
2a.
Ho camminato per le vie dell’uomo/ e dentro la sua luce fino all’uscita.

VIA ROTONDA
1.
Quando arrivi sui confini/ trovi la Via Rotonda da seguire,/ quella che limita i domini/ della luce e delle tenebre/ delle visioni e del nulla.
2.
Tratti diritti, semmai, stanno all’interno/ di sfere abbandonate e sono i più seguiti,/ ma è illusione se si crede di passare procedendo così./ Così soltanto si abita la casa/ e si è immessi e tolti senza sapere.

VIAGGIO
1.
I Viaggi nello spazio/ sono ingressi e internamenti nel passato/ illuminato dalla vita.
2.
Le stelle, le lampade, la lune,/ rischiarano e aiutano il cammino.
3.
Ed è necessaria la cosa che noi siamo/ e il sole dove vive e s’alimenta.
1a.
Ma ora io mi muovo verso l’esterno della vita.
2a.
Non c’è un’altra direzione che mi preme di più,/ neppure dentro il Logos./ E ancora meno perciò sopra la terra/ o dentro il cielo delle stelle.
3a.
Anche la stella più bella è soltanto una scintilla/ della luce, che alimenta la mia vita e non m’attira.
4a.
Io l’incamminato fuori della vita umana/ dove da millenni sono internato.
5a.
E cammino soltanto e lascio tracce,/ questi appunti di pensiero e di poesia.
6a.
Ma se il pensiero dovesse preoccuparmi,/ non lascerei più tracce di pensiero,/ e se la poesia dovesse un po’ sviarmi,/ abbandonerei tutta intera la poesia.
1b.
Dalla valle del mio giorno sono salito/ fino alla cima dove appare il Logos.
1c.
In questa struttura che chiamiamo mondo,/ che appare invalicabile e di ferro,/ s’è aperto un foro, una breccia per l’uscita./ Molte sono le indicazioni che ormai la presentano,/ ma finora sono state ignorate,/ anche se molte sono simili a quelle dei cammini nel mondo/ che ben si conoscono./ Ma finora sembra che a nessuno interessi questo Viaggio.
1d.
C’è un Viaggio che nel cielo più alto/ procede dal Tramonto all’Aurora;/ mentre nel ciclo della comune e universale vita di natura/ esso avviene in un corpo femminile./ Ormai giunto alla coscienza il primo,/ avvolto nell’inconscio il secondo.
2d.
Pare che si dica nel regno delle anime:/ c’è un viaggio per la Terra, chi vuole andare?/ E chi ha più nostalgia alza la mano,/ o c’è chi torna su quei passi per aiutare.
1e.
Nel lungo Viaggio interiore/ da cui si esce nella luce del sole/ e chi lo percorre è come trasportato,/ la prima visione che ci appare/ è il volto sorridente della mamma./ Luce, bellezza e amore in quell’uscita./ Che sia così anche l’altro Viaggio/ nelle profondità di noi stessi,/ quello nel sonno, inconscio e morte,/ e che conduca anch’esso a nuova vita./ Anzi ho già visto quell’uscita.
1f.
Io conosco la continuazione del Viaggio,/ quello che inizia in te e arriva fino al sole./ so dove si svolge ancora.
1g.
Il viaggio incomincia nel tuo ventre/ e finisce nell’abisso./ Poi sono io che l’ho ricongiunto/ al punto di partenza,/ perché non precipitasse/ in quella voragine senza fondo/ come è sempre accaduto,/ fuorché in qualche caso, si dice.

VIAGGIO DELLA LUCE
1.
Si versa il sole nel Logos ogni mattina/ per le antiche aperture della vita.

VIAGGIO NEL TEMPO
1.
Superi strati di vita prenatali e poi natali/ per arrivare a questa posizione definita/ umana, cioè l’ingresso al Logos.
2.
Uscire ancora è superare un altro strato,/ un altro confine di tempo./ Viaggio nel Tempo l’ho chiamato.
3.
Io quando mi sveglio nella notte/ fatico un po’ per riportarmi in cima.
4.
Ciò significa anche che cadere nel sonno è trapassare Tempi,/ fino a vite antiche di riposi e abbandoni.
5.
Si può desumere perciò che a rimanere in cima/ è sempre un impegno e una fatica/ e arriva il giorno che ci troviamo consumati.
6.
Perciò si preferisce a volte scendere o togliersi.
7.
Io però ho trovato prati fioriti/ di parole sulla cima del Logos.
8.
Ho trovato il giorno della luce e la notte delle stelle/ che danno alla parola il suo fiorire.
1a.
Arrivano fino alla luce del sole/ questi fiori del tardo autunno,/ sorgendo dalla terra a gruppi sparsi,/ quindi fino a un tempo antico./ Mentre io mi spingo dove vedo i fiori/ e ancora più in là a raccontare colori.

VIANDANTE
1.
Dove tace ogni lingua io mi reco.

VIRTUALE
1.
Che il mondo che chiamiamo “vero” sia invece Virtuale/ o della stessa natura del Virtuale/ lo si capisce sempre più guardando/ al modello tecnico che lo produce/ costruito a imitazione del cervello umano./ Esso è il computer./ A questo punto però sappiamo/ com’è avvenuta e avviene la produzione “mondo”/ ma non quella di chi l’ho prodotto e produce.

VISIBILE
1.
Questo Visibile affonda se ti innalzi.
2.
E la luce copre la luce/ e la terra la terra.
3.
C’è una pianta di pensiero dove siamo dentro./ Il Visibile è soltanto la terra e la radice.
4.
La struttura del Visibile/ viene composta e deposta dalla vita.
1a.
La luce del Logos diverrà Visibile/ quando un’altra luce la illuminerà.
1b.
Il Visibile è il sormontato dalla vita/ che è cammino, è il guardare indietro da una sosta.

VISIBILE – INVISIBILE
1.
Se ti trovi sul confine del Visibile e guardi/ verso l’Invisibile, ti giungono dapprima indicazioni/ che si trasformano in parola e numeri se traduci.
2.
Attirandolo di qua comincia/ ad apparire il grande ignoto/ che va dal nulla a Dio.
3.
Tu fai emergere galassie quando le guardi.
4.
Quello che non sai è che le porti alla Visione.
5.
Non c’è mondo – capisci – prima dell’occhio/ e della mente che elabora Visioni.
1a.
Mondo visibile è quello da cui sei emerso/ che si trova sotto i tuoi piedi e i tuoi occhi./ Mondo invisibile è quello dove sei dentro/ che diventerà visibile dopo un’altra uscita./ Se un’evasione ci sarà.
2a.
Siamo imprigionati nell’invisibile, sempre,/ cioè in strutture non fisiche./ Dentro a strutture mentali,/ come sono attualmente quelle della nostra civiltà:/ le attuali rappresentazioni del mondo/ nella filosofia, nella scienza, nella società.
3a.
Una delle prigioni invisibili della filosofia è l’ermeneutica/ simile al cerchio dell’eterno ritorno./ Quelle della scienza sono molte, compresa la relatività./ Una della società è la democrazia.
4a.
L’invisibile è l’ultima prigione./ Finché non diventa visibile/ come la terra, l’acqua e l’aria/ ci siamo dentro.
1b.
Vediamo le notti passare/ perché si sono aperti gli occhi di carne per coglierle./ Non vediamo la morte passare/ perché non abbiamo occhi per vederla,/ o non si sono ancora aperti,/ o ci sono state rare anticipazioni./ Siamo dentro a delle dimensioni ignote/ di cui mai si saprà se non si esce.

VISIONE
1.
I fiori sono aperti alla luce/ gli occhi sui fiori/ l’intelletto sugli occhi/ e Dio su tutto.
1a.
Se muta la mia posizione lungo la vita/ cambiano gli occhi e cambia la Visione.
2a.
Così è sovrapposizioni di Visioni/ dal nulla fino all’Essere la cosa.
3a.
Io esisto nell’occhio del divino/ come la cosa che elevo all’occhio mio.
1b.
Quando passa la luce sulla luce/ la sormontata viene raccolta/ ed è Visione.
1c.
È la nostra Visione che fa splendere le stelle/ come se si aprisse una finestra della casa./ È la nostra vita che le illumina.
1d.
Per ogni vita che si perde/ c’è un aspetto del mondo/ che si scioglie e cade./ Perciò siamo così tanti/ a tenerla sollevata la Visione.
2d.
Questa Visione – il mare, il cielo –,/ fino all’arcata dove si toccane e confondono/ è bella ma l’ho ormai vista tante volte./ E io devo mutarmi per sapere.
1e.
Nel raggio che penetra nel bosco/ ho Visto luce che si trasforma in vita/ e la vita che superandosi Vede la luce./ Io aspiro a diventare occhi dell’Essere.

VISIONE DEL MONDO
1.
La Visione del mondo espressa dal Il ciclo e il varco/ non è mia ma dell’Occidente./ Io ho soltanto tirato le somme ed il risultato,/ com’era da immaginare, è cosa nuova/ nel senso che, seppure in qualche misura previsto,/ non era però ancora giunto all’apparenza.

VITA
1.
La Vita è un sogno della morte/ continuamente ripetuto/ intervallato dai sogni del sonno.
2.
Sostanzialmente identica per tutti i viventi/ che raggiungono una comune e generale maturazione./ Perciò le tante specie della Vita.
1a.
Vita sulla terra: cimitero dei rimasti./ Come delle civiltà passate restano le pietre e le iscrizioni.
1b.
Il mondo vegetale nn saprà mai/ che la sua luce – quella del sole –,/ è un cerchio di splendore in un cielo azzurro./ Anche gran parte della razza umana/ è forse destinata a questo scacco/ con la luce più alta che ha chiamato Essere.
1c.
La Vita, questa pazza cosa,/ che però ha costruito giri per il ritorno/ superando la notte, l’inverno, il sonno, la morte,/ e si altalena così, da sponda a sponda.
1d.
Superando il confine del regno luminoso/ la Vita va verso le tenebre e il mistero,/ e poi ritorna da quei luoghi sconosciuti/ e sembra che giunga dalla parte opposta./ Da oriente anziché da occidente./ E io dico allora/ che si è spenta nella Notte/ e riaccesa nel nuovo giorno,/ e che è stata trasportata/ dagli instancabili giri della natura./ Quel che devi fare/ è perciò scoprire il segreto di quei giri.
1e.
Una vita limitata/ fra un inizio casuale/ e una fine ineluttabile/ e dolorosa/ non interessa più,/ è cosa da lasciare.
1f.
Tra Vita e Via/ c’è la morte,/ come tra veglia e veglia c’è il sonno./ E i due, morte e sonno, sono fratelli.

VITA – LUCE
1.
La Vita vuole Luce per spuntare,/ Luce che s’avvicina come il sole a primavera/ e crescono prati di narcisi./ E Luce non può non essere anche Dio.
2.
Ma ora è tempo di allontanamento/ della Luce e di nascondimento/ e si ritorcono gli aneliti di Vita./ Finché non ritornerà aurora o primavera.
1a.
Sale da radici chiamata dalla Luce.
2a.
È sempre un rapporto fra la terra e il cielo/ quello che noi siamo e ha nome Vita.
3a.
Lo vediamo dalle piante questo rapporto:/ sale da radici e arriva in cima/ quando la Luce s’avvicina e chiama.
4a.
Ci sono periodi di sospensione come gli inverno.
5a.
Anche noi uomini, io credo, siamo sospesi/ da quando il Logos è tramontato/ e ci troviamo nella notte.
1b.
Vita e Luce sono inscindibili./ È la Vita che si apre la via verso di essa./ Ed io che ho intravisto un’altra Luce/ punto lassù ormai, continuamente./ Ma c0è un varco che bisogna superare.
2b.
Quando si attinge a una Luce superiore/ questa coscienza diventa strato superato.
3b.
La Luce è Dio che appare nella Vita/ e tocca all’uomo di fornirgli l’apparenza./ Uno scambio lo chiamerei fra Vita e Luce.
4b.
Perché c’è la Vita? Perché c’è la Luce./ L’accesso a un’altra Luce o l’elaborazione/ di un altro aspetto di essa/ è la via della ricerca e della Vita./ Ma l’occhio sulla fronte deve spuntare.
1c.
Proveniente dal profondo, la vita è salita fino alla Luce./ Fino al sole le piante, fino all’Essere gli uomini./ Gli animali si sono fermati a mezza via.

VITA – MORTE
1.
La Vita non c’è da sola,/ la Morte non c’è da sola./ La prima è legata alla seconda,/ la seconda alla prima./ Presenti solo nella Vita,/ temiamo l’assenza e la scomparsa./ C’è perciò da capire l’insieme/ o mai si farà un passo avanti.
1a.
Vita è l’ingresso in questa dimensione/ che chiamiamo luce del sole, mondo, universo./ Morte l’uscita da essa./ Ci è dato di vedere da dove si arriva/ perché siamo rivolti al passato,/ ma non dove si va.
2a.
In ogni modo, finisce la Morte/ quando si arriva dall’altra parte.
1b.
La Vita e la Morte stanno assieme/ come la veglia e il sonno./ Ma della prima coppia/ manca la conoscenza/ e l’esperienza dei ritorni./ Siamo portati ancora da forze oscure,/ per le vie misteriose della specie.
1c.
Se la Vita è sogno/ che emerge da un fondo oscuro/ che chiamiamo Morte,/ la domanda è questa:/ è possibile il risveglio da quel sonno?
1d.
Se non si collegano le due metà/ fino alla loro coincidenza,/ la vita da sola sarà sempre insensata/ e la morte indecifrabile ed assurda.

VITA – NULLA
1.
La Vita, l’incomprensibile,/ si può solo aumentarla./ Non si può sperare di sapere/ perché c’è lei e non il NULLA./ Vale anche il contrario.
2.
Ma ora io dico/ che c’è l’una e l’altro,/ ecco la soluzione dell’enigma.
3.
C’è la VITA perché c’è il NULLA/ e viceversa./ Si sostengono a vicenda/ questi due.

VITA – OCCHIO
1.
La Vita dove vivo vuol mutarsi in Occhio/ il terzo occhio perché per gli altri due già vede.
2.
È diffusa come Luce questa vita/ e la luce vuol vedersi: ecco la Vita umana.
3.
E io che elaboro la luce/ sono il Vivente che la coglie e vede.
4.
E a Vita e luce per il servizio che io compio/ ora che so chiedo un posto fisso.

VITA UMANA
1.
Il veduto o che si vede è come/ perla infilata dalla Vita e trattenuta.
2.
Quando la Vita si snoda/ cadono le stelle come perle sfilate.
3.
Da sorpassi di tempo io mi rivolgo ai fiori/ e ogni sormonto è l’uscita da una Vita.
4.
La Vita del vivente muta in luce/ quando l’uscente apre l’occhio e vede.
5.
Ognuno è un battito d’interno e un fluire.
1a.
Le Vite Umane sono ritorni di luce/ (come i giorni del sole) da una notte inesplorata.
1b.
Tu come pianta sali da radici/ e hai la luce davanti dove ti apri./ Perciò sei cieco alle spalle e hai la notte/ e un verso solo che tu chiami Vita.
1c.
La Vita è scorrere di Vita,/ in torrenti, vene, condotti seminali,/ nervi, solchi del cervello,/ fino a raccoglimenti, traboccamenti, uscite, invasioni,/ su terre e sulle luci.
1d.
Questa Vita che preme per uscire/ dall’oceano di pensiero che ha colmato./ Anch’io sono teso per uscire/ come un arco armato.
2d.
L’oceano della mente è il presente del mondo tutto intero.
3d.
L’uscita dall’oceano di pensiero/ è punta di freccia della Vita/ già imboccata e tesa.
4d.
L’oceano di pensiero è un’ampia sfera/ dove giunge ogni dato e si fa cosa.
1e.
Dove incontri montagne senza la Vita?/ Giammai le trovi.
2e.
Il corpo è la terra della Vita,/ il cervello è la radice della Vita./ E la pianta dov’è, dov’è il suo fiore?/ Si scorre nell’interno e non si vede.
1f.
Radicarsi in una terra/ e alzarsi in un cielo/ verso una luce/ è chiamata Vita.
1g.
Dove il pensiero è tramutato in voce,
2g.
In questa sfera di luce dove Vivo/ le stelle sono lasciti lontani.
3g.
Il nome di ogni stella è un tocco/ del pensiero che le lega.
4g.
Questa stupenda emersione/ fra gli specchi del tempo/ la chiamiamo Vita.
1h.
Eretta e innalzata a raccogliere la luce./ Ecco la Vita cos’è: raccoglitrice.
1i.
La chiami Vita quella che sovrintende al sogno./ Ma se entri in un’altra Vita questa è sogno.
1l.
È uno specchio di tempo: il passato nel presente/ ed è assente l’occhio del futuro.
1m.
Questa Vita Umana che porta il sole nella Luce.
1n.
Della totalità che chiamiamo Vita Umana/ qui c’è soltanto la terra, che si vede/ dai fori della terra/ comunicanti con le radici della Vita.
1o.
Tu sei un interno e devi aprire l’occhio nuovo./ Gli occhi che vedono il sole sono antichi.
1p.
La Vita che è suscitatrice di visioni.
1q.
Vorrei dire che ci vivifichiamo di Vita in Vita/ ché altrimenti tutte muoiono e scompaiono le cose.
1r.
In nessun’altra parte al di fuori della Vita Umana/ troverai il fiume, foglie che galleggiano/ e che scorrono veloci verso il mare./ In nessun altro posto queste parole appariranno così/ perché il loro tempo e luogo è questa Vita.
2r.
Se un dio vuol trovare una scena come questa/ deve farsi uomo per vederla.
1s.
Accendere visioni nell’indistinto e indeterminato è la Vita.
2s.
Le apparenti in questa Vita Umana sono le stelle,/ e le ordinate in questo luogo che chiamiamo mondo.
3s.
E finché rimarrà questo vedente/ ci sarà questo mondo e le sue stelle./ E poi si perderà luogo e visione.
4s.
Ma c’è un’altra visione fuori di Porta.
1t.
Vita è uscita per guardare / ciò che è finito: la Vita sorpassata.
2t.
Io ero dentro la mente/ e sono uscito come seme soffiato./ Un vento impetuoso/ m’ha portato fuor di misura/ oltre la Vita antica./ Poi mi ha dischiuso la luce/ che ho lasciato.
3t.
Sono rimasto nel soffio dell’Eterno per uscire.
1u.
La Vita è salire per strati di luce/ fin dove ognuno può arrivare.
2u.
La Vita è un passaggio su territori della luce/ sempre più vasti e sempre più profondi./ Ed emerge ogni volta con un fiore./ Dietro rimane la traccia del cammino.
1v.
Come corrente nell’oceano, la Vita passa nel caos/ e il suo attrito (onde, gorghi, schiume, tracciamenti)/ è quello che si vede, cioè il mondo.
1z.
La Vita trae da se stessa le pietre di sormonto/ che sono sedimentazioni della vita./ Esse sono le cose e sono il mondo.
1aa.
Come un soffio e una vela la Vita ci precede./ E noi dietro ad essa tenacemente attaccati si procede,/ lasciando corpi e facce superate in quest’andare./ È il mondo il serbatoio delle spoglie e dei rimasti.
1bb.
La Vita Umana si trova dopo la sfera del sole/ e io so che sono concentriche le sfere.
1cc.
Quando arriverà la parola per la cosa,/ quella che la veste per la festa della Vita Umana,/ io la vedrò così la cosa e annoterò quella parola./ Ma per ora guardo e taccio.
1dd.
Sono arrivato appresso a un’altra Vita/ e un po’ la sto vivendo, già dimentico di questa/ che al suo confronto è simile ad un sogno che finisce male/ o a un’immagine illusoria e vana.
1ee.
Vita rinsecchita quella Umana/ dopo che l’Essere è tramontato./ Come l’albero nudo nell’inverno.
2ee.
Posso dire di questa mia Vita/ che è stata in tanta parte/ ricerca di quella che verrà,/ finché non l’ho individuata.
1ff.
La Vita che viviamo ha un senso/ soltanto se durante la Vita operiamo per aumentarla./ Di per sé quella che ci tocca/ è la cosa finita che conosciamo e sperimentiamo,/ che ha come confini la dolorosa e pericolosa nascita/ e la terrificante morte.
1gg.
Ci sono innumerevoli Vite umane:/ quelle passate, quelle presenti,/ dove c’è anche la mia./ E quelle passate sono passate per sempre/ e scaricate nell’abisso,/ o ritornano le Vite/ come i fiori a primavera?/ Questo c’è da scoprire/ o cercare quello che lo sa.

VITA – SOGNO
1.
La Vita e il sogno non sono/ due nature diverse ma una sola./ Però la Vita dura di più perché è un sogno/ sognato da molti e ininterrottamente./ Infatti, non siamo mai stati contemporaneamente/ tutti addormentati e una faccia della terra/ è sempre illuminata quando l’altra giace nella notte.
1a.
La Vita è un Sogno il quale/ anziché dopo una notte/ finisce dopo una Vita.
1b.
La Vita è un Sogno in un sonno senza fine/ se non s’aprono gli altri occhi in un’altra luce.
1c.
Siamo vicini a una Vita che già fummo/ – i cespugli e gli alberi del bosco/ che non vedono il sole e le altre luci –,/ e siamo ancora così, Vita racchiusa,/ anche se in altri piani e luoghi di sormonto.
2c.
Dio è luce nel Sogno della Vita/ quella cui noi vorremmo risvegliarci.
3c.
Similmente la Vita degli alberi/ è sogno del sole, che noi da qui vediamo.
4c.
Se la Vita, come sai, è solo un Sogno/ Dio è la luce cui vorremmo risvegliarci.
5c.
La Vita è un Sogno che ricorda i Sogni dei suoi sonni brevi./ Ecco perché si è data un altro nome./ Ecco perché distingue Sogno e veglia,/ reale e irreale, illusione e cosa.
6c.
Finora non ci è stato dato/ di svegliarci dal Sogno della Vita/ ma soltanto di ripeterlo instancabilmente/ sia pure con illimitate piccole varianti.
7c.
Per cui la morte è un sonno/ da cui finora non ci siamo mai svegliati./ Ma si sta intravedendo luce d’aurora.
8c.
Siamo volti a conoscere la luce che ci sveglia/ dal sonno della Vita e questa luce è Dio.
1d.
Il mondo è un Sogno attaccato ad una Vita/ – la Vita umana in questa caso –,/ e continua finché essa continua.
2d.
Un’altra Vita un altro Sogno/ e un altro mondo: ecco il passaggio/ a tutto campo che ci appare.

VIVENTE
1.
Il Vivente che sono è una raccolta/ e un’unità che si muove nella notte.

VOCABOLARIO
1.
Nei vuoti che lascio tra i vocaboli/ c’è posto per ogni voce che ancora giunge./ Ma io non muto niente, canto soltanto./ Sollevo la parola dal silenzio.
2.
Se c’è un posto c’è la cosa che poi giunge/ e c’è il posto e c’è la cosa dall’inizio.
3.
Potrebbe, dunque, non apparire la mia voce/ che però c’è ma rimane nel silenzio./ O se arriva che si adorni di bellezza.
4.
Se non è bella che rimanga nell’interno e nel nascosto.
5.
Che sia come una fanciulla la parola,/ che s’adorna nella casa per uscire.
1a.
Il Vocabolario è l’insieme delle indicazioni/ che guidano all’uscita dalla sfera di sviluppo/ dove siamo entrati circa venticinque secoli fa,/ ed è la previsione di quella nuova vita.
2a.
La sfera di sviluppo è l’Essere/ indicato e descritto da Parmenide,/ il primo che è entrato consapevolmente in essa.
3a.
Quell’ingresso è l’inizio della filosofia/ e c’è stato il suo sviluppo fino ad oggi.
4a.
Oggi è un giorno solo con l’inizio.
1b.
Il Vocabolario è l’insieme delle notizie di una mutazione.
1c.
Il vocabolario è l’inizio di un libro/ che sarà continuato da un’altra umanità.
1d.
Di esso si può dire tutto ciò che si vuole/ come già accade per il mondo./ Dipende soltanto da dove ci si trova dentro ad esso.
2d.
Il Vocabolario è simile al mondo,/ cioè illimitato e ciclico,/ a tempo indeterminato o con tanti tempi fissi/ in bilico su abissi.
1e.
È la luce di sé che qui rientra/ dopo un giro completo d’esistente./ Perciò io dico che sarà poi buio/ questo intero così ammantato dalla luce.
1f.
L’opera cui ho dedicato la mia attenzione e il cuore./ Le indicazioni del cammino che attraversa la vita.
1g.
Dove c’è apparire di parole io mi reco.
1h.
Quando si arriva sul confine della mente/ compaiono dei segnali che indicano il cammino./ Il Vocabolario è la traduzione e raccolta/ di quelli che ho fin qui incontrati.
1i.
Il Vocabolario non appartiene al corpo della letteratura/ ma semmai è il suo limite estremo, la sua pelle./ E lo scambio che avviene con l’esterno/ si tramuta nelle sue membra: le parole.
1l.
È la raccolta dei segnali/ della strada presente e futura dell’evoluzione./ Ma siamo in pochi per essa, fino a quest’ora.
1m.
C’è solo la data d’inizio – 1974 – e non di fine,/ anzi di manifestazione e non di inizio.
1n.
Qui ho trascritto segnali di un cammino/ che porta sul confine di questa apparizione/ che chiamiamo mondo.
1o.
La raccolta di tutti i Vocaboli/ che sono stati indicazioni del cammino.

VOCABOLLARIO – MONDO
1.
Non so se il Vocabolario è attaccato all’universo/ o rimane da esso svincolato,/ però il disegno suo non è diverso./ La parola che s’aggiunge non l’aumenta/ e quella che si perde non l’intacca.
2.
In questo Vocabolario hanno il loro seggio permanente/ la terra e il cielo, l’umano e il divino, la vita e la morte./ Non si parla se ognuno non è presente/ ad ascoltare, intervenire, colloquiare,/ o a portare almeno il suo silenzio.
1a.
Il Vocabolario è come il Mondo (è la sua immagine),/ e quindi come esso è labirintico/ ma però con una differenza sostanziale ormai:/ nel Mondo si è gettati e quindi tolti/ mentre qui conosciamo ingresso e uscita.
1b.
Nel Vocabolario le parole si sono/ tutte raccolte e disposte in un verso solo:/ in direzione del confine e dell’uscita./ E le continue apparizioni sulla scena/ indicano e tracciano la via fino alla meta.

VOCABOLI
1.
Già s’affaccia uno scorcio di visione/ di quando il Vocabolo sarà ampio ed elaborato/ come l’intero vocabolario./ Cioè – mi spiego meglio – il vocabolario/ non contiene soltanto parole singole come esponenti,/ ma anche binomi, trinomi di Vocaboli./ Ebbene, ci sarà alla fine un Vocabolo/ – un polinomio – che contiene tutte le parole./ Un solo esponente non diverso dalla totalità,/ dunque, ed esso già s’affaccia nel progetto.
1a.
I Vocaboli sono indicazioni di un cammino/ che conduce alla Porta del Giorno e della Notte./ Essa è la stessa da cui siamo entrati/ circa venticinque secoli fa/ iniziando così la filosofia e la scienza della natura./ Ora ci troviamo in viaggio per uscire,/ appresso al passaggio ormai,/ dopo che è stato occupato il dominio della mente razionale/ e si presenta una possibilità eccezionale da questa posizione:/ una nuova avventura in un’altra luce.
1b.
I Vocaboli sono segnavie/ che tracciano il cammino/ sul confine della mente/ e indicano il suo superamento.

VOCE
1.
È un salire la vita ad una Voce,/ ad un dispiegamento in versi dell’intero.
2.
Dopotutto chi siamo? Voce soltanto, nel culmine/ toccato dalla vita.
3.
La vita umana è un tripudio di parole/ di quella luce che si chiama il Verbo.
4.
È un regno della Voce – un altro sole in un altro cielo –,/ che solleva nell’umano la parola fino allo sbocco di poesia.
5.
L’astro che solleva la parola è luce indubbiamente/ ma non quella del sole e delle altre stelle.
6.
Io di quella luce percepisco luminosità/ da palpebra mai aperta, o palpebra/ di un occhio nuovo che si sta formando.
7.
Io batto dall’interno contro il mio guscio/ per aprire un altro foro di veduta.
1a.
Mi giungono voci da ogni parte ed io le annoto.
1b.
Io chiamo e mi risponde il mondo intero./ Il vocabolario è la Voce di ogni cosa.

VOLERE – VOLONTÀ
1.
Io non Voglio uscire per abbandonare/ ma per aprire una Porta di passaggio./ E si esce per sapere e si rientra per rivedere.
2.
Io Voglio che non continui a rimanere/ una sacca senza uscita questo mondo.
1a.
Io sono portato verso la novità e il mutamento/ da una precisa Volontà: di sapere chi sono, da dove vengo e dove vado.

VOLONTÀ DI POTENZA
1.
Se la “natura” è il mondo come l’ha voluto Iddio,/ la tecnica-scienza è come lo vuole l’uomo./ E fra i due c’è per ora insanabile contrasto.

VOLTA DEL CIELO
1.
Perché sembra che cali da ogni parte/ io mi son creduto dentro a questo cielo.
2.
Ma lo vedo stasera rovesciato/ quest’emisfero di stelle che chiudeva.
3.
Non c’è il Cielo che si espande/ ma tu che ti allontani con la vita.
4.
Il già compiuto non ha giammai un domani.
5.
È svanita all’improvviso l’apparenza,/ che io mi trovi internato in questo Cielo./ O dentro c’è il mio corpo e non la vita.
6.
La Volta del Cielo è stasera capovolta/ dinanzi alla mia vita e m’allontano./ E si dice invece che fuggono le stelle.
7.
Ma le stelle sono tracce della luce.
8.
E la luce alimenta la pianta del pensiero.
9.
E noi i fuoriusciti da ogni stella/ e dall’intera raccolta: il firmamento.

VOLTO – FACCIA
1.
Volto della cosa non è la cosa/ ma la cosa che arriva nella luce.
1a.
Ciò che chiamiamo Dio quando siamo dentro/ è un Volto del divino dopo l’uscita.
1b.
Il destino di pianta! Di non vedere l’ultima sua luce/ e quindi l’ultima sua Faccia.
2b.
È la mia faccia estrema che mi cerco/ e che mai non trovo./ E passo di Volto in Volto per vedermi.
3b.
Cercando il Volto di Dio si creano cose./ Egli è ogni aspetto ed anche la nostra Faccia che cerchiamo.
4b.
Rispetto a ciò che siamo e che vediamo/ siamo sempre in ritardo di una Faccia.
1c.
La Faccia che ci è nota è il Volto corporeo/ e il resto lo sa Iddio che sta più in alto.
1d.
Lo chiami Volto la parte dove sei rivolto/ dall’alba al tramonto, dalla nascita alla morte./ L’altra è la nuca, il semicerchio che non vedi.

VOLTO OSCURO
1.
Mi spingo per vedere la mia luce/ e la mia pianta in quella luce:/ il Volto Oscuro che nell’uscita appare.
2.
Ogni uomo non sa che ha un Volto Oscuro./ Rivolto al nulla è il Volto non apparente.

ZONA
1.
Tutti si accalcano e si misurano/ nella Zona chiara./ E c’è una sconfinata Zona scura/ dove nessuno si addentra,/ e nel migliore dei casi/ resta sul confine.
2.
C’è una Zona chiara limitata/ dove tutti si accalcano,/ ed una scura e sconfinata/ dove uno alla volta/ sono gettati e scompaiono./ E a quest’ultima che mi sono dedicato.
3.
L’altra Zona,/quella a notte e morte,/ ormai è un po’ come l’Artico/ che sta perdendo i suoi ghiacci./ E ci sono ricchezze illimitate/ da sfruttare.

ZOO
1.
Ho visto raccolto il regno animale/ d’istinto portato verso una luce e poi bloccato/ da chi anticamente è uscito e ora lo usa.
2.
Ingabbiato anche il forte leone e l’agile ghepardo/ dentro a sfere di tempo e a gabbie di ferro per le membra.
3.
Ho visto tutti i tentativi animali dentro lo Zoo/ e il passare fra essi di chi è uscito.
1a.
Si arricchisce lo Zoo se non si esce.
2a.
A questo punto il recinto s’è rinchiuso/ e c’è soltanto un foro per l’uscita.
1b.
Animali questi umani, curiosi di altri animali/ che sono rimasti indietro nella vita./ E i curiosi li guardano da fuori delle gabbie oppure dall’alto./ Ma non c’è molta differenza fra gli uni e gli altri.

Isabella

20 novembre 2016
Ferdinand Hodler, Emozioni (1902)

Ferdinand Hodler, Emozioni (1902)

a) Il passato che ritorna, come accade nella metempsicosi, sta a significare che esso per davvero non c’è, che nulla passa per diventare nulla: ma sta solo come dietro le quinte, in attesa di rientrare con nuove vesti e nuovi ornamenti, o anche gli stessi. E se non c’è passato, non c’è presente né futuro. Sono solo apparenze.
Perciò non è possibile che Isabella non sia più, basta cercarla.

b) Se io e Isabella, per superare la Porta che divide le Apparenze dall’Essere, abbiamo dovuto diventare una cosa sola come dicono i miti, le religioni, i misteri (“E quando farete del maschio e della femmina una cosa sola […] allora entrerete nel Regno”, vedi La metà nascosta, parte terza), allora come si può dire che è morta se io sono vivo! Non lo è nell’Essere, dove anch’io sono dopo l’arrivo alla fine del cammino dell’eterno ritorno, che coincide con l’inizio, e dopo l’attraversamento dell’Abisso e la scoperta del segreto della Porta; non lo è nelle Apparenze, dove ancora mi trovo ed ella è con me.
Allora non è neppure da cercare, c’è solo da aspettare che compaia.

Principio e fine

10 ottobre 2016

uroboro

La civiltà occidentale sta finendo là dove è cominciata, perché il suo cammino è un cerchio.
È cominciata nella Grecia antica e nell’Italia meridionale, e dopo un giro sta finendo negli stessi luoghi a opera soprattutto delle invasioni dall’Africa.
Chi la vuole in declino e caduta è il Destino – destinazione Occidente – che si serve di tanti buonisti, relativisti e universalisti, ignari d’esser pedine del grande gioco.
Si poteva ritardare e in parte evitare la catastrofe con la cultura, seguendo la via dell’Eterno ritorno dell’uguale.

Reincarnazione ed Eterno ritorno dello stesso

27 settembre 2016

 

Samuel Bak, The Eternal Return (1997)

Samuel Bak, The Eternal Return (1997)

  1. Per conoscere l’origine dell’Eterno ritorno dello stesso, che è il risultato più importante ottenuto dalla filosofia nei suoi venticinque secoli di cammino e sviluppo, bisogna collegarlo a ciò che già si sa della reincarnazione e metempsicosi.
    Si sa che molti, specialmente in Oriente, sono ritornati su questa terra dopo che l’avevano lasciato con la morte.
  2. Ma questo ritorni non avvenivano in modo chiaro e distinto o non erano noti in tal modo. Non si conosceva la via del ritorno, non apparivano tempi e luoghi di essa, c’era ancora l’Abisso senza il Ponte e il segreto della Porta da svelare. Per cui spesso erano solo ricordi vaghi e confusi le vite precedenti.
  3. La via dell’Eterno ritorno dello stresso si chiama anche Via della metempsicosi o della reincarnazione, ora illuminata e segnalata su tutto il percorso.
  4. Per tornare ci deve essere una strada, e non si possono escludere i ritorni di tanti lungo i secoli e millenni, per cui essa è fuori di ogni dubbio. Ebbene, è quella strada che abbiamo cercata e trovata e poi illuminata e segnalata, superando il baratro e svelando enigmi.
  5. Giunti alla fine del cammino, appare chiaro cos’è la via dell’Eterno ritorno dello stesso, che all’inizio è stata chiamata Via d’uscita dal nichilismo: è quella della metempsicosi o della reincarnazione. È l’antica Via dell’eterno ritorno, da cui molti sono tornati perché ricordavano le precedenti vite vissute, ma non sapevano come, perché lungo il percorso c’era la Tenebra, l’Abisso, l’Enigma, gli opposti separati. Ma ora tutto ciò è stato affrontato e vinto. Il cammino è diventato un cerchio dove la fine coincide con l’inizio, l’Abisso è stato valicato (vedi Quattromilacinquecento anni dopo – Seconda parte), il segreto della Porta svelato (vedi Compendio. Il cammino misterioso che attraversa il sonno, l’inconscio, la morte). Ora lo stesso che ritorna può compiere anche da solo tutto il cammino.
  6. Ora dico chiaramente cos’è l’Eterno ritorno dello stesso: è la via della reincarnazione portata al livello della conoscenza chiara e distinta.
  7. Per arrivare a quest’altezza ho camminato per sessant’anni per i sentieri della terra e della mente, lasciando orme nel cammino. La raccolta di esse è il blog che state leggendo.
  8. Percorrendo tutta intera la via dell’Eterno ritorno dello stesso si acquista una maggiore coscienza: si va da vita a vita superando la morte, come oggi si va da veglia a veglia attraversando il sonno.
    Si sa che morte e sonno sono fratelli.
    Si sa che gli animali non connettono veglia a veglia come gli uomini e perciò non hanno una Storia, o non come la loro almeno.
    Poi acquisti una Storia di tremila anni, e ci sono già testimonianze di questo lungo periodo in tanti uomini.
  9. La via dell’Eterno ritorno dello stesso è la stessa della metempsicosi, solo che ora è vista e conosciuta nei modi della filosofia, che l’ha spianata , illuminata con la sua luce e segnalata con le sue parole.
  10. Metempsicosi ed Eterno ritorno dell’eguale sono lo stesso tracciato, ma ora esso è anche nella dimensione della conoscenza chiara e distinta. Ora è percorribile quando si vuole, prima solo in momenti eccezionali. Prima non c’era il Ponte sull’Abisso, la coincidenza degli opposti e non si conosceva il segreto della Porta.
    Prima c’era la Metempsicosi. Ora l’Eterno ritorno dello stesso.
  11. La strada della metempsicosi o reincarnazione l’ho spianata, illuminata, segnalata; ho costruito il Ponte sull’Abisso, ho svelato il segreto della Porta; e sono giunto al punto di confluenza degli opposti e alla loro coincidenza.
    E ora quella via ha preso il nome di Eterno ritorno dello stesso.
  12. L’Eterno ritorno dello stesso non è solo un sentiero della natura come si rivela nella metempsicosi, ma un lavoro dell’uomo, che l’ha spianato, illuminato, segnalato. Così apparente, esso è diventato Eterno ritorno dello stesso.
  13. La Reincarnazione è pervenuta all’Eterno ritorno dello stesso, un cammino circolare ora illuminato, segnalato e percorribile normalmente anche nei punti che sembravano invalicabili. Alla fine l’incontro con l’inizio, cioè la coincidenza degli opposti, e c’è il ritorno.
  14. L’Eterno ritorno dello stesso sta a dimostrare che non ti sei perso lungo la strada che va da vita a vita, simile a quella che va da veglia a veglia, attraversando il sonno e la morte.

Reincarnazione ed Eterno ritorno dello stesso

22 agosto 2016
Salvador Dalì, L'enigma senza fine (1938)

Salvador Dalì, L’enigma senza fine (1938)

Giunti alla fine del cammino, appare chiaro cos’è la Via dell’eterno ritorno dello stesso, che all’inizio è stata chiamata Via d’uscita dal nichilismo: è la Via dell’eterno ritorno da cui molti sono tornati perché ricordavano le precedenti vite vissute ma non sapevano come, perché lungo il percorso c’erano la Tenebra, l’Abisso, l’Enigma, gli opposti separati.
Ora tutto ciò è stato affrontato e vinto. Il cammino è diventato un cerchio dove la fine coincide con l’inizio, l’Abisso è stato valicato (vedi Quattromila cinquecento anni dopo – Seconda parte), il segreto
della Porta svelato.
Ora “lo stesso che ritorna” può compiere da solo tutto il cammino.

I tempi, i luoghi, le circostanze, di quando la chiesetta è apparsa

23 maggio 2016


Il Destino mi ha dato in visione
una chiesetta misteriosa
luogo d’appuntamento perenne
e un enigmatico piano per trovarla
per non smarrirci ancora
fra le cose effimere e vane,
e io non mi sono tirato indietro.
Ho accettato la sfida del Destino,
ma era quanto anch’io volevo:
scoprire dell’amore il regno eterno.

 

Non so che parte abbia avuto il Destino nella scelta della località montana verso cui siamo partiti, un lontano mattino d’agosto per andare a sposarci: forse nessuna o forse i suoi segni erano ancora illeggibili. Quel che posso dire ora dopo quasi cinquant’anni anni da quel giorno è che il paese dove eravamo diretti non era noto a nessuno di noi due e non c’erano motivi per essere scelto. O forse uno solo, ma molto vago: c’era il treno che portava fin là. Partendo da Padova, siamo giunti a Calalzo dopo circa tre ore di viaggio e abbiamo preso alloggio alla pensione “Il Cavallino” di Pieve di Cadore.
Qualcosa dell’ignoto Destino, ma lo posso affermare solo ora che ho potuto affrancarmi almeno in parte dalla sua cieca necessità, ha cominciato invece a trapelare anche prima che il nostro amore fosse santificato dal matrimonio religioso. Il soggiorno in montagna, prima a Pieve e poi a Calalzo, era diventato più lungo del previsto perché i documenti e i permessi per il matrimonio non arrivavano e in quei giorni d’amore e d’attesa il mio pensiero dominante era questo: se l’amore è eterno – così lo vuole il sentimento –, deve esserci un luogo per esso che lo custodisca per sempre, per poterci ritrovare quando questa vita finirà. Altrimenti si spegne nella morte, e non poteva, io non volevo. Una volontà chiara e precisa che ho manifestato varie volte durante la lunga ricerca del luogo immortale e l’ho espressa anche in forma poetica.

La chiesetta sperduta

Poi un giorno, durante una gita nei dintorni, salendo per sentieri alberati e prati in fiore, abbiamo visto una chiesetta in cima al pendio e ci siamo affrettati a raggiungerla. Aveva il tetto di legno a due falde molto inclinate, i muri di sasso, il portale ad arco acuto in pietra sagomata e le finestre intonate ad esso. Da quel momento è iniziata la ricerca della chiesetta sperduta, perché assieme a quella che avevo da poco visto e raggiunto e che ora toccavo con mano, n’era apparsa un’altra, simile o forse uguale, ed essa era “il luogo d’appuntamento perenne”. Voleva dire che là ci saremmo trovati per sempre, nella prima invece solo per poco: per l’incontro d’amore di questa vita e la ripetizione dello stesso finché essa dura. Varie volte, infatti, siamo ritornati nella chiesetta sopra il pendio, in quei luoghi, in quell’inizio d’eternità, e lo faremo ancora finché sarà possibile.
Poi nell’altra, se non era soltanto un’illusione.

2.
Non ci siamo sposati nella chiesetta in cima al pendio in fiore, immagine sensibile di quella con caratteristiche celesti: non si poteva, o forse si doveva attendere l’autorizzazione che richiedeva tempo e denaro, e noi ormai eravamo giunti alla fine di entrambi. Ci siamo sposati nella chiesa parrocchiale di Calalzo. Ma non abbiamo contravvenuto al Destino, mi sembra, perché per uno strano caso, nonostante ci sia una distanza in linea d’aria d’alcune migliaia di metri fra loro, le due chiese non sono isolate ma sempre unite, perché si guardano a vicenda dai versanti opposti di un torrente. Così quando io sono presso ad una o vado a trovarla, alzando gli occhi vedo l’altra; o viceversa devo abbassargli se mi fermo in quella più alta come perlopiù accade, perché arrivando in Cadore dal Passo della Mauria o da Casera Razzo delle due è quella più vicina.
Una coincidenza questo collegamento immutabile e immobile oppure un destino anch’esso? Non mi sono mai pronunciato in tanti anni, o forse non ci ho mai pensato, ma ora voto per il secondo caso. Il Destino, che nel corso della ricerca ho chiamato anche “caso”, “inconscio”, “fato”, “Essere”, “Logos”, “Dio”, sapeva. Sapeva che non potevamo sposarci nella sua casa più piccola e posta più in alto e ha provveduto lui a collocarle, perché dall’una si entri nell’altra come dalla sala dei ricevimenti in quella delle udienze. Oggi so che è così perché dopo che ho valicato l’Abisso, attraversato la Porta e si è presentata la chiesetta che era sperduta, insomma dopo che l’avventura è terminata con quel ritrovamento, tutte le indicazioni che giungevano da Lui sono diventate più chiare e distinte.

3.
La cerimonia delle nozze è avvenuta il sette settembre. Sono arrivati anche i testimoni e gli invitati quella mattina dalla lontana Este, il mio paese natale. Tre in tutto: mio padre, mia sorella e suo marito; poi c’era il prete e poco dopo è arrivato anche il fotografo. Non ricordo molto di quel cerimoniale, ma le fotografie hanno fissato i momenti più importanti: la sposa entra in chiesa a braccetto di mio padre, tutti inginocchiati davanti all’altare con il sacerdote di fronte, lo scambio delle fedi, la firma dei registri, poi il piccolo gruppo davanti alla chiesa, la sposa con il suocero ai piedi del campanile, gli sposi da soli con un bambino che gioca e le montagne sullo sfondo, gli sposi assieme al padre.

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Oltre a questi ricordi fissati in immagini fotografiche e che in cinquant’anni sono rimasti immutati sulla carta e nel pensiero, ce n’è uno affidato solo alla memoria. Durante la cerimonia, a nostra insaputa, s’era radunata una piccola folla davanti alla chiesa, e quando la sposa è apparsa sulla porta, bianco vestita e splendente di bellezza, c’è stato un battimano che non finiva più. Eravamo fratelli per gli abitanti di quel paese, e forse questo titolo di parentela era stato pronunciato la prima volta dall’ostessa che ci ospitava e s’era diffuso, ma non li abbiamo delusi se sono scrosciati gli applausi in quel modo, se ci hanno amabilmente e generosamente perdonato. O forse già appariva nei nostri volti qualcosa che andava al di là di quell’avvenimento, forse erano già segnati dal Destino.

4.
E se non avessimo avuto con noi le fedi da scambiare durante la cerimonia? Perché siamo stati ad un passo dal non possederle e quindi la domanda non è oziosa. Eppure, a pensarci bene, tutti si scambiano le fedi in una cerimonia nuziale e quindi non dovevano esserci dubbi sulla loro necessità, ma il loro acquisto incideva troppo sul nostro bilancio, forse fino alla bancarotta. Perciò le lunghe discussioni davanti al negozio del gioielliere a guardare i prezzi degli anelli esposti e i giri attorno alla piazza di Pieve di Cadore dove c’è il monumento al pittore Tiziano Vecellio aspettando chissà che consiglio. Mai acquisto, io credo, è stato così sofferto.
Infine hanno prevalso le ragioni del cuore portate avanti da Isabella, ma anche le altre che sono uscite da me e avevano il sostegno di numeri e misure, non suonavano convincenti neppure alle mie orecchie; perciò alla fine siamo entrati nel negozio e abbiamo acquistato il tipo più leggero.
Ma ora di nuovo mi chiedo: se non c’erano gli anelli nuziali si poteva sposarsi? Perché se non si poteva, è stato di nuovo il Destino ad intervenire; infatti, alla fine i motivi che hanno avuto la meglio sono stati solo quelli del sentimento, un territorio dov’egli è ancora sovrano e detta legge.

5.
La spesa degli anelli nuziali non è rimasta però senza conseguenze sul piano economico e ci ha costretti ad ulteriori risparmi. Ma io ero già preso dagli sviluppi della visione della chiesetta sperduta e a lei bastava poco per tirare avanti: il torrente per lavare i panni, un minuscolo fornello ad alcool per cucinare, il davanzale della finestra come piano di cottura, un ferro da stiro preso in prestito dalla padrona di casa. Si raggiungeva il torrente seguendo la strada che portava al rifugio Chiggiato e ci fermavamo in un punto dov’era facilmente accessibile. Quel posto c’è ancora, immutato, e quando ritorno a rivedere la chiesetta, passo anche di là.

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Finito il bucato, si mettevano i panni ad asciugare al sole, distesi su grossi macigni dove la corrente non arrivava. Ma un giorno è scesa all’improvviso un’onda di piena che li ha portati con sé nella sua corsa. E noi ad inseguirli e cercarli.
Alla fine però siamo stati fortunati perché l’onda come improvvisa è giunta similmente se n’è andata, abbandonando quanto aveva proditoriamente carpito sul fondo delle fosse e negli anfratti. Così cercando in ogni nascondiglio siamo riusciti a ricuperare quasi tutto.
In seguito abbiamo saputo cos’era successo. C’era a monte una piccola centrale elettrica che catturava l’acqua del torrente e dopo averla usata la lasciava andare. Il pericolo era segnalato.

6.
Siamo usciti quel mattino per la solita passeggiata, ma un tacco dei sandali d’Isabella s’è staccato e siamo dovuti ricorrere al calzolaio. Il lavoro richiedeva un po’ di tempo che lui non aveva in quel momento, né poteva ospitarci in bottega, perciò, noi consenzienti, ha attaccato il tacco provvisoriamente con dei chiodini – precisamente tre –, e dopo averci chiesto dove alloggiavamo, si trattava di poche centinaia di metri di strada, ci ha rassicurato con le parole: fino a lì ci arrivate. Se me lo riportate domani – ha aggiunto – lo fisso in modo definitivo.
Non siamo ritornati a cambiare i sandali come il calzolaio ci aveva suggerito, ma presa la via che portava al torrente siamo arrivati fino al posto del bucato e per la prima volta l’abbiamo superato. Giunti poi ad un bivio, c’erano numerose indicazioni ma una di esse con la scritta rifugio chiggiato appariva su entrambi i sentieri. In quel momento abbiamo deciso di andarci e abbiamo scelto quello a sinistra.
I primi chilometri li abbiamo percorsi agevolmente e siamo così giunti fino ad un ristorante. Lì la strada carrabile finiva e diventava un viottolo che si svolgeva su un ghiaione, fra un torrente e la montagna che si ergeva sul lato destro. Alzando gli occhi non si vedeva la cima ma solo l’interminabile parete e il sentiero puntava decisamente da quella parte. La raggiungemmo poco dopo e cominciammo a salire.
Avevo anch’io problemi di scarpe che avevano già cominciato a manifestarsi lungo la carrabile e poi per il sentiero sulla sponda del torrente. Le suole erano di cuoio e camminando sull’erba e sui sassi erano diventate lucide e scivolose. E come si slittava! Come sul ghiaccio d’inverno da bambino. C’erano da superare più di mille metri di dislivello in quel modo – da quota novecento si arrivava a duemila: lei con un tacco insicuro, camminando sulle punte come molto tempo dopo mi ha detto, io cadendo e rialzandomi continuamente. Ma siamo arrivati, dopo più di due ore dall’inizio della ripida salita.
Siamo entrati nel rifugio. C’erano escursionisti che si ristoravano al bar e nella piccola sala da pranzo, ma noi il cibo l’avevamo portato da casa e anche i mezzi per cucinarlo: il fornello ad alcool, la pentola, il tegamino per il sugo, lo scolapasta. Perciò siamo usciti presto dal rifugio a prepararci il pranzo: spaghetti con il pomodoro, formaggio, frutta.

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Poi giù verso valle seguendo l’altro cammino, quello che c’era stato suggerito perché meno impervio.
E il tacco? Non si è staccato neppure in discesa e non siamo ritornati dal calzolaio.
Due giorni dopo ci siamo sposati.

7.
Dopo la cerimonia nuziale siamo andati a pranzo in un ristorante vicino. Poi la via del ritorno. Padre, sorella, cognato, in auto e noi in treno, perché la macchina era troppo piccola e non ci conteneva tutti in modo sufficiente e il viaggio lungo. Un piccolo vantaggio l’abbiamo avuto tuttavia, perché ci hanno accompagnato fino alla stazione, mentre quando siamo arrivati fino al paese siamo saliti a piedi portando la valigia a mano perché non c’erano ancora ruote o carrellino.
Sono passati tanti anni da quel pomeriggio di mezza estate e non ricordo più i pensieri e i sentimenti che hanno affollato quella partenza, ma uno ce n’era che da allora non mi ha più abbandonato: la chiesetta sperduta. Era cominciato anche lo svolgimento di quel tema che incomincia così: “Luogo di raccolta nella chiesetta sperduta. Si arriva da un lungo sentiero ma nessuno sa quando arriva…”. Comunque più avanti è riportato tutto il poemetto la cui stesura mi ha tenuto occupato per alcuni mesi dopo il ritorno, perché le parole non le cercavo ma arrivavano da sole quando volevano ed io le aspettavo; poi perché, preso dal lavoro, potevo dedicare ad esso poco tempo che perlopiù sottraevo ad Isabella, vale a dire all’amore in carne ed ossa. Dunque la rinuncia al limitato, al contingente, per seguire il sempiterno come accade a chi sceglie la vita mistica o religiosa al posto di quella profana? Non proprio, perché non mi sono mai dedicato ai celesti o solo a quello che si chiama Destino, anche se credo in loro, ma qualcosa che assomiglia a quelle scelte è accaduto anche a me. Anch’io sono passato dal noto all’ignoto, ho attraversato l’Abisso, sono giunto dall’altra parte dove inizia il Regno eterno e c’è la Porta, ho scoperto il suo segreto e sono entrato.
Ma la scelta, se scelta c’è stata, non credo d’averla voluta io. Credo sia stato il Destino a tirarmi di più dalla sua parte, quasi ad obbligarmi. Anche perché l’amore terreno da cui è sorta la chiesetta e lo stesso che me l’ha fatta ritrovare. Come si può dire, allora, che c’è stata una scelta come se si fosse trattato di due percorsi diversi?
Perciò la risposta esatta suona così: ho dovuto seguire le due vie nello stesso tempo. Quella dell’amore in questo mondo d’apparenze dove tutto arriva, si trasforma e scompare, ma che tuttavia ha fondamento nell’eterno; e quella che puntava direttamente sul fondamento, percorrendo l’immenso fiume della vita che in seguito ha cominciato ad avere un nome chiaro e distinto anche per me. Occidente quel nome, la civiltà nata in Grecia più di venticinque secoli fa e che ora scorreva nel suo sottosuolo come un fiume carsico. E se non avessi percorso anche questa seconda via, come si vedrà più avanti, mai sarei riuscito a trovare la chiesetta sperduta.

8.
Non si può dire però che la ricerca dell’immutabile ed eterno, seguendo anche la via della nostra civiltà che ha la filosofia fra i suoi passi più alti, non sia stata causa di conseguenze sull’altro cammino; quello privato di due esseri umani che uniti da sentimenti profondi e sacri vincoli percorrono assieme sulle vie della terra e in mezzo agli altri, badando al lavoro, alla casa, ai figli. Quel che succede insomma normalmente e quasi sempre.
Invece dall’altra parte, oltre certi limiti, si va da soli e a volte non potevo farne a meno come se fossi chiamato dalla voce potente di chi sa comandare o spinto inesorabilmente. Ho capito in seguito che si trattava degli stessi impulsi che muovono tutte le cose in terra e in cielo, ordini ai quali perlopiù si obbedisce ciecamente ma che io dovevo tradurre nel nostro linguaggio, quello che serve ad intenderci qui sulla terra e nella nostra civiltà, se volevo sapere dove andavo, mentre di solito si è come trasportati o condotti per mano.
I comandi giungevano a volte improvvisi anche quando Isabella ed io eravamo assieme in gita o in vacanza. Così è capitato, per esempio, quando si è svelato il segreto della Porta. Lei è rimasta nel rifugio alpino ed io sono uscito una mattina d’inverno diretto ad un passaggio fra le cime. Quel giorno c’era qualcosa di particolarmente importante in palio, che non conoscevo ma che in qualche modo percepivo se il segnale era così forte, se ho lasciato sola la persona più cara e ho obbedito a quell’impulso. Infatti, poi è accaduto che una delle due prove più grandi si è presentata e l’ho superata. Il racconto di quell’avventura si trova più avanti.
Questo è anche un esempio di come le due vie d’amore, quella solitaria alla ricerca della sua immortalità e l’altra da percorrere insieme sulle vie della terra, sono inconciliabili nelle loro esigenze estreme anche se normalmente non si contraddicono. Non potevo dirgli allora: vado a svelare un segreto perché non sapevo dove andavo né quel che mi sarebbe accaduto. Non potevo portarla con me perché l’ascolto in quei casi richiede concentrazione, solitudine e silenzio, altrimenti non arriva la comunicazione o non si sente.
Non so i pensieri che hanno agitato lei durante la mia lunga assenza ma uno lo posso immaginare perché l’ho sentito varie volte: quel tempo lo togli a me. Infatti, anche quella volta è rimasta sola in un modo che gli sarà sembrato incomprensibile e crudele, ciò che oggi è la causa più frequente di separazioni e divorzi. Né avrei potuto addurre a mia giustificazione o difesa che per amore mi sono allontanato: allora non potevo dimostrarlo. Oggi invece un po’ di più: c’è una vita dedicata a quella ricerca e dei risultati. Incredibili certamente ma ho portato molte prove a sostegno che non dovrebbero passare inosservate.

9.
Una volta che l’amore è davvero per sempre non solo per il sentimento ma anche per la conoscenza, allora quello che si vive nel corso di una vita diventa un episodio di una storia senza fine, letta a puntate. Ma perché ritornare al contingente dopo che si è raggiunto l’eterno? Una risposta filosofica suona così: perché quando si giunge alla fine del cammino lì c’è l’inizio, e l’immutabile e perenne è la coincidenza dei due. Ma non su questa formula, nonostante sia stata sviluppata ampiamente e dimostrata, io ora m’appoggio.
La risposta sta piuttosto in questo ritorno ai luoghi e ai tempi di quando la chiesetta sperduta è apparsa. Ho anche delle fotografie di quel tempo e in tutte c’è Isabella come una luce. Mi hanno già fatto intendere che è la nostalgia che mi riporta lassù e questo non lo nego. Mi chiedo però e chiedo a loro: perché lì e non in altri? O anche negli altri a volte, quando capita, ma non c’è uguale attrazione e la stessa necessità. Essi mi sono cari ma non nello stesso modo, e non ci vado di proposito, ripetutamente e come per un rito. Dunque c’è dell’altro che mi porta quassù, che a questo punto non è più misterioso come all’inizio, vale a dire prima che percorressi il giro completo della ruota del Destino. In quei posti perciò non c’entra solo il sentimento o non gioca lui solo: c’è anche quel che l’ha reso più lucido di prima; ed io qui vengo come in allenamento, raccogliendo immagini che mi serviranno a ricordare.
Perché tutto accada ancora così, com’è già stato.

10.
Ecco allora cos’è successo a quei luoghi dopo che la chiesetta sperduta, immagine intelligibile di quella sensibile che si trova nel piccolo paese del Cadore che si chiama Grea, è stata scoperta: hanno preso quella luce o il suo riflesso. E siccome è luce che non tramonta mai, si può capire la continuità di quel fascino. Simile certamente a quello d’ogni luogo bello e caro cui ci riconduce il sentimento, ma non ho già detto che di sentimento sempre si tratta anche in questo caso! Cioè è sempre amore, ma ora la certezza è diventata più grande. Ha superato il cuore, si è estesa alla mente.
Tutto scorre, ma è “lo stesso” che scorre.
La stessa è l’acqua del torrente, senza mutamento il suo rumoreggiare. Gli stessi, i massi del greto e delle rive. Se avessi gli anni di quando l’ho visto la prima volta, lo ripercorrerei in su e in giù a balzi come allora, mettendo i piedi sugli stessi.
Sono sceso alla diga. Prima di raggiungerla c’è una breve galleria scavata nella roccia che percorrevamo in fretta perché era quasi buia e cadevano grosse gocce d’acqua dal soffitto. Non ho notato nulla di diverso da allora. Immutati anche il posto di sorveglianza e il gran dipinto murale sotto il portico dove sono raffigurati il lago, la diga, il fiume e i torrenti che l’alimentano, e un’ampia zona circostante con gli altri bacini, corsi d’acqua, sbarramenti, impianti. Subito dopo la grandiosa barriera di cemento e ferro, dove Isabella è fotografata appoggiata al parapetto con il lago alle spalle.

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Nulla è mutato: il parapetto, le sponde, i profili delle montagne, il vento che soffia dalla gola a valle e che agitava le sue vesti e i suoi capelli, l’acqua che s’increspa, il sole che la fa brillare. Camminando sulla diga sono passato dall’altra parte e ho costeggiato il lago fino allo chalet, dove c’erano barche a noleggio e una volta su una di esse ci siamo avventurati fin presso la diga. C’è ancora quel noleggio, ma a quel tempo non avevano i pedalò, cose di mare, e questo è stato il primo mutamento che ho cominciato a vedere da lontano. Anche lo chalet di legno non c’è più. Al suo posto una costruzione di cemento armato adibita a bar e ristorante. Cambiamenti di poco conto, tuttavia, in quel totale.

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Sono ritornato in paese e ho preso la via della chiesa dove ci siamo sposati. Alcuni piccoli mutamenti sono avvenuti in punti cruciali: i gradini d’ingresso, il portone principale, il tetto del campanile a forma piramidale e il manto di copertura di scandole di legno, il restauro dei muri di pietrame in alcuni punti; che però non hanno inciso sull’aspetto generale. All’interno invece tutto è rimasto esattamente come la prima volta: l’altare maggiore con le due statue ai lati, il guerriero con l’elmo in testa e la lancia e il santo o vescovo con la tiara e il pastorale; la madonna con il bambino nella cappella a sinistra verso cui mi dirigo subito quando entro e accendo un cero votivo; il dipinto sul soffitto raffigurante la stessa chiesa e una teofania di figure angeliche e divine che parte dal cielo azzurro sopra di essa e sale fino ad una volta di luce; i quadri di uno dei figli di Tiziano Vecellio sulle pareti del presbiterio.
Ma a questo punto ho smesso di guardare perché è arrivata improvvisa la solitudine.

11.
La chiesa era deserta ma la solitudine che mi aveva preso non giungeva da essa, perché quasi sempre l’ho trovata così nelle ore in cui di solito arrivo, le prime dopo mezzogiorno. Il vuoto s’era aperto in me stesso e saliva. Poi sono arrivate le parole che un po’ lo spiegavano: la scena è rimasta pressoché immutata ma gli attori dove sono?
Il prete era morto. L’ho saputo per caso un giorno lontano perché c’erano avvisi affissi in paese e sulla porta della chiesa che ricordavano l’anniversario della sua scomparsa avvenuta un anno prima. Dopo di lui, a distanza d’alcuni anni, per quella via l’ha seguito mio padre. Poi mia sorella. Di mio cognato non sapevo più nulla.
Restiamo ancora noi due sulla scena – mi son detto –, Isabella ed io, ma non è “la stessa cosa”. Siamo due e non sei. Perciò “lo stesso” non si può più fare, vale a dire quel che è accaduto una mattina di settembre di tanti anni fa. Quindi “tutto non ritorna” è stata l’amara conclusione. Quel che è stato non è più e non sarà e andrà perduto anche il ricordo.
Ma subito mi sono riscosso: non è proprio il ritorno di ciò che si dice che non torna quel che ho lungamente cercato? E l’ho trovato dopo il cammino circolare, il superamento dell’Abisso, la coincidenza degli opposti, la scoperta del segreto della Porta, il passaggio dall’altra parte e il ritrovamento della chiesetta sperduta nella luce che non tramonta mai.
Così è scritto nella Via d’uscita dal nichilismo, diventata alla fine Via del ritorno dello stesso.
Fino a quel punto mi ha portato una lunga convivenza con il Destino.