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Filosofia: uso del sapere a vantaggio dell’uomo

14 luglio 2012

Non so perché sono un viandante,
ma sono un viandante ed io mi adeguo
a camminare per le strade della vita
e a trovare quella del ritorno.

 

Edvar Munch, Malinconia (1892)

La filosofia è la via dell’“eterno ritorno dell’uguale”. O meglio è l’antica via della natura, quella che a ogni giro porta piante e animali a riapparire, sul cui tracciato è stata costruita la strada che segnalata e illuminata può essere ora percorsa consciamente anche dal singolo, e la filosofia è precisamente quella sovrastruttura che lo consente. In tale veste, dunque, non è più soltanto “eterno ritorno”, ma “eterno ritorno dell’uguale”.
C’è, dunque, un sapere: la conoscenza di una strada; e il vantaggio che si ottiene percorrendola: “il ritorno dell’uguale”, cioè dello stesso perché sa.
Che la filosofia sia l’uso del sapere a vantaggio dell’uomo è formula esistente fin dal suo inizio, avvenuto nell’antica Grecia venticinque secoli fa. Si trova in Platone, nell’Eutidemo, che così la espone: “A nulla servirebbe possedere la scienza di convertire le pietre in oro se non si sapesse servirsi dell’oro; a nulla varrebbe la scienza che rendesse immortale se non si sapesse servirsi dell’immortalità” (Eutid., 288e – 290d).
In seguito molti altri hanno seguito questa strada. Ne citiamo alcuni.

Per Cartesio “filosofia significa lo studio della saggezza e per saggezza non si intende
Soltanto la prudenza negli affari ma una perfetta conoscenza di tutte le cose che  l’uomo può conoscere sia per la condotta della sua vita sia per la conservazione della sua salute e l’invenzione di tutte le arti” (Princ. Phil., Pref.).
Per Hobbes “la filosofia è da un lato conoscenza causale, dall’altro utilizzazione di questa conoscenza a vantaggio dell’uomo” (De Corp., 1,§ 2, 6).
Per Kant è “una scienza della relazione  di ogni conoscenza al fine essenziale della ragione umana” (Crit. R. Pura, Dottr. Trasc. Del metodo, cap. III). Tale fine essenziale è la “felicità universale”.
Per Schopenhauer è tentativo di liberazione dal dolore del vivere, e di attingere alla “sorgente inesauribile dell’eternità. […] Ogni sera siamo più poveri di un giorno. Nel vedere scorrere questo nostro breve periodo di tempo potremmo diventare pazzi, se nel più profondo recesso della nostra essenza non vi fosse la segreta coscienza che ci appartiene la sorgente inesauribile dell’eternità, per poter rinnovare con essa continuamente il tempo della vita”. (Schopenhauer, Parerga e  paralipomena, II $ 143vol. ii pag 372). Oppure: “Ad eccezione dell’uomo, nessun essere si meraviglia della propria esistenza… La meraviglia filosofica […] è viceversa condizionata da un più elevato sviluppo dell’intelligenza individuale: tale condizione però non è certamente l’unica, ma è invece la cognizione della morte, insieme con la vista del dolore e della miseria della vita, che ha senza dubbio dato l’impulso più forte alla riflessione filosofica e alle spiegazioni metafisiche del mondo. Se la nostra vita fosse senza fine e senza dolore, a nessuno forse verrebbe in mente di domandarsi perché il mondo esista e perché sia fatto proprio così, ma tutto ciò sarebbe ovvio” (Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, §1. trad. it. Milano, Mondadori, 1992).
Per Sesto Empirico “scopo della filosofia è raggiungere l’imperturbabilità dell’anima” (Sesto E., Ip. Pir., I 25-27).
Per Wittgenstein il vantaggio è “la liberazione dalla conoscenza, cioè dalla stessa filosofia. Liberarsi dalla filosofia con la filosofia è la meta che persegue – chiodo scaccia chiodo” (Philosophical Investigations  § 133). Probabilmente la filosofia cui Wittgenstein si riferiva è quella post moderna, e in tal caso aveva pienamente ragione. Via dal pensiero debole, dalla chiacchiera dotta, da ogni ente è eterno, dall’ermeneutica – eterno ritorno senza uscita costruito nel campo della cultura (vedi il post Le altre facce del nichilismo).
Per Nietzsche è l’“eterno ritorno dell’uguale” (vedi il post Nietzsche e l’uscita dal cerchio dell’eterno ritorno).

E con quest’ultimo titolo il “vantaggio”, o “variazione utile” come l’abbiamo anche chiamato (vedi il post L’origine della specie e quella del singolo) è giunto fino a noi.
Sembrava ancora un sogno in Nietzsche, ma era di quelli vicini al risveglio, ed ora siamo svegli. Ora il premio che andiamo ad incassare dopo venticinque secoli di cammino per le vie della natura e della cultura, dopo che quest’ultima abbiamo contribuito a completarla, è l’“eterno ritorno dell’uguale”.
Chi non lo va a raccogliere, perché non ci crede o perché la via è troppo lunga e stretta,  rimarrà com’è e dov’è: nel nichilismo di una civiltà che il frutto che doveva produrre l’ha fatto e maturato. Ed ora è il tempo della maggiore lontananza e della minore visibilità dell’Essere dall’Occidente.
Come d’inverno dalla terra il sole.

P.S.
L’altro indirizzo importante su cos’è filosofia, che va da Parmenide fino a Husserl e Heidegger, la vuole uguale a ricerca e conoscenza dell’Essere in quanto Essere. Ma non c’è differenza sostanziale fra i due percorsi, anzi essi sono uno solo con due segnavia. Perché bisogna attingere all’eterno che è nell’Essere perché ci sia “eterno ritorno dell’uguale”, e lo si fa soltanto compiendo tutto il giro del mondo delle apparenze, arrivando dove la fine coincide con l’inizio ed entrando da quel passaggio nell’Essere. Solo dopo la via filosofica che collega le esistenze diventa via dell’eterno ritorno dell’uguale.
Entrando nell’Essere, dunque, e uscendo per percorrere la via eterna a occhi aperti.

L’antica via dei miti e dei misteri

15 dicembre 2009

Wilmo Boraso & Grazia Sacchi
L’antica via dei miti e dei misteri
Percorsa ora con la lampada della conoscenza filosofica
Editrice Leonardo

In libreria

Wilmo Boraso & Grazia Sacchi, L'antica via dei miti e dei misteri

«Se l’amore è immortale – così lo vuole il sentimento – deve esserci un luogo per esso che lo custodisca per sempre, per poterci ritrovare quando questa vita finirà. Altrimenti quando arriva lì si spegne nella morte e io non volevo».
Questo luogo è la chiesetta sperduta, che ho trovato alla fine di un’immane avventura.

Wilmo Boraso & Grazia Sacchi, L'antica via dei miti e dei misteri

«Varcata la Porta, la chiesetta era di fronte a me in cima ad un pendio in fiore […]. E all’improvviso è stato come se la partenza fosse avvenuta in quel momento, perchè le due chiesette (quella terrestre e quella celeste) si sono unite e sovrapposte perfettamente; come quando si ritorna in un luogo caro e a ciò che appare agli occhi  si aggiungono le immagini mentali dello stesso visto in precedenza. Solo che questa volta non si trattava di giorni contenuti in una vita ai quali succedono le notti in uguale numero e misura, e di veglie interrotte continuamente dal sonno, ma di vite separate dalla morte ma ora collegate come ho detto, quindi si poteva andare dall’una all’altra nei due sensi. Così un passato di cui si afferma che non è più invece è ancora».

28 febbraio 2009

La porta

Giovanna Boraso