Archive for the ‘Raccoglimento’ Category

Raccoglimento (decima parte)

27 maggio 2018

Gustav Klimt, Filosofia (1899-1907)

Sarebbe un’importante aggiunta alla Via d’uscita dal nichilismo una storia della filosofia basata sui seguenti fondamenti.

Primo fondamento: la LUCE.
Quella che è sorta, come il sole all’alba, nel VI secolo a.C., e ha illuminato l’Oriente.
La videro in Cina, in India e poi in Grecia i sapienti che hanno preceduto i filosofi.
In Cina l’ha colta Lao-tzu, in India Buddha, in Grecia Parmenide ed Eraclito, tutti nello stesso secolo, il VI a.C. (vedi Il ritorno a casa, capitoli decimo, undicesimo, dodicesimo).
È stata l’Alba di una nuova visione del mondo.

Secondo fondamento: la PAROLA.
Poi la Luce è diventata Parola nel Tao Tê Ching di Lao-tzu, nella dottrina di Buddha, nel poemetto di Parmenide intitolato Sulla natura e nei pensieri di Eraclito. Delle ultime due opere sono giunti solo frammenti.

Quattro parole importanti: ESSERE, DIVENIRE, SAPIENZA, FILOSOFIA.
L’incanto dell’Alba, della luce che sorge dalle tenebre e le scioglie, è stato chiamato Essere, ciò “che è e che non è possibile che non sia” (Parmenide, Sulla natura, frammento 2).
Il movimento della Luce dopo l’incanto è il DIVENIRE. Da Oriente verso Occidente si è svolto il moto, come fa il sole dopo il suo sorgere. D’altronde la Luce è una sola e cambiano soltanto i modi di vederla.
SAPIENZA è la visione dal luogo dove i sapienti suddetti si son trovati a vivere: dal confine della Luce, che è anche quello della Tenebra, ed è una posizione privilegiata. Perché da essa hanno colto l’una e l’altra assieme e questa è la Sapienza: la coincidenza degli opposti.
Dalla PAROLA della Sapienza a quella della Filosofia si passò quando l’incanto dell’Alba diventò Mattino e poi Giorno e incominciò l’apparente cammino nella Luce. Questo movimento fu causa di un profondo trauma nel pensiero dei filosofi e ancor oggi per i più è cosa da intendere. Si passava dall’Essere al Divenire: dal solitario, immobile ed immutabile Essere, al molteplice, mutevole e vario Divenire. È stato Platone a introdurlo. Si è parlato, già allora, di “parricidio” di Parmenide e Platone è stato accusato dell’orrendo delitto. Ma ora che la Via filosofica dell’eterno ritorno dello stesso è stata illuminata e segnalata, sappiamo che è così: che ci sono l’Essere e le Apparenze, l’immutabile e il mutevole, il tutto assieme e ciò che è separato e distinto.
FILOSOFIA è perciò il cammino che ci ha portati dove ora ci troviamo: alla fine di esso, alla coincidenza degli opposti, al passaggio dalle Apparenze all’Essere o dal Tempo all’Eternità.

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Raccoglimento (nona parte)

6 aprile 2018

Giorgio De Chirico, La felicità del ritorno (1915)

 

Anche se fino ad oggi non si è mai sentito parlare di essa, o non con questo nome e in questo modo, la Via dell’eterno ritorno dello stesso è percorsa da tutti quelli che arrivano in questo mondo. La maggior parte senza sapere da dove provengono e dove vanno, cioè senza conoscerla; da molti nella conoscenza parziale e limitata, per cui un poco sanno da dove arrivano e dove sono diretti; da altri ancora per i ricordi che s’accendono andando per essa, per cui si dice: qui sono già stato.
Quest’ultimo modo è la metempsicosi, che è ancora il nome più noto e diffuso.
Infine l’attuale denominazione: Via filosofica dell’eterno ritorno dello stesso, la più chiara e distinta, perché, appunto, dopo il suo progetto dettato da Amore e dalla Sapienza, è seguita l’opera della filosofia, cosicché alla conclusione eterno ritorno e via filosofica sono “lo stesso”. Infatti, viste in uno sguardo una accanto all’altra, esse hanno la stessa forma, la stessa durata e tanta parte del contenuto. La Via dell’eterno ritorno dello stesso gira in tondo come la filosofia, che è stata ed è filosofia del Giorno e della Notte, e nel Giorno il Mezzogiorno, dopo il Tramonto la Mezzanotte, è lunga anch’essa più di venticinque secoli, e finisce dove la strada finisce.
Infatti della filosofia oggi valgono le seguenti parole: “Si può dire di essa che è finita, che si sono adempiute le scritture” (si veda la voce Filosofia del Vocabolario).
Poi la filosofia ha anche altri nomi e distinzioni. È filosofia fisica, cioè scienza della natura, è gnoseologia, metafisica, etica, politica, estetica… Ma chiaramente e distintamente è la Via filosofica dell’eterno ritorno dello stesso.

Dunque le due strade sono gemelle o ce n’è una sola. Che sia una sola anziché due, lo si deduce anche dal finale, lo stesso per entrambe. Nell’Eutidemo, Platone dice della filosofia: “È l’uso del sapere a vantaggio dell’uomo”. E quale maggior vantaggio del superamento del baratro della morte, quello che chiamiamo Abisso! E il superamento di quest’Abisso non è forse il risultato di chi percorre tutta la via dell’eterno ritorno dello stesso? Per questo è stata costruita la via. E per arrivare fino alla fine di essa, perciò fino alla coincidenza degli opposti e alla Porta che apre sull’Essere, è stato costruito il Ponte sull’Abisso (vedi Lo stratagemma).
Questo è il maggior vantaggio che abbiamo voluto, cercato e trovato a questo punto. E c’è tutta la filosofia che lo attesta. E c’è tutta la Sapienza che lo conferma (vedi Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica).

È sempre stata, perciò, questa via. La percorrono tutti, ma il suo nome lo conosce davvero soltanto chi sa che è un ritorno.

Raccoglimento (ottava parte)

4 marzo 2018

Giovan Francesco Capoferri e Lorenzo Lotto, Amor sulla bilancia (1524)

…ecco che cosa mi dà pace:
essere e non essere,
essere già stato
e aver dimenticato,
essere un tutto
e vedermi breve,
recitare la mia parte
e amare Iddio.

 

Il precedente post termina con le parole: “In quel punto appare anche cos’è l’uomo: Apparenza ed Essere, Tempo ed Eternità. Mortale e Immortale, aggiungo ora.
Quel punto è la fine della Via dell’eterno ritorno dello stesso, dove chi arriva s’avvede che da lì è anche partito; dove, dunque, la fine coincide con l’inizio.
Ma quando si mostra uno degli aspetti anziché l’altro, vale a dire quando c’è Apparenza, Tempo, Mortale, anziché Essere, Eternità, Immortale?
Il primo aspetto, quando NON SI SA. Non si sa che c’è la Via dell’eterno ritorno dello stesso che collega le esistenze; che recentemente essa è stata illuminata e segnalata lungo tutto il suo corso; che l’Abisso è stato superato, che il segreto della Porta è stato svelato; che è chiamata anche Via filosofica e Strada di frontiera, perché illuminazione e segnalazioni sono la filosofia.
Perciò si dice in generale: non si sa da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo. Un’altra formula che esprime questo stato dice che si è gettati e tolti.
Il secondo aspetto, invece, è SAPERE.
È “conosci te stesso”, il motto inciso sul frontone del tempio di Apollo a Delfi che ritorna, perché da sempre SAPPIAMO e NON SAPPIAMO.

Raccoglimento (settima parte)

4 febbraio 2018

Kazuaki Tanahashi, Where are we all going? (I e II, 1997)

“Conosci te stesso” è il titolo più importante che è stato dato alla ricerca iniziata più di venticinque secoli fa nell’antica Grecia. Il motto è inciso sull’architrave del tempio di Apollo a Delfi ed è attribuito a Talete, il primo sapiente. Ciò che è iniziato allora, nello spazio luminoso che s’era aperto, si è poi svolto fino ai nostri giorni, finché recentemente non ha trovato la sua fine, perché quel cammino si è dimostrato circolare: la fine ha coinciso con l’inizio.
Ma che cosa l’uomo non sapeva di sé che l’ha indotto a cercarsi?
C’è un altro motto antico, un po’ meno laconico del primo, che lo dice; un classico anch’esso, frutto dei miti, dei misteri, delle religioni, della poesia, della sapienza. Esso suona così: “Non sappiamo da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo”.
Ecco che cosa voleva sapere. E lo conoscerà oggi, in modo chiaro e distinto, lungo la Via dell’eterno ritorno dello stesso, soprattutto alla fine, dove avviene la coincidenza degli opposti e i due sono “lo stesso”.
In quel punto appare anche cos’è l’uomo: Apparenza ed Essere, Tempo ed Eternità.

Raccoglimento (sesta parte)

24 dicembre 2017

Umberto Boccioni, Stati d’animo: gli addii (1911). A sinistra la prima versione, conservata al Museo del Novecento (MI); a dx la seconda, conservata al MoMA di New York.

Il mondo è come le immagini nello specchio,
è tutto ciò che è dentro e non si vede,
se non c’è qualcuno che provvede
a lasciar lo specchio e a guardar da fuori.
Così noi vedremo anche la Mente
se lasceremo lo specchio della vita,
se non ci cureremo più della partita
che si gioca quaggiù fra canti e pianti.

 

Questa indicazione l’ho vista più di cinquant’anni fa, all’inizio del cammino che poi alla fine è diventato Via dell’eterno ritorno dello stesso, o anche Via filosofica o Giro intero.
Ebbene, la stessa indicazione si è ripresentata dopo tanti anni e forse è la stessa, perché la prima era presso l’inizio della via e la seconda vicina alla fine, e “inizio e fine in un giro intero sono lo stesso”.
Una differenza tuttavia sembrava ora presentarsi: era la maggiore attrazione e consistenza che aveva acquistato la parola “mente”. “Vedremo anche la mente / se lasceremo lo specchio della vita”, dice il segnale antico, e ora su quel nome s’appuntavano lo sguardo e il pensiero. La prima volta invece non mi sono neppure posto la domanda: chi è, cos’è la mente?
Me lo chiedo ora, perciò: chi è, cos’è? E subito appare la risposta: è la filosofia. Non il suo inizio con Socrate, né la sua fine introdotta ai giorni nostri da Nietzsche; non la filosofia fisica (le attuali scienze della natura) o la metafisica; non il Giorno, che dura fino a Hegel, né il Tramonto di Schopenhauer; non l’Io del pensiero moderno, che comincia con Cartesio, né il di Jung; non l’idealismol’empirismo; non il realismo ingenuo, l’illuminismo, o il puro spirito; non l’essere anziché il divenire; o il tempo anziché l’eternità. Non tutto ciò, dunque, distinto e separato, ma tutto insieme e tutto in una volta, ciò che qui chiamiamo Eterno ritorno dello stesso.

Ecco, dunque, cos’è la Via filosofica: l’apparire della mente con le vesti della filosofia, e se la vedi così in un solo giro sai da dove vieni, chi sei e dove vai.

Raccoglimento (quinta parte)

5 dicembre 2017

Honoré Daumier, The Loge (1856-57)

Inaccettabile la condizione umana,
che finisce sempre in modo tragico,
se non si provvede a migliorarla.
Ed io lo sto facendo
con l’Eterno ritorno dello stesso.
Si dà scacco matto alla morte
in questo modo.

 

Si viene alla luce a recitare la commedia della vita.
Il teatro è il mondo, che ha la notte stellata per soffitto e il sole come lampada di interni. La Terra è il palcoscenico, il proscenio, la ribalta, dove si esibiscono gli attori e le comparse, ed è la platea, il loggione, i palchi dove stanno gli spettatori.
Su questo teatro ho recitato anch’io, ma ora che la mia parte sta finendo, mi accingo a passare dal palcoscenico alla platea, quindi da attore o comparsa mi volgo a diventare spettatore. In altre parole lascio il mondo delle Apparenze, quello dove si recita, e vado di là, oltre il sipario. Da quella parte si vede e non si è visti, si sente ma non si risponde. Il posto degli spettatori, insomma.
Ma dov’è questo oltre il sipario e cos’è? L’abbiamo già detto: è sulla Terra ed è la platea, il loggione, i palchi. Ma quando questa parte del teatro andiamo a cercarla, di norma non la troviamo, ci sono solo cartelli indicatori dove domina una parola: cimitero. E quando si arriva al cimitero si trovano solo tombe, lapidi e qualche raro visitatore. Perché lì ci sono solo i costumi dismessi e gli ornamenti abbandonati degli attori e delle comparse che sono usciti di scena, altro non si vede. E il resto, dunque, cioè la platea, il loggione, i palchi? E dove sono gli spettatori, senza i quali non avvengono le rappresentazioni? Non sono essi il vero motivo di ogni cosa? Non sono come il popolo nella Repubblica, come la folla a una festa, vale a dire ciò che è stabile e comune rispetto alle apparenze? E stabile e comune è l’Essere o Logos rispetto alle rappresentazioni che sono il molteplice e il mutamento, per cui gli si addicono anche questi nomi. “Bisogna seguire ciò che è comune” ha detto Eraclito. “Ma pur essendo questo Logos comune, la maggior parte degli uomini vivono come se avessero una loro propria particolare saggezza” (frammento 2). E Anassimandro ha chiamato quel principio Ápeiron, che è come il mare, e “tutte le onde che può dare il mare / stanno nel mare, ma sono illimitate”. Che è come il sonno e non c’è limite all’apparire e allo sparire dei sogni.
Nomi dell’Essere, perciò, quel che è comune e Ápeiron.
Allora non è nella Casa dell’Essere che si doveva entrare dopo il cimitero, e perché non si entra?
Perché prima dell’ingresso c’è, appunto, il cimitero, che corrisponde a quel che è chiamato Abisso nel campo del pensiero, e c’è una Porta da aprire per passare. Ma ora tutto ciò è possibile: l’Abisso è stato superato, la Porta è stata aperta e il cammino può continuare in modo chiaro e distinto.
Dove andrò io, dunque, quando fra non molto avrò terminato la mia parte sul palcoscenico della vita? Andrò in cimitero, dove lascerò le mie spoglie. Ecco dove andrò. E lì davvero tutto finisce per gli occhi che vedevano, per le mani che toccavano, per le orecchie che sentivano, per i nasi e le bocche che coglievano odori e sapori.
A questo punto, il mio cammino continuerà nell’invisibile e nel silenzio fino alla platea, o palco, o loggione, a prendere posto.
E starò lì ad aspettare che nell’eterno ritorno dello stesso si ripresentino quelle parti della commedia della vita che ho recitato con cuore e mente, che ho visto e voglio rivedere.
Per rivederle ho camminato sessant’anni e “sette verghe di ferro ho logorate per appoggiarmi nel fatale andare”.

Andrò a incontrare Isabella per il pendio in fiore che alla chiesetta conduce, come l’astronomo aspetta la sua stella in cielo nel tempo e nel luogo stabiliti.

Raccoglimento (quarta parte)

22 ottobre 2017

René Magritte, Colpo al cuore (1952)

Va’ dove ti porta il cuore può essere il titolo del cammino che ho seguito per molti anni, ma a un certo punto mi è parso chiaro che con le sole indicazioni del cuore non sarei arrivato alla fine della via. O non alla fine della via chiara e distinta dove avrei trovato la chiesetta che era sperduta. Non bastava il sentimento, o esso non era una stabile illuminazione e segnalazione, era come un lampo nella notte. Ci voleva anche la ragione: ecco il pensiero che s’era fatto avanti, dapprima timidamente, poi in modo sempre più palese e deciso. E la ragione a questo punto aveva un nome: filosofia. Duemilacinquecento anni di filosofia entravano così a far parte del patrimonio occorrente perché la Via dell’eterno ritorno dello stesso si mostrasse da inizio a fine con i due estremi coincidenti, perché essa è rotonda. In quel punto appare la chiesetta.
Ma perché la filosofia?
Perché, nel suo aspetto di “conoscenza a vantaggio dell’uomo” è essa stessa Via dell’eterno ritorno dello stesso. Il vantaggio è la vita che ritorna dopo le morti, come oggi la veglia dopo i sonni. Perciò l’una e l’altra via sono titoli della medesima cosa e si va più diritti allo scopo se non si tiene conto dei paesaggi circostanti e se non si perseguono le tante deviazioni, come quelle, per esempio, che si addentrano su territori particolari o limitrofi quali la politica, la morale, la fisica, o sulle domande se il mondo sia eterno o sia stato creato, se sia infinito o limitato.
Se via filosofica e via dell’eterno ritorno dello stesso sono la medesima, allora lungo di essa e fino a dove è arrivata in modo chiaro e distinto troviamo tutti i filosofi elencati nelle storie esistenti, o almeno i maggiori, a partire da Socrate che ha iniziato la segnalazione e illuminazione del grande anello. Poi tutti gli altri, dunque ‒ e si arriva fino a Nietzsche, che ha riportato alla ribalta in tutta la sua drammaticità l’eterno ritorno dello stesso, e a Heidegger e a Jünger che insieme sono arrivati fin sulla sponda dell’Abisso, la linea zero l’hanno chiamata, e hanno progettato il suo attraversamento. Fra Socrate, che ha iniziato l’opera nell’Aurora ‒ Aurora della filosofia e della civiltà greca diventata poi Occidente ‒, e Heidegger c’è quasi tutta la via filosofica segnata da pietre miliari con i nomi degli innumerevoli progettisti e costruttori. Ne citiamo alcuni fra i più grandi.
Dopo Socrate, nel Giorno già iniziato, ci sono Platone e Aristotele, e dopo il lungo sonno del Medioevo si riprende in forze. La ripresa si chiama filosofia moderna e nella chiarità del Giorno non c’è soltanto la via ma appare anche il viaggiatore. Si chiama Io penso e, continuando quell’andare, diventerà Io trascendentale con Kant, poi Io assoluto con Fichte , Schelling, Hegel. Infine con l’ingresso nella Notte il nome Io muta in .
Comincia ad apparire l’uomo nuovo, il viandante dell’intero cammino circolare, colui che arriva nello stesso punto da cui è partito, ma non per caso o trasportato.

 

Raccoglimento (terza parte)

26 settembre 2017

René Magritte, La double réalité (1936)

Un luogo eterno
per un amore
che è per sempre.

Un luogo eterno per un amore che è per sempre: ciò sembrava volesse il sentimento il giorno che siamo partiti per una lontana località di montagna per sposarci. Infatti il luogo l’abbiamo trovato che aveva le caratteristiche richieste: è la chiesetta di Grea, un piccolo paese del Cadore, ed è stato come se l’avessimo vista ancora, ma era la prima volta che si passava di là. In essa il legame d’amore ha avuto il sigillo del sacro.
Poteva bastare così, cioè il verificarsi di un episodio della numerosa e universale metempsicosi o reincarnazione, invece sembrava che questa volta si volesse di più, molto di più. Perché prima si ritornava dalle precedenti esistenze ma non si sapeva come, o non in modo chiaro e distinto. Ci portava per tanta parte la Natura o il Destino, che magari sono la stessa cosa, ma ora sembrava giunta l’ora di conoscere la strada, che si sapesse come si era arrivati fin lì. Così fin dall’inizio della via o quasi. Fin da La chiesetta sperduta, un poemetto che ho scritto in quel tempo e che è stato come una mappa del tesoro che aveva le indicazioni essenziali per trovarlo.
Oltre al poemetto di cui sopra, m’hanno aiutato in questa ricerca e scoperta della via tanti segnali e luci, che ho trovato camminando e vagando per più di cinquant’anni. Esse sono raccolte nel Vocabolario, che è come il cielo della notte che ha tracciati segnati dalle stelle.

Dunque, conoscere la strada del ritorno eterno che collega le esistenze: ecco la posta in gioco, ed io ho colto quel momento propizio per farmi avanti e stabilire un patto. Esso suona così: la conoscenza della via – una sua maggiore illuminazione e segnalazione – in cambio dell’eternità delle apparenze a me più care che a quel tempo erano la moglie e la piccola figlia (vedi nel Vocabolario, alla lettera P, il Patto). L’altro firmatario – l’ho saputo in modo chiaro e distinto in seguito – era il Destino.
Più avanti quel patto è stato ripreso e perfezionato.

Raccoglimento (seconda parte)

22 agosto 2017

René Magritte, La reconnaissance infinie (1933)

Ho portato l’Apparenza
a coincidere con l’Idea.


M’aspetto l’Eterno ritorno dello stesso ora che sono vicino a lasciare la presente rappresentazione. Se non dovesse accadere il ritorno, di nient’altro m’importerebbe, e si entrerà nell’Essere senza alcuna voglia di uscirne, o si uscirà ancora segretamente per le vie dettate dalla natura come è accaduto fino ai nostri giorni. Ma se il ritorno consapevole invece avverrà, ci sarà un giovane che andrà a guardare La via d’uscita dal nichilismo e ben presto molte idee, molti pensieri, diventeranno chiari e distinti e comincerà il ritorno.
Per una strada già disegnata.
Per luoghi noti alla memoria.
A cercare chi è stato caro e prezioso finché non lo trova.
E la Via dell’eterno ritorno dello stesso sarà nella sua prima fase Via delle rimembranze.

Il posto che vado più spesso a ritrovare nelle prove che sto ancora conducendo in questa vita finché sarà possibile è la chiesetta e i luoghi attorno. Vado da quelle parti perché cose e aspetti si incidano sempre più nella memoria.
La chiesetta è la più importante perché da essa è cominciata l’avventura e lì si è conclusa. Di essa ho raccontato molto (vedi La chiesetta sperduta in Le indicazioni del Destino), ma su un aspetto voglio ancora soffermarmi: sul fatto che appena scoperta la chiesetta con i muri di sassi e marmi e il tetto di legno che si trova a Grea, piccolo paese del Cadore, un’altra ne è apparsa, uguale alla prima, ma nel cielo azzurro sopra le più alte montagne. O era un miraggio, un sogno.
Ed io, dopo aver visitato la prima, verso la seconda mi son mosso per raggiungerla, ciò che è accaduto dopo cinquant’anni di cammino e dopo aver attraversato l’Abisso e superata la Porta. La chiesetta celeste era al di là, nella dimensione che Parmenide ha chiamato “Essere” e Platone “Mondo delle idee”. Era un’Idea.
Di qua, invece, la chiesetta di Grea, cioè nelle apparenze, e la sua duplice natura appariva chiaramente in quel punto di passaggio.

Dunque la chiesetta di Grea è l’aspetto sensibile di quel che è anche intelligibile, e una è in Terra e l’altra in Cielo. Una è la Cosa, l’altra la sua Idea. La prima è nelle apparenze che sono notte o giorno, inizio o fine, passato o futuro, e la seconda nella “luce che non tramonta mai”.
Ma quando ho iniziato il mio cammino le chiesette apparivano staccate. Poi si sono sempre più avvicinate fino a sovrapporsi e son diventate una sola. Perduta, all’inizio, era solo l’apparenza, ma alla fine è stata ritrovata.

In tal modo ritroverò tutto ciò che di bello e caro è scomparso nel passato, ciò di cui si dice non c’è più (vedi La tredicesima indicazione del Destino).

Raccoglimento (prima parte)

22 luglio 2017

René Magritte, La vittoria (1939)

Come prima, ma in modo più chiaro e distinto.

Succederà che i nuovi  nati, in numero sempre più grande, cominceranno a ricordare cose di altre esistenze. Come è già accaduto innumerevoli volte – la normale metempsicosi – ma ora in modo più chiaro e distinto.
Ora ci sono le tracce delle precedenti venute.
Ora c’è la mappa della via che si chiama Eterno ritorno della stesso (vedi i post della categoria omonima).
Ora c’è un’altra mappa che è intitolata Via personale dell’eterno ritorno (vedi Le indicazioni del destino comprendente il poemetto La chiesetta sperduta).
Ora è descritto in che modo si supera l’Abisso (vedi Lo stratagemma).
Ora è noto il segreto della Porta che apre e chiude Il cammino eterno.