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Friedrich Nietzsche e l’uscita dal cerchio dell’eterno ritorno

20 marzo 2010

Terza e ultima parte
(Leggi la Prima parte qui)
(Leggi la Seconda parte qui)

Uroboro

L
Alcune interpretazioni, insufficienti o fallaci, dell’eterno ritorno di Nietzsche e loro confutazione. Dopo La visione e l’enigma e le risposte che qui abbiamo dato alle domande di Nietzsche, quindi dopo che i suoi sogni, seguendo quel cammino filosofico, sono diventati idee chiare e distinte perché il portone carraio è stato aperto e il passaggio è avvenuto, si può capire quanto risultino incomplete e a volte puerili le interpretazioni finora date all’eterno ritorno di Nietzsche. Vediamone alcune.

› Quella di Salomé, cui anche Nietzsche può aver dato peso quando ancora non aveva ben chiare le novità contenute nel suo “pensiero abissale” e per il sentimento che lo legava a quella donna meravigliosa. “L’antica dottrina indiana di un’eterna rinascita nella trasmigrazione delle anime, come maledizione che si abbatte su chi non sia giunto sino alla negazione di se stesso, viene addirittura rovesciata da Nietzsche. Non la liberazione dalla costrizione del ritorno, ma la felice conversione ad essa è infatti per lui la meta della suprema aspirazione morale; non il nirvana, ma il samsâra è il nome dell’ideale supremo. Questa correzione dell’elemento pessimistico in uno ottimistico è la vera differenza tra il primo pensiero di Nietzsche e quello della maturità, e rappresenta nell’evoluzione di questo solitario dolente un’eroica vittoria del superamento di sé” (Così parlò Zarathustra, cit., pag. 28). Perciò soltanto un cambiamento di indirizzo l’eterno ritorno di Nietzsche!

› Quella data da Vattimo, che legge e spiega La visione e l’enigma, momento culminante di Così parlò Zarathustra e perciò del pensiero di Nietzsche, come insanabile contraddizione fra l’amor fati, vale a dire l’eterno ritorno classico, e la “redenzione” da lui perseguita. Egli poi così continua: Nietzsche “non vuole semplicemente l’accettazione rassegnata delle cose come sono; vuole un mondo in cui sia possibile volere il ritorno eterno dell’uguale”. Ma questa connessione che lui “stabilisce, senza mai venirne in chiaro totalmente”, causa nella sua mente una “azione destrutturante” così forte da “produrre una sorta di vertigine del pensiero”.  Perciò Nietzsche, per Vattimo, è stato soltanto vittima di un’insanabile contraddizione e non il filosofo del superamento dell’eterno ritorno, o il primo artefice di quel tentativo immane: ecco come uno dei maggiori filosofi post moderni ha interpretato il più completo e temerario tentativo di oltrepassare i limiti umani e dell’Occidente, vale a dire di questa nostra civiltà altrimenti votata allo sfacelo.

› Oppure Vattimo si è così sbizzarrito. “Se esiste una ‘storia delle idee’, la ripetizione nietzschiana di quell’idea classica dopo duemila anni di tradizione cristiana ne rappresenta un considerevole esempio. È l’avversione per il cristianesimo contemporaneo che lo ha indotto a riprendere un’idea che aveva costituito la base del pensiero pagano. Vivendo nello stadio finale di un cristianesimo illanguidito, egli dovette cercare ‘nuove fonti del futuro’ e le trovò nell’antichità classica. La morte del dio cristiano destò in lui l’intelligenza del mondo antico. È di secondaria importanza il fatto che questo mondo gli fosse già noto attraverso i suoi studi di filologia classica. A molti studiosi la teoria dell’eterno ritorno – quale appare in Eraclito e in Empedocle, in Platone e in Aristotele, in Eudemo e negli stoici – era familiare, ma soltanto Nietzsche vide in essa delle possibilità creative per il futuro, in opposizione ad un cristianesimo ridotto a disciplina morale. Riprendendo l’idea dell’eterno ritorno, egli confermava la sua intuizione che la storia del pensiero realizza sempre di nuovo uno schema fondamentale di filosofie possibili e ritorna necessariamente ad un’antichissima ‘economia totale dell’anima’”. Insomma, soltanto beghe nell’immensa famiglia umana l’immane l’avventura di Nietzsche, e uno sbattere la testa contro il muro finché non è rimasto tramortito e morto.

› Severino, eterno ed instancabile camminatore di cerchi chiusi e insuperabili, impossibilitato perfino di immaginarla un’evasione − perché tutto è dato da sempre e per sempre, perciò anche l’eterno roteare in cerchi chiusi e immutabili −, e quindi di interpretare la scena del pastore che stacca con un morso la testa del serpente, ha optato per una soluzione perfino assurda. Ha affermato che il serpente che s’è infilato in gola del pastore non era l’animale preferito da Zarathustra ma un altro. Per cui il pastore, che è Zarathustra, che è Nietzsche − come lui stesso chiarisce più avanti e in opere successive −, sarebbe stato aggredito non dal compagno fidato, simbolo dell’eterno ritorno, ma da un nemico avente lo stesso aspetto. Davvero innumerevoli le risorse della fantasia, quando non si riesce a cogliere l’essenziale, a svelare l’enigma!

› Ha detto Löwith: “L’eternità com’eterna affermazione dell’essere, che si ripete in un perenne ciclo, rimane il motivo fondamentale del pensiero di Nietzsche. In una lettera a Burckhardt, scritta dopo l’inizio della malattia, egli confessa che avrebbe preferito rimanere un semplice professore a Basilea, ma che non aveva avuto altra scelta se non sacrificarsi come ‘il giullare della nuova eternità’. La nuova eternità, riscoperta da Nietzsche in quanto Anticristo, è poi l’antica eternità del ciclo cosmico dei pagani. Tanto rumore per nulla, insomma, solo per rivalsa e per dispetto”.
Löwith però s’avvicina molto alla soluzione dell’enigma quando rileva che per Nietzsche l’eterno ritorno è il pensiero “più terribile” e il “peso più gravoso” (Karl Löwith, Die fröbliche Wissenschaft, pag. 41) perché in contraddizione con la volontà di una futura redenzione. Si è cioè ben avvicinato all’essenza di quel pensiero, che consiste nella “volontà di eternare l’esistenza accidentale, propria dell’io moderno”. Ma tale volontà – egli continua − “non si accorda con l’intuizione di un eterno ciclo del mondo naturale” (Karl Löwith, Significato e fine della storia, Edizioni di Comunità, pag. 254). Due potenze che perciò si scontrano volontà e destino: ambedue di portata immensa. Da ciò il contrasto insanabile, il ridimensionamento, il fallimento. Il “cortocircuito”, l’ha chiamato Vattimo.
Ben però se quelle due forze possenti si trovano sullo stesso piano e si fanno la guerra, e in tal caso contro il destino hanno sempre perso gli uomini e perfino gli dei. Ma non se si trovano in dimensioni diverse e si “vuole” il passato per usarlo, (il circolo della natura, che comprende anche quella umana, è sempre e soltanto passato e ripetizione continua e instancabile di essa). Ma Nietzsche non era ancor fuori, era vicino all’uscita ma non era aperta e tanto è bastato, e quel disaccordo è diventato la sua croce.
Ancora un po’ e quell’ostacolo che appariva insormontabile avrebbe mostrato la sua crepa. Ma quello era “il pensiero abissale” da cui invece anche Löwith è rimasto lontano: e non ha colto l’essenza. “Volere eternare il passato” è stato per Nietzsche solo una tappa d’avvicinamento all’altro ben più grande volere: voler eternare l’esistenza accidentale dell’uomo moderno sulle ali dell’eterno ritorno, vale a dire l’esistenza di quel Io che fin dall’inizio della filosofia moderna è stato il protagonista assoluto di essa. E il suo diventare perenne l’ha mutato in Sé.

› Perfino a Heidegger sembra che manchino le parole di soluzione dell’enigma: si ritorna ai mitici tempi in cui chi non riusciva a scioglierlo era sbranato dalla Sfinge, e questa volta, se la risposta continuerà a non essere data o rimarrà nascosta e segreta, causerà lo smarrimento completo e la fine non soltanto di chi è chiamato a rispondere ma dell’Occidente intero. Una sorte che anche il filosofo di Essere e tempo ha presentito e che poco prima della morte ha espresso con queste parole: “ormai solo un Dio ci può salvare”. Heidegger riconosce che l’eterno ritorno è per Nietzsche “la vetta della contemplazione”, il culmine cui il pensiero deve giungere. E così commenta: “Ma questa vetta non s’innalza con contorni chiari e definiti”, bensì “rimane avvolta in dense nuvole: non soltanto per noi, ma anche per il pensiero più grave di Nietzsche… La cosa stessa che prende il nome di “eterno ritorno delle stesse cose” è avvolta in un’oscurità di fronte a cui lo stesso Nietzsche dovette indietreggiare spaventato” (Martin Heidegger, Che cosa significa pensare, SugarCo, 1996). Invece no, non è tornato indietro. Ha affrontato la prova immane, ha camminato sulla “corda tesa fra l’animale e l’oltreuomo, una corda sopra un abisso” ed è precipitato, come ben si sa. Ma qualcosa d’essenziale ha visto prima della sua scomparsa nella pazzia e nella morte e l’ha lasciata in eredità.
Però Heidegger non si può limitarlo alla sua incompleta lettura di La visione e l’enigma: anch’egli è giunto sulla linea di Mezzanotte e su quel confine con davanti l’Abisso ha capito bene che il modo in cui si era arrivati fin lì, quello seguito dalla filosofia del Giorno, non bastava più. Occorreva una “trasmutazione”, una “trasformazione dell’uomo in Da-sein”, una discesa nel proprio abisso attraverso un salto nella sorgente originaria.

› Ultimo di questa breve rassegna degli interpreti del “pensiero abissale” di Nietzsche, Hans-Georg Gadamer. Anche per lui Nietzsche ha voluto contemporaneamente il superuomo, la cui caratteristica principale è la volontà di potenza, e l’eterno ritorno dell’uguale, governato invece dalla necessità, vale a dire due grandi forze contrarie che si respingono o si annullano. E non era possibile. Perché, dunque, la volontà di potenza si scontra con gli eterni e immutabili cicli della natura che l’assorbono e la svuotano, oppure l’inverso: la liberazione assoluta da questa necessità togliendola di mezzo, ma in tal caso non c’è più l’eterno ritorno e perciò più nulla da volere. Chi, infatti, dopo Nietzsche, ha usato la sua idea di superuomo per fini politici e di potere, ha eliminato come erronea la teoria dell’eterno ritorno ma alla fine di una breve parabola è scomparso (cosa che ha fatto il nazismo, che ha liberato la volontà di potenza dal suo legame con l’eterno ritorno e ha posto sé stesso “come vera e propria realtà”). Quest’inconciliabilità voluta da Nietzsche Gadamer l’ha chiamata “pensiero appellativo”.  Esso è, continua Gadamer, “Un pensiero che invoca se stesso, e che, per così dire, persuade se medesimo della necessità di dire e osare qualcosa” (si veda Il cammino della filosofia Schopenhauer e Nietzsche).
Ma davvero Nietzsche ha voluto mettere insieme due cose inconciliabili e osare l’impossibile?
No. Le ha volute entrambe assieme perché ha “visto”, sia pure come in sogno, che non c’era contraddizione, ma che erano anzi destinate una all’altra.  Ha intuito questa possibilità e l’ha espressa nel capitolo intitolato La visione e l’enigma di Così parlò Zarathustra, e l’ha manifestata. Ma non in modo chiaro e distinto e, oltre a lui, a subire le conseguenze sono stati poi i suoi commentatori ed interpreti, che si sono lambiccati il cervello in quell’enigma. Quelli appena nominati, ora anche Gadamer.
Perché il pensiero di Nietzsche appoggia su quei due pilastri, vale a dire eterno ritorno e volontà di potenza, e non si può toglierne uno senza che la costruzione precipiti: di questo i suoi critici n’erano ben consci. Perciò per poterli mantenere entrambi e assieme si è aperto il gioco delle bocce a chi andava più vicino. Ultimo tiro quello di Gadamer: il suo pensiero appellativo, simile al cortocircuito di Vattimo. Nietzsche secondo quest’interpretazione ha osato l’impossibile: uno che dà di matto.
E matto egli è diventato davvero, non per quest’insanabile contraddizione che non c’era, ma per non aver sciolto l’enigma del pastore. Quella la vera causa, com’è accaduto in occasioni simili al pensiero filosofico quando ha cominciato a formarsi. Quando, per esempio, i sapienti antichi non hanno saputo rispondere agli enigmi che gli venivano posti e hanno perso la vita o la pace (come quello che, in una sfida fra divinatori, Calcante mosse a Mopso, che rispose giustamente, e perciò “il sonno della morte ottenebrò Calcante”. O quello che Omero, “che fu più sapiente di tutti i Greci”, in una sfida casuale non riuscì a risolvere, e morì di scoramento).

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Perciò ecco cosa l’Eterno ritorno di Nietzsche non è.

C’è, dunque, qualcosa d’essenziale che è sfuggito a questi studiosi e interpreti del “pensiero abissale” di Nietzsche. I quali hanno ben letto i segni sulla carta che egli ci ha lasciato, ma non hanno potuto seguirlo anche nella carne, sangue e mente che li hanno generati.
Non sono entrati nella mano troppo lenta a seguire il pensiero che incombeva e dirompeva, da cui l’uso continuo dell’aforisma, della metafora, del ditirambo – il modo più adatto per starci dietro, per trasformare gli impulsi in parole.
Non hanno bagnato di lacrime quelle carte, riducendo tante parole a macchie indistinte.
Non hanno abbandonato il mondo e le sue pompe, vagando da soli per monti e spiagge.
Non si sono lasciati alle spalle i sentieri battuti, come ha fatto anche Parmenide ventiquattro secoli prima.
Perché la filosofia, quella nuova s’intende, sgorga dalla vita, e chi non la vive non ha parole nuove, e si industria allora a ripensare e rimuginare quelle vecchie e usate. Perché la filosofia è trasmutare, meglio ancora, come ha detto Dante, trasumanare o la via che là conduce, cosa accaduta poche volte nella storia del pensiero.
Perciò ecco cosa l’Eterno ritorno di Nietzsche non è.

Non è il rovesciamento dell’antica dottrina indiana di trasmigrazione delle anime. Se tutto consistesse in questo voltafaccia, vale a dire nell’accettazione felice del samsâra e della sua instancabile ripetizione, mentre la vera conquista per i Buddhisti e gli Orfici è stato il Risveglio e l’Uscita, Nietzsche non occuperebbe il posto eccelso che gli è stato assegnato nel pensiero occidentale. Perciò Lou Salomé non ha colto la parte più alta della dottrina di Nietzsche, perché una cima nascosta fra le nubi, irraggiungibile dagli occhi della carne e da quelli della ragione; come d’altronde è poi capitato ai più grandi interpreti maschi. Per davvero Nietzsche ha dovuto reintrodurre l’eterno ritorno e l’ha subito in vista di qualcosa che si stava preparando: il sogno della porta e la possibilità di uscire dalla prigione circolare.

Non è un mondo in cui sia possibile volere il ritorno eterno dell’uguale – come dicono Vattimo e Gadamer −, semplicemente perché esso appartiene al destino, che non si lascia certamente influenzare, modificare, o manipolare dalla volontà umana. Si ricordi a proposito che il destino è sempre stato superiore agli stessi dei, contro cui non avevano potere. È ben altro, allora, quel che vuole Nietzsche: vuole uscire dalla cieca necessità. Richiamarla, volerla, per vincerla ed uscire. La porta vista da Nietzsche è la stessa da cui Parmenide è entrato nel Giorno. Semmai, una volta usciti, l’eterno ritorno diventerà disponibile, come lo sono ora i cieli per gli astronauti, e i giorni e i cicli stagionali per tutti gli uomini, che dispongono di essi e li usano per i loro progetti e le loro avventure. Anche nel giorno del sole, infatti, entriamo dopo la notte e il sonno, ma per usarlo spesso a nostro piacimento.

Non è una reazione ed opposizione al cristianesimo: perché tanta fatica e pena se era solo per questo, perché tante sofferenze? Perché viandante senza casa, senza patria, senza donne, con pochi amici, senza discepoli ossequienti, senza fama, senza onori?

Non è neppure “l’antica eternità del ciclo cosmico dei pagani”, da porre in campo per far dispetto, lui Anticristo, al tempo lineare del cristianesimo.

Ancor meno è il circolo dell’uomo Superdio di Emanuele Severino, portato in giro a sua insaputa, o senza che possa dir di no, che nulla deve fare per meritarsi quella giostra o per scendere da essa. Perché l’oltreuomo di Nietzsche, per arrivare a quella meta ed essere insignito di quel titolo, deve invece liberarsi del peso più grande e svelare l’enigma.

Non è assolutamente l’eterno ritorno nei modi della ripetizione sempre uguale, perché “eternamente ritorna (solo) l’uomo di cui sei stanco, il piccolo uomo. […] L’uomo piccolo ritorna eternamente”.

Non è nessuna delle interpretazioni che lo calano nelle antiche vesti e significati. Perché egli ha intuito non il generico ritorno d’ogni cosa e di se stessi a propria insaputa a ripetere fatiche, dolori, malattie, vecchiaia, morte, ma l’uscita dalla cieca ripetizione dopo che ha cominciato ad apparire quella possibilità.

Non è, perciò, nessuna delle interpretazioni date da chi non ha raggiunto la Mezzanotte, superato l’Abisso, conosciuto la coincidenza degli opposti, visto e attraversato la Porta, uscendo dal ciclo degli eterni ritorni inconsapevoli. Da ciò deriva che chi ha più seguito la via della Notte e di più si è portato avanti, in maggior misura può intendere Nietzsche ed esporre la sua odissea. Chi, in altre parole, per una via che è anche temporale, secondo l’ordine del tempo è venuto dopo di lui e ha completato quel cammino.

N
Uno sguardo su ciò che invece è.

Ci sono state altre illuminazioni del cerchio eterno che, come ormai si sa, si svolge in diversi ambiti della natura e della cultura e con vari aspetti. Fra le illuminazioni, quelle della scienza, per esempio, volte al campo della natura. Ad esse si è arrivati guardando, indagando, svelando ciò che non appariva o che non era chiaro e distinto. Così è stato per la terra che gira attorno al sole, di cui si conosce tutto il tragitto nei minimi particolari, per le fasi della luna, per i pianeti del sistema solare, per i giri delle stelle nelle galassie, per i cicli delle stagioni, per gli eterni ritorni delle piante e degli animali. Alcuni di questi giri siamo anche riusciti a compierli per intero, fisicamente: quello attorno alla terra, per esempio, prima lungo la sua circonferenza, poi anche da fuori con gli aerei, oggi con i satelliti artificiali.
Perché questo preambolo? Per affermare ora, in un’estensione di giudizio, che dello stesso giro sempre si tratta, che esso è uno solo anche quando sono in gioco gli uomini; e anche quest’ultimo aspetto è ora tutto percorribile ad occhi aperti e mente sveglia alla quota della conoscenza filosofica, o è visto da essa tutto intero. Ciò richiede però che ci sia chi guarda e chi è guardato, vale a dire l’eterno roteare, che comprende, dunque, anche la natura umana, e a questo punto non solo la specie, ma anche il singolo e distinto. Ed è questo che Nietzsche ha voluto che ritorni. Questo è l’“eterno ritorno dello stesso”, che è portato dall’eterno ritorno della natura e della cultura.
Chi appare in tal modo vedendo il suo ritorno è il , quel che anche Jung ha chiamato Selbst (), il quale − egli ha detto − non va assolutamente confuso con l’Io, perché è unità di conscio e inconscio. “Se s’immagina la coscienza, con l’Io al centro, come contrapposta all’inconscio, e se ci si rappresenta il processo di assimilazione dell’inconscio, quest’assimilazione può essere pensata come una specie d’accostamento fra la coscienza e l’inconscio, dove il centro della personalità totale non coincide più con l’Io, ma è un punto situato in mezzo fra la coscienza e l’inconscio. Questo sarebbe il punto del nuovo equilibrio, una nuova centratura della personalità complessiva, un centro forze virtuale, che offre alla personalità, per la sua posizione centrale fra coscienza ed inconscio, una nuova sicura base” (C.G. Jung, Von den Wurrzeln des Bewusstseins, 1954, pag. 133). Il centro della personalità appare anche agli occhi guardando il simbolo del nostro blog: è sulla linea di separazione fra conscio e inconscio al centro del cerchio; e le due metà dell’intero si danno origine fra loro, si sostengono una con l’altra, si avvicendano e si completano. Questo totale autosufficiente è il .
Si riappare, dunque, dagli eterni cicli e c’è chi vede: questa è “la vetta della contemplazione” non più avvolta dalla nebbia.
Insomma, come un taxi perché chiamato o un treno che si aspetta perché si conosce l’orario, è l’eterno ritorno, e si sale per un altro giro se si vuole, o se c’è bisogno, o se ci coglie il desiderio di rientrare per rivedere e ritrovare.

P.S.
Dopo Nietzsche, le pietre miliari del cammino nella Notte sono state rintracciate, raggiunte, confermate e superate. Fra esse, i capisaldi: il portone carraio, inizio e fine dei due sentieri, che nel frattempo sono stati percorsi all’indietro e in avanti; e si è costatato che ritornando si arriva al portone e continuando lo stesso. I due portano dove l’uno e l’altro hanno origine e conclusione, vale a dire allo stesso punto, perché − come ha detto Eraclito − “comune infatti è il principio e la fine nella circonferenza del cerchio” (I Presocratici. Testimonianze e frammenti, “Eraclito”, framm. 103, Biblioteca Universale Laterza ) e perciò “Allontanarsi significa tornare” (Tao Tê Ching, capitoli XL e XXV). Ciò vuol dire che la via è una sola, che la vita continua nella morte e viceversa.
Nel frattempo la corda tesa fra l’animale e l’oltreuomo, una corda sopra un abisso” è diventata un ponte. Ancora precario, ma ci penseranno poi i tecnici a dargli stabilità e sicurezza. Io credo che si troverà il modo di tirarla e rafforzarla l’esile arcata attuale. Credo che diventerà alla fine un passaggio indistruttibile che attraversa la Notte, come l’asse terrestre, come la Via lattea: aperta e illuminata strada di frontiera che collega le sponde vita-morte.
A questo punto, tutta la via c’è, da inizio a fine, ed è, dunque, quella percorsa in venticinque secoli dalla filosofia e di cui Nietzsche ha superato l’ultimo tratto, che arriva fino al punto da dove è partita, vale a dire alla Porta. Essa è la strada che congiunge le esistenze fra di loro, che prima apparivano come perle sciolte di una collana: e cadevano, rimbalzavano, rotolavano lontano, sparivano. Ora un filo le collega; e come il sonno interrompe ma non cancella i giorni di veglia, simile ad esso sarà la morte per le esistenze.
Ha detto Saramago che “seccano e muoiono le piante, poi rinascono e vivono, solo l’uomo non ha imparato ancora come si ripetono i cicli, per lui c’è una volta e mai più”.
Ora ha cominciato a conoscere.

La prima stesura dell'eterno ritorno scritta da Nietzsche

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Friedrich Nietzsche e l’uscita dal cerchio dell’eterno ritorno

14 marzo 2010

Seconda parte
(Leggi la Prima parte qui)

Marc Chagall, Creazione (1960 circa)

F
Però in questa veste, vale a dire nei modi della natura e della pura e semplice ripetizione eterna, i cicli erano avversati da molti e dallo stesso Nietzsche.

“Liberarsi dal cerchio che dà affanno e pesante dolore” [Laminetta orfica di Turi, 6, Colli 4 (A 65)] sta scritto in una Laminetta orfica, cioè sottrarsi dall’esistenza come da un fardello e da una colpa.
In quanto ai Buddisti, ecco il loro pensiero espresso anche recentemente: “È sconcertante che l’Occidente tenda ad entusiasmarsi per l’idea dell’infinita ripetizione della vita, che da noi è invece un’ossessione La nostra speranza è di uscire dall’oceano delle reincarnazioni, per disfarci, finalmente, in un meraviglioso Nulla, in cui sparisca l’incubo di rinascere innumerevoli volte”.
Anche in Occidente l’Eterno ritorno non è sempre stata accolto a braccia aperte nei modi in cui esso appare in natura e in molta parte della cultura, vale a dire da chi non sapeva che c’era uscita o che ad essa si poteva arrivare. Un’ossessione, insomma, l’eterno girare attorno d’ogni cosa, simile alla “bufera infernale che mai non resta”, che Dante ha posto come pena nel suo Inferno.
“Fastidioso mondo di ripetizioni, avrebbero potuto chiamarlo i saggi orfici, pitagorici, stoici e neoplatonici se non avessero preferito, con poetica ispirazione, dargli il nome più bello e sonoro di eterno ritorno”, ha detto di esso Saramago.
E Borges ha rincarato così la dose: “Nietzsche volle minuziosamente innamorarsi del proprio destino. “Seguì un metodo eroico: disseppellire l’intollerabile ipotesi greca dell’eterna ripetizione, e poi cercare di dedurre da quell’incubo mentale un’occasione di giubilo. Cercò l’idea più orribile dell’universo e la propose per il diletto degli uomini” (Jorge Luis Borges, Tutte le opere − La dottrina dei cicli, vol. I, Mondadori, pag. 574).
D’altronde anche Nietzsche quando esso si presentò la prima volta nella veste tradizionale, vale a dire prima che sognasse l’uscita, perché anche il suo eterno ritorno, se non si tiene conto della porta che gli è apparsa verso la fine della sua ricerca e del sogno liberatore, appartiene alla circolarità delle azioni umane e ai cicli della natura e della Storia, lo bollò come il peso più grande
“Il   peso più grande. Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: questa vita, come tu ora la vivi, e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione − e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere! Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato?”.
Allora per davvero Nietzsche ha reintrodotto l’eterno ritorno e l’ha subito all’inizio in vista di qualcosa che si stava preparando: la visione della porta e la possibilità di uscire dalla prigione circolare, come apparirà più avanti.

G
C’è da dire però che non era la prima volta che qualcosa di nuovo accadeva nell’eterno roteare che porta uomini alla ribalta, a loro insaputa, e nello stesso modo li toglie. Ci sono state uscite e risvegli anche prima del tentativo di Nietzsche, ma non era nota la via, non erano calcolati quei percorsi, e perciò apparivano eccezionali o casuali i ritorni.

Qualcosa era già accaduto nei miti, misteri, sapienza.
Nel Mito hanno superato il regno della morte uscendo vivi da esso e indenni, Ercole, Teseo, Orfeo, Ulisse, Enea.
Ercole portando con se, dopo averlo vinto e catturato, Cerbero, il cane a tre fauci di Ades, il re di quel regno tenebroso.
Teseo, che assieme a Piritoo aveva varcato la porta degli Inferi per rapire Persefone e per   riportarla nel mondo dei vivi, da cui era stata rapita con la forza e con l’inganno dal dio di quel regno. L’impresa fallì, ma egli, aiutato da Ercole, e riuscito a fuggire dal quel luogo di tenebre.
Orfeo, il divino cantore, che attirava gli animali con il suo canto e il suono della cetra: sceso laggiù per riportare alla luce l’amata sposa Euridice che un serpente aveva morso mortalmente al tallone mentre vagava per i prati in compagnia di una schiera di Naiadi. Euridice fu risucchiata nell’Averno ad un passo dall’uscita e ad Orfeo non fu più concesso di rientrare.
Ulisse per sapere dall’indovino Tiresia, che conosceva il passato e il futuro e che anche nell’Averno aveva una posizione privilegiata, se sarebbe ritornato ad Itaca, a riabbracciare la moglie, a rivedere il figlio.
Enea, il fondatore di Roma che discese nell’Averno, attraverso lo spaventoso fiume dei morti. La Sibilla che l’accompagnava gettò una focaccia al cane guardiano, il tricefalo Cerbero, ed Enea poté alfine parlare con l’ombra del proprio padre Anchise. Molte cose gli furono rivelate laggiù: il destino delle anime, il destino di Roma, ch’egli stava per fondare, “ed in qual modo egli avrebbe potuto evitare o sopportare qualsiasi fardello” (Virgilio, Eneide, VI, 892). Poi, attraverso la porta d’avorio, fece ritorno ai compiti che lo attendevano nel mondo.
Nei Misteri coloro che arrivavano alla fine del cammino nella Notte non erano più gli stessi.  Ha detto di loro Sofocle: “O tre volte felici/ quelli fra i mortali, che vanno nell’Ade dopo di aver contemplato/ questi misteri: difatti solo a essi laggiù/ spetta la vita, mentre agli altri tutto va male laggiù” (Sofocle, Antigone 1115-1121).
Ma è soprattutto nella sapienza che la liberazione avviene. In essa e per essa non è più il medesimo che ritorna, ma un altro; oppure è lo stesso che si è superato, che è andato aldilà di se stesso. L’oltreuomo, insomma.
Buddha la notte precedente il Risveglio − Buddha significa lo Svegliato −, come ha scritto di lui il suo maggiore biografo Asvagosa, ha richiamato alla memoria “migliaia di vite, come rivivendole” e le ha collegate fra loro.
Ermete Trismegisto, nato tre volte in Egitto, ogni volta si è dedicato alla conoscenza, finché nell’ultima vita terrena si è illuminato, “si è ricordato delle precedenti esistenze, ha ricuperato il suo vero nome” e poi è salito al mondo superiore dov’è l’origine.
Pitagora ricordava anche il suo precedente nome: Euforbo; era un milite nella guerra di Troia e ha perso la vita in battaglia sotto quelle mura, ucciso da Menelao.
In quanto a Parmenide, lui il giro l’ha compiuto in tanta parte e quello che rimaneva l’ha visto e anticipato. È giunto dalla Notte, è arrivato sul punto dove si dipartono i sentieri della Notte e del Giorno e lì c’è la Porta, ha visto la Porta, l’ha superata ed è entrato nel Giorno dell’Essere, luce che non tramonta mai, anche se, come quella del sole, sale e scende dalla terra umana.
Dunque, l’avventura di Nietzsche nella Notte, per arrivare fino al confine è all’uscita, è stata preceduta da altri, ma in domini diversi da quello filosofico e che erano prima di esso.

H
Affidiamoci ora al racconto di Nietzsche esposto nel capitolo “la visione e l’enigma” del libro Così parlò Zarathustra. È il racconto dell’ultima parte del cammino nella notte, da cui arriva fino alla “Mezzanotte”, al “portone carraio”, alla “visione” del pastore che con un morso stacca la testa del serpente che gli si era infilato in bocca. E così “liberato” balza in piedi “circonfuso di luce”

Un cammino che non avviene dalla parte della luce, dunque, ma dall’altra. Non da quella della veglia o della coscienza, ma del sonno e inconscio, appena rischiarati da sogni e visioni spettrali. Si sta tentando l’attraversamento del regno oscuro, perciò. Un cammino che Nietzsche ha iniziato anche prima della parte finale descritta nel capitolo suddetto.
Salomé nella sua La vita di Nietzsche ci ha raccontato “di come com’egli si orienti nella notte, di come proceda lentamente tastoni; sono i passi tormentati, combattuti e infine vittoriosi in direzione di una meta oscura” (Lou Andreas-Salomé, Vita di Nietzsche, cit., pag. 22).
Poi, nel capitolo La visione e l’enigma di Cosi parlò Zarathustra, la parte finale di quel cammino raccontato da Nietzsche stesso.
“Cupamente andavo, or non è molto nel crepuscolo livido di morte, − cupo, duro, le labbra serrate. Non soltanto un sole mi era tramontato. Un sentiero, in salita dispettosa tra sfasciume di pietre, maligno, solitario, cui non si addicevano più né erbe né cespugli: un sentiero di montagna digrignava sotto il dispetto del mio piede. Muto, incedendo sul ghignante crepitio della ghiaia, calpestando il pietrisco, che lo faceva sdrucciolare: così il mio piede si faceva strada verso l’alto.
Verso l’alto: a dispetto dello spirito che lo traeva in basso, in basso verso abissi, lo ‘spirito di gravità’, il mio ‘demonio’ e nemico capitale.
Verso l’alto: sebbene fosse seduto su di me, metà nano; metà talpa; storpio, storpiante, gocciolante piombo nel cavo del mio orecchio, pensieri-gocce-di piombo nel mio cervello.
‘O Zarathustra’, sussurrava beffardamente sillabando le parole, ‘tu, pietra filosofale! Hai scagliato te stesso in alto, ma qualsiasi pietra scagliata deve – cadere! Zarathustra, pietra filosofale, pietra lanciata da fionda, tu che frantumi le stelle! Hai scagliato te stesso così in alto. – ma ogni pietra scagliata deve cadere! Condannato a te stesso, alla lapidazione di te stesso: O Zarathustra è vero: tu scagliasti la pietra lontano, − ma essa ricadrà su di te!’.
Qui il nano tacque; e ciò durò a lungo. Il suo tacere però mi opprimeva; e l’essere in due in questo modo è, in verità, più solitudine che l’essere solo! Salivo, − salivo − sognavo – pensavo: ma tutto mi opprimeva. Era come un malato: stremato dal suo tormento atroce, sta per dormire, ma un sogno, più atroce ancora, lo ridesta.
Ma c’è qualcosa che io chiamo coraggio: questo finora ha sempre ammazzato per me ogni scoramento. Questo coraggio mi impose alfine di fermarmi e dire: ‘Nano! O tu! O io!’ – Coraggio è infatti la mazza più micidial. Coraggio che assalti: in ogni assalto infatti è squilla di fanfare. Ma l’uomo è l’animale più coraggioso: perciò egli ha superato tutti gli altri animali. Allo squillare di fanfare egli ha superato anche tutte le sofferenze; la sofferenza dell’uomo è, però, la più profonda di tutte le sofferenze. Il coraggio che ammazza anche la vertigine in prossimità degli abissi: e dove mai l’uomo non si trova vicino ad abissi! Non è la vista già di per sé un – vedere abissi? Coraggio è la mazza più micidiale: il coraggio ammazza anche la compassione: Ma la compassione è l’abisso più fondo: quando l’uomo affonda la sua vista nella vita altrettanto l’affonda nel dolore.
Coraggio è però la mazza più micidiale, coraggio che assalti: esso ammazza anche la morte, perché dice: ‘Questo fu la vita? Orsù!  Da capo!’.
Ma in queste parole sono molte squillanti fanfare: Chi ha orecchi, intenda.
‘Alt, nano!’ dissi. ‘O io! O tu! Ma di noi due il più forte sono io: tu non conosci il mio ‘ensiero abissale’ (Il pensiero abissale è quel che appare subito dopo: è la possibilità che s’affaccia di uscire dal ciclo). Questo? tu non potresti sopportarlo!’. Qui avvenne qualcosa che mi rese più leggero: il nano infatti mi saltò giù dalle spalle, incuriosito! Si accoccolò davanti a me, su di un sasso. Ma, proprio dove ci eravamo fermati, era una ‘porta carraia’”.

I
Fino a quel punto (prima che il nano gli saltasse giù dalle spalle dov’era accoccolato e prima dell’apparizione del portone carraio), il cammino è quello di sempre: un eterno e cieco riandare. Poi l’improvviso alleggerimento dal “peso più grande”, e la “visione”. E incomincia la parte mai recitata prima dell’ “eterno ritorno dello stesso”.

“‘Guarda questa porta carraia! Nano!’ Continuai. ‘Essa ha due volti. Due sentieri convengono qui: nessuno li ha mai percorsi fino alla fine. Questa lunga via fino alla porta e all’indietro: dura un’eternità. E questa lunga via fuori della porta e in avanti – è un’altra eternità. Si contraddicono a vicenda, questi sentieri; sbattono la testa l’un contro l’altro: e qui, a questa porta carraia, essi convengono. In alto sta scritto il nome della porta: attimo. A chi ne percorresse uno dei due – sempre più avanti e sempre più lontano: credi tu, nano, che questi sentieri si contraddicono in eterno?’.
‘Tutte le cose diritte mentono, borbottò sprezzante il nano. Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo’.
‘Tu, spirito di gravità! Dissi io incollerito, non prendere la cosa troppo alla leggera! O ti lascio accovacciato dove ti trovi, sciancato – e sono io che ti ho portato in ‘alto’! (La dura reazione di Nietzsche alle parole del nano che inneggia al suo cerchio chiuso, sta ad indicare che un “abisso” si è ormai aperto fra loro. Eppure era lui stesso fino a quel momento il profeta dell’eterno ritorno)’. ‘Guarda’, continuai, ‘questo attimo! Da questa porta carraia che si chiama attimo comincia ‘all’indietro’ una via lunga, eterna; dietro di noi è un’eternità. Ognuna delle cose che ‘possono’ camminare, non dovrà forse avere già percorso una volta questa via? Non dovrà ognuna delle cose che ‘possono’ accadere, già essere accaduta, fatta, trascorsa una volta? E se tutto ciò è già esistito: che pensi, o nano, di questo attimo? Non deve anche questa porta carraia − esserci già stata? (È la stessa che ha visto Parmenide, vale a dire “la Porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno”, e che nella dimensione della sapienza ha anche varcato. Poi dalla stessa Porta, ormai introdotta in modo chiaro e distinto anche nel pensiero filosofico, sono uscito anch’io).
E tutte le cose non sono forse annodate saldamente l’una all’altra, in modo tale che questo attimo trae dietro di sé tutte le cose avvenire? Dunque – anche se stesso? Infatti, ognuna delle cose che ‘possono’ camminare: anche in questa lunga via al di fuori – deve camminare ancora una volta!
E questo ragno che indugia strisciando al chiaro di luna, e persino questo chiaro di luna e io e tu bisbiglianti a questa porta, di cose eterne bisbiglianti – non dobbiamo tutti esserci stati un’altra volta?
E ritornare a camminare in quell’altra via al di fuori, davanti a noi, in questa lunga orrida via – non dobbiamo ritornare in eterno?
Così parlavo, sempre più flebile: perché avevo paura dei miei stessi pensieri e dei miei pensieri reconditi. E improvvisamente, ecco, udii un cane ‘ululare’”.

J
Alleggerimento e apparizione del portone carraio non sarebbero però bastati per uscire. Era necessario aprirlo e ciò avvenne in una “visione” simile ad un sogno: la visione del “pastore” che si libera dal serpente che lo stava soffocando staccandogli la testa con un morso e balza in piedi “non più pastore, non più uomo”. È la nascita dell’oltreuomo.

“Non avevo già udito una volta un cane ululare così? Il mio pensiero corse all’indietro. Sì! Quand’ero bambino, in infanzia remota: allora udii un cane ululare così. E lo vidi anche, il pelo irto, la testa all’insù, tremebondo, nel più fondo silenzio di ‘mezzanotte’, quando anche i cani credono agli spettri: tanto che ne ebbi pietà. Proprio allora la luna piena, in un silenzio di morte, saliva sulla casa, proprio allora si era fermata, una sfera incandescente, − tacita, sul tetto piatto, come su roba altrui: ciò aveva inorridito il cane: perché i cani credono ai ladri e agli spettri. E ora, sentendo di nuovo ululare a quel modo, fui ancora una volta preso da pietà.
Ma dov’era il nano? E la porta? E il ragno? E tutto quel bisbigliare? Stavo sognando? Mi ero svegliato? D’un tratto mi trovai in mezzo ad orridi macigni, solo, desolato, al più desolato dei chiari di luna.
Ma qui giaceva un uomo! E – proprio qui! – il cane, che saltava, col pelo irto, guaiolante – adesso mi vide accorrere – e allora ululò di nuovo, urlò: avevo mai sentito prima un cane urlare aiuto a quel modo?
E davvero ciò che vidi non l’avevo mai visto. Vidi un giovane pastore rotolarsi, convulso, stravolto in viso, cui un greve serpente nero penzolava dalla bocca, Avevo mai visto tanto schifo e livido raccapriccio dipinto su di un volto? Forse, mentre dormiva, il serpente gli era strisciato dentro le fauci e – lì si era abbarbicato mordendo.
La mia mano tirò con forza il serpente, tirava e tirava – invano! Non riusciva a strappare il serpente dalle fauci. Allora un grido mi sfuggì dalla bocca: ‘Mordi! Mordi! Staccagli il capo! Mordi!’, così gridò dentro di me: il mio orrore, il mio odio, il mio schifo, la mia pietà. Tutto quanto in me – buono o cattivo – gridava dentro di me, fuso in un sol grido.
‘Voi, uomini arditi che mi circondate! Voi, dediti alla ricerca e al tentativo, e chiunque tra di voi si sia mai imbarcato con vele ingegnose per mari inesplorati! Voi che amate gli enigmi! Sciogliete dunque l’enigma che io allora contemplai, interpretatemi la visione del più solitario fra gli uomini!’.
Giacché era una visione e una previsione: che cosa vidi allora per similitudine? E chi è colui che un giorno non potrà non venire?
Chi è il pastore, cui il serpente strisciò in tal modo nelle fauci? Chi è l’uomo, cui le più grevi e le più nere fra le cose strisceranno nelle fauci? Il pastore, poi, morse così come gli consigliava il mio grido; e morse bene! Lontano da sé sputò la testa del serpente: e balzò in piedi (Questo è l’esatto momento della liberazione dal giogo eterno e della nascita dell’oltreuomo). Non più pastore, non più uomo, − un trasformato, un circonfuso di luce, che rideva! Mai prima al mondo aveva riso così un uomo, come ‘lui’ rise!
Oh, fratelli, udii un riso che non era di uomo, e ora mi consuma una sete, un desiderio nostalgico, che mai si placa.
La nostalgia di questo riso mi consuma: come sopporto di vivere ancora! Come sopporterei di morire ora!
Così parlò Zarathustra” (Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra – La visione e l’enigma, cit.).

Dopo il sogno enigmatico, o visione onirica alla Chagall, o previsione di profeta, è sorto in Nietzsche il bisogno impellente di dare una risposta all’enigma, e si è rivolto per aiuto a coloro cui ha raccontato il sogno, ai marinai della nave dove egli si trovava, i temerari della ricerca e del tentativo, ebbri d’enigmi, le cui anime suoni di flauto inducono a perdersi in baratri labirintici. Queste le domande che egli ha posto loro: “che cosa vidi allora per similitudine? E chi è colui che un giorno non potrà non venire?” (Ivi). Ma non gli arriverà risposta.
Ma ora essa c’è. Si può rispondere con precisione a quelle domande. Ha visto in sogno colui che ha aperto la Porta, simboleggiata dal distacco della testa del serpente, cioè ha visto l’oltreuomo che lui vagheggiava, ma è rimasto allo stato di desiderio che lo consumava. È rimasto un sogno profetico, lui non è riuscito a decifrare l’enigma. La via della libertà che nulla toglieva alla necessità era quella: l’uscita del singolo e il suo guardare da liberato l’intera natura rotante.
Che ritorni pure l’incessante giro dico anch’io ora, ma sono libero da esso, entro ed esco quando voglio dalla Porta (C’è un segnale lungo la via della Notte che dice: “Quando usciremo dalla Porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno, lasciando la casa dove ci troviamo, ci diventerà noto il suo aspetto e la sua ubicazione, per cui diventerà possibile a chi è già stato, di entrare e di abitare, di uscire e ritornare”. Come nelle case di qui). Nietzsche invece non è riuscito ad aprirla o gli è mancato il tempo per farlo, quindi il pollice in giù che il facitore d’enigmi gli ha decretato.
Questa è anche la parte finale del cammino filosofico dopo ventiquattro secoli dal suo inizio, la parte finora nota. La parte non ancora comunicata è invece questo blog, conosciuto finora solo da chi ci sta seguendo con attenzione ed amore su queste pagine.

K
Nietzsche racconta la “visione” ai suoi animali: il serpente e l’aquila, che impersonano i cicli eterni ed immutabili della natura. Ma essi, come già il nano, gli si rivoltano contro e lo minacciano.

Erano amici Zarathustra, il serpente e l’aquila, ma il distacco non è avvenuto in modo pacifico, come fra coloro che non hanno più nulla in comune ma neppure nulla da rimproverarsi. Gli animali lo hanno anzi minacciato, egli è stato in pericolo di vita, il serpente gli è entrato in gola e lui ha dovuto staccargli la testa con un morso per non soccombere. Si è svolta così quella storia. Per gli animali “Tutto va, tutto torna indietro, eternamente ruota la ruota dell’essere. Tutto muore, tutto torna a fiorire, eternamente corre l’anno dell’essere […] In ogni attimo comincia l’essere; attorno a ogni “qui” ruota la sfera “là”. Il centro è dappertutto. Ricurvo è il sentiero dell’eternità” (Così parlò Zarathustra, cit., pagg. 265-266).
Ma non sono questi i giri da cui non si esce, cui le piante e gli animali sottostanno? Ed è di essi che l’aquila e il serpente l’hanno eletto loro re; com’è sempre stato, insomma. Ma contro i suoi animali ecco la reazione del re: “O voi maliziosi burloni e organetti cantastorie! […] come sapete bene ciò che ha dovuto adempiersi in sette giorni: e come la bestia mi è strisciata dentro le fauci per strozzarmi! Ma io ne ho morso il capo e l’ho sputato lontano da me. E voi, − voi n’avete ricavato una canzone da organetto? Ma ora io giaccio qui, stanco per quel mordere e sputare via, reso malato dalla mia stessa redenzione” (Ibidem, pag. 266). Poco dopo Zarathustra dice anche che cosa lo soffocava: “Il grande disgusto per l’uomo – ciò mi soffocava e mi era strisciato dentro le fauci”, perché “Eternamente ritorna (soltanto) l’uomo di cui sei stanco, il piccolo uomo […] Ahimè, l’uomo ritorna eternamente! L’uomo piccolo ritorna eternamente![…] Ah, schifo, schifo, schifo! – egli conclude – giacché gli era tornata alla memoria la sua malattia. Ma qui le sue bestie gli impedirono di continuare a parlare”(Ibidem, pag. 267). Perché? È evidente il motivo, ora che si sa che Zarathustra sta lasciando il chiuso roteare. Perché sta staccandosi da loro ed esse con il loro istinto animale lo intuiscono. Con queste parole lo impedirono: “Smetti di parlare, tu sei convalescente! […] e va fuori, invece, dove, come un giardino, ti attende il mondo. Va’ fuori, dalle rose e dalle api e dagli sciami di colombe! E soprattutto dagli uccelli canori: per imparare da loro a cantare! Cantare, infatti, va bene per i convalescenti; colui che è sano può parlare. E anche se vuole canzoni, il sano, ne vorrà diverse da quelle che vuole il convalescente” (Ibidem, pag. 268).
Ma i loro discorsi provocarono ancora una volta la reazione di Zarathustra: “O voi, maliziosi burloni e organetti cantastorie, tacete dunque! […] Come sapete bene quale conforto io mi sono inventato in sette giorni! Il conforto e la guarigione ch’io mi sono inventato era appunto: ch’io dovessi tornare a cantare: ma volete di nuovo farne subito una canzone da organetto?” (Ibidem, pag. 268).
Una canzone da organetto era diventata per Zarathustra l’eterno ritorno, quello del nano e dei suoi animali. Che però non demordono, e ancora una volta gli dicono di tacere, quasi un’intimazione: “Smetti di parlare […] Giacché le tue bestie, Zarathustra, sanno bene chi tu sei e chi devi diventare: ecco, tu sei il maestro dell’eterno ritorno −, questo è ormai il tuo destino […] Vedi, noi sappiamo ciò che tu insegni: che tutte le cose eternamente ritornano e noi con esse, e che noi siamo stati già, eterne volte, e tutte le cose con noi. Tu insegni che vi è un grande anno del divenire, un’immensità di anno grande: esso, come una clessidra, deve sempre di nuovo rovesciarsi, per potere sempre di nuovo scorrere, per potere sempre di nuovo scorrere e finire di scorrere” (Ibidem, pag. 269).
Così gli animali di Zarathustra vogliono che continui ad essere il loro re: come lo è stato fino a quel momento. Il re del loro eterno ritorno. Oppure che muoia. “E se tu, Zarathustra, ora volessi morire: vedi, noi sappiamo anche come in tal caso parleresti a te stesso – gli dicono − […] Io torno di nuovo, con questo sole, con questa terra, con questa aquila, con questo serpente – non a nuova vita o a una vita migliore o a una vita simile; io torno eternamente a questa stessa identica vita, nelle cose grandi e anche nelle più piccole, affinché io insegni di nuovo l’eterno ritorno di tutte le cose […]. Dette queste parole, le bestie attesero in silenzio che Zarathustra dicesse loro qualcosa: ma Zarathustra non udì che esse tacevano. Piuttosto rimase a giacere muto, gli occhi chiusi, simile a un dormiente, sebbene non dormisse: egli, infatti, si stava intrattenendo con la sua anima. Allora l’aquila e il serpente, vedendolo così tacito, onorarono il gran silenzio e si allontanarono discretamente” (Ibidem, pagg. 269-270).
Non dice Zarathustra perché non ascoltava più i suoi animali, e perché non rispose loro se qualcosa gli giunse di quel ciarlare: per non deluderli forse, ma certamente per paura. Non si era, infatti, il serpente infilato nella sua bocca e sceso nella gola per strozzarlo? Non preferivano la sua morte all’abbandono?

[Continua]

Friedrich Nietzsche e l’uscita dal cerchio dell’eterno ritorno

6 marzo 2010

Indice completo

A. Eterno ritorno.
B. Origini storiche dell’eterno ritorno di Nietzsche.
C. Dove e quando l’eterno ritorno si è ripresentato a Nietzsche.
D. I sentimenti che ha manifestato, intensi, numerosi, mutevoli, quanto l’idea dell’eterno ritorno lo ha colto, ci dicono che esso non è stato soltanto il ripresentarsi casuale di una dottrina nei modi in cui è stata formulata nell’antichità, ma “davvero” un ritorno che è arrivato alla memoria e al sentimento in quel momento e in quel luogo.
E. Come dottrina dell’eterno ritorno ripescata dalla natura e dalla cultura, sarebbe stata altrimenti soltanto un’ennesima ripetizione di cicli chiusi ed immutabili, vale a dire nulla di nuovo, e Nietzsche stesso n’era conscio.
F. In questa veste, vale a dire nei modi della natura e della pura e semplice ripetizione eterna, i cicli erano avversati da molti e dallo stesso Nietzsche.
G. C’è da dire però che non era la prima volta che qualcosa di nuovo accadeva nell’eterno roteare che porta uomini alla ribalta, a loro insaputa, e nello stesso modo li toglie. Ci sono state uscite e risvegli anche prima del tentativo di Nietzsche, ma non era nota la via, non erano calcolati quei percorsi, e perciò apparivano eccezionali o casuali i ritorni.
H. Affidiamoci ora al racconto di Nietzsche esposto nel capitolo “la visione e l’enigma” del libro Così parlò Zarathustra. È il racconto dell’ultima parte del cammino nella notte, da cui arriva fino alla “Mezzanotte”, al “portone carraio”, alla “visione” del pastore che con un morso stacca la testa del serpente che gli si era infilato in bocca. E così “liberato” balza in piedi “circonfuso di luce”.
I. Fino a quel punto (prima che il nano gli saltasse giù dalle spalle dov’era accoccolato e prima dell’apparizione del portone carraio), il cammino è quello di sempre: un eterno e cieco riandare. Poi l’improvviso alleggerimento dal “peso più grande”, e la “visione”. E incomincia la parte mai recitata prima dell’ “eterno ritorno dello stesso”.
J. Alleggerimento e apparizione del portone carraio non sarebbero però bastati per uscire. Era necessario aprirlo e ciò avvenne  in una “visione” simile ad un sogno: la visione del “pastore” che si libera dal serpente che lo stava soffocando staccandogli la testa con un morso e balza in piedi “non più pastore, non più uomo”. È la nascita dell’oltreuomo.
K. Nietzsche racconta la “visione” ai suoi animali: il serpente e l’aquila, che impersonano i circoli eterni ed immutabili della natura. Ma essi, come già il nano, si rivoltano contro e lo minacciano.
L. Alcune interpretazioni insufficienti o fallaci, dell’eterno ritorno di Nietzsche.
M. Perciò ecco cosa l’eterno ritorno di Nietzsche non è.
N. Uno sguardo su ciò che invece è.
P.S.

Henri Matisse, La danza (1909)

Prima Parte

A
Eterno ritorno

Ritorno: tornare di nuovo nel luogo in cui si è già stati o da cui si era partiti.
Perciò esso implica che lo si riconosca quando all’improvviso riappare. Altrimenti non c’è ritorno, ma si è “gettati” a nostra insaputa in un posto sconosciuto, mai visto prima; ciò che capita normalmente e comunemente quando si nasce. Poi, durante il soggiorno obbligato, qualche dubbio sorge davanti a certi luoghi, aspetti, persone, perché a volte si esclama sorpresi e meravigliati: questo l’ho già visto, non è un’immagine nuova, quella persona l’ho già conosciuta. Cosa comune, persino ovvia, quando ciò succede nel corso di una vita, anche se il fatto si ripete dopo lungo tempo, ma nell’eterno ritorno in gioco non c’è più soltanto un’esistenza con i suoi limiti, perché ad una sola non spetta l’eternità.
L’eterno ritorno allora è molto di più di una comune e limitata ripetizione, come i compleanni, gli anniversari o altre feste periodiche. Va ben oltre i casi che accadono in una vita quando si vogliono rivedere luoghi, cose, persone: non si torna un’altra volta o poche volte, ma da sempre e per sempre.
Così il ritorno di Nietzsche, vale a dire eterno.

B
Origini storiche dell’eterno ritorno di Nietzsche

Dobbiamo andare molto indietro nel tempo per trovare l’origine dell’eterno ritorno di Nietzsche, perché non è uno nuovo ma quello di sempre. Nuovo è ora il modo di vederlo: con gli occhi della filosofia. Anche con queste sembianze esso ha tanti anni: è cominciato nel quinto secolo a. C. Un po’ prima che la filosofia apparisse perciò, se, come ormai è noto a tutti, si considera Socrate il primo filosofo.
Coloro che hanno ideato e poi dato il via a questo giro sono stati i sapienti che hanno preceduto di pochi decenni i filosofi: Parmenide ed Eraclito soprattutto, come Nietzsche stesso ha riconosciuto. “La dottrina dell’eterno ritorno − egli ha detto − cioè del movimento circolare, assoluto e ripetuto all’infinito di tutte le cose – questa dottrina di Zarathustra potrebbe in fondo essere già stata insegnata anche da Eraclito. Perlomeno ne reca tracce la Stoa, che ha ereditato da Eraclito quasi tutte le sue concezioni fondamentali” (Nietzsche, Ecce Homo, Newton & Compton, 1978, pag. 61). Ed è proprio così: là sta l’inizio del circolo filosofico e poi la filosofia si è mossa seguendo quelle indicazioni che segnavano una direzione e una meta.
Una breve parentesi: Nietzsche ha posto Eraclito come precursore del suo eterno ritorno. Io, che non riesco a separare i due, gli ho messo accanto Parmenide. Perché, se lui non parla di giro eterno? Ma è lui che ha cominciato proprio quello della filosofia e ha percorso di esso la prima parte e il resto l’ha indicato. Questo ci dice il suo poemetto Sulla natura. Chiusa la parentesi, perché chi ci segue su queste pagine, queste cose le sa già e per gli altri sono un invito a cercarle o a chiederle.
La prima metà dell’immenso cerchio, quella diurna, ha richiesto ventitré secoli di cammino, da Socrate fino a Hegel, e dopo è cominciato il tratto nella Notte. È stato Schopenhauer il primo di questa nuova fase e Nietzsche che viene dopo di lui si trovava perciò sulla metà tenebrosa quando ha scritto Così parlò Zarathustra, presso una pietra miliare di essa, la Mezzanotte, che segna la fine del cammino, il confine dove fine e inizio coincidono.
Senza quella vicinanza, non ci sarebbe stato l’improvviso e prorompente sorgere del sentimento dell’eterno ritorno, io credo; la quale, se per Nietzsche ha avuto l’aspetto di maligno e solitario sentiero della notte, che ha dovuto percorrere prima di giungere fino al confine e al “portone carraio”, per l’Occidente è fine della Storia, Tramonto e Notte di una civiltà. L’eterno ritorno nei modi della filosofia appare nel suo sviluppo e in tutte le sue implicazioni solo in quel momento, ed esso coincide con quello dell’antica partenza, anzi è lo stesso. Arrivando, Nietzsche ha chiuso e il cerchio intero è apparso. Poi c’è il pensiero dell’oltreuomo.
Ciò significa anche che Nietzsche ha trascorso la sua vita nella posizione dove Fine, Principio, Uscita sono lo stesso: in quella zona o presso ad essa. Un punto ignoto alla filosofia prima di lui ma noto nella dimensione della sapienza. Ben noto a Parmenide che quel giro, come ho detto prima, l’ha iniziato.

C
Dove e quando l’eterno ritorno si è ripresentato a Nietzsche

Il sentimento di quest’eterno ritorno di seconda specie, vale a dire con prospettive che quelli del mito, dei misteri, delle religioni, non avevano, è giunto a Nietzsche durante una passeggiata sui monti dell’Engadina, davanti ad un enorme masso erratico. Così ha raccontato quel momento. “Quel giorno andavo attraverso i boschi, costeggiando il lago di Silvaplana; mi fermai presso un poderoso e torreggiante blocco piramidale non lontano da Sulei. Quel pensiero mi venne allora” (Ivi, pag. 74).
Fu un ispirazione nel senso che egli ha poi così spiegato: “C’è qualcuno, che alla fine del XIX secolo abbia un’idea chiara di ciò che i poeti delle epoche forti chiamavano ispirazione? Se non è così voglio descriverla io. – Per quanto minimo sia il residuo di superstizione che si conserva in sé, non si riesce, in realtà, ad evitare la convinzione di essere semplici incarnazioni, semplici strumenti di voci altrui, semplici medium di forze superiori. Il concetto di rivelazione, nel senso che all’improvviso, con indicibile sicurezza e finezza, un qualcosa si fa visibile, udibile, un qualcosa che sconvolge e travolge, fin nel profondo, questo concetto descrive semplicemente il dato di fatto. Si ode, non si cerca; si prende, non si chiede chi offre; come una folgore si accende un pensiero, per necessità, in una forma priva di tentennamenti, − io non ho mai avuto scelta. Un entusiasmo la cui mostruosa tensione si scioglie in un fiume di lacrime nel quale il passo si fa involontariamente ora precipitoso, ora lento; un totale esser-fuori-di-sé con la coscienza più chiara di un numero infinito di brividi sottili e d’irrigazioni fino alla punta dei piedi; una profondità di gioia nella quale il colmo del dolore e delle tenebre non agisce come contrasto, ma come voluto, come provocato, come un colore necessario all’interno di una sovrabbondanza di luce; un istinto di rapporti ritmici che si distende in ampi spazi di forme – la durata, il bisogno di un ritmo ampio e teso è quasi la misura della violenza dell’ispirazione, una sorta di elemento equilibratore rispetto alla sua pressione e tensione… Tutto avviene in modo assolutamente involontario, ma come in una tempesta di sentimenti di libertà, di indeterminatezza, di potenza, di divinità… L’involontarietà dell’immagine, della metafora è il dato più notevole; non ci si rende conto di che cosa sia un’immagine, che cosa una metafora, tutto si offre come la più prossima, la più giusta, la più semplice espressione. Sembra veramente, per ricordare le parole di Zarathustra, che le cose stesse si avvicinino e si offrano alla metafora. “Qui tutte le cose giungono carezzevoli al tuo discorso e ti blandiscono: poiché vogliono galoppare sulle tue spalle. Qui, ad ogni metafora, tu galoppi verso una verità. Qui tutte le parole dell’essere e gli scrigni delle parole si spalancano per te; qui ogni essere vuole diventare parola, ogni divenire vuol imparare a parlare da te. Questa è la mia esperienza dell’ispirazione; non dubito che bisogna ripercorrere secoli all’indietro per trovare qualcuno che possa dirmi ‘è anche la mia’” (Ivi, pag. 76-77).
Almeno venticinque secoli all’indietro, fino ad Eraclito, Parmenide e gli altri presocratici, dunque.
Poi, lo stato d’animo di quella rivelazione l’ha esposto anche in una lettera inviata all’amico Peter Gast: “Sul mio orizzonte salgono pensieri quali ancora io non conobbi mai, (aveva avuto fulminea e allucinante l’idea madre dello Zarathustra, la concezione dell’eterno ritorno. Il fatto si trovò annotato su un foglietto: “Al principio dell’agosto 1881, a Sils-Maria, a 6000 piedi sopra il livello del mare, e ancora molto più alto su tutte le cose umane”) ma di ciò per adesso non voglio che nulla trapeli; voglio tenere me stesso in una quiete inalterabile. Bisogna che io viva ancora qualche anno. Oh amico, talora mi passa per la testa che io vivo una vita pericolosissima, e che appartengo a quella specie di macchine che possono esplodere! L’intensità dei miei sentimenti mi fa rabbrividire e ridere – già un paio di volte non potei lasciare la camera per la ridicola ragione che i miei occhi erano tutti arrossati – e perché? Tutte e due le volte, la vigilia, durante i miei vagabondaggi, avevo troppo pianto, e non già lacrime sentimentali, ma lacrime di giubilo; e piangendo cantavo, dicevo follie, pieno della nuova visione che si è manifestata a me prima che a tutti gli altri mortali” (Lettera a Peter Gast da Sils-Maria del 14 agosto 1881. Vedi Epistolario, a cura di Barbara Allason, Einaudi).
Dopo la “rivelazione” è cominciata la stesura di Così parlò Zarathustra.

D
I sentimenti che ha manifestato, intensi, numerosi, mutevoli, quanto l’idea dell’eterno ritorno lo ha colto, ci dicono che esso non è stato soltanto il ripresentarsi casuale di una dottrina nei modi in cui gli antichi l’hanno formulata, ma invece “davvero” un ritorno che è arrivato alla memoria e al sentimento in quel momento e in quel luogo

Anche in seguito, nell’esporla a Lou Salomé, che del filosofo è stata compagna d’interminabili scambi d’idee e confidenze, quella che lui amò senza misura ma senza speranza, c’erano sofferenza, passione, viva commozione, entusiasmo, che non andavano d’accordo con il puro e semplice ripresentarsi di un’antica dottrina. Così lei riferisce uno di quei momenti: “Non potrò mai dimenticare le ore in cui me lo confidò per la prima volta come un segreto, come qualcosa di fronte alla cui dimostrazione e conferma egli provava un orrore indicibile: ne parlava soltanto con voce sommessa e con tutti i segni del più profondo sgomento. E Nietzsche, in effetti, soffriva così profondamente della vita che la certezza del suo eterno ritorno doveva avere per lui qualcosa di raccapricciante” (Lou Andreas-Salomé, Vita di Nietzsche, Editori Riuniti, pag. 27). Ma c’erano anche, come abbiamo visto, “lacrime di giubilo”, che anche Salomé ha visto e annotato. Pena e spavento, perciò, per un’esistenza ritornante senza senso e scopo; ma anche segreto gaudio per la fine del “peso più grande” e per la “visione” che si andavano delineando, vicino ormai com’era all’uscita dal cerchio.
Perché, prima del suo arrivo davanti al portone carraio, c’è stata una lunga oscillazione in Nietzsche fra l’eterno ritorno classico e quello che sarebbe diventato visibile di lì a poco.

E
Come dottrina dell’eterno ritorno ripescata dalla natura e dalla cultura, sarebbe stata altrimenti soltanto un’ennesima ripetizione di cicli chiusi ed immutabili, vale a dire nulla di nuovo, e Nietzsche stesso ne era conscio

Per prima cosa, l’eterno ritorno è nella natura, è la natura. Tutto ritorna: il sole dopo la notte, la primavera dopo l’inverno, la veglia dopo il sonno.
In un ritorno eterno delle cose, in periodi esattamente misurati, le costellazioni riappaiono sulla loro orbita, e un giorno – molto, molto tempo dopo – si ritroveranno tutte assieme al punto dal quale erano partite. La moderna astronomia ha stabilmente assegnato a questo ciclo la dimensione di venticinquemilaottocento anni. Dopo questo gran giro dei pianeti e delle stelle, i cieli ritorneranno al punto di partenza e tutto riprenderà nuovamente. Questo ciclo Platone l’ha chiamato Anno perfetto.
Poi, nella cultura, l’eterno ritorno è dottrina antichissima presente nelle religioni, nei miti, nei misteri, nella sapienza, nella poesia, nella filosofia del Giorno. Dappertutto, insomma.
Faceva parte delle dottrine segrete degli antichi Egizi.
L’Induismo e le altre religioni d’Oriente si basano su di essa, così pure i Misteri dell’antica Grecia, quelli d’Eleusi, di Dioniso, poi i Misteri romani del tempio, le dottrine cabalistiche segrete degli Ebrei, ed era presente anche nel Cristianesimo delle origini.
Nel Bhagavad Gita, l’incoraggiamento dato da Krishna ad Argiuna prima della battaglia suona così: “Come un uomo, gettando via indumenti usati, ne prende di nuovi, così l’abitatore del corpo, liberandosi dei corpi usati, entra in altri che sono nuovi. Le armi non l’offendono, né il fuoco lo brucia, né le acque lo bagnano, né il vento lo disseca. Intaccabile, incombustibile e non suscettibile di essere bagnato né disseccato; perpetuo, onnipervadente, stabile, inamovibile, antico, non manifesto, impensabile, immutabile: così è chiamato; perciò, conoscendolo come tale, tu non dovresti affliggerti”.
Anche la chiesa cattolica non ha mai condannato ufficialmente questa dottrina. Non l’approva, non ne parla, perché afferma che la vita terrena è unica come prova sulla terra, ma ci sono molti passi del Nuovo Testamento che la presentano e l’affermano. Per esempio dove Giovanni Battista è considerato come una reincarnazione di Elia, o come quando i discepoli chiedono a Gesù se il nato-cieco soffra per il peccato dei suoi genitori o per qualche suo peccato precedente. Essa era inoltre insegnata da eminenti Padri della Chiesa, e Ruffino (lettera ad Attanasio) dice che la credenza in essa era comune fra i primi Padri. Erigena e Bonaventura, la sostenevano anche nel Medioevo.
Lo Zhoar parla delle anime come soggette a trasmigrazione: “Tutte le anime sono soggette a evoluzione, ma gli uomini non conoscono le vie del Santissimo, − che sia benedetto! – essi sono ignoranti del modo in cui furono giudicati in tutti i tempi, sia prima di venire in questo mondo sia quando l’hanno lasciato” (Zohar II, foll 99. Citato nella Qabbalah di Myer, pag. 198).
È la teoria delle alternanze di Empedocle.
L’eterno ritorno dei Pitagorici.
Dopo la nascita della filosofia, Platone l’ha così espressa: “conoscere e ricordare”, la qual cosa implica che si sia già stati.
Riteneva inoltre che come l’Anno perfetto era la Storia universale, perché se i periodi planetari sono ciclici, non si può escludere che lo sia anche tale Storia – un’estensione che non si può escludere.
E con la Storia ritornano gli uomini e le cose. Ognuno sarà di nuovo sulla scena, ognuno farà e penserà e soffrirà nuovamente ciò che ha fatto, pensato e sofferto nella sua prima vita, migliaia e milioni di anni addietro. Edipo ucciderà ancora una volta suo padre e si unirà con sua madre. I grandi imperi torneranno a fiorire e decadere in eterno.
Dopo Platone, per una numerosa schiera di filosofi la metempsicosi, legata all’eterno ritorno, è diventata la più razionale teoria dell’immortalità personale. Ne cito alcuni: Plotino, Swedenborg, Böhme, Giordano Bruno, Campanella, Lucilio Vanini, Schopenhauer, Lessing, Hume, Hegel, Leibniz, Herder, Fichte, Kant, Schelling, Lessing, Cudsworth, Mazzini, Severino. Fra i pensatori inglesi, i Platonici di Cambridge, la difendevano con molta scienza e acume.
Ha detto David Hume: “Non immaginiamo la materia infinita come fece Epicuro; immaginiamola finita. Un numero finito di particelle non è suscettibile d’infinite trasposizioni; in una durata eterna, tutti gli ordini e posizioni possibili avverranno un numero infinito di volte. Questo mondo, con tutti i suoi particolari, perfino i più minuscoli, è stato elaborato e annichilato: infinitamente” (David Hume, Dialogues concerning natural religion, VIII).
Ha detto Lucilio Vanini: “Di nuovo Achille andrà a Troia, rinasceranno le cerimonie e le religioni, la storia umana si ripete; nulla c’è adesso che non sia stato; ciò che è stato sarò; ma tutto questo in generale; non (come determina Platone) in particolare”.
Come Platone anche Nietzsche, nel suo andirivieni fra l’eterno ritorno classico e quello che stava bussando alla sua porta: “Uomo, tutta la tua vita è una clessidra che viene girata e rigirata, il cui contenuto scorrerà un numero infinito di volte, separate dall’intervallo di un lungo minuto di tempo, fino a quando il corso ciclico dell’universo non raccolta tutte le condizioni dalle quali sei nato. Ritroverai allora ciascuno dei tuoi dolori e delle tue gioie, i tuoi amici e nemici, le tue speranze e i tuoi errori, il più piccolo filo d’erba e il più piccolo raggio di sole, e tutto l’insieme di tutte le cose. Questo anello, di cui sei solo un granellino, brillerà perpetuamente. E in ciascuno dei cicli successivi della storia umana vi è sempre un’ora in cui, per un uomo isolato, poi per molti, infine per tutti sorge il pensiero più potente di tutti, quello dell’Eterno Ritorno di ogni cosa: ogni volta suona allora per l’umanità l’ora del “mezzogiorno” (Nietzsche, La volontà di potenza, 323).
Per Emanuele Severino ogni ente (stella, fiore, animale, uomo…), ogni suo aspetto e ogni suo atto, sono eterni e nell’eterno ciclo dell’apparire e scomparire, se scompaiono riappariranno, se appaiono scompariranno, in un ininterrotto su e giù.
Poi i poeti e scrittori antichi e nuovi: Virgilio, Ovidio, Walter Scott, Goethe, Poe, Charles Dickens, Walt Whitman, Borges.
Queste però sono solo alcune punte degli iceberg. Sotto di esse le innumerevoli esperienze e i ricordi di tanti meno celebri e vicini di casa, perché quasi tutti hanno incontrato persone o cose che hanno risvegliato ricordi di un passato che non credevano esistesse e che esprimono con le parole: ho già vissuto questo momento, ho già visto questo luogo, ho già incontrato questa persona; soltanto che i ricordi che s’accendono nel sentimento durano poco o dopo tanto non sai più se son tuoi o strani segni che affiorano da abissi.
Cosa significa perciò eterno ritorno: significa che le morti non spezzano la catena della memoria, come non la spezzano i sonni della nostra vita presente.

[Continua]

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A Eterno ritorno.

Ritorno: tornare di nuovo nel luogo in cui si è già stati o da cui si era partiti.

Perciò esso implica che lo si riconosca quando all’improvviso riappare. Altrimenti non c’è ritorno, ma si è “gettati” a nostra insaputa in un posto sconosciuto, mai visto prima; ciò che capita normalmente e comunemente quando si nasce. Poi, durante il soggiorno obbligato, qualche dubbio sorge davanti a certi luoghi, aspetti, persone, perché a volte si esclama sorpresi e meravigliati: questo l’ho già visto, non è un’immagine nuova, quella persona l’ho già conosciuta. Cosa comune, persino ovvia, quando ciò succede nel corso di una vita, anche se il fatto si ripete dopo lungo tempo, ma nell’eterno ritorno in gioco non c’è più soltanto un’esistenza con i suoi limiti, perché ad una sola non spetta l’eternità.

L’eterno ritorno allora è molto di più di una comune e limitata ripetizione, come i compleanni, gli anniversari o altre feste periodiche. Va ben oltre i casi che accadono in una vita quando si vogliono rivedere luoghi, cose, persone: non si torna un’altra volta o poche volte, ma da sempre e per sempre.

Così il ritorno di Nietzsche, vale a dire eterno.

B Origini storiche dell’eterno ritorno di Nietzsche.

Dobbiamo andare molto indietro nel tempo per trovare l’origine dell’eterno ritorno di Nietzsche, perché non è uno nuovo ma quello di sempre. Nuovo è ora il modo di vederlo: con gli occhi della filosofia. Anche con queste sembianze esso ha tanti anni: è cominciato nel quinto secolo a. C. Un po’ prima che la filosofia apparisse perciò, se, come ormai è noto a tutti, si considera Socrate il primo filosofo.

Coloro che hanno ideato e poi dato il via a questo giro sono stati i sapienti che hanno preceduto di pochi decenni i filosofi: Parmenide ed Eraclito soprattutto, come Nietzsche stesso ha riconosciuto. “La dottrina dell’eterno ritorno − egli ha detto − cioè del movimento circolare, assoluto e ripetuto all’infinito di tutte le cose – questa dottrina di Zarathustra potrebbe in fondo essere già stata insegnata anche da Eraclito. Perlomeno ne reca tracce la Stoa, che ha ereditato da Eraclito quasi tutte le sue concezioni fondamentali” (Nietzsche, Ecce Homo, Newton & Compton, 1978, pag. 61). Ed è proprio così: là sta l’inizio del circolo filosofico e poi la filosofia si è mossa seguendo quelle indicazioni che segnavano una direzione e una meta.

Una breve parentesi: Nietzsche ha posto Eraclito come precursore del suo eterno ritorno. Io, che non riesco a separare i due, gli ho messo accanto Parmenide. Perché, se lui non parla di giro eterno? Ma è lui che ha cominciato proprio quello della filosofia e ha percorso di esso la prima parte e il resto l’ha indicato. Questo ci dice il suo poemetto Sulla natura. Chiusa la parentesi, perché chi ci segue su queste pagine, queste cose le sa già e per gli altri sono un invito a cercarle o a chiederle.

La prima metà dell’immenso cerchio, quella diurna, ha richiesto ventitré secoli di cammino, da Socrate fino a Hegel, e dopo è cominciato il tratto nella Notte. È stato Schopenhauer il primo di questa nuova fase e Nietzsche che viene dopo di lui si trovava perciò sulla metà tenebrosa quando ha scritto Così parlò Zarathustra, presso una pietra miliare di essa, la Mezzanotte, che segna la fine del cammino, il confine dove fine e inizio coincidono.

Senza quella vicinanza, non ci sarebbe stato l’improvviso e prorompente sorgere del sentimento dell’eterno ritorno, io credo; la quale, se per Nietzsche ha avuto l’aspetto di maligno e solitario sentiero della notte, che ha dovuto percorrere prima di giungere fino al confine e al “portone carraio”, per l’Occidente è fine della Storia, Tramonto e Notte di una civiltà. L’eterno ritorno nei modi della filosofia appare nel suo sviluppo e in tutte le sue implicazioni solo in quel momento, ed esso coincide con quello dell’antica partenza, anzi è lo stesso. Arrivando, Nietzsche ha chiuso e il cerchio intero è apparso. Poi c’è il pensiero dell’oltreuomo.

Ciò significa anche che Nietzsche ha trascorso la sua vita nella posizione dove Fine, Principio, Uscita, sono lo stesso: in quella zona o presso ad essa. Un punto ignoto alla filosofia prima di lui ma noto nella dimensione della sapienza. Ben noto a Parmenide che quel giro, come ho detto prima, l’ha iniziato.

C Dove e quando l’eterno ritorno si è ripresentato a Nietzsche.

Il sentimento di quest’eterno ritorno di seconda specie, vale a dire con prospettive che quelli del mito, dei misteri, delle religioni, non avevano, è giunto a Nietzsche durante una passeggiata sui monti dell’Engadina, davanti ad un enorme masso erratico. Così ha raccontato quel momento. “Quel giorno andavo attraverso i boschi, costeggiando il lago di Silvaplana; mi fermai presso un poderoso e torreggiante blocco piramidale non lontano da Sulei. Quel pensiero mi venne allora” (Ivi, pag. 74).

Fu un ispirazione nel senso che egli ha poi così spiegato: “C’è qualcuno, che alla fine del XIX secolo abbia un’idea chiara di ciò che i poeti delle epoche forti chiamavano ispirazione? Se non è così voglio descriverla io. – Per quanto minimo sia il residuo di superstizione che si conserva in sé, non si riesce, in realtà, ad evitare la convinzione di essere semplici incarnazioni, semplici strumenti di voci altrui, semplici medium di forze superiori. Il concetto di rivelazione, nel senso che all’improvviso, con indicibile sicurezza e finezza, un qualcosa si fa visibile, udibile, un qualcosa che sconvolge e travolge, fin nel profondo, questo concetto descrive semplicemente il dato di fatto. Si ode, non si cerca; si prende, non si chiede chi offre; come una folgore si accende un pensiero, per necessità, in una forma priva di tentennamenti, − io non ho mai avuto scelta. Un entusiasmo la cui mostruosa tensione si scioglie in un fiume di lacrime nel quale il passo si fa involontariamente ora precipitoso, ora lento; un totale esser-fuori-di-sé con la coscienza più chiara di un numero infinito di brividi sottili e d’irrigazioni fino alla punta dei piedi; una profondità di gioia nella quale il colmo del dolore e delle tenebre non agisce come contrasto, ma come voluto, come provocato, come un colore necessario all’interno di una sovrabbondanza di luce; un istinto di rapporti ritmici che si distende in ampi spazi di forme – la durata, il bisogno di un ritmo ampio e teso è quasi la misura della violenza dell’ispirazione, una sorta di elemento equilibratore rispetto alla sua pressione e tensione … Tutto avviene in modo assolutamente involontario, ma come in una tempesta di sentimenti di libertà, di indeterminatezza, di potenza, di divinità …L’involontarietà dell’immagine, della metafora è il dato più notevole; non ci si rende conto di che cosa sia un’immagine, che cosa una metafora, tutto si offre come la più prossima, la più giusta, la più semplice espressione. Sembra veramente, per ricordare le parole di Zarathustra, che le cose stesse si avvicinino e si offrano alla metafora. “Qui tutte le cose giungono carezzevoli al tuo discorso e ti blandiscono: poiché vogliono galoppare sulle tue spalle. Qui, ad ogni metafora, tu galoppi verso una verità. Qui tutte le parole dell’essere e gli scrigni delle parole si spalancano per te; qui ogni essere vuole diventare parola, ogni divenire vuol imparare a parlare da te. Questa è la mia esperienza dell’ispirazione; non dubito che bisogna ripercorrere secoli all’indietro per trovare qualcuno che possa dirmi ‘è anche la mia’” (Ivi, pag. 76-77).

Almeno venticinque secoli all’indietro, fino ad Eraclito, Parmenide e gli altri presocratici, dunque.

Poi, lo stato d’animo di quella rivelazione l’ha esposto anche in una lettera inviata all’amico Peter Gast: “Sul mio orizzonte salgono pensieri quali ancora io non conobbi mai, (aveva avuto fulminea e allucinante l’idea madre dello Zarathustra, la concezione dell’eterno ritorno. Il fatto si trovò annotato su un foglietto: “Al principio dell’agosto 1881, a Sils-Maria, a 6000 piedi sopra il livello del mare, e ancora molto più alto su tutte le cose umane”) ma di ciò per adesso non voglio che nulla trapeli; voglio tenere me stesso in una quiete inalterabile. Bisogna che io viva ancora qualche anno. Oh amico, talora mi passa per la testa che io vivo una vita pericolosissima, e che appartengo a quella specie di macchine che possono esplodere! L’intensità dei miei sentimenti mi fa rabbrividire e ridere – già un paio di volte non potei lasciare la camera per la ridicola ragione che i miei occhi erano tutti arrossati – e perché? Tutte e due le volte, la vigilia, durante i miei vagabondaggi, avevo troppo pianto, e non già lacrime sentimentali, ma lacrime di giubilo; e piangendo cantavo, dicevo follie, pieno della nuova visione che si è manifestata a me prima che a tutti gli altri mortali” (Lettera a Peter Gast da Sils-Maria del 14 agosto 1881. Vedi Epistolario, a cura di Barbara Allason, Einaudi).

Dopo la “rivelazione” è cominciata la stesura di Così parlò Zarathustra.

D I sentimenti che ha manifestato, intensi, numerosi, mutevoli, quanto l’idea dell’eterno ritorno lo ha colto, ci dicono che esso non è stato soltanto il ripresentarsi casuale di una dottrina nei modi in cui gli antichi l’hanno formulata, ma invece “davvero” un ritorno che è arrivato alla memoria e al sentimento in quel momento e in quel luogo.

Anche in seguito, nell’esporla a Lou Salomé, che del filosofo è stata compagna d’interminabili scambi d’idee e confidenze, quella che lui amò senza misura ma

senza speranza, c’erano sofferenza, passione, viva commozione, entusiasmo, che non andavano d’accordo con il puro e semplice ripresentarsi di un’antica dottrina. Così lei riferisce uno di quei momenti:

“Non potrò mai dimenticare le ore in cui me lo confidò per la prima volta come un segreto, come qualcosa di fronte alla cui dimostrazione e conferma egli provava un orrore indicibile: ne parlava soltanto con voce sommessa e con tutti i segni del più profondo sgomento. E Nietzsche, in effetti, soffriva così profondamente della vita che la certezza del suo eterno ritorno doveva avere per lui qualcosa di raccapricciante” (Lou Andreas-Salomé, Vita di Nietzsche, Editori Riuniti, pag. 27). Ma c’erano anche, come abbiamo visto, “lacrime di giubilo”, che anche Salomé ha visto e annotato. Pena e spavento, perciò, per un’esistenza ritornante senza senso e scopo; ma anche segreto gaudio per la fine del “peso più grande” e per la “visione” che si andavano delineando, vicino ormai com’era all’uscita dal cerchio.

Perché, prima del suo arrivo davanti al portone carraio, c’è stata una lunga oscillazione in Nietzsche fra l’eterno ritorno classico e quello che sarebbe diventato visibile di lì a poco.

E Come dottrina dell’eterno ritorno ripescata dalla natura e dalla cultura, sarebbe stata altrimenti soltanto un’ennesima ripetizione di cicli chiusi ed immutabili, vale a dire nulla di nuovo, e Nietzsche stesso ne era conscio.

Per prima cosa, l’eterno ritorno è nella natura, è la natura. Tutto ritorna: il sole dopo la notte, la primavera dopo l’inverno, la veglia dopo il sonno.

In un ritorno eterno delle cose, in periodi esattamente misurati, le costellazioni riappaiono sulla loro orbita, e un giorno – molto, molto tempo dopo – si ritroveranno tutte assieme al punto dal quale erano partite. La moderna astronomia ha stabilmente assegnato a questo ciclo la dimensione di venticinquemilaottocento anni. Dopo questo gran giro dei pianeti e delle stelle, i cieli ritorneranno al punto di partenza e tutto riprenderà nuovamente. Questo ciclo Platone l’ha chiamato Anno perfetto.

Poi, nella cultura, l’eterno ritorno è dottrina antichissima presente nelle religioni, nei miti, nei misteri, nella sapienza, nella poesia, nella filosofia del Giorno. Dappertutto, insomma.

Faceva parte delle dottrine segrete degli antichi Egizi.

L’Induismo e le altre religioni d’Oriente si basano su di essa, così pure i Misteri dell’antica Grecia, quelli d’Eleusi, di Dioniso, poi i Misteri romani del tempio, le dottrine cabalistiche segrete degli Ebrei, ed era presente anche nel Cristianesimo delle origini.

Nel Bhagavad Gita, l’incoraggiamento dato da Krishna ad Argiuna prima della battaglia suona così: “Come un uomo, gettando via indumenti usati, ne prende di nuovi, così l’abitatore del corpo, liberandosi dei corpi usati, entra in altri che sono nuovi. Le armi non l’offendono, né il fuoco lo brucia, né le acque lo bagnano, né il vento lo disseca. Intaccabile, incombustibile e non suscettibile di essere bagnato né disseccato; perpetuo, onnipervadente, stabile, inamovibile, antico, non manifesto, impensabile, immutabile: così è chiamato; perciò, conoscendolo come tale, tu non dovresti affliggerti”.

Anche la chiesa cattolica non ha mai condannato ufficialmente questa dottrina. Non l’approva, non ne parla, perché afferma che la vita terrena è unica come prova sulla terra, ma ci sono molti passi del Nuovo Testamento che la presentano e l’affermano. Per esempio dove Giovanni Battista è considerato come una reincarnazione di Elia, o come quando i discepoli chiedono a Gesù se il nato-cieco soffra per il peccato dei suoi genitori o per qualche suo peccato precedente. Essa era inoltre insegnata da eminenti Padri della Chiesa, e Ruffino (lettera ad Attanasio) dice che la credenza in essa era comune fra i primi Padri. Erigena e Bonaventura, la sostenevano anche nel Medioevo.

Lo Zhoar parla delle anime come soggette a trasmigrazione: “Tutte le anime sono soggette a evoluzione, ma gli uomini non conoscono le vie del Santissimo, − che sia benedetto! – essi sono ignoranti del modo in cui furono giudicati in tutti i tempi, sia prima di venire in questo mondo sia quando l’hanno lasciato” (Zohar II, foll 99. Citato nella Qabbalah di Myer, pag. 198).

È la teoria delle alternanze di Empedocle.

L’eterno ritorno dei Pitagorici.

Dopo la nascita della filosofia, Platone l’ha così espressa: “conoscere e ricordare”, la qual cosa implica che si sia già stati.

Riteneva inoltre che come l’Anno perfetto era la Storia universale, perché se i periodi planetari sono ciclici, non si può escludere che lo sia anche tale Storia – un’estensione che non si può escludere.

E con la Storia ritornano gli uomini e le cose. Ognuno sarà di nuovo sulla scena, ognuno farà e penserà e soffrirà nuovamente ciò che ha fatto, pensato e sofferto nella sua prima vita, migliaia e milioni di anni addietro. Edipo ucciderà ancora una volta sua padre e si unirà con sua madre. I grandi imperi torneranno a fiorire e decadere in eterno.

Dopo Platone, per una numerosa schiera di filosofi la metempsicosi, legata all’eterno ritorno, è diventata la più razionale teoria dell’immortalità personale. Ne cito alcuni: Plotino, Swedenborg, Böhme, Giordano Bruno, Campanella, Lucilio Vanini, Schopenhauer, Lessing, Hume, Hegel, Leibniz, Herder, Fichte, Kant, Schelling, Lessing, Cudsworth, Mazzini, Severino. Fra i pensatori inglesi, i Platonici di Cambridge, la difendevano con molta scienza e acume.

Ha detto David Hume: “Non immaginiamo la materia infinita come fece Epicuro; immaginiamola finita. Un numero finito di particelle non è suscettibile d’infinite trasposizioni; in una durata eterna, tutti gli ordini e posizioni possibili avverranno un numero infinito di volte. Questo mondo, con tutti i suoi particolari, perfino i più minuscoli, è stato elaborato e annichilato: infinitamente” (David Hume, Dialogues concerning natural religion, VIII).

Ha detto Lucilio Vanini: “Di nuovo Achille andrà a Troia, rinasceranno le cerimonie e le religioni, la storia umana si ripete; nulla c’è adesso che non sia stato; ciò che è stato sarò; ma tutto questo in generale; non (come determina Platone) in particolare”.

Come Platone anche Nietzsche, nel suo andirivieni fra l’eterno ritorno classico e quello che stava bussando alla sua porta: “Uomo, tutta la tua vita è una clessidra che viene girata e rigirata, il cui contenuto scorrerà un numero infinito di volte, separate dall’intervallo di un lungo minuto di tempo, fino a quando il corso ciclico dell’universo non raccolta tutte le condizioni dalle quali sei nato. Ritroverai allora ciascuno dei tuoi dolori e delle tue gioie, i tuoi amici e nemici, le tue speranze e i tuoi errori, il più piccolo filo d’erba e il più piccolo raggio di sole, e tutto l’insieme di tutte le cose. Questo anello, di cui sei solo un granellino, brillerà perpetuamente. E in ciascuno dei cicli successivi della storia umana vi è sempre un’ora in cui, per un uomo isolato, poi per molti, infine per tutti sorge il pensiero più potente di tutti, quello dell’Eterno Ritorno di ogni cosa: ogni volta suona allora per l’umanità l’ora del “mezzogiorno” (Nietzsche, La volontà di potenza, 323).

Per Emanuele Severino ogni ente (stella, fiore, animale, uomo…), ogni suo aspetto e ogni suo atto, sono eterni e nell’eterno ciclo dell’apparire e scomparire, se scompaiono riappariranno, se appaiono scompariranno, in un ininterrotto su e giù.

Poi i poeti e scrittori antichi e nuovi: Virgilio, Ovidio, Walter Scott, Goethe, Poe, Charles Dickens, Walt Whitman, Borges.

Queste però sono solo alcune punte degli iceberg. Sotto di esse le innumerevoli esperienze e i ricordi di tanti meno celebri e vicini di casa, perché quasi tutti hanno incontrato persone o cose che hanno risvegliato ricordi di un passato che non credevano esistesse e che esprimono con le parole: ho già vissuto questo momento, ho già visto questo luogo, ho già incontrato questa persona; soltanto che i ricordi che s’accendono nel sentimento durano poco o dopo tanto non sai più se son tuoi o strani segni che affiorano da abissi.

Cosa significa perciò eterno ritorno: significa che le morti non spezzano la catena della memoria, come non la spezzano i sonni della nostra vita presente.