The rock

Thomas Stearns Eliot, The Rock (1934)

Thomas Stearns Eliot

Thomas Stearns Eliot


Dov’è la saggezza che abbiamo
perso in conoscenza?
Dov’è la conoscenza che abbiamo
perso in informazione?

Questa è bella! Ho chiesto a mio fratello di cercare su internet notizie di Eliot per poi procedere alla lettura delle sue poesie e sceglierne una da includere nell’elenco delle Coincidenze, ma assieme alla biografia che comprendeva le caratteristiche della sua opera, c’erano anche i quattro versi sopra riportati. Bene, mi son subito detto dopo uno sguardo, non occorre più cercare oltre perché ho già trovato.
In passato avevo letto di Eliot cose belle che non ricordavo bene e che perciò dovevo rivedere, anche per riportarle esattamente, ma ora non più. Quel colpo di fulmine chiudeva la ricerca.
Ma cosa hanno di speciale? Perché versi più affascinanti sono, per esempio, ­– cito a memoria – una “porta in fondo al corridoio che dà sul giardino delle rose, che non apriremo mai”. Perché allora quella scelta improvvisa e senza appello? Ma ci si chiede forse quando Eros scocca la sua freccia e ci colpisce perché quella donna e non un’altra! Ebbene, è stato qualcosa di simile quel che è accaduto; di cui però devo ora dar conto perché qui non mi trovo nel campo del sentimento ma in quello della conoscenza chiara e distinta.

Il fatto è che, quasi a conferma di un segnale che ho visto parecchi anni fa lungo la via della conoscenza che diceva “Io vedo la Parola dentro il Libro,/ e poi il Libro dentro la Parola./ Questo farsi piccino è l’esistente/ e manifestare il totale in forme e canti”, nei quattro versi e diciotto parole complessive sono espressi problemi fondamentali che hanno occupato la filosofia nel suo inizio e poi per tutto il suo corso e che ancora non sono risolti e incidono su di essa, e sono determinanti per il suo significato e la conclusione del suo ciclo. Anzi di quei problemi abbiamo quasi perso anche il ricordo ora che ci troviamo a circa venticinque secoli di distanza dal loro primo presentarsi, e dileguerebbero sempre più se si continuasse ad allontanarci. Ciò accadrebbe sicuramente se il tempo fosse quel procedere ininterrotto che va da un passato indeterminato ad un futuro interminato; un’opinione diffusa questa qui, anzi la certezza per i più. Invece, oltre che con la filosofia dei nostri giorni a cominciare da Nietzsche, ci siamo avvicinati anche con la poesia. Come è stato possibile?
Perché in un cammino circolare allontanarsi significa tornare. Perché, come ha detto Aristotele tanti secoli fa, il “prima e dopo” rispetto ad un inizio noto accadono sempre in tale successione per chi si muove su una linea, ma s’invertono su un cerchio quando si gira come sui tornanti di una strada di montagna [“In quale modo dobbiamo comprendere queste parole prima e dopo? Dovremo intenderle nella maniera seguente: Coloro che sono vissuti al tempo della guerra di Troia ci sono anteriori: a questi sono anteriori coloro che sono vissuti in tempi più antichi, e così di seguito all’infinito, considerando sempre anteriori agli altri gli uomini che si trovano più indietro nel passato? Oppure se ammettiamo che l’Universo abbia un principio, un mezzo e una fine; che quando, invecchiando, è giunto alla propria fine sia per ciò stesso tornato di nuovo al suo principio; se è vero d’altronde che le cose anteriori sono quelle più vicine al principio, chi c’impedisce allora d’essere più vicini al principio (degli uomini che vissero al tempo della guerra di Troia)? Se così fosse, saremmo anteriori a loro. Dal momento che, con il suo moto locale, ogni cielo e ogni astro percorre un circolo, perché non dovrebbe essere lo stesso per la generazione e la distruzione d’ogni cosa peritura, in modo tale che questa stessa cosa possa a sua volta nascere e perire di nuovo? Così si dice pure che le cose umane percorrono un circolo” Aristotele, Problemata, XVII, 3].

Così siamo più vicini noi oggi alla sapienza, da cui la filosofia ha avuto origine, di quanto, per esempio, lo è stato Hegel, che ai suoi tempi era ancora in fase di allontanamento, anche se presso la svolta. Perciò ben s’intende oggi quel che poi è successo. Il grande filologo tedesco Hermann Diels, in un cammino a ritroso che è giunto fino all’inizio, ha cercato, scoperto e raccolto tutti i frammenti dei presocratici; Nietzsche è ritornato a quei tempi per ricordare da dove era partito ora che l’arrivo s’avvicinava dall’altra parte, poi ha ripreso il cammino in avanti; c’è Il ritorno a Parmenide di Severino; Heidegger e Jünger, dopo la loro escursione all’indietro come Diels e Nietzsche, hanno poi continuato in avanti e sono arrivati sulla linea di mezzanotte. Hanno anche progettato di attraversarla e di proseguire fino alla nuova Aurora e al Risveglio (Vedi L’antica via dei Miti e dei Misteri).
Ulteriori prove che il tempo gira in tondo, e come un vortice attira e trascina tutte le cose di questo mondo e così si ritorna al punto di partenza, lo dicono anche i cammini circolari seguiti dagli eroi e poeti presenti nelle pagine già scritte di questo libro. Ed ora, ormai vicino a quell’evento, questo giro è segnalato anche da Eliot con la sua breve poesia, nella quale si chiede e chiede:
Dov’è la saggezza che abbiamo/ perso in conoscenza?

In questa domanda ci sono tre parti o aspetti:
C’era la saggezza, o sapienza, così più volentieri io la chiamo (Platone non distingue fra i due termini. La netta distinzione è stata fatta da Aristotele. Ma si era già in pieno giorno e perciò essa, io credo, si è imposta. Perché l’Aurora non c’era più, e perciò neppure la sapienza, e la saggezza è diventata la disciplina razionale delle faccende umane).
Che abbiamo perso o si è persa.
Al suo posto la conoscenza.

A questo punto c’è da dire che: l’età della sapienza – sesto e quinto secolo a.C. – è stata chiamata Aurora della civiltà greca; ad essa è seguito il Giorno, vale a dire la sua manifestazione luminosa, con i primi filosofi Socrate e Platone, il primo grande statista Pericle, i primi storici Erodoto e Tucidide, i grandi poeti tragici, ecc.; per cui due versi di Eliot si possono esprimere anche così:
Dov’è l’Aurora che abbiamo perso nel Giorno?

Perciò sapienza e conoscenza hanno anche altri nomi, e si può esprimere la stessa cosa con gli uni o gli altri, rimanendo fedeli a quel che è davvero successo in quel manifestarsi di una civiltà. Sono dei sinonimi: a quell’apparire sono stati dati anche i nomi della luce e delle sue fasi, a sapienza Aurora e a conoscenza Giorno. I quali poi non sono stati dati a piacere o per gioco, ma hanno in comune con i primi l’origine. Infatti in sophía – la sapienza – si riflette, come nell’aggettivo saphés, che significa “chiaro”, “manifesto”, “evidente”, il senso di pháos, la “luce”, e filosofia è aver cura di ciò che si manifestato in tal modo. Sono perciò anche sorelle e fratelli gemelli quelle copie.
In quanto ai versi presi in esame, ancora una volta appare cos’è la parola di poesia, soprattutto quella d’oggi: un emergere dal profondo nella luce di ciò che è stato e lì giaceva da millenni, nell’esatto modo in cui è avvenuto. L’esatto modo è questo: c’era la sapienza che abbiamo perso in conoscenza.
Andiamo avanti.

In quell’inizio di venticinque secoli fa c’era, dunque, la sapienza; poi la conoscenza ha preso il suo posto, non come cosa improvvisa e diversa che l’ha eliminata, ma in un processo di trasformazione che ha mutata il suo aspetto, nascondendola. Ma ora che stiamo riandando verso l’inizio, è la prima che il poeta cerca; e se la cerca, è perché segretamente sa che c’è ancora. Ed è proprio così, e si possono dire ora luoghi e tempi della sua presenza antica. Poi quelli della mutazione avvenuta, e come e perché.
La sapienza c’era prima della conoscenza come oggi l’intendiamo, prima, quindi, della nascita della filosofia. E siccome essa è cominciata con Socrate, vale a dire nel quarto secolo a.C., la sapienza l’ha preceduta, si è manifestata precisamente nei bei due secoli precedenti, soprattutto nel quinto. Esso, infatti, è quello di Parmenide ed Eraclito, i due maggiori sapienti che hanno preceduto i filosofi. Poi l’inizio della filosofia, che significa letteralmente aver cura (philo) della sapienza (sophía), e il filosofo è quindi l’erede di essa e il suo amico. Perciò che abbia avuto quest’origine lo dice il nome stesso.
Ma per Eliot il passaggio dall’una all’altra ha costituito una perdita e anche questo è vero. Se ne è accorto fin dall’inizio Socrate, il primo filosofo. Nel Teeteto così egli manifesta il sentimento che lo ha colto, quando da giovane ha praticato Parmenide e ha ascoltato la sua parola: “Sebbene di fronte a Melisso e a tutti gli altri, i quali sostengono che il tutto è un’unità immobile, io provi un rispetto nel timore di fare una disamina grossolana, tuttavia questo rispetto è minore che di fronte al solo Parmenide. Parmenide, per dirla con Omero, mi sembra venerando e nello stesso tempo terribile. Io, infatti, quand’ero molto giovane lo praticai mentre era assai vecchio e mi parve che possedesse un’acutezza senza dubbio singolare. Pertanto io temo che non riusciamo a comprendere le sue parole e che, ancor più, restiamo lontani dal concetto che egli espresse…” (Platone, Teeteto, 183 E).
Gli era sfuggito fin da allora qualcosa che non ha più ricuperato in modo chiaro e distinto, vale a dire la sapienza.

Ma c’è dell’altro ancor più intrigante in questa storia, che si colora perfino di giallo, come nei più famosi romanzi di Agatha Christie: è stato Socrate stesso a tramare e realizzare il mutamento da sapienza in conoscenza, e ciò è sembrato fin da allora un delitto perfetto, il peggiore: un parricidio. Socrate, il primo erede della sapienza, lo stesso che sapeva in cuor suo che essa era superiore alla stessa filosofia o che lì stava il segreto dell’altra; superiore perciò alla ragione che avrebbe guidato gli uomini del nuovo corso per millenni, ha decretato la morte del padre Parmenide. Parmenide aveva indicato la via maestra della sapienza e Socrate per primo ha deviato da essa e ne ha preso un’altra a una quota inferiore e l’ha tracciata, insegnata, e seguita lui stesso in tanta parte. Una via che, ora lo vediamo chiaramente perché ne abbiamo fatto esperienza, era qualcosa d’intermedio fra la sapienza e l’apparenza, e che ci ha condotto, in un giro durato ventiquattro secoli fin dove ora ci troviamo.
Una scelta sofferta, in ogni modo, la via intermedia indicata da Socrate e seguita da lui stesso in tanta parte, che è poi quella della conoscenza filosofica e scientifica; ma era ciò che occorreva perché la civiltà appena sorta prendesse il via in una direzione determinata: verso Occidente, sulla Terra e nel pensiero. Un parricidio è stata chiamata fin dall’inizio la deviazione dalla via maestra, e il padre era Parmenide e il parricida Platone che aveva disatteso il suo insegnamento principale.
La deviazione dalla “rotonda verità” è raccontata dallo Straniero di Elea nel dialogo platonico Sofista:
Lo straniero
: Abbiamo disubbidito a Parmenide e oltrepassato di molto i limiti del suo divieto.
Teeteto
: Perché?
Lo straniero
: Egli aveva posto un limite alla ricerca e noi lo abbiamo oltrepassato, siamo andati oltre argomentando contro il nostro maestro.
Teeteto
: Come?
Lo straniero
: Vedi, egli dice, me ne ricordo bene: ‘non costringere ciò che non è ad essere, mai; ma, cercando, evita questo sentiero, e lontano ne sia il tuo pensiero’.
Teeteto
: Certo, dice proprio così.
Lo straniero
: E noi invece abbiamo dimostrato che il non-essere è”.

C’è da dire però, a difesa di Socrate, che la via maestra che portava direttamente alla verità era troppo esclusiva. Poteva nascere solo una scuola in tal modo, una confraternita di spiriti eletti, non una civiltà numerosa ed estesa che ha sempre occupato tanta parte della terra e che è dilagata ai nostri giorni su tutto il pianeta.

Giunti a questo punto, è necessario scoprire cosa c’era in più nella sapienza e cosa è andato perduto.
Se, come abbiamo detto e non c’è modo di dubitarne, la nascita della civiltà greca è chiamata anche Aurora, e ha cominciato a splendere all’inizio del quarto secolo a.C., e uno degli aspetti più importanti di quella manifestazione è stata la filosofia, quel che si andava perdendo era la Notte e l’Alba. Vale a dire il momento in cui oscurità e luce stanno assieme e si danno nascita fra loro. Perché sapienza è soprattutto questo: visione simultanea degli opposti e della loro coincidenza, esperienza originale del passaggio dalla tenebra alla luce.
Anche se la via maestra non è stata praticata come ha indicato Parmenide, qualcosa di quell’esperienza originaria è però rimasta nella filosofia e i filosofi hanno ereditato anche quelle voci misteriose e quelle indicazioni enigmatiche: ecco perché ci sono in essa anche le crepe e i segni di passaggi segreti, di porte chiuse, di ponti da varcare, di abissi da rischiarare, avvisi che i più attenti e perspicaci hanno continuato a vedere e seguire.
Anche Eliot, ecco perché in tempi di estrema povertà si è chiesto e si chiede:
Dov’è la saggezza che abbiamo
perso in conoscenza?

Ora gli altri due versi:
Dov’è la conoscenza che abbiamo
perso in informazione?

La conoscenza nei modi della filosofia, come si sa, dopo Socrate e con il metodo da lui instaurato è continuata fino a Hegel, e questa lunga manifestazione è stata chiamata, recentemente mi sembra, filosofia del Giorno.
Poi il Tramonto, che i più sensibili hanno cominciato ad avvertire alla fine del diciannovesimo secolo, e in modo vistoso circa cento anni fa. Tramonto dell’Occidente è il pensiero che lo esprime in modo inequivocabile, ed esso è anche il titolo di un famoso libro di Oswald Spengler, ma anche Il disagio della civiltà di Sigmund Freud, La crisi della civiltà di Jhoan Huizinga, Eclissi della ragione di Theodor W. Adorno, Lo smalto sul nulla di Benn, ecc.
È cominciata così l’altra grande trasformazione: della conoscenza in informazione.
Ciò che era luminoso diventa grigio, sempre di più. Ed ora c’è indistinzione, confusione, oscurità, nichilismo diventato, in pochi decenni, condizione normale.
Un’eccezione a questo vagare alla cieca è il cammino seguito da pochi filosofi, quelli che ho già nominato e che sono giunti fino alla linea di Mezzanotte, ma anch’esso ufficialmente finisce lì, perciò nel Buio, anzi peggio: sulla sponda dell’Abisso; e oggi si sta perdendo anche la memoria di quell’avamposto, o, perché appariva insuperabile, è stato rimosso.
Nomi della filosofia arrivata a questo stadio sono: pensiero debole, relativismo, multiculturalismo, ermeneutica, o anche informazione, quello che gli ha dato il poeta, ed essa oggi è affidata soprattutto alla tecnica. Enorme ai nostri giorni la quantità di notizie diffuse dalla radio, dalla televisione, dai giornali, via Internet, dai satelliti. Un mare continuamente alimentato, e fiumi di parole che defluiscono, confluiscono, s’ammucchiano, s’ingorgano, si sciolgono, appaiono e scompaiono, come nel caos quantico (Parole e particelle subatomiche si assomigliano ai nostri giorni e vale per le prime quanto ho scritto per le particelle anni fa. “Esse fanno i pagliacci e i saltimbanchi/ con nasi finti e vesti variopinte/ e saltano, ballano, si arrotolano,/ si innalzano, precipitano, si trasformano,/ scompaiono all’improvviso e ricompaiono/ da quinte o buchi, da fondi senza fine,/ da invisibili altezze oppure da nulla./ Ma son essi o son altri,/ si sono cambiate le vesti,/ e lo stesso l’ordine dei colori!/ E chi li segue nelle loro piroette/ estasiato e frastornato,/ li guarda, li studia, li descrive./ È mestiere o un gioco,/ o solo un modo di campare!/ Perché non si sa davvero chi sono e cosa sono,/ da dove arrivano e dove se ne vanno”).
Ma dove più grande è il pericolo, là sorge il salvatore
– ha detto Hölderlin, e anche Eliot lo immagina, lo pensa, quando si chiede e chiede: dov’è?

Dov’è la saggezza che abbiamo
perso in conoscenza?
Dov’è la conoscenza che abbiamo
perso in informazione?

P.S.
Perché mio fratello non si senta deluso delle ricerche che sta compiendo su Internet anche per mio conto, devo specificare che non di quest’uso dell’informazione qui si parla, vale a dire di quello rivolto alla ricerca e scoperta di ciò che la cultura conserva ed offre, perché il passato è fondamento dell’avvenire ed è necessario conoscerlo. Attività che peraltro è sempre esistita, e oggi Internet permette di esercitarla in modo più veloce e completo. Informazione, come Eliot l’intende, e che io ho ribadito e sviluppato con la Coincidenza, è la trasformazione e riduzione della sapienza e conoscenza a sé stessa, perciò tutto diventa mera informazione. In altre parole, trasformazione e riduzione dell’Aurora e del Giorno in oscurità, e c’è solo quest’ultima alla ribalta, perché le altre due sono dietro le quinte e il pubblico neppure sa che esistono. Quel che sta succedendo in questi nostri tempi, insomma, in cui tutto è chiacchiera, notizia, e non si distingue più la finzione dalla realtà, il teatro dal mondo, la commedia dalla vita.

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