Dai lidi della California

Walt Whitman, Dai lidi della California

Dai lidi della California, guardando verso Occidente,
investigando, infaticabilmente,
cercando ciò che non è ancora trovato.
Io fanciullo, molto vecchio, guardo lontano al di sopra delle onde,
verso la dimora della Maternità, verso il paese delle migrazioni.
Guardo lungi dai lidi del mio mare occidentale:
il circolo è ormai quasi compiuto.
Poiché, partendo dall’Indostan, dalle valli del Kashmire,
in direzione dell’Occidente, dall’Asia, dal Nord,
dal Dio, dal saggio e dall’Eroe
dal Sud, dalle fiorite penisole e dalle isole degli aromi,
sono andato errando per lungo tempo, errando intorno alla Terra.
Ora sono diretto nuovamente al ritorno in patria,
molto contento e lieto.
Ma dov’è ciò, in cerca di cui sono partito tanto tempo fa?
E perché non è ancora trovato?
Io so dì essere immortale.
Io so che quest’orbita mia non può essere misurata dal compasso del carpentiere.
E che io venga in possesso di ciò che mi appartiene, oggi,
ovvero fra diecimila o dieci milioni d’anni.
Io posso lietamente prenderlo ora o attendere egualmente lieto.
In quanto a te, o Vita, io penso che tu comprenda i resti di molte morti.
Senza dubbio io stesso sono morto diecimila volte, già.

da Foglie d’erba, Sandron, Palermo, pag. 103

Walt Whitman

Walt Whitman

L’America è l’Occidente giunto fino a quel punto, cioè fino alla terra che è stata chiamata così dal nome d’Amerigo Vespucci, il navigatore italiano che dopo Colombo comprese e dimostrò che era stato scoperto un nuovo continente a metà strada e non l’arrivo in Oriente. Sono gli italiani che in questo caso hanno portato molto avanti il cammino sulla terra. Non fino in Oriente tuttavia; esso era ancora lontano, dopo un altro oceano, e sotto molti aspetti quell’approdo non è ancora avvenuto, il cerchio non è ancora chiuso.
America perciò è la punta più avanzata dell’Occidente lungo il cammino che esso ha seguito fin dal suo apparire nella luce della conoscenza chiara e distinta, soprattutto quella filosofica, cominciato nell’antica Grecia più di venticinque secoli fa. Un cammino simile a quello del sole: da levante al tramonto.
Si tratta naturalmente dell’aspetto terreno e marino della lunga odissea, perché c’è n’è anche un altro: quello in noi, della conoscenza e volontà.
Ebbene è da quel punto avanzato che guarda Whitman, precisamente dai lidi della California. L’Europa e l’Atlantico, da cui giunse Colombo per primo, sono alle sue spalle e anche l’attraversamento del continente americano, dalle spiagge dell’Atlantico a quelle del Pacifico, ed egli si trova ora in queste ultime, con davanti il grande oceano, il più furioso a dispetto del suo nome, e solo dopo l’Oriente l’Asia.
Recita la poesia che è un “fanciullo molto vecchio” che guarda. Perché “fanciullo” e perché contemporaneamente “vecchio”? Vecchio perché è partito da tanto tempo e molto lungo è stato il cammino dalla partenza a dove ora si trova. Tuttavia è anche “fanciullo”, perché è dei piccini la meraviglia ed essa non si è mai spenta se non è ancora arrivato e continua l’attesa e il desiderio. Ma c’è anche un altro motivo più profondo e misterioso: la fine del viaggio è anche “la fonte della maternità”, e il poeta è diretto a incontrare la madre, a fondersi con lei, e quest’evento è ormai vicino perché “il circolo è ormai quasi compiuto”.
In quanto al luogo e tempo dell’inizio lo dice nei versi che seguono. Il luogo: l’Indostan, le valli del Kashmire, direzione Occidente. Dall’India, perciò, ha iniziato il suo cammino, o dall’Oriente in generale. Il tempo: tutto quello che è trascorso per arrivare fino ai lidi della California, almeno venticinque secoli perciò, o anche di più, molti di più, se non si guarda solo alla Storia ma anche a quell’immensa semioscurità che è il tempo dei miti, dei misteri e delle religioni. Così tanto perciò il tempo da avere speso la vita che possiede in quell’andare e non solo quella che sta volgendo verso la sua fine naturale, ma anche molte altre.
Che non si sia trattato di un viaggio solo terrestre ma anche ideale, mentale, si desume dagli altri punti di partenza: il Dio, il saggio, l’eroe.
Conosco anch’io bene questo percorso perché l’ho fatto dopo di lui, quindi in qualche modo aiutato anche dalle sue indicazioni e da quelle di tanti altri poeti, eroi, iniziati, sapienti, filosofi che mi hanno preceduto, e perciò non ho difficoltà a seguirlo in Terra e in Cielo.

Sulla Terra, io sono partito non dall’India ma dalla Grecia. Un po’ più avanti perciò, perché nel cammino circolare l’India viene prima della Grecia, ma ho iniziato da lì perché c’era e c’è in quel punto una pietra miliare che non potrà mai essere spostata o rimossa finché durerà la civiltà sulla Terra. È la pietra angolare che segna l’inizio dell’Occidente: soprattutto della sua filosofia, Storia, arte. Quella pietra è anche la “Porta che separa i sentieri della Notte e del Giorno”, che Parmenide ha visto e descritto e che per primo ha varcato giungendo dalla “casa della Notte”. Ai nostri giorni, Heidegger ha chiamato epoché dell’Essere il punto dove si è maggiormente manifestato e quello dove ventiquattro secoli dopo si è sempre più nascosto fino a scomparire, come il sole quando tramonta e scende sotto l’orizzonte. Perché sono simili i cammini del Sole e dell’Essere, ma il secondo si può vederlo soltanto con gli occhi della mente.

La civiltà greca appena nata è continuata poi in Occidente nella luce della Ragione la cui fonte è, appunto, l’Essere. Visto solo da Parmenide quest’ultimo e da pochi altri di quel tempo e luogo. Quasi contemporaneamente però la stessa luce è apparsa in India a Buddha che si è illuminato e ha tracciato e percorso il “sentiero” per sé e per gli altri, in Cina a Lao-tzu che ha scritto il Tao Tê Ching, in Persia a Zarathustra, in Egitto ad Ermete Trismegisto. Perciò vanno bene come inizio del viaggio anche le località nominate da Whitman.

Si dice che Lau-tzu, dopo aver terminato la sua opera, ha lasciato la Cina, rivolto a Occidente. Ha superato la frontiera e non ha più fatto ritorno.
In modo simile ma in senso inverso, anch’io, dopo aver fissato in modo chiaro e distinto la partenza dalla Grecia antica, sono poi tornato un po’ indietro ed ho trovato, appunto, i quattro sapienti non occidentali.
Dunque la partenza è avvenuta da luoghi terreni, ma anche da quelli della cultura. Una cultura che in breve tempo, soprattutto in Occidente, è passata dal Mito al Logos, dal Caos al Cosmo, dalla Preistoria alla Storia.

Buddha, Lao-tzu, Zarathustra, Ermete Trismegisto sono certamente i saggi orientali che la poesia nomina. E il Dio e l’eroe chi sono, dove sono?
In India un po’ dio è anche Buddha; la stessa cosa in Cina, Medio Oriente, Egitto per Lao-tzu, Zarathustra ed Ermete, perché quelle dottrine per molti seguaci e fedeli sono anche religioni. Così questi quattro sono stati divinizzati nelle loro patrie da molti. In Grecia, invece, dopo i sapienti sono subito giunti i filosofi, e i popoli della Grecia non hanno avuto tempo di costruire altari per i loro profeti, perché i filosofi hanno usato la luce del nuovo Giorno soprattutto nei modi della Ragione.

Mancano ancora gli eroi. Chi è eroe?
Ècolui che non ha seguito solo la via della mente e del cuore, ma anche quella terrena combattendo e affrontando l’ignoto anche con il corpo e mettendo in gioco la vita. Il primo che ho conosciuto di questo tipo è stato Gilgamesh. Per ritrovare l’amico Enkidu, che gli dèi avevano condannato a morte prematura perché temevano la forza e il coraggio dei due quando combattevano assieme, egli si mise alla sua ricerca. C’era anche un’altra necessità che lo spingeva ora che aveva visto la morte così da vicino: la paura e l’angoscia per essa; e decise di cercarla e affrontarla a viso aperto, prima che fosse lei ad aggredirlo alle spalle e all’improvviso, come aveva fatto con Enkidu.
Lungo la via della ricerca, dopo aver superato ardue prove e sopportato fatiche sovrumane, egli arrivò fino alle acque di morte, ma per riuscire ad attraversare anche quelle doveva rimanere sveglio per sei giorni e sette notti. Per sei giorni e sette notti, ininterrottamente, doveva valicare ad occhi aperti in entrata e uscita le porte fra la veglia e il sonno, o almeno non perdere mai il collegamento, e questa era la misura della difficoltà da vincere per superare le acque di morte. Di tanto è più largo e profondo l’Abisso della morte che separa due esistenze da quello del sonno che divide invece due veglie della stessa esistenza! Ma egli si addormentò fin dalla prima notte e così non ritrovò l’amico, non raggiunse l’immortalità.
Un altro eroe è stato Ulisse, specialmente quello cantato da Dante, che supera le Colonne d’Ercole con la “poppa rivolta nel mattino” e affronta l’Oceano per seguire “virtude e conoscenza”. Poi quelli cantati dal Mito e dalla poesia: che scoprono la via d’uscita dal Labirinto come Teseo, che entrano nel regno dei morti e alcuni riescono anche ad attraversarlo, come Ercole, Orfeo, Enea.
Ultimo eroe di tal genere, che non può essere lasciato fuori di questo pur brevissimo e provvisorio elenco perché è il più vicino a noi moderni, è Cristoforo Colombo, ben noto anche a Whitman che gli ha dedicato un suo canto. Colombo, come si sa, voleva “buscar” l’Oriente partendo da Occidente, dalle spiagge occidentali dell’Atlantico. Circumnavigando la Terra perciò, ma non c’era soltanto quest’aspetto fisico nella sua impresa. Egli era un seguace dell’idea di Toscanelli: un ciclo legato all’evento di una nuova età del mondo, che poteva essere realizzato percorrendo la via del sole nella notte. Verso Occidente, dunque, fino a raggiungere l’Oriente. E’ quest’ideale che Colombo adottò, un “sogno” millenario che si andava sempre più avvicinando alla “veglia”, alla “comprensione”, all’ “autocoscienza”.

Simile dunque agli erramenti attorno alla Terra di Whitman e degli eroi che l’hanno preceduto, soprattutto il viaggio di Colombo. Anche se quest’ultimo ha navigato prevalentemente sui mari della Terra ed è noto soprattutto per quest’aspetto dell’avventura. Vicine, per esempio, le tappe raggiunte dai due nel loro cammino circolare verso l’Oriente: Colombo le isole di Cuba e Haiti alle porte del continente americano e Whitman le spiagge americane sull’oceano Pacifico.

Dopo la partenza antica e il suo errare attorno alla Terra fino ai “lidi della California”, il poeta s’attende il ritorno nella Patria da cui è partito tanti anni prima. Ma dal luogo dove è arrivato essa ancora non appare. Perciò si chiede: “Dov’è ciò, in cerca di cui sono partito tanto tempo fa? E perché non è ancora trovato?”.
Al di là del Pacifico, si trova, e certamente lo sapeva. Ma c’era anche un altro Abisso ben più grande, anzi immane, che lo separava. Era la morte, ed essa appariva insuperabile.
O superabile in modo sconosciuto ma tuttavia esistente: quello dei ritorni inconsapevoli, messi in atto continuamente e infaticabilmente dalla natura. Perché anche il cammino per giungere fino a quelle spiagge il poeta non l’aveva compiuto nel corso di una sola vita e perciò era giunto più volte su questa Terra senza accorgersi, come accade dunque normalmente e pressoché generalmente. Ma ora vicino alla meta qualcosa si ridesta: il senso dell’eterno e dell’immortalità. Ed ecco la soluzione che s’affaccia: l’affidamento alla metempsicosi che è il braccio secolare dell’immortalità, perché l’Abisso non è stato ancora superato. “So di essere immortale”, egli dice, “E ch’io venga in possesso di ciò che mi appartiene, oggi,/ ovvero fra dieci mila o dieci milioni di anni./ Io posso lietamente prenderlo ora od attendere egualmente lieto.” Anche perché – ha detto Nietzsche –, come il sonno non ha tempo misurabile nei modi della veglia, così non lo ha la morte. “Tra l’ultimo istante della coscienza e il primo risplendere di una vita nuova c’è nessun tempo; l’intervallo dura quanto un fulmine, anche se non bastano a misurarlo bilioni d’anni. Dove manca un io, l’infinito può equivalere alla successione”,

Infine gli ultimi due versi che confermano il suo affidamento all’immortalità nei modi della metempsicosi: “In quanto a te, o Vita, io penso che tu comprenda i resti di molte morti./ Senza dubbio io stesso sono morto dieci mila volte, già”.
La Vita, scritta così con la maiuscola, comprende i “resti di molte morti”, come la vita che ci tocca di volta in volta su questa terra e dove si appare staccati e isolati dal grande flusso, comprende le interruzioni che sono le notti e i sonni.

P.S.
Sul piano della conoscenza ora c’è una strada che termina con un ponte che collega le esistenze fra di loro, perché dopo trentacinque secoli dal tentativo di superare le “acque di morte” compiuto da Gilgamesh, il primo che appare nella preistoria dell’Occidente, la meta è stata raggiunta. Il mio cammino circolare a quella quota ha portato alla conclusione un viaggio iniziato e perseguito da molti su altri piani: quelli del mito, dei misteri, delle religioni, della sapienza, della poesia, della filosofia, che lungo i millenni ha avuto per protagonisti personaggi divini, semidei, eroi, iniziati, mistici, poeti, sapienti, filosofi. Un viaggio che ha avuto in alcuni casi delle conclusioni in quelle dimensioni. Ci sono stati eroi che sono riusciti ad uscire dagli Inferi dopo aver compiuto là sotto imprese mitiche. Mistici che hanno superato la nube della non conoscenza e la notte oscura. Cantori, come Orfeo, che hanno ammansito le fiere infernali e commosso gli abitanti di quei luoghi senza speranza, che lo hanno lasciato passare e uscire. Sapienti che hanno visto, conosciuto e superato la Porta che separa il mondo delle apparenze da quello dell’Essere. Poeti che hanno visto e attraversato l’Inferno e hanno raggiunto il Paradiso. Insomma di risultati ce ne sono stati lungo i millenni della vita umana sulla Terra.

Tuttavia essi sono avvenuti su piani o dimensioni che non erano e non sono soltanto in mano all’uomo o affidati esclusivamente a lui. Ora invece su quello della conoscenza chiara e distinta, la cui fonte indiscussa è l’uomo. Anche la struttura che attraversa l’Abisso è un ponte costruito con la filosofia, e così si chiude il cerchio e finisce l’era storica fondata sulla ragione o prevalentemente in essa. La prima conclusione cosciente di un ciclo, sembra, da quando l’uomo è apparso sulla Terra. <!–[endif]–>

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3 Risposte to “Dai lidi della California”

  1. Mario Says:

    Interessante,l’argomento,e’nel solco del tuo saggio,che mi hai dato in file. Ma ti confesso che preferisco il mistero che ci avvolge quando siamo soli e pensiamo a cose piu grandi di noi e infihitamente misteriose. ciao Mario

  2. Oggi, prima dell’alba… « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] Per te per sempre e mi ha subito colto il desiderio di tradurla. Eppure un altro Whitman, dopo Dai lidi della California, non era in previsione, a così breve data almeno. Perché allora? Perché è una naturale […]

  3. Pascoli, il mare, il ponte « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] […]

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