L’infinito

Giacomo Leopardi, L’infinito
(Idilli, 1826)

Vincent van Gogh, I Vessenots vicino ad Auvers, 1890

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Il Centro, ora si sa come lo si raggiunge seguendo la via circolare della conoscenza che da poco è stata aperta: uscendo dal labirinto, attraversando l’Abisso, giungendo alla fine del cammino dove accade la coincidenza con l’inizio, svelando il segreto della Porta che così si è aperta, passando al di là e occupando il Centro (W. Boraso e G. Sacchi, L’antica via dei Miti e dei misteripercorsa ora con in mano la lampada della conoscenza filosofica, Editrice Leonardo, Pasian di Prato, Udine, 2009). Una via incominciata più di venticinque secoli fa nell’antica Grecia, e che è giunta a conclusione ai nostri giorni con gli ultimi passi di un’esigua avanguardia, dopo che è stato possibile gettare un rudimentale ponte che attraversa l’Abisso. Era la sua mancanza ciò che ha impedito finora la continuazione della via e l’arrivo, perché non era ostacolo da poco quel buco senza fondo. Era la morte per il corpo, o il nulla, come spesso si dice; era l’inconscio per la coscienza; il non-essere per la filosofia.
Strada giunta a conclusione ma non ancora inaugurata tuttavia, perché non ci sono nastri da tagliare finora, né montaggio di palchi per le autorità e inviti alla cittadinanza di intervenire all’inaugurazione.
Però il modo di passare ora c’è, ed è un Ponte, una corda tesa fra le due sponde per adesso, simile a quelli – come ho detto in altre occasioni – che si vedono fra i dirupi delle montagne del Tibet e che costituiscono l’ultimo collegamento con i monasteri costruiti sulle cime; e con l’attraversamento la via circolare della conoscenza è terminata.
Si sa anche cosa significa raggiungere la fine di una via circolare: significa ritrovare l’inizio e ricongiungersi ad esso. Così io che avevo percorso il semicerchio notturno con pochi compagni di viaggio fino alla Mezzanotte e poi completamente da solo nell’ultimo tratto, mi sono ritrovato improvvisamente a casa, fra volti noti, quelli dei sapienti antichi, e volti cari.  Poi da quella conclusione del giro dove coincidono la fine e l’inizio, e ogni altra coppia di opposti che qui appaiono separati (notte e giorno, veglia e sonno, conscio e inconscio, vita e morte…), si raggiunge il Centro da dove l’intero si dispiega, uno, unificante, in sé raccogliente e che tutto raccoglie. Quello che ha visto Parmenide all’inizio anziché alla fine, cioè venticinque secoli fa.
Di tutto questo però ho già parlato e non posso qui dilungarmi, perché il tema è un altro: è L’Infinito di Giacomo Leopardi e il colle da cui gli è apparso.
Ma perché il lungo preambolo sul Centro, allora, se il tema è una poesia? Perché anch’essa è un Centro.

Di centri così, come il colle dove il poeta si trova e vede e immagina, ce ne sono molti. Sospetto anzi che ogni uomo n’abbia uno, o ne trovi almeno uno nel corso della sua vita terrena. Un centro da cui all’improvviso tutto si disvela e viene colto.
Un centro di tal genere è per me la chiesetta di un piccolo paese del Cadore che si chiama Grea (W. Boraso, La chiesetta sperduta, Una storia d’amore, un’apparizione, un’impresa mitica, la conquista dell’immortalità dell’amore, di prossima pubblicazione su questo blog).
Per Bruno, un amico d’infanzia, è la località Tre canne, nel comune di Vighizzolo d’Este, dove spesso si reca a vedere e ricordare.
Per un altro amico che si chiama Antonio è una nicchia, ricavata su un tratto delle antiche mura che circondano la sua città adottiva, che contiene e conserva un’immagine screpolata e stinta della Madonna.
Oppure è un monumento, uno dei tanti di cui sono costellate la nostra bella Italia e l’Europa, fari nella notte. Perciò li teniamo sempre accesi, vale a dire abbiamo cura di essi, ripariamo i danni, li restauriamo, perché non vogliamo perderli.
Alcuni sono luoghi e oggetti che quando li incontriamo la prima volta in questa vita, ci sembra invece di averli già visti molto prima, anzi di conoscerli da sempre.
Nella maggior parte dei casi il centro è l’altra o l’altro di quando spunta l’amore e s’aprono dimensioni illimitate.
Per Giacomo Leopardi è il colle dell’infinito.

Trovato il centro, perché cercato o perché portati dal caso o dal destino, poi però bisogna tradurre la visione o il sentimento in parole di poesia, o in idee chiare e distinte, ed è questo che lo rende comune e universale. A questo punto però il loro numero diminuisce, anzi diventa piccolo. A me ora ne vengono in mente solo alcuni.
Il ritorno a casa d’Ulisse dopo l’Odissea, ha scoperto il centro dopo aver girato il mondo.
La formula di Hermes Trismegisto che definisce Dio: “È una sfera intelligibile, il cui centro sta dappertutto e la circonferenza in nessun luogo”; ripresa in seguito dai quaranta (poeti, mistici, filosofi).
L’abisso della Luce che Dante vide in Paradiso, dove “s’interna,/ legato con amore in un volume,/ ciò che per l’universo si squaderna” (Dante, Paradiso, canto trentesimoterzo, versi 85-87).
Il canto dell’amore, che ha colto all’improvviso Giosuè Carducci: “Io non so che si sia, ma di zaffiro/ Sento ch’ogni pensier oggi mi splende,/ Sento per ogni vena irmi il sospiro/ che fra la terra ed il ciel sale e discende./ Ogni aspetto novel con una scossa/ D’antico affetto mi saluta il core,/ E la mia lingua per se stessa mossa/ Dice a la terra e al cielo, Amore, Amore./ Son io che il cielo abbraccio, o da l’interno/ Mi riassorbe l’universo in sé? …/ Ahi, fu una nota del poema eterno/ Quel ch’io sentiva e picciol verso or è” (Giosuè Carducci, Il canto dell’amore).
Ed ora L’Infinito di Giacomo Leopardi.

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle…”: comincia con la parola sempre la poesia. Non da quando era bambino, ragazzo, giovincello, gli è caro quel colle, ma da “sempre”. Come quando si dice: mi pare di averti sempre conosciuta, ti amerò sempre (Vedi anche la prima Coincidenza). E da quel colle da “sempre caro” e da quella siepe “che da tanta parte/ dell’ultimo orizzonte il guardo esclude” tutto gli appare e si “finge”.
Gli “interminati spazi”.
I “sovrumani silenzi”.
La “profondissima quiete”.
Appaiono nel pensiero, nella mente, “onde per poco il cor non si spaura”.
Allora ecco che da quelle dimensioni inusitate, lo soccorre il vento che stormisce fra le piante, un suono noto e famigliare in tanta grandezza. Segue il volgersi ai ricordi delle “morte stagioni” e poi il ritorno a quella “presente e viva” e al “suon di lei”. Ma tutto ciò non avviene nel modo comune e abituale di quando ci si sveglia dal sonno o si esce da casa a passeggiare, perché è dal silenzio che arriva lo stormire, è dall’eterno che il poeta vede il passato e il presente.
Poi la chiusura del canto: il dolce naufragare, perché il pensiero si perde in quell’immensità.

Cos’è allora L’Infinito che raggiunge il tutto in una volta, dove tempo ed eternità stanno assieme, e suoni e voci sono indicazioni del silenzio?
È l’accesso all’Essere dalla porta della poesia.

P.S.
C’è da notare però che i poeti, fra cui quelli che abbiamo qui nominato, se aprono la Porta d’accesso all’Essere ed entrano, però non sono ancora cittadini di quel mondo. Sono stranieri che arrivano da luoghi poveri e provvisori, dove ci sono i dolori, le malattie, la vecchiaia, la morte. Magnifici intrusi, io li chiamerei, più arrischianti della vita stessa, di un soffio più arrischianti. Infatti, anche Leopardi non è vissuto a lungo in questo mondo e come lui molti dei più grandi poeti del suo tempo. Oppure, come Hölderlin, non hanno retto a quelle Luci e Tenebre e la loro mente si è smarrita.

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3 Risposte to “L’infinito”

  1. L’”inaudito” di Emanuele Severino, ovvero l’attrazione del nulla « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] in tutti i piani della conoscenza: miti, misteri, religioni, sapienza, filosofia (vedi Per sempre e L’infinito di Leopardi). Per molti è la più razionale teoria dell’immortalità personale. E nella […]

  2. L’aspetto privato dell’Eterno ritorno dell’uguale « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] nei libri Compendio e Coincidenze, ho esposto molti di quei casi (vedi in Coincidenze specialmente L’infinito di Giacomo Leopardi). Invece i segni che l’hanno determinata così fin dall’inizio sono venuti dalla filosofia. Il […]

  3. Sogno | La via d'uscita dal nichilismo Says:

    […] della terra e del cielo che portano il sigillo di una poesia e di un canto (vedi in Coincidenze, L’infinito di […]

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